Giordano Bruno si è bruciato da solo

La storia di Bruno mostra come la propaganda può trasformare un uomo in un’icona. La Massoneria cercava un “martire” da usare contro la sua avversaria: la Chiesa Cattolica. Lo trova in un filosofo del tempo, un frate domenicano, che, pur possedendo una mente fervida, probabilmente non sarebbe mai diventato così celebre se non fosse stato arso al rogo. Unica responsabile di questo, per gli anticlericali, è la Chiesa Cattolica. In realtà, la storia di Giordano Bruno è molto più complessa, documenti alla mano. Personaggio inquieto e fortemente contraddittorio, si rese inviso a tutti coloro che lo ospitavano non tanto per le sue idee libere, come molti credono, quanto per il suo carattere e per la sua voglia di stupire e provocare sempre, fino alla fine. La Chiesa del tempo cercò di salvarlo fino all’ultimo: lui scelse la morte volutamente, continuando a sfidare anche chi voleva salvarlo. Insomma, in pochi anni Giordano Bruno è scomunicato dalla Chiesa Cattolica, dai calvinisti, dai luterani…

Credo sinceramente che persone come Teresa di Calcutta, Padre Pio, Giovanni della Croce, Teresa di Gesù, Caterina da Siena, Francesco di Assisi, la stessa Giovanna d’Arco e tanti altri abbiano sperimentato quello che è lo scopo fondamentale dell’inabitazione trinitaria che la Santa d’Avila riassume molto bene quando dice che, alla fine del percorso mistico, “siamo pronti per esser venduti come schiavi”.

In sintesi, ciò si attualizza nell’identificazione totale con Cristo sulla sua croce alla quale siamo pervenuti per i Suoi meriti, per la volontà del Padre, sotto l’azione dello Spirito Santo, ma anche per merito di qualche buona ripetizione fatta dai santi per rendere viva, pulsante e attuale la loro scuola. Una scuola che è quella dei fiduciosi nella luce, anche quando l’anima cade in qualche black-out, anche quando, ammettendo la loro aridità, qualche ingenuità o persino qualche caduta, in realtà pregano la luce di venire presto e intensa più che mai.

Quanto è qui premesso è importante perché da qui, da questa panoramica sull’autentica lotta dell’anima verso la verità, intendiamo procedere verso l’argomento dedicato a Giordano Bruno. Non intendiamo giudicare qui il pensiero del Bruno, assai complesso ed opinabile da molti punti di vista (e perché personalmente non ne avrei la competenza), quanto piuttosto analizzare un certo fenomeno storicamente strumentalizzato che ha fatto di Giordano un mito del libero pensiero e, di conseguenza, la Chiesa quale matrigna oscurantista.

Un pregiudizio anticattolico duro a morire

Scriverà Franco Cardini, il noto medievista: “Non illudetevi, il tempo delle «leggende nere» e delle «tenebre del Medioevo» non è ancora passato. Può sembrare che le vecchie polemiche illuministiche, massoniche e anticlericali contro la Chiesa «che ha fatto le crociate e l’Inquisizione, che ha bruciato le streghe e Giordano Bruno, che ha torturato Campanella e perseguitato Galileo» si siano attutite…. ma non è così, il fuoco del pregiudizio anticlericale e anticattolico cova sotto le ceneri, ed è pronto a divampare di nuovo. Avete mai fatto caso al pullulare di indecorosi «Musei della tortura medievale» che costellano le città turistiche europee? I furbastri che li gestiscono fanno soldi spargendo calunnie anticattoliche: e agiscono del tutto indisturbati anche perché i cattolici non conoscono la storia e hanno paura di esporsi”. (1)

Il contestato monumento a Campo de' Fiori.

Il contestato monumento a Campo de’ Fiori.

Noi vogliamo chiederci: come ci è arrivato, Giordano Bruno, a Campo de’ Fiori nel cuore di Roma, in un monumento che non gli si addice affatto e vestito da domenicano?

Il 17 febbraio 2000, a 400 anni dal giorno della morte di Giordano Bruno, papa Giovanni Paolo II fa inviare una lettera (non archiviata nel sito ufficiale del Vaticano), scritta dal Segretario di Stato Angelo Sodano, nella quale viene espresso dispiacere per la morte brutale sul rogo definendolo: “un triste episodio della storia cristiana che provoca profondo rammarico”. Anno giubilare fu quello in cui Bruno fu ucciso, anno giubilare è stato quello in cui è stato espresso rammarico per la sua morte.

Si tratta – continua il cardinale Sodano – di quella “purificazione della memoria” che il Papa ha voluto tra gli obiettivi del Giubileo, “chiedendo a tutti un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le proprie mancanze e quelle di quanti hanno portato e portano il nome di cristiani”. Certo, Giordano Bruno professò convinzioni “incompatibili con la dottrina cristiana” – spiega l’allora Segretario di Stato – “resta il fatto che i membri del Tribunale dell’Inquisizione” lo processarono “animati dal desiderio di servire la verità e promuovere il bene comune”, tuttavia “oggettivamente alcuni aspetti di quelle dure sentenze e, in particolare, il loro esito violento per mano del potere civile non possono non costituire oggi per la Chiesa – in questo come in tutti gli analoghi casi – un motivo di profondo rammarico. Del resto – prosegue il cardinale Sodano – questa condanna fu un evento che scaturì dalla dura reazione controriformista ai tentativi di modificare i temi della fede religiosa iniziati alcuni decenni prima con la riforma protestante. Si usò durezza con durezza anche se, nel suo caso, Papa Clemente VIII cercò con ogni mezzo di salvargli la vita e si oppose contro ogni tortura. Giordano Bruno non potrà essere certo riammesso nella comunione dottrinale, ma deve essere chiaro che la Chiesa predilige altri sistemi per correggere gli errori e che sono il perdono, il dialogo, la comprensione, la libertà di coscienza nella quale maturare la comprensione verso gli errori e attendere fiduciosi la conversione degli erranti”.

Ma Bruno, prima, chi se lo filava?

Non so perché mi viene a mente questo quadro molto interessante, impossibile da non condividere: “C’è uno splendido racconto di Borges nel quale un eretico e un custode della fede a lungo e ferocemente si contrappongono. Quando l’eretico infine brucia sul rogo, il suo volto, per un attimo, si rivela essere quello stesso del custode della fede. Non le due facce di una stessa medaglia dunque, ma una medaglia che ha nel recto e nel verso la medesima immagine (…). Più banalmente: lo stesso italiano che divorzia dalla moglie, e che vive con l’amante dalla quale ha avuto due figli, partecipa compunto a una dimostrazione contro il divorzio e firma contro i dico. Ma di fronte al duplice comportamento dell’italiano nei riguardi dei dettami della Chiesa si potrebbe scrivere un trattato piuttosto voluminoso. Gli esempi potrebbero continuare a centinaia”. (2)

La massoneria ne fece un simbolo della lotta alla Chiesa

La massoneria ne fece un eroe

Dunque Giordano Bruno muore sul rogo il 17 febbraio del 1600 – a Campo de’ Fiori, appunto – ed è curioso che fino al 1800 di lui non si sente parlare, della sua storia non si sa nulla o quasi, è un soggetto eretico non solo per la Chiesa Cattolica ma anche per il Protestantesimo storico. Si tace di lui fino a quando, nel 1802 il filosofo idealista Schelling (appassionato di gnosi cristiana antica) gli dedica un “Dialogo” intitolato Bruno o del principio divino e naturale delle cose che non ebbe un successo immediato, né suscitò quella curiosità verso il destinatario del testo che Schelling sperava.

Poi, da dopo l’unificazione d’Italia nel 1861, la propaganda anticattolica filo massonica inizia ad usare il “caso Giordano Bruno” per montare una campagna di accusa contro la Chiesa e l’Inquisizione. Non a caso la massoneria dell’epoca “canonizzerà” Giordano Bruno “martire del libero pensiero”. L’apice di questo progetto viene raggiunto nel 1889 quando, nel giorno della Pentecoste — bella provocazione! –, il governo massone di Crispi inaugura il monumento divenuto famoso in piazza Campo de’ Fiori, con un Giordano Bruno vestito pure da frate predicatore domenicano.

Pochi sanno che Crispi impose alla Chiesa il “silenzio stampa” per tre giorni consecutivi all’inaugurazione del monumento. Da questo momento nasce il “mito di Giordano Bruno, martire del libero pensiero”.

Se questo è un “martire del libero pensiero”…

Dalla fine dell’800 e grazie alla propaganda anticattolica della massoneria, Giordano Bruno diventa così un eroe e un martire. In verità, si dovrebbe avere l’onestà intellettuale – e proprio in rispetto del libero pensiero – di ammettere che Bruno fu spesso contraddittorio nell’esposizione del suo pensiero e che le sue teorie furono ambigue e arricchite da molte idee ed interessi che avevano animato fin dal principio la testa di questo grande pensatore. Senza dubbio alcuno, infatti, di acume ne aveva, ma, come accade solitamente a molti grandi geni e ai grandi artisti, anche per lui le sue stesse distrazioni lo indussero verso quella superbia che fu la sua stessa rovina. Non dimentichiamo che lui stesso era intransigente e superbo a tal punto che definiva il suo pensiero “aristocratico” e sosteneva che la verità “non va comunicata a qualsiasi persona”.

Nel 1576, nel tempo in cui era un frate domenicano (da qui il nome Giordano dal momento che quello di battesimo era Filippo) ed era stato ordinato già sacerdote, inizia ad avere delle dispute con dei confratelli in cui emerge un atteggiamento di credenza filo-ariana.

I confratelli vogliono andare fino in fondo: viene così fuori una posizione gravemente anti-trinitaria che il Bruno espone con tanto fervore da mettere in allarme i confratelli. Inizia così la prima fase istruttoria voluta dall’Ordine Domenicano in vista di un processo inquisitorio a causa della divulgazione che nel frattempo stavano avendo le sue eresie.

Una cosa va detta ad onore del vero: l’Ordine Domenicano tentò fino all’estremo e fino all’ultimo di proteggerlo e di difenderlo, tanto che non fu l’Ordine a togliergli l’abito, ma fu Giordano a riconsegnarlo, fu lui a comprendere la situazione e a riconoscere di non essere più in comunione con la Chiesa, men che meno con il carisma di San Domenico il quale aveva fondato l’Ordine dei Predicatori per predicare la Veritas, quell’Incarnazione di Dio che ora egli rigettava, mentre stava così maturando una sua verità personale alla quale non voleva più rinunciare.

Riguardo a questa clemenza dei suoi superiori, è lo stesso Giordano a darne testimonianza durante il processo. Alcuni episodi confermano questa clemenza. Una volta gli venne in mente di gettare via tutte le varie immagini dei Santi che gli capitavano sotto gli occhi, mantenendo venerazione esclusivamente per il Crocefisso. Un’altra volta, nel vedere un novizio intento a meditare su Historia delle sette allegrezze della Beata Vergine Maria, un piccolo libretto devozionale e di meditazioni a firma di Bernardo di Chiaravalle, senza troppa gentilezza lo intimò di gettarlo via per dedicarsi piuttosto alla sola vita dei santi Padri della Chiesa. I suoi superiori conoscevano queste “stranezze” di fra’ Giordano e mai ricevette per queste delle sanzioni disciplinari: tuttavia questi piccoli episodi fecero emergere l’insoddisfazione dottrinale di fra’ Bruno e soprattutto fecero trapelare la sua indisciplina verso le questioni devozionali quali il culto dei Santi.

Questa clemenza ha una sua ragione che è onesto riferire a voi lettori. Stiamo parlando di un’epoca travagliata nella quale gli scandali interni alla Chiesa stessa farebbero impallidire gli scandali a cui assistiamo oggi.

Anni in cui non c’era da processare solo Giordano Bruno perché gettava i santini dei Santi o perché preferiva che un novizio studiasse i Padri della Chiesa anziché libretti devozionali: l’ignoranza era ben diffusa e solo in quel tempo in cui Giordano fu sotto processo, l’Ordine Domenicano aveva emanato ben 18 sentenze per scandali sessuali e pure omicidi, infanticidi, aborti. In questo clima, il caso di Giordano non solo era fra i tanti casi di cui la disciplina della Chiesa doveva occuparsi, ma in un primo momento fu probabilmente il meno urgente.

Quando Giordano comprende che sotto processo sta rischiando l’accusa di eresia, a quel punto decide di abbandonare Napoli dove si trovava e si rifugia a Roma presso il Convento dei domenicani, Santa Maria sopra Minerva nel 1576, dove viene tranquillamente ospitato dal superiore, tale Sisto Fabri il quale diventerà poi Maestro Generale dell’Ordine nel 1581.

Odiato dai protestanti, non dai cattolici

Terminata dunque la fase istruttoria, Giordano comprende la situazione, lascia di sua spontanea volontà il convento di Napoli e inizia il suo peregrinare. Non avendo voluto ritrattare le sue eresie sulla Santissima Trinità, viene allora scomunicato e non farà più rientro nella Chiesa.

Questo suo vagabondare, che lo porterà in giro per l’Italia e poi anche in Svizzera, in Francia ed Inghilterra, gli farà gettare l’ancora presso i calvinisti. Solo che non ricevette il trattamento dei Domenicani o della Chiesa stessa che nonostante la prima condanna lo lasciò girovagare liberamente senza più curarsi di lui. Sì, Giordano Bruno divenne anche protestante e per un periodo stette con loro. Tuttavia anche qui si dimostrò insofferente e inappagato.

Dunque a Ginevra diventa calvinista, era il 1579, ma non dura molto: scrive un libello contro un professore della locale università, Antoine de la Faye, e a quel tempo i calvinisti non erano certo delle damine crocerossine. Decidono così di arrestarlo e metterlo sotto processo.

Minacciato di “venire torturato e condannato a morte”, Giordano Bruno abiura e ritratta le accuse. Viene allora riammesso alla “cena protestante” (la santa cena) ma stranamente non viene revocata la scomunica del tribunale calvinista con la minaccia della condanna a morte.

Nel 1991 lo storico inglese John Bossy pubblica un testo chiave, G. Bruno e il mistero dell’ambasciata, dove il libero pensatore viene identificato in un “agente segreto” che passava agli inglesi le informazioni utili a sventare complotti spagnoli contro il trono di Sua Maestà, col nome in codice “Fagot”.

Ma non è finita. Giunto in Germania, Bruno si avvicina anche ai luterani, fino a scrivere un elogio per Lutero, anche se, per quella cifra di contraddizione che sempre lo contraddistinguerà, in un’altra sua opera definisce il Protestantesimo come “una forza pericolosa ed anti illuminista”. Tuttavia i luterani non sono sprovveduti – in fondo il personaggio era già conosciuto – e così il Bruno riceve l’ennesima delusione: anche i luterani, dopo i calvinisti, lo scomunicano a Helmstdt nel 1589, minacciandolo di morte se non pronuncia l’abiura. Così Bruno, dopo aver abiurato, va via anche da loro.

Insomma, in pochi anni Giordano Bruno è scomunicato dalla Chiesa Cattolica, dai calvinisti, dai luterani ed è probabile che a creargli così tante avversioni non fossero solo questioni dottrinali, ma anche un temperamento “complesso e mancanza d’equilibrio” come si percepisce dai testi che ci ha lasciato e che poi vennero presentati come il frutto della “genialità del libero pensiero”.

Non staremo qui a narrare le sue frequentazioni esoteriche e dei circoli di maghi: come abbiamo detto, non abbiamo l’intento di giudicare il suo pensiero, ma solo di focalizzare come arrivò a Campo de’ Fiori e perché, di conseguenza, si verificò la strumentalizzazione della massoneria nell’eleggerlo un martire contro la Chiesa Cattolica.

Perché fu bruciato?

Senza dubbio Giordano Bruno sfidò la sorte, determinando per se stesso un verdetto rovinoso.

Abbiamo già detto che, dopo la prima condanna di eresia da parte della prima istanza curata dai Domenicani, Giordano Bruno, pur essendo fuggito da Napoli, rimase libero di continuare a fare ciò che voleva e di come nel suo girovagare riuscì a farsi condannare anche dai calvinisti e dai luterani e da questi, invece, dovette scappare per non incorrere nella pena di morte pronunciando comunque l’abiura.

Le tappe verso la morte sono due. Giordano giunge a Venezia ospite presso un patrizio disposto a spendere molti soldi per ottenere da lui (oramai famoso) “l’arte magica della memoria artificiale”, ma il suo mecenate rimane deluso. Inoltre Giordano si è stufato e vuole andare via: in più, il suo ardire eretico e sacrilego contro la dottrina e la Messa “disgustano” il patrizio al punto tale che finisce per denunciarlo all’Inquisizione. L’Inquisizione conosceva perfettamente la presenza dell’eretico in città, ma non agisce fino a quando non scatta la denuncia. L’anno prima, 1591, Bruno è infatti a Padova ad insegnare pubblicamente sperando di ottenere, invano, la cattedra in matematica.

A quel punto Bruno, vedendo il tradimento del patrizio, chiederà lui stesso di essere giudicato dal tribunale di Roma e Venezia acconsente. Come davanti al tribunale calvinista, anche a Venezia Bruno nella prima istanza fa abiura: in un primo momento, si getta in ginocchio e si dichiara pronto a rinnegare ogni eresia. Ma cosa fa? Invece di pentirsi veramente chiede che l’abiura non sia “ufficialmente pubblica, né pubblicata”, pretende che resti segreta, ricattando in un certo senso gli inquisitori per il fatto di essere pur sempre un domenicano e per il bene dell’Ordine era meglio se il tutto rimanesse appunto coperto (mancava dall’Ordine oramai da anni senza indossare l’abito da cui aveva ricavato delle calze). Proprio per la delicatezza del caso, giunge così a Roma come da lui stesso chiesto.

In verità, Giordano Bruno voleva andare a Roma perché aveva in mente di influenzare con le sue “arti magiche” – o se preferite l’arte oratoria e dei giri di parole – il Pontefice, cosa che ovviamente non gli riuscirà. Per altro, Giordano si occupava di pratiche di “magia nera”, attraverso la quale tentava di esercitare proprio una sorta di coercizione della mente, un controllo sulla psiche, una sorta di illusionismo sorretto da una certa forma di ipnosi, ma non ce ne occuperemo in questa sede.

Dai lavori del primo vero processo dell’Inquisizione, questi furono gli atti di accusa che Giordano Bruno confermerà come fatti reali:

  1. avversione alla fede cristiana;
  2. negazione della SS.ma Trinità;
  3. negazione della divinità del Cristo;
  4. negazione dell’Eucarestia (dileggerà con una risata anche la santa cena calvinista);
  5. negazione della verginità di Maria e della Messa in quanto “sacra”…
  6. credenza nella trasmigrazione delle anime;
  7. pratiche magiche.

Non si era più solo nell’eresia riguardo un tema o un articolo di fede, ma in una gravissima apostasia, con l’aggravante dell’esoterismo e della magia. Qui inizia la storia occultata creata a tavolino dalla massoneria e dalla storiografia dell’800.

I lavori dell’Inquisizione romana cominciano il 27 febbraio del 1593. Giordano Bruno viene trattato con i “guanti bianchi”, non subisce torture se non dopo il settimo anno di processo (dicono che ne subì una sola, ma probabilmente nessuna) (3), e tanto durò il suo caso perché il Papa, ad un certo punto, fa riaprire il processo dopo un finale quasi raggiunto chiedendo che vengano raccolte tutte le sue opere e “passate al vaglio dai teologi per valutarne il contenuto”. In verità, al papa piaceva lo spirito di Giordano Bruno e cercò in tutti modi di trovare nelle sue opere qualche spunto di sana ortodossia riguardanti la Scrittura e la Tradizione, vista la sua stessa passione per i Padri della Chiesa.

Il papa stesso presiedette quasi a tutte le udienze e spesso intervenendo cercando di comprendere la complessità del soggetto. È una grave disonestà intellettuale tacere che il papa cercò fino alla fine di salvare Giordano Bruno. Lo stesso cardinale (santo, dottore della Chiesa e gesuita) Roberto Bellarmino, lo trattò con grande riguardo, cercando di valutare con attenzione eventuali appigli per salvarlo.

Dai documenti finali del processo definitivo, durato sette anni, saltò fuori dunque che Bruno affermava:

  1. che Gesù era un peccatore come tutti gli uomini e che non era Dio Incarnato;
  2. che l’inferno era una invenzione romana;
  3. che Caino non peccò uccidendo Abele;
  4. che Mosè era un mago e che inventò le tavole della Legge.

Bruno comunque decide anche qui, in un primo momento, di abiurare, ma quando sta per farlo, inizia a tentennare e ritorna sulle sue decisioni. Riceve due volte il termine di 40 giorni entro i quali prendere una decisione, ma tutto è inutile. Interviene il Maestro dei Domenicani dopo gli 80 giorni concessi: Bruno gli dice di essere stato frainteso, si riportano allora tutti gli atti del processo ma con un atteggiamento di sfida li riconferma uno per uno. Comincia ad apparire evidente la presa in giro del soggetto. Bruno vuole solo guadagnare tempo. Il papa decide allora di cambiare strategia: l’8 febbraio gli vengono letti pubblicamente gli atti del processo con la decisione della condanna quale “eretico formale”, cioè, eretico “consapevole e convinto delle sue posizioni” e quindi a rischio.

Nonostante la condanna, il cardinale Bellarmino, su suggerimento del Papa, ci riprova, lo va a trovare in cella per convincerlo a ricredersi, lo fa incontrare con due santi predicatori domenicani, ci prova anche un predicatore francescano, ma non c’è nulla da fare.

Il 17 Febbraio del 1600, Giordano Bruno viene consegnato al braccio secolare per essere giustiziato (4).

Quel monumento “malinconico”…

Giordano Bruno aveva idee non solo eretiche, ma sovversive e di natura politica. Sia gli inglesi che i calvinisti a Ginevra lo giudicano essi stessi un “pericoloso che mette a rischio l’ordine costituito”: tanto per capire il linguaggio dell’epoca è come se lo avessero additato come una sorta di “brigatista” degli anni ’70 o se preferite un mafioso.

Non dimentichiamo che il tribunale calvinista lo condanna per eresia minacciandolo di tortura e di morte se non fa abiura. Qui infatti Giordano fa l’abiura e si salva, ma deve andare via: non ci risulta ci sia mai stato un Mea Culpa dall’ala protestante.

Un altro grande personaggio (il cui nome forse è sconosciuto ai più) è Michele Serveto (1511-1553), umanista, teologo e medico spagnolo, scopritore della circolazione polmonare del sangue, uomo dal carattere impetuoso ed irruento. A causa delle sue posizioni antitrinitarie fu arso vivo a Ginevra il 27 ottobre 1553 dal riformatore Giovanni Calvino, il quale gli negò persino l’avvocato. Ma la risposta ancora non ci soddisfa.

La Chiesa all’epoca collaborava con il legittimo “Ordine costituito”, esercitato dal braccio secolare, che prevedeva la pena di morte, come lo è ancora oggi in alcuni Stati nel mondo e come lo era in Francia fino al 1953. Quindi la Chiesa aveva il diritto e il dovere di intervenire, laddove era di sua competenza, per frenare il cadere dei valori del proprio tempo. Inoltre era un frate domenicano, seppur rinnegato, dunque rientrava nelle sue competenze, ed è invece indicativo che durante il processo non gli venne mai imputato l’essere diventato protestante.

Non dimentichiamo che nel 1535 venivano decapitati Tommaso Moro e il vescovo John Fisher per essersi opposti alla supremazia di Enrico VIII quale capo della nuova chiesa in Inghilterra. Non ci risulta che i loro monumenti siano stati usati contro l’Inghilterra, il re o la regina!

La lotta contro le eresie non può essere giudicata con la mentalità odierna, né essere valutata con un becero moralismo in base a norme giuridiche democratiche che all’epoca semplicemente non esistevano e dove la pena di morte era applicata ovunque. Lo stesso mea culpa di Giovanni Paolo II parla senza dubbio di “dolore, rammarico” per i modi attraverso i quali la Chiesa stessa si adoperò per certe condanne, ma non condannò affatto i suoi Predecessori nelle sentenze riguardo alla fede ed ai costumi giustamente difesi.

Il pregiudizio anticattolico è davvero duro a morire.

Il pregiudizio anticattolico è davvero duro a morire. E il più diffuso al mondo.

Cerchiamo di rispondere ora alla domanda sul monumento. Il 9 giugno 1889, giorno di Pentecoste, sotto il pontificato di Leone XIII, veniva inaugurato a Campo de’ Fiori, il monumento di Ettore Ferrari, lo scultore che nel 1904 sarà eletto “Gran Maestro” della massoneria. Alla base del monumento si legge un’iscrizione del filosofo Giovanni Bovio, oratore ufficiale della cerimonia di inaugurazione: A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse.

In verità a nessuno interessava il vero pensiero di Giordano Bruno: all’epoca dell’inaugurazione del monumento, egli era semplicemente l’icona di una nuova arma in mano alla massoneria contro la Chiesa e il Pontefice. Poco si dice che, durante i lavori per la realizzazione del monumento, le cose non andarono in modo pacifico. Ogni giorno si dovette assistere a scontri anche gravi tra coloro che volevano il monumento e quanti non lo volevano perché appariva chiaro che questo era una provocazione e si ergeva contro il papato e contro la Chiesa intera.

Crispi, diventato capo del governo, nel 1887 avvia i lavori per la statua senza chiedere alcun parere: anzi, ben sapendo della vile provocazione, vuole che questa sia proprio una sfida alla Chiesa. Durante questo anno, il comune di Roma – nel quale erano affluiti cattolici-moderati tipo un “pidino” moderno, tanto per capirci – cercò di evitare il monumento tentando di aggrapparsi a risposte burocratiche e non è certo normale che una intera giunta comunale finisca per cadere e per essere rimossa a causa di un monumento! Il clima rimase arroventato per tutto l’anno, vedendo ogni giorno scontri soprattutto fra gli studenti pro e contro il monumento.

Infine Crispi, strumentalizzando la gravità stessa degli scontri scatenati dall’inaugurazione della statua, ordina un divieto alla Chiesa di far manifestare i contrari e le impone il silenzio per tre giorni. In verità egli sapeva che non erano pochi i contrari al monumento e di conseguenza impone paradossalmente il silenzio al libero pensiero, mentre ne benedice l’icona. Ma non è finita.

Alla fine del 1887, infatti, poco prima dell’inaugurazione, il re firma a sorpresa un decreto con il quale rimuove il sindaco di Roma: in apparenza non c’è spiegazione, ma di fatto Leopoldo Torlonia aveva commesso l’errore e l’imprudenza di far recapitare al papa Leone XIII un omaggio di solidarietà e filiale devozione. Tanto bastò perché i difensori del “libero pensiero”, al quale stavano per innalzare un monumento, rimuovessero dal suo incarico, paradossalmente e con palese contraddizione, un sindaco che aveva espresso altrettanto liberamente un omaggio filiale. Non dimentichiamo che Leone XIII fu odiato dalla massoneria molto più di Pio IX.

Papa Leone era stato il primo pontefice a condannare senza mezzi termini la massoneria, addirittura attraverso una enciclica che, come disse Ratzinger, è ancora attualissima e valida sia nei contenuti sia nelle condanne ad essa relative (5).

Un gesto riconciliatore?

Porta Pia era stata conquistata, il Risorgimento era all’apice della sua ubriacatura anticattolica: Giordano Bruno diventa così l’icona della non sottomissione a nessuno, la prima vera icona dell’uomo senza un Dio, l’ideale quale simbolo massonico e non a caso è definito il “monumento malinconico” alla cui inaugurazione parteciparono circa tremila massoni, raggruppati sotto i labari delle logge di appartenenza. Non è un caso che lo stesso filosofo liberale Benedetto Croce (1866-1952) attaccò affermando «l’idiota religione massonica», un’eredità che a suo parere era derivata dalla Rivoluzione francese.

Dopo i Patti lateranensi del 1929, si cercò con Pio XI di trovare una soluzione equa: erigere al posto della statua una Cappella in onore al Cuore divino di Gesù quale segno di riconciliazione e di espiazione (come vedete già prima del Giubileo del 2000 troviamo il desiderio del mea culpa), una sorta di riconciliazione sia per il Giordano che, pur pagando per le sue idee, era comunque sia un rinnegatore dell’Incarnazione di Cristo (e volle morire rifiutando i sacramenti), sia per la Chiesa stessa che stava maturando sulla crudeltà ma soprattutto sull’inefficacia di certi metodi che all’epoca erano “normali” e facevano parte dell’ordinamento civile.

Vogliamo concludere queste riflessioni riportando un passo della rivista Civiltà Cattolica del 1890 vol.7 pag.98 nella quale leggiamo testualmente:

“Il giorno 9 giugno ricorreva l’anniversario, d’ infausto ricordo, del monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori. Chi l’avrebbe mai creduto che un anno dopo di quella sacrilega e sguaiata gazzarra, si sarebbe veduto lo spettacolo dell’indifferenza e dell’oblio verso un personaggio di cui la massoneria ha voluto fare un soggetto di perenne offesa a Dio, alla Chiesa e al buon senso del popolo romano? La verità è che la festa anniversaria è riuscita a un fiasco solenne e vergognoso; perocché, mancando quelle poche migliaia di persone calate, l’anno scorso, a Roma da ogni parte d’Italia, ubbidienti agli ordini della mala sétta e aiutati di uno scandaloso permesso del governo, che si potea aspettare in una città dove il popolo è addirittura renitente a piegarsi al giogo dell’iniquità? E’ stato detto e assicurato da persone degne di fede, che quelli che la domenica giorno 9 si recarono a deporre una corona sulla base del monumento, rimasero umiliati e confusi, non avendo trovato in Campo de’ Fiori altro pubblico che quello del fruttivendolo e dei bagarini, né altri applausi riscossi che le risa e i motteggi di quella brava gente”. (6)


NOTE

1) Franco Cardini articolo su Avvenire del 2004.

2) Andrea Cammilleri (l’ideatore della fortunata serie: Montalbano), intervista febbraio 2009 per descrivere cosa è e come è visto l’italiano oggi.

3) «Bruno non fu mai torturato e la diversa convinzione o dubbi al riguardo dipendono da una scarsa conoscenza dello stile del Sant’Ufficio romano: il termine usato per Bruno, “stricte”, indicava un interrogatorio stringente, con contestazioni specifiche, mentre la tortura veniva formalizzata in termini diversi, con il voto previo dei consultori, durante una seduta della Congregazione». A. Del Col, L’inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Arnoldo Mondadori Editore 2007.

4) Il processo a Giordano Bruno

5) Leone XIII, condanna della massoneria, Humanum genus.

6) Civiltà Cattolica del 1890 vol.7


Suggeriamo, infine, anche il libro di Rino Cammilleri e AA.VV. Piccolo manuale di apologetica ed. Piemme. Per le fonti prettamente cattoliche ho usato anche il testo originale, in mio possesso, de “Il Movimento Cattolico” Anni 1888-1889, documentazione ordinaria degli eventi ecclesiali e pontifici, dalla pag. 245 e seguenti è descritta la situazione inerente al caso dell’inaugurazione del monumento con i giornali dell’epoca.

(fonte: papalepapale.com)