Padre Nostro: quella traduzione che divide la Chiesa

“Non ci indurre in tentazione”, il Catechismo…. «Questa domanda va alla radice della precedente, perché i nostri peccati sono frutto del consenso alla tentazione. Noi chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa…..»

Bisogna e dobbiamo capire bene che – il Padre Nostro – è stata una delle prime Preghiere CHE HA UNITO TUTTI I CRISTIANI in ogni luogo e che nessuno aveva mai messo in discussione nella sua forma stabilita da tutta la Chiesa. Il primo a metterne in discussione la traduzione (ma non solo della preghiera di Gesù) fu Martin Lutero…. Oggi invece si GIUSTIFICA con il concetto dell’interpretazione, un cambiamento di questa Preghiera che in verità conduce alla divisione…. perché modifica il senso della sua comprensione che è dottrinale.

  • Benedetto XVI spiegava bene – vedi qui – quanto fosse meglio LASCIARE il Padre Nostro come stava
    – E non c’indurre in tentazione
    “Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! (…)
    Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall’altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani.
    Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1Cor.10,13).”

IL CATECHISMO: VI. Non ci indurre in tentazione

[2846] Questa domanda va alla radice della precedente, perché i nostri peccati sono frutto del consenso alla tentazione. Noi chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa. Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa “non permettere di entrare in” (Cf Mt 26,41) “non lasciarci soccombere alla tentazione”. «Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (Gc 1,13); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.

[2847] Lo Spirito Santo ci porta a discernere tra la prova, necessaria alla crescita dell’uomo interiore (Cf Lc 8,13-15; At 14,22; 2Tm 3,12) in vista di una «virtù provata» (Rm 5,3-5) e la tentazione, che conduce al peccato e alla morte (Cf Gc 1,14-15). Dobbiamo anche distinguere tra “essere tentati” e “consentire” alla tentazione. Infine, il discernimento smaschera la menzogna della tentazione: apparentemente il suo oggetto è «buono, gradito agli occhi e desiderabile» (Gen 3,6), mentre, in realtà, il suo frutto è la morte.

«Dio non vuole costringere al bene: vuole esseri liberi… La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all’infuori di Dio, ignorano ciò che l’anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere» (Origene, De oratione 29).

[2848] “Non entrare nella tentazione” implica una decisione del cuore: «Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore… Nessuno può servire a due padroni» (Mt 6,21; Mt 6,24). «Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5,25). In questo “consenso” allo Spirito Santo il Padre ci dà la forza. «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).

[2849] Il combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. È per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul Tentatore, fin dall’inizio (Cf Mt 4,1-11) e nell’ultimo combattimento della sua agonia (Cf Mt 26,36-44). Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore, in unione alla sua, è richiamata insistentemente (Cf Mc 13,9; Mc 13,23; Mc 13,33-37; 2849 Mc 14,38; Lc 12,35-40). La vigilanza è “custodia del cuore” e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo Nome (Cf Gv 17,11). Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza (Cf 1Cor 16,13; Col 4,2; 1Ts 5,6; 1Pt 5,8). Questa richiesta acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale. «Ecco, Io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante» (Ap 16,15).


Le voci si rincorrono e più fortemente dobbiamo pregare con le parole della vera Tradizione della Chiesa, quelle parole che miriadi di Santi hanno pronunciato, senza pretendere di cambiarle…. quanto piuttosto di comprenderle, come intenderle. Parliamo dell’ennesimo tentativo – approdato ad un accordo ideologico – atto a modificare il significato del termine NON INDURCI… in tentazione, nella Preghiera del Padre nostro. Noi vi abbiamo proposto qui, l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino per comprendere perché è importante RESISTERE contro questa modifica della frase….  riportando anche integralmente  la breve e bellissima meditazione di san Francesco d’Assisi….

A seguire invece l’ultimo ed interessante articolo sull’argomento, trattato dal domenicano Padre Riccardo Barile, che vi proponiamo anche qui, in video:


Barile-3provinciale2Padre nostro, come se il Catechismo non esistesse

Tante discussioni sul “Padre nostro” sarebbero state evitate se qualcuno si fosse preso la briga di leggere il Catechismo e la sua spiegazione di “non indurci in tentazione”. Ma c’è un problema più ampio: inutile spendere anni sulla traduzione di una parola quando preti e vescovi regolarmente modificano a loro piacimento le parole della Liturgia.

È vero che nella santa Chiesa di Dio ci sono problemi e difficoltà ben più rilevanti e gravi della revisione della traduzione del Messale italiano, però è altrettanto vero che le notizie degli ultimi giorni sono state comunicate con molte imprecisioni e si sono taciuti certi problemi di fondo. È anche vero che non si possono pretendere certe precisioni dalla stampa laica, la quale semplificando al massimo ha annunciato: “Adesso nella Messa cambia il Padre nostro, come ha voluto Papa Francesco”. In realtà non è così e i problemi non sono tutti qui, per cui credo opportuno offrire qualche considerazione in più e in ordine sparso.

.Anzitutto è necessario prendere coscienza che, abbandonato l’uso del testo latino e adottate le lingue vive, una revisione delle traduzioni è necessaria almeno una volta ogni 100 anni o, ancor meglio, ogni 50. L’ovvia ragione è che la lingua cambia: cambia a volte il significato di qualche termine e cambia insensibilmente il modo di esprimersi e per convincersene basta leggere un giornale di cent’anni fa.

Basta anche consultare il Messale nella orazione per un coniuge defunto, dove la traduzione in corso (1983) usa prima il termine “sposo/sposa” e poi subito dopo “compagno/compagna”, che oggi non significa più sposo/sposa, ma la persona convivente in una unione di fatto. Tra parentesi, tutto si sarebbe evitato se si fosse tradotto alla lettera l’unico termine che il latino usa: “famulus / servo”: “accogli la tua serva e custodisci il tuo servo, perché, uniti in vita dal vincolo dell’amore coniugale, nell’eternità siano riuniti nella pienezza del tuo amore”; invece si è voluto tradurre prima sposo/sposa e poi compagno/compagna – per il NT siamo figli e servi, ma per certi preti siamo solo figli e non siamo più servi di Dio – e  bisogna per forza cambiare.

Insieme a queste ragioni linguistiche ce n’erano anche altre e cioè i cambiamenti teologici sul modo di tradurre richiesti da Liturgiam authenticam (28 marzo 2001), documento contestato dall’inizio ad oggi, per cui 16 anni di gestazione del lavoro di traduzione rischiano di produrre un risultato con criteri diversi e non unitario. Speriamo in bene.In ogni caso il lavoro di revisione era necessario non solo per cambiare l’inizio del Gloria e la fine del Padre nostro, ma anche per tradurre ex novo i formulari per i nuovi santi o altri formulari di messe aggiunte, come il formulario di una messa per richiedere la continenza (e viste le notizie attuali, sarà un formulario da usare di frequente!). Insomma, la realtà è molto più complessa delle semplificazioni di una certa comunicazione.

Venendo al Padre nostro e alla riformulazione della sesta domanda “non ci indurre in tentazione”, credo che bisogna mettere il cuore in pace: dopo che dai vescovi sarà approvata anche dalla Santa Sede, andrà accettata come esercizio di disciplina ecclesiale.

Ciò precisato, non è la soluzione migliore, dal momento che la complessità del testo rende insufficiente ogni traduzione, per cui sarebbe stato preferibile rimanere con la traduzione acquisita, tra l’altro supportata da tanta catechesi e da autorevoli commenti.
Credo utile porre in evidenza due considerazioni che non entrano in merito alla traduzione, ma al contesto ecclesiale.

Prima considerazione: la scelta della modifica era già nell’aria e allo studio da tempo e non è avvenuta, come comunicato da alcuni giornali, semplicemente a seguito di frasi immediate di Papa Francesco in un’intervista. Fuori dubbio che il Romano Pontefice ha l’autorità non solo di suggerire ma di imporre un cambiamento del genere, ma si tratta di richiedere un atto serio e impegnativo di obbedienza, che deve essere richiesto in modo altrettanto impegnativo, cioè con un documento ufficiale e redatto nella debita forma. Salva la libertà del Papa di concedere interviste e reagire a caldo, va evitato il messaggio sbrigativo e sbagliato che nella Chiesa si cambia qualcosa perché il Papa ha pronunciato una battuta in un’intervista.

Seconda considerazione: il cambiamento di traduzione mette in crisi il CCC 2846-2849 sulla spiegazione della sesta domanda del Padre nostro, dal momento che il CCC ragiona a partire dal testo latino reso fedelmente in italiano con “e non ci indurre in tentazione”. Personalmente ritengo che, invece di modificare la traduzione, sarebbe stato meglio stare alla traduzione precedente e approfondirne il senso con la profonda spiegazione che ne fa il CCC. Ma ormai il CCC da certuni è consultato e citato solo per affermare l’esigenza di cambiarlo. Comunque a uso dei lettori riportiamo qui il testo in oggetto, che consiglio caldamente non solo di leggere, ma di rileggere, tenere a mente e meditare: la recita del Padre nostro e la vita cristiana spiccheranno un salto di qualità più prezioso di tutto il vociare che ha accompagnato la nuova traduzione.

A livello minore poi la Bibbia CEI 2008 ha cambiato anche uno degli ultimi versetti del Magnificat: “come aveva promesso ai nostri padri” (Lc 1,55) è diventato «come aveva detto ai nostri padri»”, testo più fedele agli originali greco e latino e non limitato alle promesse, ma aperto ad ogni parola di Dio ai padri. Se ne terrà conto nella recita abituale del Magnificat? Ecco dunque un altro esempio della complessità della nuova edizione.

Si potrebbero affrontare tanti altri argomenti sulla nuova edizione italiana del Messale, ad esempio il canto dei testi liturgici, in particolare i dialoghi tra il sacerdote e il popolo. Tornando però ai testi e alle traduzioni, c’è una considerazione finale molto amara ma purtroppo realistica, ed è questa: coloro i quali hanno trascorso molto tempo a studiare le parole ad una ad una e coloro (i vescovi e la Santa Sede) che autorevolmente confermeranno le soluzioni adottate, si rendono conto che molti preti con libertà cambieranno le parole del Messale mandando all’aria con un soffio ore di dibattiti, di ricerche sui dizionari, di consultazioni di esperti? Non posso neppure immaginare che non se ne rendano conto. E allora perché non intervengono ribadendo con chiarezza che “non s’ha da fare”?

Ciò in realtà capita perché non è più interiormente vissuto ed esteriormente confermato (sino ad arrivare a interventi correttivi) il principio enunciato dal concilio – non di Trento ma Vaticano II – che «Regolare la sacra Liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa, che risiede nella Sede Apostolica e, a norma del diritto, nel Vescovo … nelle competenti assemblee episcopali territoriali. Perciò nessun altro, assolutamente, anche se sacerdote, aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa, in materia liturgica» (SC 22).

“Aggiungere / togliere / cambiare” sono le tre forme degli “abusi”, ricordate dal n. 24 della Istitutio Generalis del Messale Romano (2000) e nella Redemptionis sacramentum n. 31: i sacerdoti «non svuotino il significato profondo del loro ministero, deformando la celebrazione liturgica con cambiamenti, riduzioni o aggiunte arbitrarie». Ora questo procedimento si applica non solo ai gesti e ai movimenti, ma alle parole: quante parole dei testi liturgici taciute, aggiunte o modificate!

Il problema non è il prete clown o il prete che proclama “il Credo non lo diciamo perché non ci credo”: questi sono casi limite, dove sostanzialmente si reagisce bene prendendo le debite distanze. Il problema sono i preti buoni e normali, soprattutto quelli che “sanno parlare alla gente” o peggio che “non parlano da preti ma come la gente”, i quali ormai non hanno più coscienza che osservare le rubriche e non modificare i testi dove non è previsto è un atto di osservanza della disciplina della Chiesa e di trasmissione della tradizione. Come mai? Beh… a causa di una carente formazione in seminario e del non intervento dei vescovi (fatto salvo il segreto del cuore di ognuno che Dio solo conosce).

Lo so che si obietta: “In antico non era così, i testi erano autorevoli ma non costrittivi”. Vero, ma appunto “in antico”. Ciò significa che a certe fasi di vita della Chiesa ne subentrano altre dove maturano altri valori e non è detto che l’antichità di una prassi sia sempre un criterio assoluto di perfezione. In ogni caso l’obbedienza alla normativa liturgica e a pronunciare i testi senza i tre abusi ricordati anche laddove i testi potrebbero in un futuro essere modificati in meglio, è adattarsi all’attuale ritmo di marcia della Chiesa; è attendere – pur presentando una proposta di modifica a chi di dovere – che la modifica sia vagliata e acquisita nel più ampio contesto ecclesiale e non da uno solo o da un piccolo gruppo; è avere l’umiltà di fare la coda allo sportello; è servire meglio Gesù Cristo servendo il popolo di Dio.

Sarebbe auspicabile che consegnando la nuova edizione del Messale si ricordasse tutto questo con una lode per chi lo sta già praticando, evitando di confonderlo con i ritualisti, gli esteti, i neopelagiani ecc. e risparmiandolo dalla scudisciata verso costoro.

Altrimenti a che sarà servito tanto studio nello scegliere le parole se poi più di un prete (vescovo?) le cambia e lo fa senza timore, tanto è sicuro che nessuno interverrà? Si continuerà – e qui concludo ridendo – con un abuso che ho sentito: nella preghiera che segue il Padre nostro uno al posto di “vivremo sempre liberi dal peccato” ha detto “vivremo sempre liberi” e basta. A me è subito venuto in mente il “Sempre libera degg’io” a chiusa del primo atto della Traviata. Che sarà la conclusione di chi cambia con disinvoltura le parole del Messale: un “traviamento”, un andare fuori strada. Che il Signore misericordioso ce ne liberi!

ASCOLTIAMO QUI ANCHE DON ALFREDO MARIA MORSELLI:


da Fabio Bertamini da FB che ringraziamo

RIEPILOGANDO: si tratta di scegliere tra la Lutero e la Fede cattolica. Il Signore ci induce, ossia CI INTRODUCE LUI, ci fa ENTRARE infatti alla tentazione, nel senso che ci mette alla prova – ma accompagnandoci (SENZA DI ME NON POTETE FARE NULLA) per rafforzare la nostra fede e per fare in modo che noi possiamo acquisire dei meriti. Mentre NON è affatto da Lui DI ABBANDONARCI, mai, durante la prova…. Per Lutero, invece, che ripudia il valore dello sforzo umano – DELLA GRAZIA – nel fare le opere buone e meritorie di fronte a Dio, l’idea che il Signore ci sproni alla lotta per la vita di fede è una assurdità (per Lutero Dio si limita a non imputare il peccato ai pochi predestinati). In questo senso, quindi, è più coerente la falsificazione “non abbandonarci alla tentazione”, coerente con l’immagine che si vuole dare alla “nuova chiesa”…. infatti, spiega san Paolo:

«Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1Cor.10,13), cambieranno anche questa frase di Paolo??   Dio NON CI ABBANDONA MAI e il solo metterlo in dubbio con questa assurda e puerile richiesta, non farà altro che allontanare gli uomini dalle proprie responsabilità, addossando a Dio – che ci avrebbe abbandonati – se non supereremo la tentazione…. quelle PROVE che non possono mancare per poter esercitare il nostro libero arbitrio, si legga anche qui: Quale è il senso delle prove nella fede alle quali Dio sottomette i suoi figli?

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Una breve cronologia dei fatti che parte ben lontana, per la Chiesa in Italia, ecco a chi si deve “ringraziare”…

«Nel maggio del 2002 fu approvata la nuova versione del “Padre nostro” per il lezionario. L’arcivescovo Betori, che all’epoca era segretario generale della CEI, disse: “L’eventuale assunzione di questa traduzione nel rito liturgico e nella preghiera individuale si porrà al momento della traduzione della terza edizione del ‘Missale Romanum’. La decisione che viene presa ora pregiudica però in qualche modo la scelta futura, essendo difficile pensare la coesistenza di due formulazioni“»

Alessandro Magister, vaticanista.

«il dibattito sulla corretta traduzione del Padre Nostro risale agli anni 80 e ha interessato le voci più autorevoli della Chiesa. Tutti avevano la consapevolezza che qualsiasi traduzione sarebbe stata inadeguata a esprimere, in maniera compiuta e precisa, il significato profondo che le parole cercano di evocare. Molti di loro, però, ritenevano cercare una modalità espressiva più confacente a quanto la fede insegna e più rispondente al modo di sentire contemporaneo. Non va poi dimenticato che il passaggio dall’aramaico, al greco, al latino fino ad arrivare alle lingue moderne non è mai indolore. D’altra parte, anche i vescovi spagnoli e francesi avevano operato una traduzione più o meno simile a quella proposta dai vescovi italiani».

Monsignor Vito Angiuli, vescovo di Santa Maria di Leuca

«Questo è il senso che anche sant’Ambrogio attribuisce a quelle parole del Padre Nostro, per questo sono d’accordo con la nuova traduzione»

Cardinal Biffi

«Eravamo nell’anno 2000 e io fui presente a quella seduta, che ricordo molto bene, in quanto sottosegretario della Cei. Il fatto che sia Biffi che Martini avessero approvato questa traduzione fu considerata una garanzia per il Consiglio permanente, e poi per tutti i vescovi italiani, della bontà della scelta effettuata. Nell’esprimere la sua approvazione alla nuova versione ricordo che Biffi fece esplicito riferimento all’interpretazione di sant’Ambrogio della frase sulla tentazione. La scelta del Consiglio permanente fu quella di intervenire solo dove fosse assolutamente necessario per la correttezza della traduzione. Nel caso del Padre Nostro prevalse l’idea che fosse ormai urgente correggere il “non indurreˮ inteso ormai comunemente in italiano come “non costringereˮ. L’inducere latino (o l’eisfèrein greco) infatti non indica “costringereˮ, ma “guidare versoˮ, “guidare inˮ, “introdurre dentroˮ e non ha quella connotazione di obbligatorietà e di costrizione che invece ha assunto nel parlare italiano il verbo “indurreˮ. Quest’ultimo sembra attribuire a Dio una responsabilità – nel “costringerciˮ alla tentazione – che non è teologicamente fondata. Si scelse allora la traduzione “non abbandonarci allaˮ che ha una doppia valenza: “non lasciare che noi entriamo dentro la tentazioneˮ ma anche “non lasciarci soli quando siamo dentro la tentazioneˮ».

Monsignor Betori

“Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:/ Padre, sia santificato il tuo nome, / venga il tuo regno; / dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,/ e perdona a noi i nostri peccati, / anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, / e non abbandonarci alla tentazione, / ma liberaci dal male».”

Bibbia CEI 2008


E NON CAMBIATE NEPPURE IL GLORIA……

San Telesforo (Terranova da Sibari, … – Roma, 2 gennaio 137/138) è stato l’8º vescovo di Roma, Papa della Chiesa cattolica tra il 127/128 e il 137/138. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa.In base a quanto riportato dal Liber Pontificalis, si devono a Telesforo l’istituzione della “messa di mezzanotte”, della “liturgia dell’aurora” e della “liturgia della terza ora” a Natale, della celebrazione della Pasqua di domenica, del digiuno durante la Quaresima, e del canto del Gloria in excelsis Deo, secondo alcuni composto proprio da Telesforo, traendolo dai passaggi dei Vangeli e dalle Lettere di san Paolo.Ireneo di Lione, nella sua opera Adversus haereses, affermava che Telesforo subì un “glorioso martirio”. Tale affermazione fu ripresa, in seguito, da Eusebio di Cesarea nella sua Historia ecclesiastica.Fu sepolto nella Necropoli vaticana, accanto ai suoi predecessori.

Perciò… NON CAMBIATE IL GLORIA alla Messa (e neppure il PATER NOSTER, DITELO IN LATINO, SENZA CADERE NELLE POLEMICHE)…. Il Gloria in excelsis Deo è un antichissimo inno della liturgia cristiana. Insieme al Magnificat, al Benedictus (che si dice alle Lodi del mattino) e al Nunc dimittis (conosciuto anche come “il congedo” di Simeone appena ebbe riconosciuto il Messia, e si recita a Compieta), e diversi altri canti dell’Antico Testamento, fu incluso nel Libro delle Odi, una raccolta liturgica presente in diversi manoscritti della Septuaginta.Glória in excélsis Deo et in terra pax homínibus bonæ voluntátis.

Pio XII mise in guardia da quell’ ARCHEOLOGISMO LITURGICO… dal sapore protestantico… e ad essere pignoli, il Pater Noster aveva ben altra traduzione 😉 nel Pater Noster – il primo originale tradotto diceva: “panem nostrum supersubstantiàlem dà nobis hòdie”E allora… come mai si trova tradotto anche in questa forma MAI USATO DALLA CHIESA “Panem nostrum quotidianum (o cotidianum) da nobis hodie”?😉 alcuni traducono “supersubstantialem” come la giusta quantità per una giornata (ovvio che si parla di pane spirituale)…. come la manna nel deserto, tanto per fare un esempio… ma… siccome “panem nostrum supersubstantialem…” era – nel Miedioevo – MODIFICANDONE IL SIGNIFICATO e il senso, usato dalle sette pauperistiche cristiane di matrice ereticale che condannavano radicalmente ogni cedimento alla vita materiale, la parola supersubstantialem contraddistingueva infatti il Pater noster dei Càtari-Albigesi… la Chiesa così decise di non usarlo MAI… OGGI I VALDESI riprendono una parolina che la Chiesa NON AVEVA MAI INSERITO …. ergo, una domandina fatevela anche voi! eh!


AGGIORNAMENTO AL 6 DICEMBRE 2020

PADRE NOSTRO – Don Nicola Bux, migliaia di euro sprecati.

PADRE NOSTRO - Don Nicola Bux, migliaia di euro sprecati.

Don Nicola Bux, apprezzato consigliere di Papa Ratzinger, in questa intervista, contesta con minuzia di dettagli la scelta della CEI e di Papa Francesco di modificare la formula del “Padre Nostro”.

A proposito del nuovo messale e della clamorosa “nuova traduzione-interpretazione del Padre nostro”:

Non ci indurre in tentazione…

Prendiamo dunque il versetto in questione dal testo originale greco: “καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν”. La parola di interesse è “εἰσενέγκῃς” (eisenenkes), che per secoli è stata tradotta con “indurre”, ed invece nella nuova traduzione vediamo “non abbandonarci” (come i cavoli a merenda). Il verbo greco “eisenenkes” è l’aoristo infinito di “eispherein” composto dalla particella avverbiale eis (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da phérein (‘portare’) che significa esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è legato al sostantivo peirasmón (‘prova, tentazione’) mediante un nuovo eis, che non è se non il termine già visto, usato però qui come preposizione.

Tale preposizione regge naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il “complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione in, eis può reggere solo l’accusativo.

Come si vede, dunque, il costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce, per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione – tipo “non abbandonarci nella tentazione” – che faccia invece pensare a un processo essenzialmente statico.

Il latino “inducere”, molto opportunamente usato da san Girolamo nella Vulgata (traduzione della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e ‘ducere’ (condurre, portare), corrisponde puntualmente al greco eisphérein; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo temptationem, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco.

Quanto poi all’italiano indurre in, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.

Dunque la traduzione più giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata: “non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione, continua Don Nicola, è fuorviante, e oserei dire anche grottesca.

Anche il testo aramaico che è l’originale detto da GESÙ conferma quanto detto perla traduzione greca e latina.

Faccio notare che nella Sacra Scrittura Dio mette alla prova le persone in più circostanze a cominciare dall’albero dell’Eden, non ha mai ABBANDONATO NESSUNO NELLA PROVA, per cui sarebbe pleonastico chiedere questo nella preghiera!

Invece la preghiera di Gesù è molto più sottile e fantastica per noi, con essa chiediamo al Signore addirittura *che non ci metta proprio alla prova! …che ci ami e accetti il nostro povero amore senza che dobbiamo “provarlo”! Che spettacolo questo amore di Gesù! Lui infatti ha sopportato la PROVA per noi e ci dice di chiedere PADRE di “NON METTERCI ALLA PROVA” …questa semmai sarebbe la più giusta correzione traduttiva!

Un vero autogol della CEI , evidentemente nel clero la perdita della cultura del latino e  del greco e non parliamo dell’ebraico è giunta fino ai vertici episcopali da cui queste aberrazioni esegetiche!

Infine in questa circostanza valeva la pena di fare variazioni per altro modeste e per di più erronee e far spendere alla chiesa italiana migliaia e migliaia di euro x cambiare i messali ?

È una buona occasione per ricominciare a recitare il Padre nostro in Latino.

Chiude così la critica del Sacerdote “di Radio Maria” Nicola Bux.


RICORDA CHE:

Non dobbiamo semplificare i termini, soprattutto nelle Preghiere della santa Tradizione, perchè oggi non si comprendono più…🤓 piuttosto dobbiamo sforzarci di capire il perché si usano certi termini! Perciò, continuiamo serenamente a dire il Pater Noster come Gesù ha insegnato e i Santi Padri ci hanno grandemente spiegato.🙏😇


“et ne nos inducas in tentationem”… Come già spiegava san Tommaso d’Aquino nella Summa, con la frase “non ci indurre in tentazione” non chiediamo di non essere tentati in alcun modo, ma di non essere vinti dalla tentazione. Dio infatti, come insegna la Chiesa attraverso le Sacre Scritture, può permettere che l’uomo sia “indotto in tentazione”, per cui in Sir 2 si legge: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, sta nella giustizia e nel timore e prepara la tua anima alla tentazione”, e ancora: “Beato l’uomo che poteva trasgredire e non ha trasgredito, che poteva fare il male e non lo fece” (Sir 31,10).
Quando la Scrittura parla delle tentazioni di Dio, usa il termine “tentazione” in senso lato: Dio consente che siamo provati dai nostri nemici spirituali per offrirci l’occasione di maggiori meriti, ma non permetterà mai che siamo tentati sopra le nostre forze (cfr.Gc.1,12-18)
Ciò che l’espressione di sant’Agostino vuol significare (Dio inclina la volontà al bene e al male) è che Dio inclina direttamente la volontà al bene, e la inclina al male in quanto non lo impedisce, il che però dipende sempre dai sentimenti di chi già li ha volti a fare del male. Ma è chiaro che Dio non tenta mai nessuno incitandolo al male: questa è esclusivamente l’opera di Satana. In sintesi, in quella supplica del Pater Noster imploriamo Dio di non permettere che il Maligno possa prevalere sulla nostra debolezza.

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05/12/2018 – Nella nuova chiesa conciliare dove la parola d’ordine è “cambiamento” e dove è d’obbligo la repulsione verso tutto ciò che riguarda la Sacra Tradizione, non ci si poteva aspettare altro che la sostituzione delle preghiere tradizionali con le nuove invocazioni moderniste.

Ecco pronto un nuovo e infido colpo da maestro per annientare la fede passando attraverso il linguaggio moderno: manipolando i termini, infettando di ambiguità le parole e imponendo alla massa un’equivoca forma mentis, si ottiene facilmente la dittatura delle menti. Questo è il metodo utilizzato da chi vuole corrompere l’anima e la Verità. Basta che le nuove formule rivestite di distorto significato diventino un’abitudine, ed ecco diffusa l’anormalità nella consuetudine di vita, così che ognuno rigetti e disconosca ciò che è oggettivo e autentico. D’altronde, l’ambiguità e l’astuzia dell’essere umano possono raggiungere vette somme quando si tratta di scansare una norma di vita che gli è indigesta.

La prova più eclatante di quanto detto, è proprio la recente manipolazione, da parte della chiesa corrotta, delle preghiere del Pater Noster e del Gloria in excelsis Deo. Questione di tempo: dopo aver devastato la Sacra Liturgia e raso al suolo l’autentica Dottrina, ora ci si può “dedicare” alle preghiere: cosa vi è infatti di più tradizionale?

Dunque ecco mettere mano proprio al Pater Noster, la preghiera perfettissima. E a questa preghiera, viene sostituito ciò che disse Nostro Signore con una frase che confonde alquanto le idee: non più si deve recitare “non ci indurre in tentazione”, bensì “non abbandonarci alla tentazione”.

Ora alla domanda: perché questo cambiamento? ci sentiamo rispondere che “c’è più ricchezza di significato” oppure che è “maggiormente concorde con l’insegnamento di Gesù”. A prima vista quindi sembrerebbe una giusta modifica, se non fosse che proprio Nostro Signore Gesù Cristo ha pregato il Padre dicendo testualmente “et ne nos inducas in tentationem“. Perché il clero conciliare si arroghi il diritto di cambiare le parole di Cristo con il pretesto di spiegare la traduzione dal latino è evidente: quei termini cozzano contro la nuova religione imposta dal nuovo corso conciliare.

Come già spiegava san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica, con la frase “non ci indurre in tentazione” non chiediamo di non essere tentati in alcun modo, ma di non essere vinti dalla tentazione. Dio infatti, come insegna la Chiesa attraverso le Sacre Scritture, può permettere che l’uomo sia “indotto in tentazione”, per cui in Sir 2 si legge: Figlio, se ti presenti per servire il Signore, sta nella giustizia e nel timore e prepara la tua anima alla tentazione. Quando la Scrittura parla delle tentazioni di Dio, usa il termine “tentazione” in senso lato: Dio consente che siamo provati dai nostri nemici spirituali per offrirci l’occasione di maggiori meriti, ma non permetterà mai che siamo tentati sopra le nostre forze. Ciò che l’espressione di sant’Agostino vuol significare (Dio inclina la volontà al bene e al male) è che Dio inclina direttamente la volontà al bene, e la inclina al male in quanto non lo impedisce, il che però dipende sempre dai sentimenti di chi già li ha volti a fare del male. Ma è chiaro che Dio non tenta mai nessuno incitandolo al male: questa è esclusivamente l’opera di Satana. In sintesi, in quella supplica del Pater Noster imploriamo Dio di non permettere che il Maligno possa prevalere sulla nostra debolezza.

Difatti, solo attraverso le prove e le tentazioni l’uomo può rendersi conto della propria natura di creatura che nulla può senza la Grazia; solo attraverso le prove e le tentazioni l’uomo può dimostrare a Dio la sua fedeltà. E ciò è necessario per la propria santificazione e per la salvezza dell’anima: questi sono i due obiettivi a cui ogni fedele deve tendere.

Il magistero perenne della Chiesa ha sempre spiegato che Dio viene certo in soccorso al fedele che lo cerca, anche nelle avversità, purché con cuore sincero; ma l’uomo che si ostina a peccare e vuole prendersi gioco dei Suoi insegnamenti, può anche essere abbandonato da Dio alla tentazione, al peccato e alle sue perversità (Dio li ha abbandonati ai loro perversi pensieri – Rom 1, 28).

Ma questa Sacra Dottrina non è tollerata dalla chiesa modernista: non può esistere, non deve esistere la buona battaglia in cui l’uomo è inevitabilmente invischiato per raggiungere la vita eterna in Paradiso. Non può esistere una giustizia che premia i buoni e castiga i cattivi: i Novissimi sono solo un retaggio del passato, non hanno più posto nella neo chiesa rahneriana. Non si può più credere che l’uomo combatte quotidianamente contro Satana, il mondo e la carne, perciò non è corretto chiedere a Dio di “non indurci in tentazione”. Dio è solo misericordia, e quindi bisogna chiedere “non abbandonarci alla tentazione”, altrimenti come si potrebbe predicare che anche chi conduce una vita dissoluta può raggiungere il Paradiso?

Non devono stupire quindi anche le modifiche apportate al testo del Gloria in excelsis Deo: “e pace in terra agli uomini di buona volontà”, diviene “e pace in terra agli uomini amati dal Signore”.

Nel messale romano autentico (ossia del 1962, quando per l’ultima volta ci fu la ristampa del messale tridentino definito da Papa Pio V) vi è annotata la sottolineatura che il Gloria in excelsis Deo, per le sue prime parole, ripete il canto degli angeli a Betlemme la notte di Natale (Et subito facta est cum Angelo moltitudo militiae caelestis, laudantium Deum, et dicentium: Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis.).

Le angeliche parole parlano dunque di “uomini di buona volontà” lasciando intendere che vi sono anche uomini che non hanno buona volontà, i quali quindi non meritano la pace di Dio poiché, col loro stato, non possono essere in comunione con Lui.

Ecco che anche in questa preghiera non si sta parlando solo dell’amore di Dio, ma è ancora legato un monito: gli uomini che non sono in comunione con Gesù Cristo andranno incontro al castigo eterno. Dio appare come Misericordia e Giustizia insieme, e così dev’essere, come anche san Tommaso ricordava: non può esserci misericordia e non giustizia, perché la misericordia senza la giustizia è l’inizio della dissoluzione. Dal Vangelo sappiamo che il mondo infatti è popolato da chi è per Gesù Cristo e chi è contro di Lui: I primi si salveranno, i secondi si danneranno (Chi non è con me è contro di me, Mt 12, 30).

Ma per la chiesa conciliare, ecumenica e “misericordiosa”, non esiste niente di tutto questo. Esistono Rahner, Lutero, Pannella (chi più ne ha…). E la loro perversa dottrina suggerisce di cambiare gli “uomini di buona volontà” con gli “uomini amati dal Signore”, nel senso che tutti gli uomini possono avere la pace di Dio a prescindere dalla loro buona o cattiva volontà. E tutto questo sostituendo solo tre termini, che diventano così un pozzo di eresie e ambiguità… per andare a finire dove?


AGGIORNAMENTO marzo 2024

Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Regis Martin e pubblicato su Crisis Magazine. 

Quando si parla di tentazioni, siamo tutti esperti. È una materia che tutti padroneggiamo, un corso che tutti potremmo insegnare. È anche, paradossalmente, un’area della nostra vita in cui il fallimento è fin troppo frequente. L’insegnante non è migliore dell’allievo; anzi, sono due facce della stessa medaglia.

Voglio dire, chi di noi non ha mai provato il minimo senso di colpa risvegliato dal divario tra le virtù che professa e i vizi che pratica? Non c’è nessuno là fuori che non si sia commosso per la grandezza a cui aspiriamo nei nostri momenti migliori, seguita dalla miseria in cui siamo così spesso impantanati? Con l’eccezione della Beata Madre – “il vanto solitario della nostra natura”, ci ricorda il poeta Wordsworth – abbiamo tutti le mani sporche di sangue. Per quale altro motivo Cristo sarebbe morto per la razza umana se ogni membro di essa non avesse già cospirato per crocifiggerlo?

E così, sia che ci arrendiamo sia che riusciamo per un po’ di tempo a farla sparire, non c’è via d’uscita, non si può sfuggire alla rete della tentazione. Nemmeno il cinismo è un’opzione. Quando Oscar Wilde annunciava allegramente: “L’unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi”, era solo furbo. “Posso resistere a tutto”, aggiungeva divertito, “ma non alla tentazione di fare una battuta intelligente”.

L’esperienza di essere tentati, quindi, è un evento che riguarda tutti; non è stato risparmiato nemmeno il più piccolo dei bambini che, se dobbiamo credere a Sant’Agostino, non pecca solo per mancanza di opportunità. Perché anche il nostro Signore è stato tentato, non una volta, ma più volte. Ciò che conta, ovviamente, è cosa fare quando succede. E troppo spesso, ovviamente, non riusciamo a resistere affatto, trasformando così i nostri peccati in abitudini che minacciano seriamente l’anima, oppure quando opponiamo una qualche resistenza, per quanto tiepida, il risultato è spesso una sorta di moralismo disperato che conosce troppo bene la propria debolezza per immaginare di poterla mai superare del tutto.

Perché? È possibile che chiedendo a Dio: “Dammi la grazia oggi di resistere alle tentazioni in ogni modo”, non stiamo facendo la domanda giusta, non stiamo supplicando Dio per la cosa giusta? La cosa giusta, in altre parole, che si dimostrerebbe più grande persino della forza più vantata che riusciamo a evocare per resistere a questa o quella tentazione?

Affrontare le tenebre di petto potrebbe non essere la mossa più intelligente, ecco cosa voglio dire. Certo, è un gesto eroico, un colpo di sfida contro le forze del male che sono così spesso e pericolosamente schierate contro di noi. Ma perché mai dovremmo sentire il bisogno di tenerle sempre a bada? Hanno forse una qualche presa su di noi che ci obbliga a scacciarle continuamente? Perché non chiedere invece che Dio si mostri in modo tale che qualsiasi peccato che siamo tentati di commettere si ritrovi tutto in una volta spogliato del suo falso fascino? Che i nostri occhi siano immersi in una luce così celestiale da non riuscire più a vedere il peccato, tanto meno a soccombere alle sue spurie seduzioni?

Non potrebbe essere una strategia migliore? Sarebbe certamente meno faticosa. E poi, a cosa ci sono serviti i peccati che abbiamo commesso? Sulla scala dell’essere che misura il peso di tutto ciò che è, non sono nulla, l’ombra dell’amore, non di più. Perché, allora, dovremmo dare al peccato un palcoscenico su cui esibire il suo nulla? Per analogia, non è altro che un piatto vuoto sul quale non apparirà mai alcun cibo. Perché ci si aspetta che paghiamo per un pasto che non mangeremo mai, un hamburger da niente? Non importa che il ristorante sia affollato e rumoroso, non c’è ancora nulla.

In un bellissimo inno composto nel IV secolo da Sant’Ambrogio, intitolato “O splendore della gloria di Dio”, tra le tante strofe ce n’è una che chiede a Dio proprio quella cosa che, con la sua pura intensità luminosa, priverà il peccato di tutta la sua apparente dolcezza e delizia:

Anche il Padre che le nostre preghiere implorano,
Padre della gloria eterna,
Padre di ogni grazia e potenza,
di bandire il peccato dalle nostre delizie…

Pensateci! Una grazia che permette all’anima, come ci esorta Ambrogio a chiedere a Dio, “di bandire il peccato dalla nostra gioia”. In altre parole, di diventare non solo indifferenti al falso fascino del peccato, ma di essere talmente concentrati su Dio, talmente inghiottiti dalla gloria divina che risplende sul volto di Cristo, che il peccato non ha più alcun appiglio di quanto non ne abbia, ad esempio, il richiamo delle feci per un uomo intento a gustare un filetto.

Questa è la lezione che Dante, il poeta-pellegrino, impartisce nel corso del suo lungo viaggio sul monte del Purgatorio in quella grande sezione centrale della Divina Commedia. Non è un percorso facile. Ma il risultato lo renderà libero, benedettamente e finalmente libero – non solo dalla pratica del peccato, che è lo scopo del viaggio in primo luogo; liberarlo completamente dal peccato è il motivo per cui è venuto. Ma, cosa ancora più importante, lo libererà da qualsiasi ricordo persistente dei piaceri assaporati un tempo. Questa sarà la liberazione più dolce e soddisfacente di tutte.

E così, una volta raggiunta la vetta, cade in un svenimento di tale dolore per i suoi peccati da perdere completamente i sensi. Al suo risveglio, però, avverte la presenza di un altro, di una persona che ha fatto il viaggio in prima persona e che ora è venuta ad offrirgli conforto nella sua angoscia. Ma non solo. In realtà è venuta per attirarlo nel ruscello sacro dove lo attende l’oblio del peccato. È Matilde, naturalmente, la prima delle anime redente a salire sul monte del Purgatorio dopo la completa vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Così, le viene affidato il compito di immergere tutti coloro che hanno intrapreso il viaggio in quelle stesse acque purganti che un tempo la purificarono. “Tieni duro!”, mi disse, “Tieni duro”!

Mi aveva trascinato nel torrente fino alla gola e, tirandomi dietro di sé, sfrecciava sull’acqua, leggera come una barca.

In prossimità della riva sacra, la sentii dire con toni così dolci che non posso richiamarli e tanto meno descriverli qui: “Asperges me”.

È la preghiera di assoluzione di cui parla il salmista, che chiede a Dio di purificarlo con l’issopo per essere più bianco della neve. Fallo ora, sembra dire. Non può aspettare. È quella santa impazienza di essere resi puri, di chiedere al Signore di immergerci nelle acque della vita nuova, di aprire panorami di delizia che ci permettano sempre di ricominciare. La preghiera perfetta per la Quaresima…

Regis Martin

Regis Martin è professore di teologia e associato alla facoltà del Centro Veritas per l’etica nella vita pubblica dell’Università Francescana di Steubenville. Ha conseguito la licenza e il dottorato in sacra teologia presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino a Roma. Martin è autore di numerosi libri, tra cui Still Point: Loss, Longing, and Our Search for God (2012) e The Beggar’s Banquet (Emmaus Road). Il suo libro più recente, pubblicato da Scepter, si intitola Looking for Lazarus: A Preview of the Resurrection.

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