Santa Caterina da Siena: pregare per i peccatori e la forza del Preziosissimo Sangue di Gesù

Volentieri condividiamo dal sito Domenicano, Provincia di santa Caterina da Siena, vedi qui, di Fr. Giuseppe di Ciaccia OP:

“Dio eterno […] oggi grido dinanzi alla misericordia tua che tu mi dia di seguire la verità tua con cuore schietto; dammi fuoco e abisso di carità; […] dà, Padre, agli occhi miei fonte di lacrime, con le quali io inchini la misericordia tua sul mondo e particolarmente sulla sposa tua”1.

“Chi potrebbe mai palesare i fiumi di lacrime, i profondi sospiri, il fervore dell’orazione, i pianti a singhiozzo, gli incredibili sudori coi quali, giorno e notte, si affannava per impetrare dal suo Sposo, per ciascun uomo, la salvezza? – così testimonia il suo padre e figlio spirituale, P. Raimondo da Capua -. Una volta, essendo in estasi, fu udita parlare col suo Sposo, così: ‘Signore, come po­trò essere contenta fino a che uno solo, creato come me a tua immagine e somiglianza, perisca? Io non voglio che nemmeno uno dei miei fratelli si perda. Voglio che tu li guadagni tutti a maggior lode e gloria del tuo nome. […] Se la tua verità e la tua giustizia lo permettessero, io vorrei che l’infer­no fosse distrutto, o almeno che nessuna anima vi scendesse. Se, salva l’unione della tua carità, io fossi posta sulla bocca dell’inferno per chiuderla sì che nessuno vi potesse più en­trare, sarebbe per me cosa graditissima, perché così tutti si salvereb­bero”2.

Intravediamo uno “spaccato” del cuore ardente di santa Caterina da Siena, la cui preghiera per la salvezza dei peccatori è una realtà che si identifica con la sua vita, offerta a Dio in sacrificio di soave odore. Per l’esperienza straordinaria che Caterina ha fatto di Dio, ella ha nel cuore la stessa volontà di Dio che vuole la salvezza di ogni uomo3, salvezza così “violentemente” voluta da Caterina con quell’affetto materno che le è caratteristico, sgorgante dalla sua verginità, dall’unione sponsale e feconda con il suo Sposo, Gesù crocifisso, per cui non vuole e non desidera altro se non ciò che lo Sposo suo desidera e vuole.

“Io voglio”, ella grida, quando, in Verità, sa bene che il volere di Dio è il suo. E non per una sola conoscenza speculativa, ma nella realtà dell’esperienza sua del sangue di Gesù, che solitamente la santa denomina con la parola “Sangue”. Nel Sangue Caterina coglie la totalità della passione di Gesù, vede la personificazione del suo Sposo e Signore, che, offertosi in olocausto, dona in sacrificio se stesso a ciascuno di noi. E come nell’Eucaristia il sangue di Cristo è Cristo, così, nel linguaggio cateriniano, il sangue di Cristo è il Sangue che è Cristo. “Io voglio vestirmi di Sangue, ed essere spoglia di ogni altro vestito che fino ad ora avessi avuto. Io voglio il Sangue, e nel Sangue la mia anima è e sarà saziata”4.

Con queste parole Caterina fa dono della sua anima al P. Raimondo, al quale, ricordando che nel Sangue conoscerà la Verità che libera e per il Sangue diverrà sposo fedele della Verità5, si rivolge con parole di fuoco: “Nel Sangue immergiti, annega ed uccidi la tua volontà nel Sangue. Colma la tua anima di Sangue e saziati di Sangue e vestiti di Sangue! E se divenissi infedele, di nuovo immergiti nel Sangue! […] Se fossi pastore vile, senza la verga della giustizia condita con la prudenza e la misericordia, pren­dila dal Sangue. Nel calore del Sangue sciogli la tua tiepidezza e alla luce del Sangue dissipa ogni tua tenebra, per poter essere sposo della Verità, e vero pastore e guida delle pecorelle a te affidate”6. Il Sangue è l’Amore amante, per la cui grazia che si fa dono purifica e salva, redime ed eleva. Nel Sangue il “prezzo” con il quale siamo acquistati da Gesù per essere sua “proprietà”7.

Ma perché il Sangue ha questa “forza”? Perché il Sangue è stato versato con Fuoco d’amore, così che è l’Amore la forza del Sangue. “Nessun chiodo sarebbe stato capace a tener inchiodato e crocifisso il Figlio di Dio, se non l’avesse tenuto il suo ineffabile amore per noi, che egli aveva per la nostra salvezza. Così che il suo ardente amore lo ha tenuto inchiodato!”8. Amore chiama amore! Se l’Amore si è donato a noi nel Sangue con la forza dell’amore, necessita che noi ci doniamo a Lui, aprendoci ad accogliere il Sangue per lo stesso amore del Sangue. Si tratta di una necessità intrinseca, costitutiva dello stato di amicizia al quale appartiene la “gratia gratum facies”, la grazia santificante. La chiave “interpretativa” è la metànoia, conversione del cuore e della vita, che apre alla purificazione quale inveramento dell’amore9. Caterina ha ben presente il mistero della grazia e della libertà dell’uomo, in quanto libertà di scelta morale10, non solo per la particolare capacità di apprendimento e memoria con cui custodisce la dottrina, ma anche per la sapienza, così in lei peculiare, con cui riflette e medita in dottrina, assumendone una conoscenza eminentemente profonda tramite la sua esperienza personale e di maternità spirituale.

Amore chiama amore! E’ una necessità intrinseca. Se Gesù è sospeso sulla croce dove il corpo solo in forza dell’amore è inchiodato; se la croce è piantata nella terra che siamo noi, ciò necessita di “restare ai suoi piedi ad accogliere, come piccoli vasi, il sangue dell’Agnello, che scorre giù dalla croce”11. Si tratta di un “restare” e di un “accogliere” che non può “accontentarsi” di essere la terra nella quale la croce è piantata: è proprio questa un’espressione che manifesta la necessità di ordinare – per la grazia – la nostra libertà, in modo che questa incontri quella di Dio, conformando la nostra volontà “virile” a quella divina.

A conferma, così Caterina scrive a Maconi: “Figlio mio! Guarda e gioisci, perché sei stato fatto come un piccolo vaso che può contenere il Sangue, se tu, per affetto d’amore, lo vuoi gustare. […] Non possiamo gustare te, Sangue, senza che tu non ci rivesta di Fuoco, perché sei stato versato con fuoco d’amore. L’amore, infatti, non è senza fortezza, né la fortezza senza perseveranza […]. Vedi, figlio, che è questo il modo per giungere alla perfetta fortezza: unisciti al fuoco dell’amore di Dio, che troverai nel Sangue”12. E’ proprio la volontà “virile” che esige di “inebriarsi” ed “immergersi” nel Sangue “con perseveranza”, così da colmarne la memoria e il cuore e l’intelletto13, “come l’ubriaco che perde il proprio sentire e altro non vede che il sentire del vino, tanto che tutta la sua vita vi è immersa”14.

Lo scopo è di vivere “immersi” nel Sangue e nel Sangue “annegare”, così da essere tanto “vestiti” di Sangue e di Sangue “saziati” da crescere e divenire forti e gioire nel Sangue15. Nel Sangue sperimentiamo e conosciamo il Fuoco della divina carità16. Il Sangue è la “anima” della supplica con cui Caterina si rivolge a Dio, in specie per i peccatori, perché non c’è Sangue senza Fuoco. Prima di lasciar parlare un evento particolare, entrato nella storia come esemplificativo della “passione” di Caterina per la salvezza dei peccatori, tanto da indurre artisti e pittori17 a rappresentarlo, consideriamo un elemento caratteristico della preghiera in Caterina. Non si tratta di una preghiera circoscritta in tempi e in modi propri, pur liturgici (questa è presupposta), ma un’ascesi, tanto “virile” quanto elevata, nel “farsi uno” con il peccatore fino al peccato, escluso in quanto commesso, incluso in quanto fattosene carico. Come ha fatto Gesù18. Così nel cuore di Caterina nasce la supplica a Dio.

Ella ha innanzi a sé il peccatore, il quale è e rimarrà tale fino a quando non sarà amato dalla santa con quell’amore di Dio capace di creare un “cuore nuovo”, fino a quando il peccatore non tocchi con mano, tramite la santa, l’Amore che crea.  Per Caterina il peccatore non potrà amare se prima non è amato, fermo restando la libertà di scelta morale del soggetto19: questo è il soprannaturale istinto con il quale l’opera apostolica della santa si compie. L’efficacia della sua preghiera – per quanto dipenda da Caterina – risiede nella capacità di amare con l’amore dello Sposo, così da renderlo “sperimentabile”. Ne segue che la preghiera si muove, non in termini alieni dalla necessità concreta di quanti sono i soggetti, ma a partire dalla conoscenza concreta delle necessità del prossimo; conoscenza che “anima” l’affetto e muove per l’affetto di carità quello della volontà verso il bene vero – il bene secondo Verità – del peccatore.

Veniamo al fatto. In Siena, nell’aprile del 1377, vi era un giovane perugino, Nicolò di Tuldo, che, sembra, per soli sospet­ti, era stato condannato alla pena capitale per decapitazione. La condanna lo aveva imbestialito. Caterina, fattasi prossimo, è lo “strumento” di Dio del prodigio della sua con­versione. Mirabile la lettera al P. Raimondo, nella quale confida con caldi accenti il suo cuore “crociato”:

“Sono andata a visitare colui che sai: ha avuto un grande conforto […]. E mi ha fatto promettere che, quando fosse giunto il momento dell’esecu­zione, io fossi con lui. E così ho promesso e ho fatto. La mattina sono andata da lui: ha avuto grande consolazione. […] Era rimasto in lui un timore di non essere forte nel momen­to dell’esecuzione. Ma lo smisurato ed ardente amore di Dio gli diede coraggio al di sopra della sua stessa speranza, creando in lui tanto affetto e amore per il desiderio di Dio che non ne sape­va stare senza, e mi diceva: ‘Stai con me, e non mi abbandonare. Così starò certamente bene e morirò contento’. […] E crescendo nell’anima mia il desiderio della sua salvezza e sentendo il suo timore, gli ho detto: ‘Rincuorati, fratello mio dolce, perché presto giungeremo alle nozze! Tu vi andrai immerso nel sangue dolce del Figlio di Dio, con il dolce nome di Gesù sulla bocca e nel cuore, il cui nome non voglio che si al­lontani mai dalla tua memoria. E io ti attenderò al luogo dell’esecuzione’. […] Vedi che era pervenuto a una così grande luce, che chiama­va santo il luogo dell’esecuzione! E mi diceva: ‘Io vi andrò tutto gioioso e forte, pensando che tu mi attenderai là’. E pronunziava parole così dolci sull’amore di Dio da far scoppiare il cuore! […] Allora, l’a­nima mia fu colma di una consolazione così grande […] per aver ottenuto la dolce promessa della sua salvezza. Poi egli giunse, come agnello mansueto. E vedendomi, sor­rise, e volle che io gli facessi il segno della croce. E ricevuto il segno, io gli dissi: ‘Alle nozze, fratello mio dolce! Perché presto sarai nella vita eterna’. Si pose giù con grande mitezza; e io gli tenni il collo, e mi chinai giù ricordandogli il sangue dell’Agnello. La sua bocca non diceva nulla, se non ‘Gesù’ e ‘Caterina’. E mentre così diceva, accolsi il suo capo nelle mie mani, fermando il mio occhio nell’amore di Dio e dicendo: ‘Io voglio’”20.

La sposa dell’Amore non può non amare con l’amore dello Sposo. La supplica a favore del peccatore viene da Caterina vissuta come realtà costitutiva del suo essere sposa dell’Amore, e quindi amante dell’Amore in naturale soprannaturalità. Alle caratteristiche suddette, la preghiera di Caterina per i peccatori – va sottolineato – è nutrita dalla carità, che, perché tale, è Verità. La Verità che, sola, libera è la parola più frequente nella letteratura cateriniana21. Ne segue che in Caterina non troviamo un comportamento pastorale “buonista”, ma, proprio perché pastoralmente edificante, il suo dire è sempre secondo Verità, per la quale nella carità si unisce, come un tutt’uno, la fedeltà dottrinale e il rispetto della libertà di scelta morale del prossimo. Caterina non solo è aliena da una conoscenza meramente speculativa del tema, ma è soprattutto profondamente realista alla luce del suo eminente stato di sapienza, con la quale vede nella “passione” per la salvezza delle anime la Verità che salva, e la comunica senza sminuirla in comode interpretazioni e riduzioni.

Caterina è sapientemente realista. Sa bene, e lo dice22, che davanti a Dio ogni uomo o per la colpa incorre nella sua giustizia o per la grazia nella sua misericordia. In termini chiari e forti Caterina chiama le cose con il loro nome: non ha paura di chiamare colpa il comportamento colpevole, la realtà soggettiva del peccato con il quale il peccatore si autoesclude dalla comunione con Dio; non è soggetta a reticenza, che per lei sarebbe colpevole se con chiarezza non avvertisse sulla reale possibilità di “cadere” nell’inferno, come stato definitivo del peccatore che volontariamente non si converte23. E’ proprio il ritenere reale, e non ipotetica, la possibilità della dannazione del peccatore che volontariamente non si converte24, è proprio questo che genera nella santa il santo timore, mosso dall’amore, per cui la preghiera per i peccatori diviene “supplica angosciosa”, implorante presso Dio la misericordia, come mai in altri momenti della sua orazione. “Supplica angosciosa” non solo verso Dio, ma anche rivolta al peccatore25. Tanto è tenace nel nutrire fiducia nella misericordia di Dio, quanto è schietta nel temere, con cognizione, la dannazione del peccatore che si chiude alla misericordia di Dio da lei implorata e meritata.

Caterina è così a conoscenza della misericordia di Dio che la vede operante anche in coloro che sono nell’inferno: se siamo “morti alla grazia: nessun bene che facciamo ha valore per noi, per quanto riguarda la vita eterna. Tuttavia è vero che non dobbiamo mai tralasciare di fare il bene, in qualunque stato morale ci troviamo, perché ogni bene che facciamo è ricompensato e ogni colpa è punita. Se non è ricompensato quanto a vita eterna, Dio ce lo ricambia o dandoci il tempo per poter convertire la nostra vita, […] o avendo una pena minore qualora, dopo la morte, fossimo nell’inferno. Sarebbe infatti maggiore la nostra pena nell’inferno se avessimo fatto del male anche in quel tempo in cui facem­mo un po’ di bene”26. E’ inoltre convincimento di Caterina che il “meditare” sulla reale possibilità della dannazione sia un valido aiuto per il peccatore perché si converta e per i “giusti” perché vivano nella vigilanza, così da non cadere nella colpa mortale27.

Il 1 aprile del 1375 Caterina è a Pisa. Nella chiesa di santa Cristina sul Lungarno riceve dal Crocifisso sovrastante l’altare le stigmate, segni della passione del suo Sposo. Il suo sangue si unisce al Sangue28! Caterina pensa a questo giorno, quando, due anni prima della morte, nel suo “Libro” – “Il Dialogo della Divina Provvidenza” – scrive (la dizione è di Dio Padre a Caterina): “Chi giunge a questo stato si gloria di stare nell’obbrobrio sof­ferto dall’unigenito mio Figlio, così come diceva il glorioso apo­stolo Paolo: “Io porto nel mio corpo le stigmate di Gesù crocifisso”29. Così costoro, co­me innamorati del mio amore e affamati del cibo delle anime, corrono alla mensa della croce, volendo essere di mol­ta utilità al prossimo col molto soffrire e sopportare, e desideran­do conservare le virtù e acquistarne altre, col portare le stigmate di Gesù nei loro corpi. Questo è possibile grazie al fatto che il lo­ro tormentato amore risplende anche nel corpo”30.

Come gli schiavi venivano marcati a fuoco, segno d’appartenenza al proprio padrone, così in Caterina il segno della passione di Gesù sul suo corpo è segno del suo appartenere al suo Signore, partecipando alla sua missione redentrice: sviluppo del suo cuore verginale per cui, quale sposa di Gesù, condivide tutto dello Sposo. Nel Sangue la sua passione per la salvezza delle anime.

fr. Giuseppe Di Ciaccia, O.P.
Convento S. Domenico, Siena

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1 Orazione 19: “Le Orazioni” di S. Caterina da Siena, a cura di G. Cavallini, Cantagalli, p. 37

2 “S. Caterina da Siena”, vita scritta dal B. Raimondo da Capua, Cantagalli, n. 15

3 cf. 1Tm 2,4

4 Lettera 102: “Le Lettere di Santa Caterina da Siena”, versione in italiano corrente a cura di P. G. Di Ciaccia, ESD, vol. 1, p. 531

5 cf. L 100, L 102, 104, 211, 219, 226, 267, 272, 273, 275, 280, 295, 330, 333, 344, 373

6 L 102: o.c., vol. 1, p. 530

7 cf. 1Cor 6,19-20

8 L 102: o.c., vol. 1, p. 528

9 cf. “S. Caterina da Siena”, vita scritta dal B. Raimondo da Capua, Cantagalli, n. 31, 44, 58-60, 82, 83, 105, 344s, 362, 366

10 “Un (santo) può meritare a un altro (uomo) la prima grazia con un merito di convenienza. Infatti, dal momento che un uomo in grazia compie la volontà di Dio, è conveniente, secondo i rapporti dell’amicizia, che Dio compia la di lui volontà col salvare un altro: a meno che ci sia un ostacolo da parte di colui la cui giustificazione è desiderata da un santo”. San Tommaso d’Aquino, “La Somma Teologica”, Salani, I-II, q. 114, a. 6

11 L 102: o.c., vol. 1, p. 528

12 L 195: o.c., vol. 3, p. 74-75

13 cf. L 32, L 36, L 40, L 55, L 64, L 65, L 97, L 150, L 163, L 188, L 245, L 250, L 287, L 335.

14 L 25: o.c., vol. 1, p. 358

15 cf. L 5, L 13, L 25, L 112, L 331, L 333

16 cf. L 73, L 80, L 101, L 108, L 137, L 207, L 228

17 tra questi, Antonio Bazzi, 1477-1549, che decorò la cappella di S. Caterina in S. Domenico in Siena, dove è custodita la testa della santa, in cui raffigurò l’esecuzione di Nicolò di Tuldo

18 cf. Mt 27,45-46; Mc 15,33-34; 2Cor 5,21; Gal 3,13-14; Gv 1,29; Rm 15,3; 1 Pt 2,24

19 cf. Orazioni 19, 21, 22

20 L 273: o.c., vol. 1, p. 564-567

21 Numerose le citazioni sulla Verità. Ne propongo due: “sposare realmente la Verità con l’anello della santissima fede, non tacendola per nessun timore umano” (L 341: o.c., vol. 2, p. 200); “Povera me! Povera me! Io muoio, e non posso morire, vedendo che sono privi della Verità proprio quelli che dovrebbero essere pronti a morire per la Verità. Io voglio che ti innamori della Verità” (L 284: o.c., vol. 2, p. 129)

22 cf. “Dialogo della Divina Provvidenza”, S. Caterina da Siena, n. 18

23 cf. “Dialogo della Divina Provvidenza”, S. Caterina da Siena, n. 36-37; L 59, L 111, L 202, L 237, L 317, L 360; v. “Catechismo della Chiesa Cattolica”, Libreria Editrice Vaticana, n. 1033-1037

24 “Pur nella volontà di salvaguardare la verità dogmatica dell’esistenza dell’inferno, si nota oggi una tendenza a pensare all’inferno piuttosto come a un’ipotesi che come una realtà esistenziale. […] Si inclina a pensare che, in pratica, non vi sia condanna all’inferno. In questa tendenza richiama l’attenzione la sua somi­glianza con la teoria della ‘minaccia’ di Origene: i testi neo­testamentari che parlano dell’inferno sarebbero paterne ‘mi­nacce’ che non sarebbero mai messe in pratica. […] In proposito, si ricorda la reazione patristica contro la proposta di Orige­ne. Nel Concilio Vaticano II, rispondendo alla proposta di una correzione nella quale si chiedeva che si affermasse che vi erano dannati di fatto, la Commissione teologica giudicò che non fosse necessario intro­durla, poiché i testi evangelici citati nello stesso Concilio [in ‘Lumen Gentium’, n. 48: Mt 25,26.41; Mt 22,23 e 25,30; 2 Cor 5,10; Gv 5,29; Mt 25,46] han­no la forma grammaticale di futuro. Non si tratta di verbi in forma ipotetica o condizionale, ma di futuro: ‘andranno’ (Mt 25,46: riferito sia ai dannati sia ai salvati) suppone che qualcuno andrà. […] Le spiegazioni delle Commissioni costituiscono l’interpretazione ufficiale del testo. Ogni Padre conciliare che non è d’accordo col testo così interpretato deve rispondere semplicemente: ‘non placet’. Infatti quello che si tratta di approvare o non approvare in un Concilio è sempre un testo al quale è già stata data un’interpretazione ufficiale. Nel nostro caso, quindi, abbiamo un’interpretazione ufficiale del senso col quale si introducono nel testo della Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’ le citazioni dei passi evangelici grammaticalmente in futuro: in altre parole, di come il testo conciliare intende quei passi citati. […] In fondo, bisognerà riconoscere che Dio prende sul serio, molto sul serio la libertà dell’uomo (cf. J. Ratzinger, “Eschatologie”, p. 177s). […] Pensare che, comunque, Dio potrebbe portare in cielo, per misericordia, un peccatore che liberamente rima­ne tale, è una tesi nominalistica a proposito della ‘potenza assoluta’ di Dio (cf. W. Dettloff – K. Bannach – H. Wulf: l’impostazione e determinate formule nominaliste prepara­rono la soluzione luterana secondo la quale l’uomo, internamente peccatore, si salva se Dio, esternamente, non gli imputa i suoi peccati, cioè “giustificazione estrinseca”), tesi che dimentica che il cielo non è un ‘posto’, ma uno stato d’intima amicizia; e l’amicizia non si impone e non può essere imposta: è offerta ed è accettata o rifiutata liberamente” (Càndido Pozo, “Teologia dell’aldilà”, Paoline, p. 425-428)

25 cf. L 24, L 44, L 45, L 76, L 80, L 99, L 198, L 200, L 208

26 L 19: o.c., vol. 2, p. 481-482

27 cf. L 261

28 cf. “S. Caterina da Siena”, vita scritta da B. Raimondo da Capua, Cantagalli, nn. 194-195. 198

29 Gal 6,17

30 “Dialogo della Divina Provvidenza”, S. Caterina da Siena, versione in italiano corrente a cura di M. A. Raschini, ESD, n. 78

QUI IN VIDEO LETTURA E RIFLESSIONE DEL TESTO