L’esorcista mons. Bolobanic avverte: Paolo Coelho, allievo del gesuita Anthony de Mello, avvelena i cuori delle persone – anche Yoga e Zen

Poichè sono tante le vostre domande su tale Paulo Coelho, i cui testi sono addirittura usati da non pochi “catechisti”, sacerdoti e suore come aneddoti o aforismi “cristiani… vogliamo chiarirvi un poco le idee affinchè si possa pregare per questa persona, ma assolutamente NON leggerla e neppure prenderla quale testimone di virtù cristiane!!

Anche Padre Amorth metteva in guardia dagli scritti di questa persona verso la quale purtroppo, molti cattolici, affidano i loro stessi pensieri.

L’autore dell’«Alchimista» e di tanti altri libri di successo, Paulo Coelho, allievo del gesuita Anthony De Mello non per nulla condannato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (all’epoca era Ratzinger) definendo le sue posizioni «incompatibili con la fede cattolica»(1), spiega la sua «conversione» e il suo “ritorno” alla Chiesa continuando, in verità, ad ingannare centinaia di persone, specialmente cattoliche… Non sottovalutate la condanna agli scritti di Anthony de Mello, perché alla base del pensiero – falsamente cristiano – di Coelho, troviamo gli stessi identici errori dei quali vi forniamo documentazione ufficiale in fondo all’articolo.

SI LEGGA ANCHE QUI: Ratzinger CdF 1989: Alcuni aspetti della Meditazione Cristiana (Yoga, pratiche orientali, occultismo, false apparizioni, ecc…)

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Monsignor Milivoj Bolobanić, ex vicario dell’arcidiocesi di Zara, un esperto di esorcismo, in una lunga intervista concessa al giornale croato Direktno ricorda che «Satana è una creatura spirituale, che Dio lo ha creato buono e gratuitamente, così come un uomo, ma egli si è irrevocabilmente e irrimediabilmente perverso, abusando della propria libertà. Satana è un essere spirituale, un’intelligenza perversa senza corpo, che agisce contro l’uomo più facilmente attraverso il processo spirituale, attraverso i sensi e i desideri».

Monsignor Bolobanić, che è l’autore del libro Come riconoscere le insidie del male, ricorda che «l’azione dello spirito maligno è molto varia, ci sono tutta una serie di azioni possibili» e ricorda che «l’uomo, se non riesce a inchinarsi a Dio, adora il suo ‘io’, diventando schiavo della sua reputazione, del riconoscimento umano, delle sue capacità, della sua carriera, della vanità, della sua arroganza. Il denaro diventa l’unica preoccupazione e valore. In questo modo adora Satana nelle sue varie manifestazioni».

Il mondo diviso in bianco e nero (il divino e il satanico), spiega Bolobanić, «non è il mio mondo, è l’unico mondo in cui tutti viviamo». Occulto, magia, stregoneria, astrologia, Buddismo Zen, agopuntura, judo, karate, chiropratica, sette religiosa, Sai Baba, sono «il flagello dei nostri tempi; essi non sono “arte” o “divertimento” ma sono portatori di una nuova visione del mondo, che si chiama morte e rovina eterna».

«Paolo Coelho, che è il profeta della New Age, attraverso i suoi libri mette veleno nei cuori di milioni di persone, dando loro un’immagine distorta e falsa di Dio, proclamando loro che Dio non esiste. Nella lista delle “pratiche sataniche” nella vita degli individui occorre inserire l’uso di certi media moderni e di certa musica rock, le discoteche, il consumismo, l’edonismo e il fascino della ricchezza».

«La preghiera è il cordone ombelicale del rapporto dell’uomo con Dio e la sua vera vita. Satana priva un uomo della dignità di figlio di Dio». Ai suoi compagni sacerdoti ricorda che «se il sacerdote nel suo ministero decide di combattere il male deve sapere che non è facile».

Le insidie del maligno, spiega l’esorcista, si superano solo «con Dio nel cuore e Maria Immacolata. «Satana può fisicamente attaccare un uomo attraverso la malattia. Le malattie spesso possono avere le loro radici nel lavoro di Satana».

E dunque, basta studiare la sua storia per capire come la biografia di Paolo Coelho è piena di ombre e derive occultiste..

Paulo Coelho è nato nel 1947 a Rio de Janeiro e ha studiato presso il Collegio della Compagnia di Gesù a San Ignacio. Della sua infanzia gesuita dice: “Ho avuto un’ottima base per la disciplina, ma ho anche subito l’orrore della religione, dalla quale ho finito per allontanarmi“.

Tanto è sempre colpa “di qualcuno” quando le nostre strade si dividono dal cuore cristiano-cattolico, abbiamo sempre bisogno di un capro espiatorio per giustificare le nostre inquietudini e le decisioni sbagliate che prendiamo… è vero che l’influenza che gli erranti esercitano su di noi è spesso grande e potente, ma noi abbiamo la GRAZIA E I SACRAMENTI per resistervi e rifiutarli, abbiamo il libero arbitrio…

La sua adolescenza, così, è stata caratterizzata dalla ribellione, che si è riflessa non solo nel distacco della fede cattolica della sua famiglia, ma anche dalla ricerca di ideologie di sinistra, quindi per un breve periodo di tempo dalla lettura di opere considerate prevalentemente marxiste e atee. Il passo successivo è stato la sua incursione nel movimento hippy, durante la sua incursione nel mondo del teatro.

Spiritualità non cristiana è… il cammino nell’occultismo

In seguito, spiega lo stesso Coelho, “quando iniziai ad interessarmi alla ricerca spirituale, ero già convinto che l’ultima cosa che avrei considerato sarebbe stato il cattolicesimo, perché mi faceva orrore; ero stanco e totalmente convinto che non era questa la via, il loro era un Dio di destra, che non ha un volto femminile, un Dio di rigore, senza pietà, senza compassione, senza mistero, e allo stesso tempo ho cominciato a sperimentare tutte le altre religioni e sette, in particolare quelle di origine orientale”.

Ma al di là di questi movimenti, cercava qualcuno che lo iniziasse, e voleva, oltre ad essere diverso dagli altri, poter sedurre e stupire le donne con la sua conoscenza criptica, e così “è arrivato un momento in cui il mio carattere estremista mi ha portato a guardare fortemente ciò che era a sinistra della sinistra nella ricerca spirituale […], la società segreta considerata la pecora nera, la più difficile”. Nei suoi diari rifletteva sul come avere potere sugli elementi della natura.

Fu allora che si avvicinò alla setta Ordo Templi Orientis (OTO), e in particolare alla figura dell’occultista e satanista britannico Aleister Crowley. Fu attratto soprattutto dalla totale libertà di pensiero e di comportamento sessuale, oltre che dalla potenza che avrebbe potuto esercitare sugli altri. Nonostante la resistenza interna dovuta al suo passato religioso, eseguiva questi rituali.

Ha sperimentato la realtà del diavolo, ma non per evitarlo.

Così è finito per vendere la sua anima al diavolo attraverso un patto firmato.

Tuttavia, dopo due anni nella setta, nel 1974, pochi giorni dopo il suo ingresso formale con il nome magico di Staars o Eterna Luce, visse un evento che ha cambiato il corso della sua vita. Trovandosi solo nella sua casa, vide una macchia nera intorno a lui, come un fumo scuro e rumoroso, e sentì di andare incontro alla morte.

Aveva capito che in quel momento lì era presente il male che aveva così spesso invocato per ottenere potere, e fu in grado di contrastare questa esperienza attraverso un’altra persona che stava vivendo la stessa esperienza. Quello che fece fu aprire la Bibbia a caso e dal brano evangelico trovato (Mc 9, 24), decise di porre fine alla sua partecipazione a quel gruppo occulto, senza però mai smettere di essere attratto dall’esoterismo.

Si deve sottolineare che dopo una carriera decisamente non positiva come drammaturgo, attore e giornalista, ha ottenuto un notevole successo professionale ed economico grazie alla collaborazione con il musicista e cantautore Raul Seixas.

Con lui ha cercato di creare una setta occulta chiamata Sociedad Alternativa, affermando che “l’individuo non cesserà mai di godere di Satana, che è davvero affascinante“. Ma in fin dei conti il grande obiettivo di tutta la sua vita è sempre stato quello di diventare uno scrittore di fama mondiale.

Allo stesso tempo, la biografia di Coelho tratta dai suoi diari ci mostra tutti i tipi di eccessi e stravaganze che l’hanno portato anche a essere ricoverato più volte in un manicomio, su richiesta dei genitori, preoccupati per deriva che la vita del figlio stava prendendo.

Troviamo successivamente episodi di consumo di droga (che ha deciso di abbandonare progressivamente, dalla cocaina alla marijuana passando per l’LSD), di promiscuità sessuale (compresi rapporti con diverse amiche in una sola volta o “sperimentazioni” omosessuali), di diffusione di pratiche esoteriche nel sistema educativo brasiliano con il pretesto dei laboratori teatrali per le scolaresche, l’iniziazione allo sciamanesimo di Carlos Castaneda, e altro.

E’ VERO IL SUO RITORNO AL CRISTIANESIMO, come si racconta??

Dopo la sua esperienza satanica del 1974, il suo percorso biografico prevede una sorta di conversione al cristianesimo, che l’ha portato a introdurre gradualmente nella sua vita i vari elementi cattolici, anche se sempre accompagnati da tendenze esoteriche, come la consultazione dell’I Ching (l’oracolo cinese millennio delle “mutazioni” ) prima di ogni decisione importante, l’approfondimento del mondo del vampirismo e l’interesse per presagi e segni.

Va detto che Coelho ha sempre evitato di parlare dell’Eucaristia, in tutti i suoi scritti non c’è alcun riferimento alla grazia dei Sacramenti, quasi fosse per lui – il solo parlarne – un elemento di “disturbo”.

Nel 1980 ha sposato la sua attuale moglie, Christina Oiticica, che ha anche influenzato il suo profilo spirituale, visto che prima di conoscerlo lei era una specialista dei tarocchi, aveva consultato l’I Ching e in seguito alle letture spiritiste di Coelho, aveva fatto con lui un paio di pratiche da medium.

Nel dicembre 1981 ha intrapreso un lungo viaggio attraverso l’Europa, in cui una serie di eventi, letti come soprannaturali dal suo protagonista, hanno cambiato il corso della sua vita e determinato quello che è ancora oggi.

Il primo, apparentemente minore, è stato la visita al Gesù Bambino di Praga, al quale ha chiesto esplicitamente il tanto desiderato successo. Ossia, non chiede la “conversione” ma il successo come scrittore.

“Poi ho avuto l’apparizione“.

L’apparizione era costituita da una figura umana, che parlava senza parole, anima ad anima, sotto un fascio di luce, e che gli disse che due mesi dopo sarebbe riapparsa di nuovo.

L’ammissione a un ordine cattolico “segreto”

Passato questo periodo, incontrò un uomo che lui stesso ha identificato con l’apparizione. Questo gli rivelò che lui era maestro di un ordine cattolico segreto chiamato RAM, un acronimo che corrisponde a due significati, come spiega Coelho: da un lato, Regnum, Agnum, Mundi; dall’altro, rigore, amore e misericordia.

Più volte ha sottolineato la presunta natura cattolica di questa società segreta (naturalmente assolutamente eretica e mai sostenuta dalla Chiesa) sulla quale, al di fuori del lavoro dell’autore, essendo così segreta che non si sa nulla.

Ecco come la descrive Coelho:

“E cominciò una nuova fase della mia vita, con il mio ritorno alla Chiesa cattolica. Perché questo individuo apparteneva all’ordine cattolico RAM (rigore, amore, misericordia), che ha più di cinquecento anni. Fu lui a raccontarmi tutta la tradizione, l’àncora simbolica all’interno di una chiesa. Era stato in Vaticano a lungo. Da allora mi sono interessato a un’antica tradizione cattolica, quella del serpente, finché un giorno lui mi portò in Norvegia e lì mi donò questo anello, che porto ancora, con due teste di serpente. Poi ho cominciato a imparare il linguaggio simbolico che non è esoterismo cristiano, ma simbologia cristiana”.

Possiamo capire da queste parole come Coelho sia ancora preda di vessazione diabolica (l’uomo che gli parla con più di 500 anni vi pare normale o cattolico o della mistica cattolica??) e di come lui stesso, con la consorte, non solo gli dà credibilità, ma che ascolta facendo tutto ciò che gli dice di fare mentre, se ricordiamo la Vergine Maria (per Coelho solo una “donna eccezionale”), alle Nozze di Cana raccomanda di fare tutto ciò che Gesù ci dice di fare!!

Così Paulo Coelho dice come ha ripreso il suo percorso di vita magico anche se ora per lui sarebbe positivo, senza riferimenti – apparentemente – al satanismo, sebbene ancora considerato emotivamente legato a tutto ciò che ha abiurato solo razionalmente ma che ha continuato ad affascinarlo.

Al suo ritorno in Brasile, per essere iniziato alla RAM ha dovuto rispondere a diverse sfide, riti e prove implementate dal suo Maestro, che ha sempre chiamato J. o Jean.

Nel 1986, il Maestro della RAM che ha guidato l’itinerario iniziatico di Paulo Coelho lo ha convocato per prendere parte alla cerimonia segreta in cui avrebbe ricevuto la spada, momento ritualistico dopo il quale sarebbe stato considerato Mago o Maestro dell’Ordine, e che avrebbe avuto luogo in una montagna brasiliana.

In presenza di pochissimi testimoni, ha preso la sua vecchia spada, che fino ad allora aveva usato nei suoi esercizi privati esoterici. Così arrivò il momento in cui Jean pronunciò le parole magiche: “Davanti al Santo Volto di RAM possa tu toccare con le mani la Parola di vita, e ricevere così tanta forza da diventare testimone fino agli estremi confini della terra!”

Dopo questo, ha poggiato la sua vecchia spada e quando lui stava per prendere da terra la nuova, quella del suo ordinamento rituale, il suo Maestro gli ha calpestato la mano dicendo che non era degno: “Se tu fossi più umile avresti respinto la spada. Se l’avessi resa, allora il tuo cuore sarebbe stato puro. Ma come temevo, nel momento sublime sei scivolato e caduto. A causa della tua avidità dovrai camminare alla ricerca della tua spada ancora una volta. E a causa del tuo orgoglio e della tua passione per i miracoli, dovrai lottare duramente per ottenere indietro ciò che così generosamente ti era stato donato”.

COMPRENDETE BENE L’ASTUZIA DI SATANA??

Per ottenere la sua tanto attesa arma magica, Coelho l’avrebbe dovuta cercare e infine trovare alla fine di un processo di conversione interiore. Il luogo di questo processo non è altro che il Cammino di Santiago, che lo scrittore avrebbe dovuto percorrere. Che, d’altra parte, avrebbe portato al suo primo libro, il suo primo successo, che si sviluppa proprio attorno al percorso di pellegrinaggio di San Giacomo.

Paulo Coelho diventa così un guru New Age

Dopo aver esaminato la sua biografia si capisce molto meglio quello che già si sapeva da lungo tempo: che lui è uno dei più grandi divulgatori contemporanei della New Age, grazie alle evidenti radici nell’occulto.

Paulo Coelho si dice cattolico, ma la sua vita e le sue opere rivelano (o meglio velano) una strategia di ridefinizione della fede cristiana in chiave chiaramente satanica, perversa e pervertitrice.

E ripetiamolo bene ciò che è stato detto prima: non siamo solo davanti a un abile scrittore che ha approfittato della sete spirituale di molte persone, cattoliche per altro, per commercializzare i suoi libri. Le sue radici occulte e le linee principali delle sue opere sono collocabili direttamente nella scia della New Age e ancora oggi – Coelho – con la consorte, non si sono mai dissociati da queste linee e da questi loro principi.

Paulo Coelho si presenta in modo esplicito come cattolico ma, in realtà, nei suoi libri, anche quando parla di se stesso, della sua fede, troviamo un cattolicesimo infarcito di magia, spiritismo ed esoterismo di ogni genere e specie. Tutto questo è intellettualmente disonesto nei confronti dei lettori, ma anche i cattolici dovrebbero usare la fede e la ragione insieme per capire la falsità di questi testi, spesso usati persino come aneddoti ed aforismi sentimentalmente cristiani.

Va detto, infatti, che attraverso i suoi libri pur non condannando esplicitamente la santa Madre Chiesa e i Sacramenti, Coelho sotto intende con raffinata “poesia” come il demone della ricchezza si sia impossessata della Chiesa a tutti i livelli e in tutti i suoi riti, per questo egli, definendosi cattolico, non parla mai dei Sacramenti… e non li frequenta affatto!

Durante il viaggio a Compostela infatti, Coelho pratica molte volte il rituale del messaggero (l’uomo oscuro di cui spiegato sopra) che ha appreso, dunque chiacchiera spesso con questo spirito maligno denominato “Messaggero”, e questo spirito maligno non può aiutare Coelho nella lotta contro altri demoni, perchè i simili non possono combattere tra loro, inoltre il Messaggero non può aiutare Coelho nella prova del sollevamento di un grosso crocifisso in una strada, e questo perchè, riporta Coelho stesso: “Quando gli parlai della croce, mi disse che detestava quell’ oggetto“…

Inoltre questo Messaggero, che possiede anche un nome esoterico spiega Coelho, deve essere invocato ed ascoltato con prudenza, e questo messaggero sarebbe una specie di “amico” da consultare, perchè molto forte e intelligente ma, allo stesso tempo, un amico da invocare e ascoltare con prudenza perchè un pò matto e pericoloso…

Infine per  Coelho, la comunione con Dio non si ottiene per mezzo della preghiera (cattolica o la sacra Liturgia), per mezzo di Cristo (per Cristo, con Cristo e in Cristo), bensì attraverso presunti esercizi e pratiche mentali e tutto questo è diabolico.

Lo stesso concetto che esprime, della morte, non è cattolico e per Coelho tutto assume una “rivelazione” poetica per attirare gli incauti e gli sprovveduti in un vortice diabolico, sempre più lontano dal vero Cristo Gesù, sempre più lontani dalla VERITA’.

Noi vi abbiamo avvisati!!

L’autore dell’«Alchimista» Paulo Coelho, allievo del gesuita Antony De Mello non per nulla condannato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (all’epoca era Ratzinger) definendo le sue posizioni «incompatibili con la fede cattolica», spiega la sua «conversione» e il suo “ritorno” alla Chiesa continuando, in verità, ad ingannare centinaia di persone, specialmente cattoliche…

In un intervento del 2018, Davide Brullo (così riportiamo anche il parere di uno specialista del settore librario, non coinvolto cattolicamente) nel “Linkiesta, ragionevolmente scriveva:

Coelho dice di seguire il cuore. E il cuore ci dice che i suoi libri sono coglionerie (..) questo Vercingetorige della New Age, il guru degli scemi, massima espressione della new wave della cretinata editoriale.. (..)

Lo schema del libro è sempre quello che fa friggere gli ebeti appartenenti al ‘coelhismo’, la religione creata da Coelho – all’epoca dei fatti, un bel riccioluto brasileiro di buona famiglia – dove ogni cosa è lecita, anche la lista della spesa, per fomentare misticismo spiccio, tanto a guadagnare – compresi gli spicci – è sempre lui, il divino Paulo: viaggio ‘iniziatico’ (dal Sudamerica ad Amsterdam, direzione Kathmandu ma tappa definitiva a Istanbul) condito da frasi sapienziali utili a eccitare le chiocciole, non s’offendano.

(..) Ad ogni modo, Paulo, religiosamente perbenista, non usa allucinogeni – “ho chiuso con l’Lsd” – e a noi bastano due righe della sua scrittura allucinante per andare in delirio di astinenza da grandi libri…

Il rimbambimento a tappeto di frasi d’indecente e indecifrabile ovvietà, buone a lordare la pagina social di qualche viziosa che crede che dal cielo piovano confetti (esempi: “è importante condividere”; “amare è anche tranquillità, serenità, o addirittura solitudine”; “la verità è quello che ci rende liberi”; “la sapienza umana è follia dinanzi a Dio”) ha il merito di rendere La profezia di Celestino, altrimenti cestinabile, un testo complesso come Essere e tempo e Dan Brown una specie di Tommaso d’Aquino.

La sciatteria con cui Coelho parla del sufismo (“non è altro che prendere coscienza di chi si è davvero”, beh, ma per quello basta un piatto di lasagne, un pugno sul naso o una notte stellata) marmorizza l’urlo squarciato, ‘Battiato, salvaci tu!’, e perfino l’anatema.

Mi domando, in effetti, due cose. Perché un lettore dovrebbe affiliarsi al ‘coelhismo’ – la religione dove la vita eterna, eternamente remunerata da voi, la offrite a lui, a Paulo – e mandare il cervello al macero? 

POTETE COSI’ CESTINARE I GRANDI SAGGI e tutti i libri…. Ve lo concede Paulo: “Bisogna dimenticare i libri… soltanto così è possibile avvicinarsi all’autentica consapevolezza di sé”.

D’altronde, al cuore non si comanda, dice Paulo, “non apprenderai niente di più di ciò che il tuo cuore ti vorrà insegnare”, e il mio cuore insegna che Coelho è purissima coglioneria.”…

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NOTE

NOTIFICAZIONE SUGLI SCRITTI DEL P. ANTHONY DE MELLO, S.J.

Il Padre gesuita indiano Anthony de Mello (1931-1987) è molto noto a motivo delle sue numerose pubblicazioni che, tradotte in diverse lingue, hanno raggiunto una notevole diffusione in molti paesi, anche se non sempre si tratta di testi da lui autorizzati. Le sue opere, che hanno quasi sempre la forma di brevi storie, contengono alcuni elementi validi della sapienza orientale che possono aiutare a raggiungere il dominio di sé, rompere quei legami e affetti che ci impediscono di essere liberi, affrontare serenamente i diversi eventi favorevoli e avversi della vita. Nei suoi primi scritti in particolare, P. de Mello, pur rivelando evidenti influssi delle correnti spirituali buddhiste e taoiste, si è mantenuto ancora all’interno delle linee della spiritualità cristiana. In questi libri egli tratta dei diversi tipi di preghiera: di petizione, di intercessione e di lode, nonché della contemplazione dei misteri della vita di Cristo, ecc.

Ma già in certi passi di queste prime opere, e sempre di più nelle sue pubblicazioni successive, si avverte un progressivo allontanamento dai contenuti essenziali della fede cristiana. Alla rivelazione, avvenuta in Cristo, egli sostituisce un’intuizione di Dio senza forma né immagini, fino a parlare di Dio come di un puro vuoto. Per vedere Dio non c’è che da guardare direttamente il mondo. Nulla si può dire su Dio, l’unica conoscenza è la non conoscenza. Porre la questione della sua esistenza, è già un nonsenso. Questo apofatismo radicale porta anche a negare che nella Bibbia ci siano delle affermazioni valide su Dio. Le parole della Scrittura sono delle indicazioni che dovrebbero servire solo per approdare al silenzio. In altri passi il giudizio sui libri sacri delle religioni in generale, senza escludere la stessa Bibbia, è anche più severo: esse impediscono che le persone seguano il proprio buonsenso e le fanno diventare ottuse e crudeli. Le religioni, inclusa quella cristiana, sono uno dei principali ostacoli alla scoperta della verità. Questa verità, d’altronde, non viene mai definita nei suoi contenuti precisi. Pensare che il Dio della propria religione sia l’unico, è, semplicemente, fanatismo. «Dio» viene considerato come una realtà cosmica, vaga e onnipresente. Il suo carattere personale viene ignorato e in pratica negato.

Padre de Mello mostra apprezzamento per Gesù, del quale si dichiara «discepolo». Ma lo considera come un maestro accanto agli altri. L’unica differenza con gli altri uomini è che Gesù era «sveglio» e pienamente libero, mentre gli altri no. Non viene riconosciuto come il Figlio di Dio, ma semplicemente come colui che ci insegna che tutti gli uomini sono figli di Dio. Anche le affermazioni sul destino definitivo dell’uomo destano perplessità. In qualche momento si parla di uno «scioglimento» nel Dio impersonale, come il sale nell’acqua. In diverse occasioni si dichiara irrilevante anche la questione del destino dopo la morte. Deve interessare soltanto la vita presente. Quanto a questa, dal momento che il male è solo ignoranza, non ci sono regole oggettive di moralità. Bene e male sono soltanto valutazioni mentali imposte alla realtà.

Coerentemente con quanto esposto finora, si può comprendere come secondo la logica dell’autore qualsiasi Credo o professione di fede sia in Dio che in Cristo non può che impedire l’accesso personale alla verità. La Chiesa, facendo della Parola di Dio nelle Sacre Scritture un idolo, ha finito per scacciare Dio dal tempio. Di conseguenza essa ha perduto l’autorità di insegnare nel nome di Cristo.

Al fine pertanto di tutelare il bene dei fedeli, questa Congregazione ritiene necessario dichiarare che le posizioni suesposte sono incompatibili con la fede cattolica e possono causare gravi danni.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza accordata al sottoscritto Prefetto, ha approvato la presente Notificazione, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, 24 giugno 1998, solennità della Natività di san Giovanni Battista.

Joseph Card. Ratzinger – Prefetto

+Tarcisio Bertone, S.D.B. – Arcivescovo emerito di Vercelli – Segretario

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SI LEGGA ANCHE QUI: Ratzinger CdF 1989: Alcuni aspetti della Meditazione Cristiana (Yoga, pratiche orientali, occultismo, false apparizioni, ecc…)


Se lo Yoga sia una religione o solo una disciplina e se un cristiano lo possa esercitare

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Quesito

Caro Padre Angelo,

Mi chiamo Stefano, ho 45 anni e frequento la scuola di formazione teologica della mia città.

Durante una delle ultime lezioni sul “Monachesimo” di una insegnante, tra le altre cose mia amica, è nata una diatriba riguardo allo “Yoga”. Io ho esordito dicendogli che lo Yoga è una religione, per cui un cristiano non può praticarla neppure come ginnastica, senza correre dei rischi: infatti, un insegnante di Yoga, non può non conoscere tutta la filosofia che stà dietro e che basta documentarsi un pò, per trovare testimonianze di persone, che raccontano dei danni che lo Yoga ha loro prodotto in campo spirituale e fisico.
Tengo a precisare che ho letto alcune testimonianze sul libro “Come leone ruggente” di Tarcisio Mezzetti.
Ho così preso atto che molte delle persone che frequentano i corsi, la conoscono solamente come una ginnastica e niente più…
Perfino l’insegnante (laureata in teologia) ci ha detto che lo Yoga non è una religione e che come semplice ginnastica può essere praticata tranquillamente; questo è quello che lei ha studiato.
Allora mi sono messo a cercare qualche scritto di autori cristiani, per vedere come essi potevano posizionarsi in merito allo Yoga.
Mi sono così trovato a leggere tutto, ed il suo contrario, per arrivare perfino a leggere di uno “Yoga Cristiano” (ma se non è una religione e non comporta alcun rischio, che senso ha specificare ” Yoga Cristiano”???).
Padre Angelo, ma se lo Yoga comportasse anche solo dei rischi minimi, perchè nei documenti ufficiali della Chiesa non ho trovato alcuna presa di posizione precisa, che tuteli l’integrità di quanti pensano di potervisi accostare senza rischiare niente?
Mi piacerebbe che ci fosse una chiara presa di posizione da parte della Chiesa……. ma così non mi sembra.
Sono confuso……. non mi interessa di avere ragione nei confronti di nessuno, sento invece dentro di me, la necessità di avere chiarezza.
Le sarei grato se potesse farlo Lei, Padre.

La pace sia con Lei.


Risposta del sacerdote

Caro Stefano,
ti riporto ampi stralci di un editoriale della Civiltà Cattolica (7 aprile 1990, n. 3355, pp. 3-15), la prestigiosa rivista dei gesuiti italiani che ha dedicato all’argomento da te suscitato un editoriale.
Gli editoriali della Civiltà Cattolica hanno una certa autorevolezza perché passano sempre sotto la revisione della Segreteria di Stato della Santa Sede.
Come potrai vedere, lo Yoga in se stesso si confonde con la religione induista, nel senso che è un insieme di mezzi per portare alla liberazione dalle reincarnazioni.
Mentre alcuni dalle nostre parti vorrebbero prendere dallo Yoga solo come un mezzo per giungere all’unione con Dio. Ma anche in questa seconda accezione vi sono moltissimi rischi, come puoi vedere dagli ampi stralci che ti riporto.
Ti seguo con la preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

L’editoriale ha per titolo: «Yoga» e «Zen» possono aiutare la meditazione cristiana?

1. Lo Yoga per la massima parte degli occidentali consiste in una serie di esercizi fisici e di posizioni del corpo che danno un senso di benessere, di calma interiore e di armonia e giovano a mantenere il corpo giovane e in perfetta salute.
In realtà, taluni guru orientali, convinti che gli occidentali in generale siano poco propensi a impegnarsi nella durissima e lunga disciplina dello Yoga, e sapendo d’altra parte quale importanza essi attribuiscano all’efficienza e alla salute del corpo, hanno ideato uno «Yoga per gli occidentali», che non è lo Yoga autentico, o meglio, comprende posizioni e tecniche respiratorie che, nell’insieme della disciplina yogica formano la parte preparatoria (detta Hatha-yoga) al vero Yoga (il Raja-yoga, lo Yoga regale). Mentre, infatti, lo Hatha-yoga è lo Yoga del benessere fisico, il Raja-yoga è lo Yoga della consapevolezza e quindi la forma di Yoga più alta, perché mediante essa lo yogin raggiunge l’enstasi. Ci sono certamente molte forme di Yoga, o meglio, tutte le «vie» (marga) indiane della salvezza, che consiste nella liberazione dal samsãra, cioè dalla necessità di rinascere a una nuova esistenza segnata dal dolore e dall’impermanenza, possono servirsi delle tecniche di meditazione insegnate dallo Yoga. Tuttavia, lo Yoga nella sua forma più autentica è quello insegnato nello Yoga-sutra (un’opera attribuita a Pàtañjali, vissuto nel sec. II a. C., ma probabilmente del sec. V d. C.). È di esso che qui parleremo.

2. Lo Yoga è precisamente la disciplina pratica per giungere alla «liberazione». Esso si deve intraprendere sotto la guida di un “maestro” (guru) sperimentato, sia perché si apprende non dai libri, ma dall’esperienza, sia perché solo una guida sperimentata può dire quali pratiche yogiche sono adatte a una data persona. È costituito da otto tappe (anga).

La prima è costituita dalle «astinenze», che sono cinque: la non-violenza, la veracità, il non-rubare, la castità assoluta e la non-avarizia.

La seconda comprende le «osservanze» e sono: la pulizia interna ed esterna, dello spirito e del corpo; il controllo nel mangiare, usando preferibilmente cibo vegetariano; la contentezza, cioè l’essere sempre sereno e tranquillo in ogni circostanza della vita, bella o brutta; l’austerità, che è autodisciplina, penitenza, mortificazione, sopportazione della fame e della sete, del caldo e del freddo, e silenzio interno ed esterno; lo studio assiduo delle Scritture; e, infine, la devozione verso Dio.
Come si vede, lo Yoga esige una preparazione ascetica estremamente dura. Esso comprende anche la «devozione a Jshvara», ma non è propriamente religioso, nel senso che non ha come fine la purificazione del cuore affinché questo possa aprirsi all’amore e all’azione di Dio. L’ascesi yogica ha solo lo scopo di togliere gli ostacoli che potrebbero impedire allo yogin d’intraprendere il cammino dello Yoga o distoglierlo da esso.

La terza consiste nell’assumere modi di sedere che favoriscono la «meditazione»: devono essere «stabili», cioè immobili, «gradevoli» e quindi facili a prolungarsi, e «adatti» alla concentrazione. La posizione migliore è quella del «fior di loto», che consiste nel mettete il piede destro sulla coscia sinistra e il piede sinistro sulla coscia destra con le piante dei piedi rivolte verso l’alto, nel tenere le mani sulle ginocchia con le palme rivolte verso l’alto o verso il basso, il capo, il collo e il torso ben diritti e in rettilineo, gli occhi chiusi oppure concentrati su un punto, per esempio, sulla punta del naso. Si deve evitare ogni sforzo violento: perciò, lo yogin sceglierà la posizione in cui potrà restare a lungo senza eccessiva fatica.

La quarta consiste nella regolazione del respiro e completa la «concentrazione fisiologica» iniziata con la terza: si tratta di rallentare e ridurre al minimo il ritmo respiratorio, in modo da giungere alla respirazione lenta e tranquilla che si ha nel sonno profondo. Il controllo della respirazione dà calma e tranquillità di spirito. Lo si deve praticare in un luogo calmo, pulito e solitario, accompagnando i movimenti dell’inspirazione-ritenzione-espirazione con la recita di un mantra (nome o formula sacra).

La quinta consiste nel ritirare i sensi dai loro oggetti. I sensi, infatti, trascinano l’uomo ad attaccarsi agli oggetti: ma, «da tale attaccamento nasce il desiderio e dal desiderio sorge l’ira, dall’ira deriva l’offuscamento e dall’offuscamento la turbata memoria, dalla turbata memoria la distruzione della ragione e dalla distruzione della ragione l’ultima rovina». È dunque necessario controllare i sensi con una particolare tecnica di ritrazione, in modo da rivolgerli verso l’interno, cosicché possano venire stimolati solo quando si vuole.
In tal modo, yogin non è più distratto e attirato dagli oggetti dei sensi, ma è entrato in se stesso ed è perciò pronto a passare alle tappe superiori, puramente mentali. In realtà, più che di tre tappe, si tratta di una sola che a mano a mano si approfondisce, sfociando nell’«enstasi»: essi sono la «concentrazione», la «meditazione» e l’«assorbimento» o «enstasi»

La sesta tappa consiste dunque nella «concentrazione», nel fissare la mente su una cosa sola e nel mantenerla concentrata su di essa. Qualsiasi cosa, interna o esterna, può essere oggetto di concentrazione. Si consiglia di concentrarsi su una parte del corpo, come la punta del naso, lo spazio tra le sopracciglia, l’ombelico, il «loto del cuore», ma si può usare anche un fiore, un’immagine sacra, sempre però controllando il respiro e ritraendo i sensi, e facendo tutto senza rilassamento e divagazione. È essenziale rilevare che la concentrazione yogica non ha lo scopo di concentrare l’attenzione su un oggetto per meglio conoscerlo, ma al contrario ha lo scopo di arrestare la fluttuazione della mente, facendo sì che essa s’identifichi con l’oggetto senza nessun processo d’immaginazione o di ragionamento.

La settima tappa consiste nella «meditazione», che altro non è se non la concentrazione divenuta più intensa e, soprattutto, più prolungata: la mente è talmente fissa sull’oggetto che non è conscia di nient’altro; essa non ragiona sull’oggetto, ma solo lo fissa con un semplice sguardo mentale prolungato, senza sforzo. In tal modo la mente si pacifica, s’immobilizza e si svuota: è quindi preparata, col meditare oggetti sempre più sottili, all’«assorbimento».

Questa (l’«assorbimento») è l’ottava tappa, che si verifica quando l’atto di coscienza coincide con il suo oggetto e si fonde con la natura dell’oggetto meditato ed è così totalmente immerso nell’oggetto che si perde in esso ed è conscio soltanto di esso. È la “liberazione”, poiché, liberato da tutte le limitazioni del mondo fenomenico e da tutti i condizionamenti del corpo e della psiche, lo spirito realizza la propria autonomia e identità originaria, riconoscendosi come identico all’Assoluto. Il Sé può ormai risplendere nella sua piena luce.

Lo Zen non è che la settima tappa dello Yoga: la “meditazione».
Lo scopo dello Zen è diventare cosciente della propria natura di Buddha. Ognuno possiede tale natura, ma non ne è cosciente. Quando ne prende coscienza, egli si rende conto che quello che egli considerava il suo io non è veramente l’Io nella sua pienezza: l’«illuminazione» consiste precisamente nella «realizzazione del Sé», nel prendere coscienza della propria esistenza trascendente. Non basta, cioè, «essere» Buddha; bisogna prenderne «coscienza».

3. Queste due tecniche di «meditazione» possono aiutare la «meditazione» cristiana? Prima di rispondere a questa domanda, rileviamo che il termine «meditazione» non ha lo stesso significato nel cristianesimo e nello Yoga-Zen.
Nel cristianesimo la meditazione è uno sforzo di riflessione e di approfondimento delle verità rivelate da Dio fatto in un clima di silenzio e di raccoglimento e ascoltando la Parola di Dio. Fatto alla presenza di Dio, tale sforzo sfocia naturalmente nel colloquio con Lui: la «meditazione», cioè, è preparazione alla «preghiera» propriamente detta e ha senso solo se porta al colloquio con Dio. È, dunque, rivolta «verso l’Altro», verso il Tu di Dio-Trinità.
Nello Yoga la «meditazione» è la concentrazione intensa e prolungata del soggetto sull’oggetto spinta fino all’«assorbimento» dell’io nell’oggetto. È perciò rivolta «verso il Sé», verso l’immersione dell’io nel Sé e dunque verso un’interiorità «solitaria».
È quindi un’esperienza «spirituale», ma non «religiosa» né «morale».
Nello Zen la «meditazione» è lo sforzo di giungere al Vuoto assoluto di pensiero. È, dunque, l’esatto opposto della meditazione cristiana, che è lo sforzo di riflettere sulla Parola di Dio per farla propria, per pensare come pensa Dio. Meditazione cristiana e meditazione orientale sono, quindi, realtà non solo diverse, ma opposte. Tanto più che alla meditazione cristiana è essenziale la persona di Cristo nella sua umanità, la quale non è di ostacolo all’esperienza dell’infinito, ma è invece la via che dà accesso alla forma più elevata di tale esperienza; soprattutto, sono essenziali la Croce e la Risurrezione, che sono il criterio ultimo della validità di ogni forma di meditazione.
A motivo di questa radicale opposizione tra la meditazione cristiana e la meditazione Yoga e Zen alcuni sono nettamente contrari al ricorso, da parte dei cristiani, alla pratica dello Yoga e dello Zen e non ammettono che si possa parlare di «Yoga cristiano» e di “Zen cristiano». Essi sono contrari anche al ricorso alle tecniche meditative dello Yoga e dello Zen, perché ritengono che tali tecniche non siano «neutre», tali cioè che possano applicarsi a qualsiasi religione, ma siano indissolubilmente legate ai sistemi filosofici e religiosi da cui sono state elaborate.
In realtà, l’opposizione rilevata tra la meditazione cristiana e la meditazione orientale pone il problema se le tecniche meditative dello Yoga e dello Zen possano essere impiegate nella meditazione e nella preghiera cristiana. Poiché lo Yoga e lo Zen sono sistemi di pensiero e di prassi fortemente coerenti, nel senso che tutte le loro parti hanno un posto ben preciso nel raggiungimento del fine e sono indirizzate a raggiungere quello scopo e non un altro, non si vede facilmente come tecniche di meditazione rivolte a raggiungere l’isolamento dell’Io nell’enstasi e il Vuoto mentale assoluto possono essere usate per raggiungere uno scopo totalmente diverso e, anzi, opposto: il «dialogo Io-Tu» del cristiano col Padre e con Cristo, e la «Pienezza» di conoscenza e di amore nella partecipazione alla vita trinitaria.
Tanto più che i cristiani – in particolare i religiosi e le religiose – hanno a loro disposizione una serie di metodi di orazione elaborati e sperimentati da sante e santi cristiani che hanno raggiunto le più alte vette dell’esperienza mistica: tali metodi non solo non hanno perduto vigore e attualità, ma sono pienamente in armonia col mistero cristiano.
Tuttavia, non possiamo ignorare un fatto: alcuni, dopo aver praticato a lungo e con serietà lo Yoga e lo Zen, affermano di aver ricavato grandi vantaggi sia per la propria vita interiore e di relazione, sia per la propria preghiera. Non solo hanno imparato a controllare i propri sentimenti, hanno preso possesso quasi perfettamente di se stessi e perciò sono divenuti calmi e spiritualmente liberi; e migliorando la propria capacità di concentrazione, hanno reso di più nel loro lavoro; non solo la loro capacità di comprensione delle cose, diventando meno discorsiva e più intuitiva, è divenuta più profonda; ma la loro vita di preghiera ne ha tratto un grande beneficio, divenendo più tranquilla e recettiva, più attenta e concentrata, quindi più raccolta e più profonda e anche più facile e spontanea. Si tratta però di persone particolarmente preparate teologicamente e spiritualmente e, soprattutto, sane psicologicamente, capaci quindi di cogliere ciò che in tali metodi è positivo, ma anche di vederne le deficienze e i pericoli.
Per parte nostra riteniamo che, generalmente parlando, coloro che possono trarre veri vantaggi dalle tecniche meditative orientali sono i cristiani di cultura indiana e giapponese, per i quali tali tecniche fanno parte della vita di ogni giorno e per i quali tali tecniche possono essere di aiuto per pregare, non da occidentali, ma da «indiani» e da «giapponesi».
Abbiamo, invece, forti dubbi che persone di cultura occidentale possono normalmente giovarsi di metodi e tecniche di meditazione che, oltre al fatto d’ispirarsi a concezioni filosofiche e antropologiche radicalmente diverse e anzi opposte, sono nate e si sono sviluppate in culture molto lontane da quella occidentale, per la quale, perciò, tali tecniche non sono «naturali», bensì «innaturali»: tanto che la massima parte del tempo e un enorme impiego di energie devono essere spesi da un occidentale solo per impararle.

A questo proposito, è importante rilevare che quegli stessi i quali hanno fatto serie e prolungate esperienze di Yoga e di Zen, sentono il dovere di mettere in guardia contro i pericoli di tali tecniche. Un benedettino che ha praticato per lunghi anni lo Yoga, J. M. Déchanet, osserva che il Raja-yoga nella sua integrità «è incompatibile con l’essenza del cristianesimo e, senza alcun dubbio, è in contraddizione con l’esperienza dei Santi», ma aggiunge che anche le «discipline» da esso utilizzate controllo del respiro prolungato durante alcune ore, concentrazione intensa e prolungata, visualizzazione dell’oggetto da parte del soggetto fino a identificarsi con esso – «sono pericolose e la più grande prudenza è di regola nei loro confronti». Egli nega perciò che si possa «cristianizzare» lo Yoga, pur ammettendo i «vantaggi incontestabili» che il cristianesimo può ricavare dalle «discipline yogiche», a condizione, tuttavia, che queste non vengano maggiorate, col farne delle tecniche di «ricerca mistica di Dio».
In realtà, i pericoli a cui si va incontro nell’uso delle tecniche dello Yoga e dello Zen sono molteplici: che si metta tutta la propria attenzione nel praticarle correttamente e si trascuri o si metta da parte il colloquio con Dio: in tal modo tali tecniche diventano un fine da perseguire e cessano di essere un semplice mezzo per una preghiera più profonda; che ci si ripieghi su se stessi, sulla propria persona, sul proprio corpo e ci si compiaccia delle proprie performances fisiche e mentali nell’esecuzione degli esercizi, ritenendo che l’essere bravi in tali esercizi equivalga ad essere cresciuti nello spirito di preghiera; che si confondano i risultati di maggiore tranquillità interiore e più profonda concentrazione e raccoglimento che con tali esercizi si possono raggiungere con gli effetti soprannaturali di santificazione che la preghiera produce nel cristiano e che, generalmente, non sono sperimentabili: che quindi, si creda di pregare meglio, perché si controllano meglio i propri pensieri e i propri sensi e perciò si è meno distratti.
Ricordiamo ancora una volta che il valore della preghiera cristiana non dipende né dalla concentrazione, né dall’attenzione, né dalla mancanza di distrazioni, ma dalla fede e dall’amore. Quanto maggiore è la fede e più intenso è l’amore per il Signore e più ardente il desiderio di Lui, tanto più profonda ed efficace è la preghiera.
A questo proposito è utile richiamare un insegnamento di san Tommaso d’Aquino: chiedendosi se la preghiera debba essere «attenta», egli osserva che l’attenzione è assolutamente necessaria alla preghiera affinché essa raggiunga «meglio» il suo fine; ma affinché sia meritoria ed efficace, non si richiede di necessità l’attenzione per tutta la durata della preghiera, ma basta la prima intenzione con la quale una persona si accosta alla preghiera: «Si deve dunque dire che prega in spirito e verità colui che si mette a pregare per impulso dello Spirito Santo, anche se poi la mente divaga per qualche debolezza, non di proposito» (Summa Theol, II-II, q. 83, a. 13, ad 1 et 3).
In altre parole, le distrazioni, se non sono volontarie, non impediscono la «preghiera profonda», a condizione che questa nasca e sia sostenuta da una fede viva e da ardente amore: fede e amore che sono doni dello Spirito Santo e che nessuna tecnica umana può meritare e tanto meno produrre, anche se con l’impegno umano ci si può in qualche misura «disporre» a riceverli più abbondantemente e con più frutto.
Ma il punto sul quale bisogna maggiormente insistere è un altro. Nello Yoga e nello Zen le tecniche di meditazione sono «necessarie», nel senso che senza di esse è impossibile giungere allo scopo che lo Yoga e lo Zen si propongono; inoltre, le tecniche di meditazione, se sono praticate correttamente, a lungo e con costanza, portano “necessariamente” al raggiungimento dell’obiettivo.
Invece, nel cristianesimo, i metodi e le tecniche di meditazione e di preghiera sono utili e, nei primi tempi, anche necessari per aiutare e sostenere lo sforzo della preghiera; ma non sono per sé assolutamente necessarie, poiché Dio si può comunicare al cristiano e questi può entrare in contatto con Dio senza l’ausilio di nessuna tecnica particolare.
A mano a mano, poi, che lo spirito di preghiera e di unione con Dio diviene più profondo, metodi e tecniche di preghiera si semplificano e si riducono fino a scomparire quasi del tutto. La preghiera perde allora ogni carattere complicato e artificioso per divenire attenzione amorosa a Dio e silenzio adorante.
Quello che possiamo dire con certezza è che l’esperienza mistica “cristiana” è soprannaturale, è puro dono di Dio, e il suo carattere essenziale è la «passività», cioè il fatto che l’uomo, che Dio per pura grazia ha ammesso alla sua intimità, non può far nulla, ne per causare e coadiuvare l’azione di Dio in lui né per impedirla. Non c’è, dunque, nel cristianesimo nessuna tecnica capace di causare necessariamente l’unione mistica con Dio.
Siamo qui al punto centrale dell’opposizione tra il cristianesimo da una parte e lo Yoga e lo Zen dall’altra e quindi tra i metodi di orazione cristiani e le tecniche della meditazione orientale: qui l’uomo si salva da sé col suo sforzo; nel cristianesimo l’uomo è salvato da Dio per grazia.

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