L’Ascensione di Cristo: la consistenza di tutte le cose.
Santa Messa Ascensione in rito tradizionale a Vocogno in Val Vigezzo (VB).
Omelia di don Alberto Secci: Lieto fine, uscita di scena?
Domenica 17 Maggio 2026.
Sia lodato Gesù Cristo.
La festa dell’Ascensione, direi, è il vertice, non il termine, del tempo di Pasqua. È una festa un po’ schiacciata tra la Pasqua, con le sue domeniche che seguono, e la solennità di domenica prossima di Pentecoste; è un po’ schiacciata anche nella nostra coscienza e nella nostra intelligenza, perché noi consideriamo poco l’Ascensione. Mi sembra di poter dire questo: non ve ne accorgete? Noi passiamo dalla resurrezione al dono dello Spirito, ma la Pentecoste è una conseguenza dell’Ascensione.
Non è un lieto fine, l’Ascensione. Vi permettete questo modo di parlare? Non vuole essere irrispettoso, ma è come quando devi finire una storia: alla fine dici che va bene, è andato in cielo, finito. Non è così, in fondo è un’uscita di scena. Siccome non si sapeva come finire la storia di Gesù, va in cielo alla destra del Padre. Sbaglio se dico così? Se non cogliamo questo, è certo che per noi resta un mistero grande che Gesù, dopo quello che ha fatto, salga in cielo alla destra del Padre e sparisca alla vista di coloro che lo hanno seguito.
Ma voi sapete bene che il mistero non è una cosa totalmente inconoscibile: è una verità dentro la quale entrare in punta di piedi, con grande umiltà, per cogliere tutto quello che si può cogliere e che il Signore vuole che sia colto da noi.
Intanto, colui che sale al cielo non è esattamente come quando è disceso. Non ci avete mai pensato? Permettetemi di balbettare qualcosa su questo. La prima considerazione che mi viene da fare con voi è che è disceso il Verbo eterno di Dio, seconda Persona della Santissima Trinità: è disceso dal cielo per diventare uomo veramente. È il grande mistero dell’Incarnazione, del Natale, che è il centro della vita cristiana, senza il quale né la resurrezione né l’Ascensione hanno senso. E noi, se non stiamo sempre a Betlemme, non riusciamo a capire l’Ascensione.
Vi chiedo di soffermarvi. Colui che sale al cielo oggi e siede alla destra del Padre è colui che è nato a Betlemme, che è vissuto trent’anni a Nazaret, dove è stato sottomesso a sua madre Maria Santissima e al suo padre putativo Giuseppe. Per questo Gesù ha avuto una vera famiglia, perché è dovuto essere educato: come uomo, certo; come Dio, non ha bisogno di essere educato, ma come uomo sì, altrimenti non è vera l’Incarnazione. Imparò l’obbedienza dalle cose che patì, trent’anni a Nazaret, dove ha lavorato con suo padre.
Soffermatevi un attimo: e poi tutta la vita pubblica del Signore, tre anni per i villaggi della Palestina, a fare tutto quello che ha fatto, a spiegare in parabole, a sfidare con i discorsi più aperti coloro che non credevano in lui e i segni, come dice il Vangelo di oggi. Termina con i segni, i miracoli e i giorni della passione, del tradimento, dell’abbandono, dell’angoscia fino al “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. E la sua santa morte in croce è la discesa agli inferi e la resurrezione.
Chi sale al cielo è l’uomo Dio, è il Dio fatto uomo, e sale al cielo dopo che ha fatto tutto quello che ha fatto. Voi pensate come Dio non abbia mai lasciato il cielo, il Signore; ma come uomo-Dio, ecco la verità dell’Incarnazione, dell’unione delle due nature in Cristo. Come uomo Dio sale al cielo con il suo corpo glorioso. Non è un’entità spirituale il Signore che sale al cielo, e questo i cattolici di un tempo lo sapevano bene. Ecco perché c’è l’inumazione dei corpi dei nostri defunti: perché deve risorgere il corpo, come quello di Cristo, che è alla destra del Padre; addirittura come quello di Maria Santissima, che, essendo la Madre del Signore, è stata da subito assunta in cielo con il corpo e l’anima. E Gesù è al cielo con la sua divinità, perché Dio non può essere separato dalla sua umanità, che non vuol dire solo il corpo, ma vuol dire anche la sua anima umana.
Perdonatemi se insisto, perché allora si capisce un poco di più che cos’è per noi, che cosa significa l’Ascensione. Vuol dire che, se Cristo è come uomo-Dio alla destra del Padre, lui è veramente la consistenza di tutte le cose, non solo un pio riferimento della tua vita perché ti sei detto cristiano, ma di tutta la realtà. Lo è la consistenza di tutto, prima di tutto perché tutto è stato creato per mezzo del Verbo. Per cui omnia per ipsum facta sunt, noi cantiamo nel Credo: per mezzo di lui tutto è stato creato. Ma lui è la consistenza perché tutto è redento, perché lui sale come l’uomo-Dio vittorioso sul peccato e sulla morte. Il Redentore, colui che ha pagato il riscatto, entra nei cieli e siede alla destra del Padre.
Allora capite come veramente non c’è niente di umano, di terreno, che possa essere disgiunto da Cristo. È, non mi viene altro termine, la consistenza di tutto: che cosa non è in Cristo, non consiste, non è.
Abbiamo appena spento il cero pasquale dopo il Vangelo, no? Secondo i segni che la liturgia usa per significare che Gesù è scomparso alla nostra vista. Ma noi non dobbiamo dimenticare quello che è stato il cero pasquale e ricordare sempre l’uma in Christo, Cristo luce del mondo: importantissimo, però risulta un po’ sentimentale se non c’è quello prima. Fuori dalla chiesa il sacerdote è segnato così dal cero pasquale: “Cristo ieri e oggi”. Vi ripeto queste parole perché capite come non è possibile che una cosa esista senza Gesù Cristo e sia salvata senza di lui: “Cristo ieri e oggi, principio e fine, Alfa e Omega”, le due lettere estreme dell’alfabeto greco. C’è tutto. A lui appartengono i tempi e i secoli, a lui la gloria e l’impero per tutti i secoli dell’eternità.
È questo Gesù Cristo che entra nei cieli, ed è così. E nel canto del prefazio dell’Ascensione, avete la Messa lì: il prefazio è sempre molto importante, perché è il dogma, il catechismo cantato. I prefazi sono delicatissimi: prima di entrare nel punto più sacro della Messa, la parte mistica, canti il prefazio. Vuol dire che non basta il Credo, ci vuole il prefazio. È il canto della Chiesa che crede, il canto della sposa.
Si dice: fu elevato in cielo per farci partecipi della sua divinità. Questo lo sapete bene. Ma attenti a che senso: se viene vista come un’uscita di scena, un lieto fine, “oh che bello, il Signore ha pagato il nostro riscatto, è andato in cielo e adesso ci fa come lui”, allora viene fuori quel cristianesimo retorico che c’è in giro oggi, che non cambia niente della realtà e che non cambia niente della tua vita. Allora notate che è così: è il cristianesimo del lieto fine, per cui per forza tutti si salveranno tranquilli perché è già finito bene Gesù. Ci sorprendiamo, e noi ragioniamo così. Non capiamo che è il crocifisso risorto, il Redentore. Infatti il cero pasquale è segnato poi da quei grani di incenso che simboleggiano le piaghe del Signore. Il Risorto è piagato perché entra come Redentore.
Ora che vuol dire? Che ci fa il dono inestimabile della sua divinità, nel senso che ci chiede — e lui lo rende possibile — di entrare nella sua consistenza e nella sua eternità, già adesso. Non è un dono da gran finale: è un’operazione che Cristo compie entrando in cielo e sedendo alla destra del Padre. Ancora un’operazione di salvezza. È giustizia che lui salga al Padre. Vi ricordate i Vangeli? Dicevano che è giustizia, ma è un’operazione per noi.
Ci fa entrare nella consistenza di tutto, che è lui stesso. Ci fa partecipi della sua divinità, non della divinità in generale, della sua divinità. Ci fa partecipare alla sua vita. È il miracolo della grazia.
Che cosa ne consegue? Che è perfettamente folle affermare la laicità della vita a fianco di una religiosità. È veramente censurare tutta la parte più importante del fatto cristiano. Avete in mente, no? La tua fede, poi la vita ha le leggi della vita. No, no: la vita ha le leggi di Cristo, perché lui è il Verbo eterno e, grazie a quell’operazione, tutto consiste in lui.
Infatti, immediatamente dopo, i discepoli ancora non capivano, non credevano, avevano visto la resurrezione. Dopo averli richiamati, il Signore dice: “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura”. Tutto il mondo, ogni creatura: è la totalità di Cristo. Quando si dice che la Chiesa è cattolica, universale, non è perché è dappertutto soltanto; è perché la Chiesa afferra tutto in nome di Cristo. Tutto, tutto della tua vita. Tutto. Guardate che se uno lascia fuori gli affetti o gli affari è finita. Prima o poi te ne vai. Prima o poi te ne vai. O gli affetti o gli affari sono i tuoi grandi inciampi. Non c’è niente da fare. Tutto di te, tutto della tua vita.
Quando noi ci riempiamo la bocca del restaurare omnia in Christo, questa cosa non è una battaglia ideologica contro i cattolici liberali: è molto di più, è la nostra conversione, perché liberali siamo noi, ahimè, in un sacco di cose, quasi in tutto. Ma meditiamolo, contempliamolo, incominciamo ad amare questo mistero della vita, questo fatto della vita del Signore, la sua Ascensione in cielo: restaurare omnia in Christo, ricapitolare tutte le cose. Il Signore ricapitola tutte le cose in sé, tanto che il Padre darà il giudizio completamente a Gesù Cristo.
Infatti dice una parte della liturgia di oggi: “Uomini di Galilea, perché ve ne state stupiti a mirare il cielo? Nello stesso modo che lo avete visto ascendere al cielo, così ritornerà”. E l’altra questione è questa: non capendo l’Ascensione non capiamo il ritorno di Cristo. Mentre generazioni di cristiani hanno atteso fervorosamente il ritorno di Cristo, tanto che da San Paolo a tutti gli altri devono dire: “Calmatevi, non è detto che arrivi subito, lavorate”, perché c’erano gli esagitati: “Torna, torna, torna!”. Non c’è più niente. Ma questa attesa è il ripiego sbagliato: mentre aspetti il Signore, l’attesa deve essere viva. Tornerà, e cosa torna a fare? Lo diciamo nel Credo: a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. A lui appartengono l’impero, i segni del cielo pasquale.
Domandiamo questa grazia. Oggi pomeriggio troveremo a pregare la Madonna: domandiamo, ragazzi, di capire di più il mistero dell’Ascensione e il mistero della totalità della consistenza delle cose in Cristo, perché diventi chiaro anche il compito della nostra vita. Sennò perché facciamo le cose che facciamo? Che senso hanno? Perché lavoriamo? Perché riposiamo? Perché c’è chi mette famiglia? Perché c’è chi dona la vita al Signore totalmente, subito, anticipando l’eternità dei cieli? Perché devi avere fame? Perché devi saziarti? Perché devi essere lieto? Perché devi accettare la tristezza se non per questa operazione che deve avvenire, affinché anche la mia vita possa consistere con lui.
