Concilio Vaticano II: cosa disse davvero il cardinale Alfredo Ottaviani?

Cari Amici, da molti anni si discute sul Concilio e del Concilio Vaticano II tanto che abbiamo aperto una sezione a parte qui… per chi volesse approfondire maggiormente. A riguardo delle ultime considerazioni sulla situazione di un certo fronte Tradizionalista, si è tornati ad usare il famoso cardinale Alfredo Ottaviano all’epoca Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (l’antico Sant’Uffizio), attribuendogli, però, comportamenti e cose non dette…

Il Prefetto Ottaviani non fu mai contro il Concilio, non si pose mai contro i Documenti che definisce “dottrina”. E’ vero che denunciò, in una Lettera ai Vescovi ufficiale, gli abusi, le storture, errori vari di chi stava già strumentalizzando il Concilio e i suoi Testi, ma senza mai negare la validità dell’Assise Ecclesiale dei Padri, men che meno accusò mai il Pontefice di “eresia”…

Per capire come viene oggi strumentalizzato il buon Ottaviani, ci faremo aiutare da una attenta analisi fatta da Don Mario Proietti che condividiamo

OTTAVIANI, IL CONCILIO E LA VERA QUESTIONE CATTOLICA

Cari amici, dopo aver letto l’articolo di Robert Morrison sulla Dichiarazione della FSSPX e sulla lettera del cardinale Ottaviani del 1966, mi è venuta una riflessione che considero importante, soprattutto mentre il Santo Padre sta compiendo uno sforzo prezioso: riproporre alla Chiesa i documenti del Concilio Vaticano II, aiutandoci a leggerli nella continuità della fede cattolica.

Resto in qualche modo esterrefatto nel constatare che si continua a usare la figura del cardinale Ottaviani per sostenere che il Concilio Vaticano II sarebbe stato, fin dall’inizio, la fonte degli errori modernisti che hanno ferito la Chiesa.

Questa lettura, a mio avviso, non è fedele al testo.

La lettera circolare della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede del 24 luglio 1966 denunciava realmente errori gravi. Si parlava di interpretazioni false della dottrina conciliare, di relativismo, di evoluzione indebita del dogma, di crisi morale, di deformazioni dell’ecumenismo. Nessuno dovrebbe minimizzare queste ferite. Il postconcilio ha conosciuto abusi, confusioni, sperimentazioni dottrinali e pastorali che hanno fatto soffrire profondamente la Chiesa.

Il punto decisivo, però, è un altro. Ottaviani non presentava questi errori come frutti necessari del Concilio. Diceva l’opposto. Vi invito a leggere ciò che diceva già nel preambolo: “Dopo la recente e positiva conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II, sono stati promulgati numerosi e saggi Documenti, sia in materia dottrinale che disciplinare, al fine di promuovere efficacemente la vita della Chiesa. Tutto il popolo di Dio è tenuto dal grave dovere di adoperarsi con ogni diligenza per mettere in atto tutto ciò che è stato solennemente proposto o decretato, sotto l’influenza dello Spirito Santo, dall’assemblea universale dei vescovi presieduta dal Sommo Pontefice.”

Quindi i documenti del Concilio sono saggi, dottrinali e disciplinari, promulgati per promuovere la vita della Chiesa. Poi richiamava il grave dovere del popolo di Dio di attuare ciò che il Concilio aveva proposto o decretato. Dopo di che, un altro passaggio molto importante: “È diritto e dovere della Gerarchia vigilare, guidare e promuovere il movimento di rinnovamento avviato dal Concilio, affinché i Documenti e i Decreti conciliari siano correttamente interpretati e attuati con la massima fedeltà al loro merito e al loro spirito. Questa dottrina, infatti, deve essere difesa dai vescovi, poiché essi, con Pietro come loro Capo, hanno il dovere di insegnare con autorità. Molti Pastori hanno già mirabilmente cominciato a spiegare la rilevanza della dottrina conciliare.”

Poi denuncia: “bisogna riconoscere con dolore che da diverse parti giungono notizie spiacevoli riguardo ad abusi nell’interpretazione della dottrina conciliare che si stanno diffondendo, nonché ad alcune opinioni sfacciate che circolano qua e là, causando grande turbamento tra i fedeli. “ Questo è il punto che certa apologetica ipertradizionalista tende a nascondere. Ottaviani denunciava gli abusi nell’interpretazione del Concilio. Non usava quegli abusi per dichiarare il Concilio in sé modernista. Non fondava una resistenza parallela alla gerarchia. Non trasformava la crisi postconciliare in una licenza permanente a giudicare la Chiesa visibile dall’esterno.

Per questo il lavoro che Papa Leone XIV sta compiendo nelle catechesi del mercoledì sui documenti conciliari è di grande importanza. Il Papa sta facendo ciò che Ottaviani auspicava impegnarsi affinché: “i Documenti e i Decreti conciliari siano correttamente interpretati e attuati con la massima fedeltà al loro merito e al loro spirito.” Questo significa, appunto, tornare ai testi, leggerli nella Tradizione, sottrarli alle manipolazioni, mostrarne il senso ecclesiale. Il Santo Padre, pertanto, non sta preparando una difesa preventiva di testi sospetti. Sta esercitando il compito proprio del Magistero: custodire, interpretare, orientare, confermare nella fede.

Qui occorre rispondere anche a una obiezione che ritorna spesso: quando si parla di ermeneutica della continuità, qualcuno pensa subito a una specie di trucco per salvare testi problematici. Questa idea è povera. La Chiesa ha sempre interpretato i testi. Ha sempre distinto il senso autentico dagli abusi. Ha sempre letto ogni documento nel corpo vivo della fede ricevuta. Prima del Vaticano II non esisteva una Chiesa senza ermeneutica, quasi che i documenti cadessero dal cielo già immuni da ogni possibilità di fraintendimento. Esisteva la Chiesa che insegnava, custodiva, spiegava e correggeva.

Il problema, dunque, non è spiegare il Concilio. Il problema è far dire al Concilio ciò che esso non dice. Questo è accaduto in senso progressista, quando si è invocato un generico “spirito del Concilio” contro la dottrina cattolica. Sta accadendo anche in senso ipertradizionalista, quando si pretende che ogni testo conciliare sia letto come prova di rottura, anche quando il Magistero lo interpreta dentro la continuità della fede.

La vera fedeltà cattolica non consiste nel chiudere gli occhi davanti agli abusi postconciliari. Consiste nel riconoscerli con lucidità e nel rifiutare che essi diventino il pretesto per delegittimare il Concilio, la gerarchia e il ministero di Pietro. Una cosa è denunciare interpretazioni false. Altra cosa è trasformare quella denuncia in un principio di sospetto permanente verso la Chiesa.

Ottaviani, letto seriamente, non autorizza questa operazione. La sua lettera resta una denuncia forte degli errori. Proprio per questo, resta anche un richiamo alla responsabilità della gerarchia, alla corretta interpretazione dei testi conciliari e alla comunione con Pietro.

In fondo, la questione è semplice: si può criticare una falsa interpretazione del Concilio senza dichiarare falso il Concilio. Si può denunciare il modernismo senza cadere in una ecclesiologia parallela. Si può custodire la Tradizione senza trasformarla in un tribunale privato contro il Magistero vivo della Chiesa.

Ed è qui che oggi serve una vera mente cattolica. Non una mente progressista, che usa il Concilio per rompere con ciò che lo precede. Non una mente ipertradizionalista, che usa gli abusi postconciliari per dichiarare sospetto tutto il Concilio. Serve una mente cattolica, capace di leggere, distinguere, custodire e restare nella comunione visibile della Chiesa.

Questa è la strada più esigente. Anche la meno comoda. Per questo viene evitata da molti: obbliga a pensare, e questa ormai sembra una penitenza non prevista dal calendario liturgico.

Per chi desideri confrontare entrambi i testi:

Lettera della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, 24 luglio 1966:

SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Lettera circolare ai presidenti delle Conferenze episcopali
riguardante alcune frasi ed errori derivanti
dall’interpretazione dei decreti del Concilio Vaticano II.

Dopo la recente e positiva conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II, sono stati promulgati numerosi e saggi Documenti, sia in materia dottrinale che disciplinare, al fine di promuovere efficacemente la vita della Chiesa. Tutto il popolo di Dio è tenuto dal grave dovere di adoperarsi con ogni diligenza per mettere in atto tutto ciò che è stato solennemente proposto o decretato, sotto l’influenza dello Spirito Santo, dall’assemblea universale dei vescovi presieduta dal Sommo Pontefice.

È diritto e dovere della Gerarchia vigilare, guidare e promuovere il movimento di rinnovamento avviato dal Concilio, affinché i Documenti e i Decreti conciliari siano correttamente interpretati e attuati con la massima fedeltà al loro merito e al loro spirito. Questa dottrina, infatti, deve essere difesa dai vescovi, poiché essi, con Pietro come loro Capo, hanno il dovere di insegnare con autorità. Molti Pastori hanno già mirabilmente cominciato a spiegare la rilevanza della dottrina conciliare.

Tuttavia, bisogna riconoscere con dolore che da diverse parti giungono notizie spiacevoli riguardo ad abusi nell’interpretazione della dottrina conciliare che si stanno diffondendo, nonché ad alcune opinioni sfacciate che circolano qua e là, causando grande turbamento tra i fedeli. Gli studi e gli sforzi per indagare la verità più a fondo sono lodevoli, soprattutto quando si distingue onestamente tra ciò che è centrale per la fede e ciò che è aperto all’opinione. Ma alcuni dei documenti esaminati da questa Sacra Congregazione contengono affermazioni che vanno facilmente oltre i limiti dell’ipotesi o della semplice opinione, sollevando apparentemente certi interrogativi sui dogmi e sui fondamenti della fede.

È opportuno richiamare l’attenzione su alcuni esempi di queste opinioni ed errori, emersi sia dalle relazioni di persone competenti sia in scritti pubblicati.

1) Innanzitutto riguardo alla Sacra Rivelazione stessa: ci sono infatti alcuni che si appellano alla Sacra Scrittura tralasciando deliberatamente la Tradizione. Ma così facendo limitano il ruolo e la forza dell’ispirazione biblica e della sua infallibilità, abbandonando una giusta concezione del vero valore dei testi storici.

2) Per quanto riguarda la dottrina della fede, alcuni affermano che le formule dogmatiche sono soggette a un’evoluzione storica, al punto che il loro significato oggettivo è suscettibile di modifiche.

3) Il Magistero ordinario della Chiesa, in particolare quello del Romano Pontefice, viene talvolta trascurato e sminuito, fino a essere relegato quasi alla sfera di una mera opinione.

4) Alcuni quasi si rifiutano di riconoscere una verità oggettiva, assoluta, stabile e immutabile, sottomettendo tutto a un certo relativismo, con il pretesto che ogni verità segua necessariamente un ritmo evolutivo secondo la coscienza e la storia.

5) La venerata Persona di Nostro Signore Gesù Cristo viene messa in discussione quando, nell’elaborazione delle dottrine cristologiche, si utilizzano certi concetti per descrivere la sua natura e la sua persona, concetti che risultano difficilmente conciliabili con quanto definito dogmaticamente. Un certo umanesimo cristologico viene distorto al punto che Cristo viene ridotto alla condizione di un uomo comune che, a un certo punto, ha acquisito la consapevolezza della sua divinità come Figlio di Dio. La nascita verginale, i miracoli e la risurrezione stessa vengono ammessi solo come concetti, ridotti a un ordine puramente naturale.

6) Analogamente, nella teologia sacramentale, alcuni elementi vengono ignorati o non presi in considerazione, soprattutto in relazione all’Eucaristia. Alcuni parlano della presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino come di una sorta di simbolismo esagerato, come se il potere della transustanziazione non trasformasse il pane e il vino nel Corpo e nel Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, ma li investisse semplicemente di un significato determinato. Altri, nel considerare la Messa, insistono eccessivamente sul concetto di amore agape a scapito del concetto di Sacrificio.

7) Alcuni vorrebbero spiegare il Sacramento della Penitenza come mezzo di riconciliazione con la Chiesa, senza esprimere sufficientemente il concetto di riconciliazione con Dio che è stato offeso. Affermano semplicemente che nella celebrazione di questo Sacramento non è necessario accusarsi di peccato, sforzandosi di esprimere solo la funzione sociale di riconciliazione con la Chiesa.

8) Alcuni ritengono di scarsa importanza la dottrina del Concilio di Trento riguardo al peccato originale, oppure la interpretano in un modo che, perlomeno, oscura la colpa originaria di Adamo e la trasmissione del suo peccato.

9) Gli errori nel campo della teologia morale non sono meno banali. Alcuni, infatti, osano rifiutare i criteri oggettivi della moralità, mentre altri non riconoscono la legge naturale, preferendo invece sostenere la legittimità della cosiddetta etica situazionale. Si diffondono opinioni deleterie sulla moralità e sulla responsabilità in materia di sessualità e matrimonio.

10) Occorre inoltre commentare l’ecumenismo. La Sede Apostolica loda, senza dubbio, coloro che promuovono iniziative, nello spirito del Decreto conciliare sull’ecumenismo, che favoriscono la carità verso i fratelli separati e li conducono all’unità nella Chiesa. È tuttavia deplorevole che alcuni interpretino il Decreto conciliare a modo loro, proponendo un’azione ecumenica che offende la verità dell’unità della fede e della Chiesa, alimentando un pernicioso irenicismo [l’errore di creare una falsa unità tra Chiese diverse] e un indifferentismo del tutto estraneo alla mente del Concilio.

Questi errori perniciosi, diffusi in vari luoghi del mondo, sono riassunti in questa lettera solo per gli Ordinari locali, affinché ciascuno, secondo la propria funzione e il proprio ufficio, possa adoperarsi per sradicarli o contrastarli.

Questo Sacro Dicastero esorta con fervore gli stessi Ordinari, riuniti nelle loro Conferenze Episcopali, ad affrontare questo punto di discussione e a riferire alla Santa Sede, come opportuno, inviando le proprie opinioni prima del Natale di quest’anno.

Gli Ordinari, così come chiunque altro ritengano opportuno consultare in merito a questa lettera, sono tenuti a mantenerla strettamente riservata, poiché ovvie ragioni di prudenza ne sconsigliano la pubblicazione.

Roma, 24 luglio 1966.

Cardinale A. Ottaviani

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