Lungi dall’essere figure irraggiungibili o semplici immagini devozionali, i santi sono cristiani che hanno accolto la grazia di Dio mettendola in pratica con coraggio. Il testo chiarisce concetti chiave come il sacramento, la cooperazione tra libertà umana e grazia divina, e il legame inscindibile che unisce i fedeli in terra, le anime in purgatorio e i beati in cielo.
Santa Messa Festa di Ognissanti in rito tradizionale a Vocogno in Val Vigezzo (VB).
Omelia di don Alberto Secci: I Santi ci guardano.
Domenica 1 Novembre 2026.
Sia lodato Gesù Cristo.
«In quei giorni, ecco, io Giovanni vidi un altro angelo salire dall’oriente; portava il sigillo del Dio vivente e gridò a gran voce ai quattro angeli che hanno potere di danneggiare la terra e il mare, dicendo: “Non recate alcun danno alla terra, né al mare, né agli alberi, fino a che non abbiamo segnato in fronte i servi del nostro Dio”. Dopo questo vidi una folla immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, di ogni razza, di ogni popolo, di ogni lingua, in piedi davanti al trono, di fronte all’Agnello, avvolti in bianche vesti e con palme nelle mani».
Sono i santi, fratelli carissimi, quelli di cui parla l’Apocalisse di San Giovanni che chiude la Rivelazione, l’ultimo libro della Scrittura, che noi faremmo bene a riconsiderare un po’, perché anche i Vangeli non sono comprensibili se non si arriva all’Apocalisse. Ed è forse per questo che il cristianesimo in mezzo a noi si è imborghesito e ridotto: perché l’Apocalisse di San Giovanni è censurata.
Sono i santi, fratelli carissimi, quelli segnati sulla fronte, consacrati, che sono di Dio. Erano nostri fratelli pellegrini su questa terra, uomini come noi, ma sono diventati come Cristo: segnati. Quando noi riceviamo le varie crismazioni nel battesimo, nella cresima, anche noi siamo stati segnati. Ci è stata data in germe questa grazia che però deve produrre: il sacro crisma nel battesimo, nella cresima, io don Stefano qui nell’ordinazione sacerdotale… Essere segnati col crisma vuol dire essere configurati a Cristo. E questa grazia, che è messa in germe dal giorno del battesimo, deve poi giungere a compimento, per cui noi non saremo più noi stessi, ma saremo un altro, saremo Lui, Gesù. È la divinizzazione, e i santi sono questo popolo.
Questa unità in Cristo si chiama Communio Sanctorum, la comunione dei santi. Noi lo siamo in germe. San Paolo dice: «Siete santi». Ma, fratelli carissimi, qui sta il dramma, nel senso che è in gioco con la nostra libertà. Aggiunge San Paolo: «Siete santi perché siete stati segnati. Siate santi, corrispondete a questa grazia». È tutta la vita cristiana questo, altrimenti è un aborto. E c’è un aborto che deve scandalizzare terribilmente, ed è quello della vita di grazia: non è automatica. La grazia produce se tu corrispondi a questo dono inestimabile che hai ricevuto, quello di essere come Cristo, perché segnato, trasformato; ma questa trasformazione deve compiersi.
Questo è il grande inganno di un certo sottoprodotto del cattolicesimo borghese che circola ormai nel nostro popolo, che è quello di dire: «Ma sì, il Signore farà, il Signore è buono, il Signore non ci abbandona». Certo che non ti abbandona, perché ti ha segnato, ma vuole che questa cosa sia reale per la tua vita. Perché la salvezza non è una concessione esterna; la salvezza è un’opera che è avvenuta: tu non sei più quello che eri, tu sei diventato quello per cui Dio ti ha creato e sei uno in Cristo. È la santificazione.
Allora, fratelli, fare la festa di Ognissanti vuol dire innanzitutto ricordare che la vita cristiana è cammino di santificazione. Se non è questo, non è vita cristiana: è una retorica diabolica. Diabolica. Quanti padri, quante madri, quanti figli, quanti nonni si preoccupano ancora che in casa loro ci sia una reale santificazione? Abbiamo dichiarato la pace mentre esiste la guerra, la guerra del male contro il bene; abbiamo deciso che c’è la tregua senza aver iniziato a combattere, perché la vita cristiana su questa terra è una milizia.
Guardate, è molto semplice: se togli questo, che la vita cristiana è santificazione, è una reale opera di santificazione, beh, tutto è finito e i santi diventano incomprensibili. Infatti i protestanti non li capiscono. Vi ricordate quando i buoni parroci cercavano in passato — adesso non so se lo fanno ancora, ma i nostri l’hanno fatto, io l’ho fatto con quelli a cui facevo catechismo e continuo a farlo — di spiegare la grande differenza tra protestanti e cattolici? Non credono nella transustanziazione, cioè nella presenza viva e reale di Cristo nell’Eucaristia — viva e vera, non per modo di dire; non credono alla Madonna, detta con semplicità; non credono ai santi. Tre cose. Tant’è vero che quando hanno preso le cattedrali cattoliche, la prima cosa era distruggere le vetrate o le immagini dei santi perché non distraessero da Gesù Cristo. Pensate! Ma i santi sono il corpo di Cristo, sono il Suo corpo.
E noi, quando siamo in grazia di Dio, siamo il Suo corpo perché siamo stati segnati. Si chiama Chiesa. La Chiesa però ha una dimensione non solo nel tempo: è eterna. Pensata in Cristo dall’eternità, come precisa quel grande libro, Il mistero della Chiesa (Le Mystère de l’Église): pensata dall’eternità in Cristo. La Chiesa è questa comunione, è questa unione di coloro che sono stati trasformati e assimilati a Cristo. La Chiesa è eterna e già adesso vive nel cielo, nella comunione dei santi; e la Madonna è la regina di tutti i santi.
I protestanti non credono nella vera trasformazione della grazia. È vero, dicono «solo la grazia salva», ma intendono una grazia che copre, non che cambia. Per noi la grazia è il lavoro di Cristo che trasforma davvero. Per questo non credono ai santi: perché non credono all’operare della grazia e non credono neanche alla corrispondenza che occorre avere alla grazia affinché porti frutto, cioè le buone opere. È semplice: i protestanti hanno negato il valore delle opere buone. Per la religione cattolica, che è il vero cristianesimo — non ce n’è un altro —, occorre corrispondere alla grazia con le opere. Sono due le forze: prima di tutto la grazia, certamente, viene prima l’opera di Dio in Cristo; ma occorre che ci sia anche quell’altra forza, che è la tua libertà, la tua volontà, perché tu sei stato fatto a immagine di Dio. Perché la grazia operi, tu devi dire «sì» non solo a parole, ma operativamente. Allora si produce la santificazione, ed è la grande avventura della vita.
Non rinunciamo, fratelli! Strada facendo il rischio è quello: uno dice «Non cambio mai». No, tu puoi cambiare! Dio sarebbe forse così impotente da non poterti cambiare se tu lo vuoi? Se tu lo vuoi, certo, devi accettare che sia un cammino che porta con sé anche tanta sofferenza, ma non c’è nessun parto senza dolore. Perché una vita nuova nasca, occorre il patimento. Perché la nostra rinascita in Cristo sia vera, occorre la rinuncia: la rinuncia al peccato e a tutti i suoi lacci, i suoi legami, le sue conseguenze.
Vedete, per non banalizzare i santi… perché l’altro rischio, oltre a quello protestantico, è la banalizzazione dei santi. Oggi va di moda tornare nei santuari, no? Di qua e di là, ma rischia di diventare una concessione a un paganesimo cattolico: «Ah, il mio santo è questo, la mia santa è quella lì», e avanti, senza che ci sia mai la decisione di cambiare vita. Ci avete fatto caso? Una volta i santuari erano fatti di due cose: dell’immagine santa, di solito sull’altare, e dei confessionali. Si poteva pensare a un santuario senza confessionali, con tanti sacerdoti che confessavano, dove anche chi provava vergogna ci andava perché non si poteva arrivare alla morte senza aver fatto i conti col proprio peccato? Si sapeva che la grazia non agisce se in noi alberga il peccato mortale. Oggi c’è il rischio di farne un paganesimo: come gli antichi avevano i loro dèi, così certi cattolici imborghesiti e protestantizzati hanno i loro santi. Ma no, non è così che funziona.
Tant’è vero che quando la Chiesa sceglie i santi ufficiali come esempi, c’è un lungo processo che prevede tre gradi: le virtù eroiche, la beatificazione e il grado massimo, la canonizzazione. Uno è santo quando è canonizzato, e la Chiesa dice: «Questo è un esempio, seguitelo». Ma il primo grado è quello dell’eroicità delle virtù. Dopo un lungo iter, la Chiesa verifica — perché la Chiesa non scavalca la natura, perciò istituisce un processo rigoroso con tanto di avvocati, una cosa seria — se quell’uomo o quella donna ha vissuto le virtù cristiane (fede, speranza e carità) in modo eroico. Voi capite che vivere in modo eroico deve essere costato qualcosa.
È vero, le virtù teologali — fede, speranza e carità — sono doni di Dio, vengono dall’alto. Vedete com’è profondo il cristianesimo. Ma tu devi viverle, queste virtù che hai ricevuto! La fede la ricevi col battesimo, per esempio, e così la speranza e la carità; ma devi viverle in modo eroico, non secondo i criteri del mondo. È un mirabile equilibrio il cristianesimo, perché è vero: tra l’azione di Dio e l’azione dell’uomo, ciò che si produce di reale sono i santi veri. Veri.
Mi colpiva l’antifona dei primi vespri; mi piace sempre — non so perché l’abbiano messa ai primi vespri, dato che è perfino più bella di quella dei secondi vespri della solennità di oggi: «Angeli, arcangeli, troni e dominazioni, principati e potestà, virtù dei cieli…», cioè tutti i cori angelici; e poi dice: «Cherubini e serafini…», e poi inizia: «Patriarchi e profeti, santi dottori della legge, apostoli, martiri tutti di Cristo, santi confessori — cioè quelli che hanno confessato la fede con la loro vita —, vergini del Signore, anacoreti, eremiti, santi tutti, intercedete per noi!». È un elenco preciso: apostoli, profeti, martiri, dottori, confessori, vergini… come nelle litanie, no? Perché la santità è precisa, è un’opera che assume tratti specifici: ci sono i martiri, i confessori, le vergini.
Comprendete quanto sia importante riconsiderare i santi in questo modo? Perché offrono l’esempio concreto di cosa dobbiamo fare nella vita. Se invece si parla genericamente dei santi, si resta uguali a prima e non cambia un bel niente.
Mi avvio a concludere, ma capite bene che il culto dei santi è al cuore del cristianesimo, perché è la verità di Cristo. La solennità di oggi è un po’ il Natale di tutti i cristiani: è una delle feste più care e noi siamo immersi in questa realtà. Vi invito a domandarvi in questi giorni: «Che rapporto ho con i santi? Mi accorgo che sono sempre con me, che mi vedono, mi ascoltano e mi custodiscono con lo sguardo?». Non so se ci avete mai pensato, ma lo sguardo dei santi riflette lo sguardo di Dio. Quando entriamo in chiesa e guardiamo le loro immagini, da quelle più antiche fino a quelle più recenti, come il ritratto di Santa Teresa di Lisieux, sentiamo che ci guardano e cerchiamo di corrispondere. È come se ci dicessero: «Io ho fatto così; e tu, cosa fai?».
Allora acquista pieno senso ciò che viviamo a partire dal pomeriggio di oggi: la commemorazione e il suffragio dei fedeli defunti. I defunti non sono soli: nessuno vive o muore da solo, nessuno si salva da solo. Dire che Cristo ci salva significa che ci ha innestati dentro questa comunione, questo popolo di segnati: la Chiesa trionfante, quella dei santi; la Chiesa purgante, coloro che non sono ancora pienamente purificati e si preparano nel purgatorio; e noi, Chiesa militante, pellegrini su questa terra chiamati a prendere sul serio la vocazione alla santità.
Che la Madonna, regina di tutti i santi, ci aiuti a vivere così.
Sia lodato Gesù Cristo.
