Il morto che san Brunone credeva santo, rivelò d’esser dannato

Premessa necessaria: il contrasto tra il terrore del giudizio e San Brunone che sceglie la preghiera e la penitenza, racchiude un insegnamento prezioso: non basta apparire santi agli occhi degli uomini; ciò che conta è essere tali davanti a Dio, essere santi nella mente e nel cuore, avere un cuore puro.
E soprattutto, il santo timore di Dio, non deve condurre alla disperazione, ma alla conversione e alla fiducia nella Sua misericordia.

Ora… prima di lasciarvi leggere il testo “originale”, dobbiamo subito sottolineare che, il fatto in quanto tale, non è mai stato storicamente accertato.
Secondo un’antica tradizione certosina, questo episodio avrebbe contribuito alla conversione di san Bruno; la sua storicità e i suoi particolari sono però discussi dagli studiosi.
La vicenda del maestro morto che avrebbe pronunciato tre volte il proprio verdetto è una tradizione legata alla conversione di san Bruno, ma le fonti sul Santo non consentono di verificarla come cronaca di un evento provato.
Una biografia di san Bruno osserva che l’episodio, in quanto evento storico avvenuto, non è attestato da lui né dai suoi contemporanei e che compare solo molto più tardi, intorno al 1300; gli studi eruditi raccolgono versioni differenti della storia e discutono proprio l’attendibilità dei particolari.
È dunque più corretto parlare di un antico racconto agiografico, non come prova sicura di ciò che accadde o della motivazione storica precisa di Bruno per fondare i Certosini.

Questa cautela, prudenza che abbiamo deciso di adottare, non porta a svuotare il racconto della sua forza spirituale e dell’insegnamento verso i Novissimi.
Suggerisce piuttosto di non lasciarsi imprigionare dal racconto ma ricordare che, la catechesi cattolica, annuncia le realtà ultime a partire dalla fede della Chiesa, con serietà e insieme con speranza, senza minimizzare la responsabilità personale.

Ricordiamo infine quanto segue: La storia spesso ripetuta della conversione di San Bruno, avvenuta in seguito alla testimonianza della dichiarazione del defunto Raymond Diocres di essere un’anima perduta, non è menzionata da lui stesso né da alcuno dei suoi contemporanei, e in effetti non se ne sente parlare fino ad almeno oltre cento anni dopo. Fu cancellata dal Breviario Romano come apocrifa da Urbano VIII (Papa dal 1623 al 1644).
Per un sano profitto proponiamo, quindi, di riflettere su quanto segue e poi di leggere il racconto tramandato.

Una tradizione racconta che san Bruno fu profondamente scosso dalla vicenda di un maestro, teologo, da lui molto stimato, ritenuto persino un sant’uomo, alla cui morte però avrebbe rivelato la verità terribile sul giudizio di Dio e perciò sulla sua sorte dannata.
Il racconto non va assunto come una cronaca storicamente certa; può però richiamare con forza una verità che la fede cristiana prende sul serio: la vita che viviamo non è indifferente e le nostre scelte hanno un peso davanti a Dio. Il giudizio però non è una minaccia inventata per terrorizzare, ma la verità della nostra vita finalmente manifestata davanti a Colui che conosce ogni cuore.
Suggeriamo di studiare il Catechismo della Chiesa Cattolica dove, la dottrina sull’Inferno è trattata principalmente negli articoli che vanno dal numero 1033 al numero 1037, all’interno della sezione dedicata al Credo (“Credo la vita eterna“).

La scena è dura e non va addolcita: il racconto mette in guardia dall’illusione di poter apparire giusti davanti agli uomini e, nello stesso tempo, trascurare la verità interiore davanti a Dio.
La reputazione, la cultura e le opere visibili non sono un certificato automatico di santità. Ma sarebbe altrettanto sbagliato usare questa vicenda per pronunciare noi un verdetto sulla sorte eterna di una persona concreta. Il racconto deve invitare ciascuno a esaminare la propria vita; non ci autorizza a sostituirci al giudizio di Dio, per conto di altri.

La fede cristiana non presenta il giudizio separandolo dalla misericordia. Dio è giusto: il male compiuto non è irrilevante e le ferite inflitte agli altri non vengono cancellate facendo finta che non siano mai esistite. Ma Dio è anche misericordioso e offre al peccatore la possibilità di convertirsi, di chiedere perdono e di ricominciare.
Per questo la Chiesa parla insieme del giudizio, della libertà umana e della ricchezza della misericordia divina.
A tal proposito ricordiamo il libretto di Sant’Alfonso Maria de Liguori: Apparecchio alla morte”… LO TROVATE QUI SCARICABILE gratuitamente in pdf.
La catechesi sulle realtà ultime deve essere sempre impartita «sotto l’aspetto della consolazione, della speranza e del salutare timore», senza minimizzare la grave responsabilità di ciascuno riguardo al proprio destino futuro.

Abbiamo il dovere di leggere il racconto senza cadere né nella paura disperata del “tutto è perduto”, né nella presunzione che la misericordia di Dio avvenga come un “colpo di spugna”.
Il “salutare sacro timore di Dio” non è il panico o la disperazione (vedi Giuda) di chi pensa che la condanna sia inevitabile; ricordiamo che è uno dei Doni dello Spirito Santo ed è la serietà di chi sa che la vita è un dono e che amare, perdonare, cercare la verità e abbandonare il peccato sono scelte reali: “Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che avrà scelto.” (Sir.15,16-17)
La speranza, a sua volta, non significa che il bene e il male siano indifferenti: significa confidare che la misericordia di Dio può purificare e guarire chi si apre a Lui.
Benedetto XVI descrive la purificazione come un’opera che prepara la persona alla comunione con Dio, distinguendola nettamente dalla condanna. (Spe Salvi n.45)

Nel racconto, lo sgomento di Bruno e dei presenti diventa un richiamo alla conversione.
Davanti alla morte siamo TUTTI invitati a non rimandare indefinitamente il bene, a riconoscere il peccato e a tornare al Signore.

Il sacramento della Riconciliazione esprime concretamente questa possibilità di ricominciare; la preghiera per i defunti ricorda, inoltre, che la speranza cristiana comprende anche chi ha bisogno di purificazione prima di entrare nella piena comunione con Dio, perché non ci è dato di sapere se non in casi del tutto eccezionali e che Dio voglia in qualche modo rivelare, come è accaduto in queste confidenze verso molti Santi.
La vita austera dei Certosini può allora essere evocata non come una fuga dettata dal terrore da parte di San Bruno, ma come una risposta radicale alla domanda su che cosa meriti davvero il centro della vita. Il racconto attribuisce a Bruno l’invito a lasciare ciò che distrae da Dio e a cercare una vita di penitenza e solitudine, non solo per se stesso ma – cominciando però proprio da se stessi – dedicarsi interamente a Dio anche per il prossimo da salvare; la prudenza storica ci impone però di non presentare quell’episodio come causa dimostrata della fondazione dell’Ordine.

L’invito è perciò di stare attenti a non cadere nell’estremo: “inutile fare tanta fatica, tanto sarò condannato”,
ma piuttosto: “non vivere nell’ipocrisia o nell’indifferenza: convertiti, perché il giudizio di Dio è vero e la sua misericordia ti chiama alla vita”
.
La fede cristiana non nasconde la possibilità della perdizione, ci insegna come NON finire all’inferno, ma non consegna a noi il compito di dichiarare perduto qualcuno.
Ci chiama piuttosto alla vigilanza, alla penitenza, alla preghiera e alla speranza in Cristo, giudice giusto e fonte di misericordia.
Come in fondo chiediamo alla Santa Vergine nell’Ave Maria: prega per noi peccatori adesso e… nell’ora della nostra morte..

Sul Sacro Timor di Dio ricordiamo questi link:

Vergogna o sacro timor di Dio? Chi non dobbiamo giudicare?

Dalla paura al sacro timor di Dio fino all’Amor di Dio

San Giovanni Bosco e la lotta, l’odio, contro il peccato

Giovanni Paolo II: Dio non ci aiuta se non ci convertiamo

Fatta questa premessa, vi lasciamo a leggere e a meditare quanto segue.


L’orribile caso che spinse San Brunone a intraprendere una vita di austero eremitaggio, fondando i Certosini.

San Brunone vide e udì queste cose accadere a quel maestro che considerava un grande amico e un uomo santo.
Quell’immagine dolorosa gli rimase così impressa nell’anima che, tornato a casa, pianse amaramente, riflettendo su quale immenso terrore sia cadere nelle mani del Dio vivente.
Pensando a ciò notte e giorno, e turbato dalle grida e dal tormento di quel peccatore (attraverso cui Dio manifestava terribilmente la propria grandezza), decise, insieme ad alcuni amici e discepoli, di ritirarsi in solitudine.
Scelse di prepararsi alla tremenda ora della morte intraprendendo uno stile di vita austerissimo.
Da questa decisione ebbe inizio il venerabile e santissimo Ordine Certosino, che tanto bene ha portato alla società, alla cultura e alla religione.

L’anno del Signore 1082.
Correvano gli anni della nostra salvezza intorno al 1082, quando un maestro di teologia, stimato da tutti per la sua scienza e per la rettitudine dei costumi, cadde gravemente malato.
Sentendosi ormai vicino alla fine, ricevette i sacramenti della Chiesa e, assistito dai sacerdoti, morì nel giro di poche ore.
Tutti andavano dicendo che quest’uomo fosse un santo, convinti che avesse sempre guidato la sua vita tra il merito e la virtù, compiendo ottime opere.
Oh, quanto sono fallaci i giudizi degli uomini!
Il cadavere fu sistemato su una bara all’interno della sua casa, in attesa di essere trasferito in chiesa per un pomposo e solenne funerale.
Si era radunato un gran numero di amici per sostenere la sua anima con le preghiere e per accompagnarlo alla sepoltura.
Ma non appena il clero si avvicinò per sollevare il corpo, il cadavere si alzò improvvisamente dalla bara in cui giaceva e, lanciando un grido orribile, esclamò:

  • “Justo Dei judicio accusatus sum” (Per giusto giudizio di Dio sono stato accusato).

Detto questo, tornò subito a sdraiarsi sul cataletto com’era prima.
Ognuno può immaginare da sé lo stato d’animo dei presenti nel vedere e udire una cosa simile.
Spaventati e con lo smarrimento nel cuore, si guardarono l’un l’altro attoniti.
La sacra cerimonia fu immediatamente interrotta e, poiché le parole udite non davano la certezza di come si fosse conclusa l’accusa davanti all’infallibile giudizio divino, si decise di rimandare il funerale e la sepoltura ecclesiastica al giorno successivo.
Nel frattempo, la fama di quell’evento si diffuse rapidamente per i quartieri della città, tanto che una gran folla accorse verso la casa per vedere cosa stesse succedendo e quale novità il Signore volesse manifestare.
La mattina seguente gli amici e il clero ritornarono in abiti da lutto.
Non appena finirono le preghiere e si accinsero a sollevare il cadavere, il defunto rialzò di nuovo il capo dalla bara e, con una voce ancora più terribile, gridò:

  • “Justo Dei judicio judicatus sum” (Per giusto giudizio di Dio sono stato giudicato), per poi tornare subito a giacere nel cataletto.

Chi potrà mai esprimere, o persino immaginare, l’orrore che invase l’animo di ognuno?
Tuttavia, poiché nemmeno da questo si poteva dedurre l’esito finale della causa, si decise di rinviare per la terza volta il triste accompagnamento alla mattina successiva.
Se nei due giorni precedenti il concorso di popolo era stato numeroso, in questo terzo giorno fu il più grande che si fosse mai visto.
Le attività del tribunale e gli affari pubblici si fermarono; tutti si radunarono presso la casa del defunto dottore in una folla così immensa che l’edificio non riusciva a contenere nemmeno una minima parte di quanti desideravano udire come sarebbe finita quella tragedia.
Quando la cerimonia fu ripetuta dai presenti, con un’attesa e un timore di gran lunga superiori al giorno prima, e arrivò il momento di portare il cadavere in chiesa, ecco che il defunto si alzò di nuovo sul cataletto.
Emanando un’aria di fiamme infernali esclamò:

  • “Justo Dei judicio damnatus sum” (Per giusto giudizio di Dio sono stato condannato).

Non appena ebbe gridato queste parole, tornò a giacere sulla bara.
L’orrenda visione si impresse a tal punto nella mente del popolo che tutti, pallidi e tremanti, se ne tornarono alle loro case senza dire una parola.
Il cadavere dell’infelice maestro, avendo egli stesso dichiarato ad alta voce di aver perduto la propria anima insieme agli empi, non fu sepolto in luogo sacro.
Furono spenti i ceri che lo circondavano e, interrotte le cerimonie della Chiesa, il corpo venne portato altrove, ricevendo l’ignominiosa sepoltura di un asino, proprio come il re Ioachim.
Ecco in quale modo fu scoperto questo servo infedele.
Ecco come fu scacciato da quel grande Dio che, tenendo davanti a sé l’elenco di tutte le nostre iniquità, rivela i segreti del cuore e, traendo dalle tenebre le cose nascoste, mette in luce persino l’ombra della morte.
L’opinione più comune è che egli fosse uno di quegli ipocriti che hanno già ricevuto la loro ricompensa terrea e che assomigliano ai sepolcri imbiancati: belli all’esterno, ma pieni dentro solo di ossa aride e putredine.
La sua vita apparve giusta e retta agli occhi degli uomini, ma la sua era una giustizia vana e sterile, lo stesso seme gettato dagli empi che è destinato a svanire.
Molti di coloro che furono presenti a questo orrendo spettacolo, e che avevano un cuore docile e pronto a lasciarsi guidare da Dio, ne trassero profitto per la propria anima: volgendosi al Signore con il pentimento dei peccati, trovarono la sua grazia nel momento del bisogno.

Fonte: Ercole Maria Zanotti, Storia di S. Brunone patriarca del sacro Ordine Cartusiano, capo VI, pag. 30, 31, 32 e 33, Bologna 1741. – Il dotto ed eloquente autore alla pag. 254 fa l’ apologia di questo miracoloso fatto. Molti poi sono gli autori che parlano di questo vero e strepitoso avvenimento. – Henric Gran German. Magnum Speculum exemplor. dist. IX, pagina 618; ed altri.


TESTO IN LINGUA ORIGINALE

Il caso orribile, per cui San Brunone si risolve d’intraprendere un’austerissima vita nell’eremo.
Il morto che parlò tre volte al suo funerale, per rendere noto di essere stato condannato all’inferno.

L’ anno di Cristo 1082.

Pervenuti erano gli anni di nostra salute al numero di 1082 o circa, quando un maestro di teologia, tenuto in credito per scienza e per bontà di costumi, sen cadde gravemente infermo, e già sentendosi egli vicino al termine del viver suo, prese i sacramenti della Chiesa, e assistito dai sacerdoti fra poche ore di questa vita si dipartì. Quest’uomo esser santo dicevan tutti ad una voce, quasi che avesse con buone ed ottime operazioni la sua vita infra il merito e la virtù direttamente ognor condotta.

Oh come i giudici degli uomini sono fallaci! Posto adunque essendo sopra una bara il cadavere nella propria casa per indi poscia trasferirlo alla chiesa, ove preparato era il tutto affin di fargli un pomposo e magnifico funerale, e intervenuto un gran numero di amici a motivo di suffragarne l’anima con le preci e di venirlo accompagnando alla sepoltura, non prima il clero si fu presso a levarlo, che il cadavere alzatosi dalla bara in cui giacea, e mandando un orribil grido esclamò: Justo Dei judicio accusatus sum.

Ciò detto si rimis’egli tosto sul cataletto com’era prima. Quali allora si restassero in ciò vedere ed udire i circostanti, ognuno da sé medesimo il può comprendere. Impauriti e con lo smarrimento nel cuore guardaronsi attoniti gli uni cogli altri. Venne tosto interrotta la sacra cerimonia, e non potendosi dalle parole udite aver sicurezza del come riuscita fosse l’accusazione all’infallibile divin giudizio, si prese consiglio di rimettere al giorno vegnente il mortorio e l’ecclesiastica sepoltura. La fama intanto di quel successo avanzossi a volo per le contrade della città, sicché il popolo in molto numero corse alla casa per veder ciò che di nuovo avvenisse, e ciò che volesse il Signore di nuovo manifestare. Ritornati adunque nella mattina vegnente in abito lugubre gli amici ed il clero, non così tosto si venne dopo le preci a levare il cadavere, che il defunto rialzò di nuovo il capo dalla sua bara, e con voce assai più terribile gridò: Justo Dei judicio judicatus sum, e tornò subito come prima a giacere nel cataletto.

Chi può giammai esprimere non che immaginare l’orrore da cui rimase allora ingombrato l’animo di ciascuno? Ma perché da tutto ciò nemmeno inferir potevasi qual fosse l’esito di questa causa, deliberossi di prolungare alla seguente mattina la terza volta il lugubre accompagnamento. Se nei due passati giorni fu numeroso il concorso del popolo, fullo in questo al più ch esser mai potesse. Cessarono le amministrazioni del Foro e delle pubbliche cose, e tutti furono alla casa del morto dottore in sì gran folla, che non bastò ella a contenere in menoma parte que’ tanti che desiderio avevano di udire a qual fine riuscir dovesse questa tragedia. Replicandosi dunque la cerimonia dai circostanti con più assai di aspettazione e di timore che nel giorno antecedente, e venutosi al tempo di portare alla chiesa il cadavere, ecco il defunto, che alzatosi di nuovo sul cataletto e spirante di nuovo fiamma infernale esclamò: Justo Dei judicio damnatus sum, e non prima egli ebbe così gridato, che ritornossi a giacere sopra la bara.

S’impresse per tal modo nel popolo l’orridezza dello spettacolo, che tutti pallidi e tremanti senza più dir parola ne ritornarono alle loro abitazioni. Il cadavere dell’infelice maestro, avendo egli stesso ad alta voce manifestato di aver perduta l’anima sua con gli empi, non fu già sepolto in luogo sacro; ma estinti i lumi che l’attorniavano, e tralasciate le ecclesiastiche cerimonie, venne portato altrove, ed ebbe come il re Gioachimo la ignominiosa sepoltura di un vil giumento. Ecco in qual modo fu conosciuto questo servo infedele. Ecco in qual modo ne fu egli ributtato da quel gran Dio che, avendo disposte in lunga ordinanza nel suo cospetto tutte le nostre iniquità, manifesta i consigli stessi del cuore, e traendo di mezzo alle tenebre le cose occulte, pone in luce la stessa ombra di morte. La più comune opinione si è ch’egli fosse uno di quegl’ipocriti che hanno già ricevuta la lor mercede, e che somigliano a’ sepolcri, belli al di fuori, ma non aventi al di dentro che aride ossa e che putredine. Parve bensì agli occhi degli uomini e giusto e retto il suo vivere; ma egli ebbe solo una giustizia vana e sterile, che appunto è quel seme che gittato e sparso dagli empi ne perirà. Moltissimi che presenti furono a questo orrendo spettacolo e che sortito avevano un cuor docile e facile a lasciarsi volgere ove a Dio piaceva, se ne valsero in lor profitto, e rivolgendosi al Signore col pentimento dei loro peccati, ritrovarono nell’aiuto e tempo opportuno la grazia sua.

S. Brunone che vide e udì tali cose in quel maestro, cui già per suo grande amico e per santo tenuto avea, rimanendogli nell’animo impressa una così lagrimevole immagine, tornato a casa ne pianse amaramente, considerando di quale orrore abbia ad essere il cader nelle mani d’un Dio vivente.
Non altro facendo egli che pensare a ciò notte e giorno, e contristato dalle grida e dalla tribolazione di quel peccatore, in cui Dio terribilmente veniva magnificato, si risolse insieme ad alcuni amici e discepoli di ritirarsi alla solitudine, di prepararsi alla tremenda ora di morte con intraprendere un austerissimo tenor di vita. E da qui ebbe principio il venerabile e santissimo Ordine Cartusiano (certosino)1, che tanto bene sempre arrecò alla società, alle lettere e alla religione.

1, Ercole Maria Zanotti, Storia di S. Brunone patriarca del sacro Ordine Cartusiano, capo VI, pag. 30, 31, 32 e 33, Bologna 1741. – Il dotto ed eloquente autore alla pag. 254 fa l’ apologia di questo miracoloso fatto. Molti poi sono gli autori che parlano di questo vero e strepitoso avvenimento. – Henric Gran German. Magnum Speculum exemplor. dist. IX, pagina 618; ed altri.


LE PROVE che portiamo nella Premessa:

  1. Acta Sanctorum di Ottobre, Tomo III Anno 1770, riporta:
    Alcuni riferiscono che la voce non tornò per tre giorni, ma nello stesso giorno e nello stesso momento della recitazione dell’Ufficio.
    Altri narrano che fossero presenti amici, e non una moltitudine di persone, tra i quali c’erano Bruno e alcuni dei compagni, che con lui in seguito diedero l’addio al mondo.
    Queste sono le parole del nostro anonimo certosino; a lui però in questa faccenda aveva già fatto da precursore Innocenzo Le Masson, lodato sopra, nel libro 1 degli Annali del suo Ordine, cap. 1, num. 3 e segg., scrivendo così:
    Circa quella storia del dottore, come si dice volgarmente, dannato, sono sorte non poche difficoltà tra i critici, asserendo alcuni che sia verissima, altri riferendola quasi tra le favole vecchie; altri ancora dicendo che la storia è vera nella sostanza, ma che è stata arricchita da varie circostanze, che non sono dissimili dalle favole.
    Tra queste viene posta soprattutto quella deliberazione rimandata per tre giorni diversi circa lo stato del defunto, da diagnosticare attraverso le grida che uscivano dalla bocca del cadavere esanime, mentre nel frattempo venivano ripetute all’ora opportuna le cerimonie funebri e le preghiere istituite dalla Chiesa per i defunti, e così, spargendosi la voce per tutta la città, chiunque poteva liberamente convenire per vedere quello spettacolo, come se, per accordo, attraverso quei tre distinti clamori, mentre venivano ripetute le stesse parole „Rispondimi“, ritornando, Dio avrebbe dovuto dare un segno attraverso la bocca del cadavere parlante, affinché potesse essere emesso un giudizio unanime dai presenti sulla dannazione del defunto.
    Tentare Dio è proprio di coloro che vogliono ciò, motivo per cui non sarebbe mai stato permesso dal vescovo, specialmente in quella fiorentissima città, che abbondava di tanti uomini dotti e sapienti.
    375 Qualunque cosa sia di quella terza opinione, che sembra più plausibile; infatti, astraendo le circostanze dalla sostanza della storia, e dicendo che quella cosa avvenne tra le pareti private della casa del defunto, dove il santo Bruno e i suoi compagni assolvevano il compito di carità verso il corpo esanime del caro defunto recitando l’Ufficio dei Defunti, durante il quale, per tre volte distinte, come risvegliato dal sonno della morte, il defunto gridò con voce orrenda di essere stato accusato, giudicato e dannato, crollano tutti gli argomenti che vengono tratti dal silenzio degli autori coetanei, i quali, parlando dell’accesso di S. Bruno nell’eremo della Certosa, si dice che non riferiscano assolutamente nulla di quella storia.
    Sebbene infatti quegli autori fossero contemporanei di san Bruno, fu facile ignorare quel caso, che a lungo e per quanto possibile fu tenuto nel silenzio e conservato sotto segreto per l’onore sia dell’insigne uomo defunto, sia della sua famiglia.
  2. Vite dei santi di Butler: Volume IV Anno 1990
    Come nasce l’Ordine Certosino di San Bruno.
    L’ideatore di questo straordinario gruppo di uomini proveniva da una buona famiglia ed era nato a Colonia intorno all’anno 1030. Ancora giovane, lasciò la casa per completare la sua istruzione presso la scuola cattedrale di Reims e tornò a Colonia, dove fu ordinato e ricevette un canonicato nella chiesa collegiata di San Cuniberto (potrebbe averlo detenuto anche prima di andare a Reims). Nel 1056 fu invitato a tornare alla sua scuola come professore di grammatica e teologia.
    Il fatto che sia stato nominato a un tale incarico quando aveva solo ventisette anni circa dimostra che non era un uomo comune, ma allo stesso tempo non suggerisce il modo in cui sarebbe diventato davvero illustre nella memoria dei cristiani. Insegnò personalmente “ai più avanzati, agli eruditi, non ai giovani chierici”, e in tutte le sue lezioni e i suoi precetti ebbe principalmente in vista di condurre gli uomini a Dio e di far loro conoscere e rispettare la sua santa legge.
    Molti eminenti studiosi di filosofia e teologia gli resero onore con la loro competenza e le loro capacità, e portarono la sua reputazione in luoghi lontani; tra questi, Eudes de Châtillon divenne in seguito un papa beatificato con il nome di Urbano II.
    Insegnò e mantenne la reputazione della scuola di Reims per diciotto anni, quando fu nominato cancelliere della diocesi da Manasse, un uomo la cui vita lo rendeva inadatto a ricevere gli ordini sacri, tanto meno a essere arcivescovo.
    Bruno apprese presto la verità su di lui, e Ugo di Die, legato del papa, convocò Manasse a comparire davanti a un concilio ad Autun nel 1076 e, al suo rifiuto di obbedire, lo dichiarò sospeso.
    San Bruno, un altro Manasse, il prevosto, e Ponzio, un canonico di Reims, lo accusarono in questo concilio, e Bruno si comportò con tanta prudenza e dignità che il legato, scrivendo al papa, ne esaltò la virtù e la saggezza.
    Manasse, esasperato contro i tre canonici che erano comparsi contro di lui, fece scassinare e saccheggiare le loro case e vendette le loro prebende.
    I sacerdoti perseguitati si rifugiarono nel castello di Ebles de Roucy e vi rimasero finché l’arcivescovo simoniaco, ingannando Papa San Gregorio VII (non un’impresa facile), non fu reintegrato nella sua sede, momento in cui Bruno si recò a Colonia.
    Qualche tempo prima aveva preso la decisione di abbandonare la vita ecclesiastica attiva, di cui egli stesso dà conto nella sua lettera a Raoul o Ralph, prevosto di Reims. San Bruno, questo Ralph e un altro canonico, in una conversazione che ebbero un giorno insieme nel giardino del padrone di casa di Bruno, discussero della vanità e delle false ambizioni del mondo e delle gioie della vita eterna e, fortemente colpiti dalle loro serie riflessioni, si promisero a vicenda di abbandonare il mondo. Differirono l’esecuzione di questo proposito fino al ritorno del terzo da Roma, dove si stava recando; e poiché questi fu trattenuto lì, Ralph allentò la sua risoluzione e continuò a Reims.
    Ma Bruno perseverò nel suo intento di abbracciare uno stato di ritiro religioso.
    Abbandonò il mondo in un momento di lusinghiera prosperità, quando godeva in esso di ricchezze, onori e del favore degli uomini, e quando la chiesa di Reims era pronta a eleggerlo arcivescovo.
    Rinunciò al suo beneficio e rinnegò tutto ciò che lo legava al mondo, e convinse alcuni dei suoi amici ad accompagnarlo nella solitudine. Si misero dapprima sotto la direzione di San Roberto, abate di Molesme (che in seguito avrebbe contribuito a fondare Cîteaux), e vissero in un eremo a Sèche-Fontaine nelle vicinanze.* In questa solitudine

(* La storia spesso ripetuta della conversione di San Bruno, avvenuta in seguito alla testimonianza della dichiarazione del defunto Raymond Diocres di essere un’anima perduta, non è menzionata da lui stesso né da alcuno dei suoi contemporanei, e in effetti non se ne sente parlare fino ad almeno oltre cento anni dopo. Fu cancellata dal Breviario Romano come apocrifa da Papa Urbano VIII.)


RICORDIAMO SULL’ARGOMENTO I SEGUENTI LINK

Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti e i Novissimi

I Novissimi di mons. Alessandro Maggiolini

I NOVISSIMI con Padre Stefano M. Manelli FI (1)

I NOVISSIMI con Padre Stefano M. Manelli FI (2)

Dopo la Morte Gesù è Giudice e non un notaio o un compagnone de merenda!!

Lettera di Annetta – dall’Inferno (questa ricordiamo che è autentica)

Lettera agli Amici della Croce di san Montfort, in audio e pdf

Per Voi: Lettera ai Catechisti di sant’Agostino in audio e pdf

L’accusa contro Dio: “Se Dio esistesse, la croce non avrebbe ucciso il prete.” Ma è davvero così?

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