Il card. Carlo Maria Martini, SJ, un gigante egoista

Peccati in pensieri, parole, opere e omissioni del cardinale Carlo Maria Martini. E dei “martinitt”: i suoi orfanelli sbandati.

Chi era Carlo Maria Martini, dunque? Un gesuita tosto, una persona che incuteva rispetto quando gli stavi davanti – non solo per la statura fisica, ma soprattutto per quella intellettuale e di “buon pastore” – diciamo anche un gentiluomo d’altri tempi, educato, capace ascoltatore, ma tremendo quando, nelle risposte, voleva imporre il suo pensiero che allora diventava, in quel momento, “indiscutibile, infallibile”.

predica-martiniNon ci soffermiamo, però, su questi aspetti perché chi lo ha conosciuto da vicino può giustamente aver ricevuto impressioni diverse e discordi sarebbero le testimonianze: ci inoltreremmo in uno spazio troppo privato e noi non vogliamo questo. Non vogliamo relativizzare uno dei prelati più “grandi” del nostro tempo (così almeno lo vede il gotha intellettuale). Del resto è assai più facile scrivere di una persona che non può più risponderti, ma a dire il vero, Martini non era il tipo da rispondere ai quesiti più semplici, non rispondeva mai alle critiche salvo trincerarsi in un qualche “hanno compreso male”… ma davvero erano i cattolici “semplici” a capire male?

“Grande”: perché e quando si usa questo termine che giunge a noi nella tradizione latina col suo corrispettivo “Magno”, usato esclusivamente per due papi e un vescovo? Infatti abbiamo san Gregorio Magno e san Leone Magno, papi, e sant’Alberto Magno, vescovo domenicano, contemporaneo di Tommaso d’Aquino.

Per ottenere tale titolo occorre avere avuto un impatto, appunto, “magno” nella storia del proprio tempo, un grande impatto sia nella Chiesa sia anche nel corso della storia. Giusto per fare un esempio: san Leone Magno seppe reggere e guidare con una capacità d’equilibrio, saggezza ed intelligenza, davvero oltre le sue forze di comune mortale, lo squassamento generato dalle forze avverse sia della politica del suo tempo sia dal fiume in piena di eresie che caratterizzavano l’andamento della Chiesa. Leone fu come un vero leone nella savana: seppe dominare i “mostri”, far fronte alle varie crisi in modo intemerato e fu un punto di riferimento solido, dottrinalmente credibile e convincente per tanti allo sbando. Non creò – egli stesso – confusione e conseguenti sbandate.

Un “grande”? Sì, ma in cosa?

Non vogliamo fare paragoni con nessuno, ma è fondamentale che si cominci a pesare le parole e fare attenzione al loro reale significato etimologico, all’uso che facciamo di certi termini. Martini non fu dunque un “grande”?

martini_1963In questo senso, no! Senza dubbio fu un grande della discussione e del dialogo del nostro tempo, un grande ospite mediatico e dei salotti intellettuali, un grande riguardo all’amicizia con i non cattolici. Peccato però che non abbia saputo o potuto mantenere un certo equilibrio all’interno della Chiesa nella quale, invece, ha portato divisioni, ha generato rotture e diversità di credo, aggiungendo dosi quasi letali al già potente veleno del nostro tempo: quello del “contestare” con leggerezza e secondo una prospettiva mondana il magistero pontificio, in ossequio al mondo, più che alla verità, persino scritturale.

In questo, Martini è stato un grande pur mantenendo egli stesso un certo rigorismo, almeno teorico, di obbedienza ai pontefici; ma senza vietarsi per alcuna ragione di dire la sua, il suo “secondo me”, anche quando questo andava contro quel magistero infallibile, contro quelle le stesse scritture dove è stato creduto – almeno per una certa vulgata – a torto o ragione, un luminare.

NON HA CREATO NUOVE DOTTRINE. SPERAVA SOLO DI “CONVINCERE” IL PAPA A CAMBIARE QUELLA CHE C’ERA

Immagino che i lettori si staranno chiedendo se per noi Martini fosse un eretico. Francamente non spetta a noi dirlo, non in questi termini. Non possiamo ignorare, però, che laddove ha avanzato posizioni che sono prossime all’eresia, molto saggiamente non le ha sposate come nuove dottrine, né ha mai creato gruppi o chiese o dottrine o comunità che portassero avanti le sue opinioni religiose. Semplicemente: attendeva sempre di poter convincere il Papa ad innovare la dottrina, cambiarla.

141561586Era un “possibilista” e questo non gli risparmia la nostra critica di eresia nelle sue idee e insegnamenti, poiché non poche persone, qualificatesi come “discepoli”, si rifanno alle sue opinioni e teorie; e con queste, superando persino il maestro, avanzano insegnando falsità e cercando di estorcere alla Chiesa modifiche sulla disciplina in ordine ai sacramenti: per esempio la comunione ai divorziati risposati, l’annientamento del celibato sacerdotale, l’anarchia genetica, lo svuotamento della morale, ecc…

Inoltre, non risulta nelle cronache mondane dei salotti intellettuali frequentati che qualche sua amicizia “dialogante” con i non cattolici, abbia prodotto conversioni: solo amicizie. Gesù, però, non venne per dialogare e per farsi degli “amici”. Senza dubbio Egli fu amico dell’uomo, amico degli smarriti, amico dei poveri, amico persino dei disperati, amico di coloro che lo ascoltavano e ne diventavano discepoli, ma i “suoi amici” erano coloro che si convertivano a Lui dopo averlo ascoltato. L’amicizia di Gesù era finalizzata alla conversione dell’amico, trasformava il nemico in amico, ma questo comportava appunto una conversione a Lui. Gesù fu amico di Giuda fino alla fine, gli era amico come lo era di Pietro: lui lo rinnegò e “pianse amaramente” convertendosi, Giuda lo tradì e s’impiccò perché non si convertì.

Non ci interessa pertanto giudicare Martini quale persona santa o eretica, ma riguardo alle sue idee, alle sue opinioni, ai suoi insegnamenti sbagliati sì, abbiamo il dovere di fare sano discernimento e riconoscere gli errori per poter trattenere quanto ci fosse di buono. Eresia non è una parolaccia, significa proprio: scelta, scegliere, prendere. L’eresia è appunto la scelta di una “dottrina contraria al dogma e alla fede ortodossa preponderante…”: senza dubbio, Martini non fu mai contrario ai dogmi in quanto tali, ma quanto alla dottrina preponderante della Chiesa, ebbene, non fu certo lineare, né un “buon maestro”.

CAMBIANDO L’ORDINE DEGLI ADDENDI… IL RISULTATO E’ UNA CATASTROFE

Massimo Introvigne, in una nota diffusa su un social network, ha commentato la figura di Martini. Condivido totalmente un passo della nota e vorrei diventasse una specie di bussola per il nostro articolo. Leggiamo: “Martini non era un progressista nel senso in cui lo era, per esempio, il cardinale Michele Pellegrino (1903-1986) di Torino. Da Pellegrino, e da tanti come lui, Martini era diviso da un sentimento di fondo. Il cardinale gesuita non pensava affatto, come i veri progressisti, che la transizione dai valori della società tradizionale a quelli della società postmoderna, imperniata su un individualismo assoluto e sul rifiuto di ogni nozione di un’etica naturale, particolarmente in tema di sessualità, fosse uno sviluppo gioioso, trionfale e soltanto positivo. Mi sentirei di dire che aveva perfino una certa nostalgia della società tradizionale e dei suoi valori. Pensava però che quella società fosse morta per sempre, che quei valori se ne fossero andati senza nessuna possibilità di tornare, e che l’unica possibilità di sopravvivenza per la Chiesa fosse prenderne atto. O la Chiesa incontra il postmoderno e si adatta, pensava, o il postmoderno distruggerà la Chiesa, riducendola a un piccolo e irrilevante residuo. Qualcuno potrebbe dire che, con queste idee, Martini sbagliava teologia, dando troppo poco spazio alla speranza soprannaturale che anche corsi della storia che sembrano umanamente ineluttabili abbiano invece un esito diverso. Io penso piuttosto che sbagliasse sociologia”.

1Per quanto in lungo e in largo si possa scrivere di Martini, io credo e sono convinta che, con queste poche righe, Introvigne abbia davvero fatto centro: da queste riflessioni si può partire in ogni direzione.

Credo che il cardinale Martini resterà per sempre una figura contraddittoria, controversa, non certo ciò che si dice un “dottore” della Chiesa. Ciò che avremmo da temere saranno i suoi “discepoli” per come porteranno avanti le sue opinioni contro il magistero perenne della Chiesa: non sono pochi infatti coloro che ritengono che il Concilio abbia dato vita ad una “nuova Chiesa”, che il passato sia morto per sempre seppellendo anche il Deposito della fede e che sia necessario oggi adattarsi al mondo, creare una nuova tradizione moderna per andare incontro all’uomo non tanto per convertirlo quanto per sostenerlo, e quindi abbracciare le sue idee cattolicizzandole, andare incontro al “postmoderno” e farlo proprio, farlo diventare cattolico. Dicono… Ci crederemmo quasi, non sapessimo – come la storia e l’esperienza incontrovertibilmente c’insegnano – che non talvolta, ma tutte le volte si verifica esattamente il contrario di questo schema: vanno per “cattolicizzare” e ne ritornano essi stessi non solo de-cattolicizzati del loro pur residuale cattolicesimo, ma persino anti-cattolici, marxisti se va bene, radicali se va male. In una parola si è realizzata la profezia di san Pio X sulla piaga del modernismo nella Chiesa. Modernismo, badate bene, che non è solo una corrente di pensiero o un gusto estetico: no no, è proprio una eresia, al pari, che so?, del pelagianesimo.

Martini forse pensava alla regola matematica per la quale cambiando anche invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia: secondo le sue convinzioni, si poteva scendere a patti col mondo perché il Vangelo e la stessa missione della Chiesa sarebbero rimasti inalterati. Non funziona così. La Chiesa non vive di regole matematiche ma di proprie “regole” che non sono quelle “del mondo”. Modificando certe regole non solo il risultato è cambiato, ma è stato devastante e ha prodotto parte di quella scristianizzazione che, per frenarla ed invertirne la rotta, occorrerà ritornare necessariamente alle regole della Chiesa, sulle quali, di fatto, oggi insiste Benedetto XVI.

SANTO SUBITO? SE PER L’ANTE-PAPA (PAROLE SUE) L’APPLAUSO DEL MONDO SOSTITUISCE IL GIUDIZIO DI DIO

E’ diventata una costante fare dell’uomo che muore – e che ha un certo seguito – un “santo subito”, senza spesso conoscere davvero gli elementi necessari per una canonizzazione. Lo dico senza acredine, credendo anzi che il cardinale Martini sia stato accolto, in qualche modo, nella beatitudine eterna: dopotutto c’è di peggio, e il martinismo supera in peggio di gran lunga lo stesso Martini.

la_razon_391717_martiniDi lui si scrive da giorni: se ne è andato con l’applauso del mondo. Per un cattolico pure alto prelato, non è proprio l’ideale: considerato che Cristo morì in Croce, senza dubbio circondato da una grande folla, ma non certo composta da suoi fan.

Mi piace condividere una riflessione di Claudia Cirami, caporedattrice di PapalePapale.com, che ha giustamente osservato: “E’ anche vero che il mondo, spesso, non attende altro che prendere l’uomo di Chiesa che gli sembra più vicino ed elevarlo ad icona anti-Magistero. Quanto però questa vicinanza sia reale è altra storia…”. C’è dunque anche questa lettura nella canonizzazione a buon mercato che molti invocano per il card. Martini. Tuttavia, è giusto anche ricordare che aveva deciso lui stesso, con parole sue, di definirsi un “ante-papa“, mostrando che probabilmente quella vicinanza al mondo era, nel suo caso, abbastanza forte. Ovviamente, ha trovato molti discepoli perché, diciamolo francamente, se un uomo del suo spessore si fa “ante-papa” chi ci impedisce di fare ognuno lo stesso passo? È questo l’esempio che deve dare un prelato?

Spieghiamo bene il significato di “ante-papa”, come si definisce nelle sue famose Conversazioni notturne a Gerusalemme. Attenzione: non è lo stesso significato di “antipapa”. Come spiegava lo stesso cardinale in una intervista, ante-papa significa: “un precursore e preparatore per il Santo Padre”. Una specie di san Giovanni Battista? No, piuttosto uno che non vuole fare il Papa o sostituirsi a lui, ma che aiuta il Papa, suggerisce e detta la linea al Papa, che gli dice come e in che modo muoversi e agire: siamo alle solite, come direbbe Fellini in Roma, c’è in giro della gente che oggigiorno vuole insegnare al papa come si fa il papa. Non saremo troppo blasfemi se pensassimo che Martini si sentiva una specie di assistente dello Spirito Santo per aiutarLo ad istruire il proprio Vicario in terra. Mica cotiche! Il punto è che difficilmente, lo stesso, avrebbe accettato qualcuno, un ante-cardinale, che gli insegnasse come si fa il pastore di Milano: manco un papa, se è vero come è vero che aveva pure difficoltà a ubbidire alla stessa dottrina (infallibile), per tacer della disciplina.

RATZINGER PAPA “GRAZIE A MARTINI”… MA DA QUANDO LO SPIRITO SANTO HA BISOGNO DI ASSISTENTI?

Fermiamoci brevemente per tranciare la sviolinata mediatica secondo la quale “grazie a Martini”, Ratzinger divenne Papa, perché il cardinale avrebbe fatto ricadere sul Prefetto dell’Ortodossia i voti destinati altrimenti a se medesimo. Non è così. Intanto perché noi, pur credendo negli accordi presi fra i cardinali, crediamo ancora più fortemente nell’opera “elettorale” dello Spirito Santo, il quale scrive dritto entro righe storte tracciate da altri. In secondo luogo, esistono solo due foto che vedono Ratzinger e Martini insieme ed è stato solo un gioco mediatico quello di far passare i due per “grandi amici”.

131346322-ebab190c-7578-4b69-9a0e-f0c101b97eeaSenza dubbio Ratzinger ha sempre dimostrato amicizia e rispetto verso il confratello (così come verso chiunque), ma non si può dire lo stesso per Martini che, strumentalizzando certe aperture di Ratzinger riguardo al dialogo fra le diverse religioni, di fatto lo osteggiava quando si esprimeva come Prefetto del Sant’Uffizio. Accadde sia quando intervenne in occasione dell’uscita della Dominus Jesus o quando il Prefetto scrisse la Communionis Notio: Martini è stato sempre in prima fila ad esprimere il suo dissenso, naturalmente dopo aver chiamato a raccolta tutti i microfoni più laicisti della repubblica. Se c’è invece un fatto incontestabile, è che Ratzinger non ha mai strumentalizzato i testi dei confratelli.

Non fu Martini, dunque, a dirigere i giochi dell’ultimo conclave. Egli non poteva diventare papa, perché era già malato di parkinson (e un papa di parkinson era appena morto) e poi a lui piaceva quella libertà (che, sino all’ultimo, degenerò spesso in libertinaggio intellettuale) che la stessa veste cardinalizia gli dava, o che almeno dà da qualche anno a ‘sta parte: andare dove voleva, presentarsi ai media quando lo chiamavano, chiamarli esso stesso, frequentare salotti intellettualistici e quasi sempre radical-chic, arrivare a Gerusalemme – che effettivamente amava – per i suoi studi biblici. Martini non mirava a fare il papa: forse era troppo per lui quella parola di Gesù: “e quando sarai vecchio un altro ti cingerà i fianchi e ti condurrà dove tu non vuoi…” (Gv.21,18), Martini era il conduttore, o così credeva, così si vedeva. “Conduttore” verso cosa poi?

IL LIBRO DEL PAPA? BELLO, MA SI VEDE CHE NON HA STUDIATO. PAROLA DI ESEGETA

Appena esce il primo volume sul Gesù di Nazaret di Benedetto XVI, il cardinale commenta con superbia: “Un bel libro, sebbene si veda chiaramente che il suo autore non ha studiato direttamente i testi critici del Nuovo Testamento“.

In this photo released by the Vatican's L'Osservatore Romano daily, Pope Benedict XVI greets the former archbishop of Milan, Cardinal Carlo Maria Martini at the Vatican.

Ovviamente, sappiamo che ce ne vuole di coraggio e presunzione per dire che Ratzinger “non ha studiato” sui testi critici dopo aver occupato per 25 anni il Sant’Uffizio e dopo aver scritto un Documento per la Pontificia Commissione Biblica nel quale dice: ”Ma resta altresì vero che, per quanto concerne l’interpretazione della Scrittura, la fede ha da dire una sua parola e che quindi anche i pastori sono chiamati a correggere quando si perde di vista la particolare natura di questo Libro e una oggettività, che è pura solo in apparenza, fa sparire quel che la Sacra Scrittura ha di suo proprio e di specifico. È stata dunque indispensabile una faticosa ricerca, perché la Bibbia avesse la sua giusta ermeneutica e l’esegesi storico-critica il suo giusto posto (…) Siamo profondamente grati per le aperture che, come frutto di una lunga fatica di ricerca, ci ha donato il Concilio Vaticano II. Ma non condanniamo neanche con leggerezza il passato, bensì lo vediamo come parte necessaria di un processo di conoscenza che, considerata la grandezza della Parola rivelata e i limiti delle nostre capacità, ci porrà sempre davanti a nuove sfide. Ma proprio in questo sta il bello della autentica ricerca…“.

Nella Prefazione a questo testo, per i Cento anni della CTB così esordisce Ratzinger nel 2002: “Il rapporto fra Magistero della Chiesa ed esegesi: Non ho scelto il tema della mia relazione solo perché fa parte delle questioni che di diritto appartengono a una retrospettiva sui 100 anni della Pontificia Commissione Biblica, ma perché rientra, per così dire, anche nei problemi della mia biografia: da più di mezzo secolo il mio percorso teologico personale si muove entro l’ambito determinato da questo tema…”. A quanto pare lo stesso Ratzinger smentisce la critica di Martini.

Eppure, sempre Martini, conclude la sua critica dalla Francia con queste parole: “Un libro molto bello. Io stesso pensavo di scriverlo, come conclusione al mio lavoro sul manoscritto 1209, ma sono contento che l’abbia fatto Ratzinger perché corrisponde alle mie attese”. Da profana e ignorante qual sono mi pongo solo una domanda: come fa il libro ad aver corrisposto alle sue attese se l’autore che l’ha scritto non ha studiato e dunque non ha tenuto conto dei testi critici?

IL “GESù DI MARTINI” NON AVREBBE MAI VOLUTO L’HUMANAE VITAE…

Come se non bastasse, sostiene pure che “il Gesù dei Vangeli non avrebbe mai scritto l’Humanae vitae”. Martini non si risparmia, e accusa Paolo VI di aver arrecato “grave danno” con questa Enciclica: “Molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone”, come se fosse una soluzione a tutti i guai della Chiesa accogliere ciò che è male in seno commutandolo artificiosamente in un “bene” ufficiale: per cosa, poi? Per avere qualche banco pieno di gente che abortisce, usa contraccezione, oltraggia la vita in tutti i modi e non solo si sente la coscienza a posto ma vuole pure la benedizione della Chiesa ai suoi peccati (che tali non li considera, essendo, a sentire loro, “diritti”) trasformati persino in progressiste virtù mondane.

imageAl solito Martini, come tutti gli ideologi, ai quali interessa lo schema e non i dati di fatto, trascura che laddove la sua ricetta (specie nelle chiese riformate) è stata applicata seppure ufficiosamente, teoreticamente… essendo impossibile la legale approvazione canonica, quei banchi lì si sono svuotati ugualmente, e peggio, se ne sono andati anche gli altri, quelli che attualmente, ubbidienti, nei banchi ci son sempre rimasti. Le chiese hanno chiuso, sono diventate cinema o supermercati. Ma a Martini questo non interessa: la sua idea è buona a prescindere, anche se smentita dalla realtà. Il cardinale Martini sottolinea il fallimento dell’Humanae vitae e dice che sarebbe stato meglio affrontare la sessualità diversamente, e proseguiva nell’intervista diventata un libro nel 2008: “Dopo l’enciclica Humanae Vitae i vescovi austriaci e tedeschi, e molti altri vescovi, seguirono, con le loro dichiarazioni di preoccupazione, un orientamento che oggi potremmo portare avanti. Un orientamento che esprime una nuova cultura della tenerezza e un approccio alla sessualità più libero da pregiudizi”. Insomma, siamo sempre lì: la Chiesa è piena di pregiudizi, le dottrine sono fatte sui pregiudizi, perciò vanno cambiate… non è più l’uomo che deve convertirsi, ma la Chiesa deve convertirsi alla mentalità del mondo. Ossia alla moda dominante del momento.

E pazienza se, osservando la storia, ci si rende conto che se la Chiesa avesse dovuto “convertirsi” volta per volta a tutti gli spiriti e i pensieri dominanti nel mondo, sempre spacciati per infallibili e “finali”, definitivi, non plus ultra di civiltà e di magnifiche sorti e… progressiste, quella stessa Chiesa prima di diventare licenziosa sulla sessualità come piacerebbe al Martini e al suo mentore-intervistare politico, il deputato radicale del PD Ignazio Marino, sarebbe diventata volta per volta comunista, nazista, razzista, antisemita, borghese e massonica, rivoluzionaria, napoleonica, illuminista… e oggi abortista, omosessualista, animalista dove animale equivale a uomo, magari new age e, perché no, anche un po’ musulmana. Così come avviene ed è sempre avvenuto con le chiese di stato riformate, le quali a piè pari non ebbero remore a diventare (prendi il caso della Germania dell’Est), prima imperialiste, poi naziste, poi comuniste e filosovietiche, oggi radicali, come è politicamente corretto essere, perché così ha stabilito la classe dirigente al potere e il conseguente gotha intellettuale dominante, che sommate fanno la moda… quello “spirito del mondo” che, stando a Gomez Davila, è Lucifero. Ma che come questo, apparentemente trionfatore, lo sono solo “a termine”, dopodiché saranno condannate a essere distrutte e a passare. Di queste costanti storiche, fattuali, provvidenziali, di tutto questo Martini e il suo suggeritore Marino, non tengono conto.

CRITICARE L’INFALLIBILITÀ PAPALE MA PRETENDERE L’INFALLIBILITÀ DELLE PROPRIE OPINIONI BANDENDO LE CRITICHE

Martini spera dapprima che con Giovanni Paolo II, aperto e dinamico, il quale lo ha portato sulla cattedra di sant’Ambrogio, le sue idee possano trovare luogo, ma poi deve ricredersi e si lamenta dicendo: “Giovanni Paolo II seguì la via di una rigorosa applicazione” dei divieti dell’enciclica, e “non voleva che su questo punto sorgessero dubbi. Pare che avesse perfino pensato a una dichiarazione che godesse il privilegio dell’infallibilità papale“…

cardinaleE qui ci fanno trasalire certi grossolani vuoti di memoria del Martini: a parte il fatto che una enciclica in fatto di morale gode già il privilegio dell’infallibilità cosa che il gesuita sembra sorvolare; detto questo pensiamo di quanta infallibilità godono due sullo stesso tema: infatti quando il Papa polacco scrisse la Evangelium vitae ripercorse fedelmente le vie della Humanae Vitae di Paolo VI.

Ma è incredibile come queste persone, così sapienti e davvero intellettualmente dotate, possano perdersi poi nel piccolo: l’obbedienza, l’umiltà, la prudenza prima di parlare, criticare al Papa l’uso del privilegio dell’infallibilità (che in dichiarazioni ufficiali sulla morale, è, potremmo dire, automatica) salvo poi usarla, con protervia non di rado, per le proprie opinioni e per i propri insegnamenti; che specie per i loro discepoli diventano paradossalmente atti infallibili e indiscutibile, sui quali impalare tutto il resto, papi ed encicliche comprese.

IL GESUITA CHIEDE IL RITIRO DI UN’ENCICLICA: PER “GUADAGNARE CREDIBILITÀ”. AGLI OCCHI DI CHI OLTRE CHE DI SCALFARI?

Arriva Benedetto XVI e Martini è sempre lì, a sperare che un Papa lo ascolti e faccia quello che dice lui e afferma: “Probabilmente il papa non ritirerà l’enciclica, ma può scriverne una nuova che ne sia la continuazione. Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito alla Humanae Vitae. Saper ammettere i propri errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d’animo e di sicurezza. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza”. 

131341081-c63c4054-f0ec-4618-86f4-1ac0fb98e1f3Abbiamo letto bene? Martini voleva che il Benedetto XVI ritirasse l’Humanae Vitae riconoscendola come un errore, questa marcia indietro sarebbe stata un segno di grandezza della “nuova” Chiesa nata dal Concilio, stando al vecchio gesuita. Bella pretesa!

Da questo punto di vista, sarà proprio Benedetto XVI a mettere a tacere le convinzioni di Martini con un discorso dedicato proprio alla Humanae Vitae il 10 maggio del 2008. Quando, illustrandone i contenuti, ha affermato che: “a quarant’anni dalla sua pubblicazione quell’insegnamento non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato”. Punto!

MORTO L’ULTIMO PATRONO DEL PROGRESSISMO, RESTANO GLI ORFANELLI. CONFUSI MA ARROGANTI: “NON OCCORRE FARE ALTRI CATTOLICI”

Qualunque discepolo o fan di Martini intendesse ancora discutere contro l’Humanae Vitae, si metta l’anima in pace… altro che “no Martini – no party” che i suoi supporter sbandieravano in San Pietro nel conclave del 2005: il party è finito, la ricreazione è finita, l’ultimo patrono del progressismo più parossistico è morto.

Carlo Maria Martini world copyright Giovanni Giovannetti/effigieQualcuno oggi, dopo i funerali, azzarda l’ipotesi che il cardinale Martini fosse sempre in buona fede nelle sue esternazioni. Che dire? La buona o mala fede non la possiamo giudicare, questa fa parte del cuore della persona che solo Dio può e metterà in luce a suo tempo: noi possiamo però valutare i frutti.

Ad un sacerdote che mi rimproverava la critica severa a Martini gli ho chiesto: “Va bene, mi dica allora i frutti di quel magistero…”. Gli unici che mi ha saputo elencare laconicamente e arrancando sono stati i soliti, oltretutto ridotti a né carne né pesce: quelli ecumenici, del dialogo, dell’amicizia fra i non cattolici. La solita robetta preconfezionata nei tg e dai suoi vaticanisti, che spesso vengono fuori proprio dai circoli di Martini. Resto perplessa e gli chiedo: “Mi perdoni, ma la missione della Chiesa e di un prelato soprattutto, non è quella di predicare, evangelizzare e fare discepole le genti, battezzandole, insegnando tutto quanto il Maestro, Gesù Cristo, ha detto e fatto?”. E questi mi ha risposto: “Ma i tempi sono cambiati! Oggi non c’è bisogno di fare le genti cattoliche, basta che credano a Qualcuno, questo è il grande successo di Martini…”.

A Qualcuno, dunque, non importa chi, ossia a qualunque cosa, non importa cosa, a chicchessia purchessia. Non stupisce che poi i martiniani, avendo tale libertà di manovra (non su ciò che è accessorio, ma proprio sull’essenziale), potendo credere a qualunque cosa e a chiunque, finiscano tutti per “credere” ai massimi nemici della Chiesa, della fede, della vita: a “Qualcuno”, tipo Pannella, per dirne uno. Ecco il successo di Martini, ecco spiegato l’applauso del mondo, ecco la scaturigine dell’entusiasmo di un nemico dichiarato (per quanto puerile e sguaiato) di ogni credente, come Scalfari.

Io spero e mi auguro che i veri discepoli di Cristo prima e di Martini poi si dissocino subito da questa affermazione: siamo alla summa delle eresie, al puro sincretismo, peggio, a elementi di pelagianesimo fuso a elementi di agnosticismo, in ogni caso non più in ambito cristiano… non ci staremmo, almeno, se non fossimo anche convinti che più che da profonda meditazione la facilona dichiarazione di questo prete martiniano, nasce dalla profonda ignoranza (persino dei libri dello stesso Martini, che probabilmente non ha letto: si sa, delle icone basta dire che sono belle e buone, senza entrare nel merito, senza spiegare perché, senza neppure premurarsi di saperlo… vanno bene a prescindere!, finché ossequiano il mondo, ricambiate). Ed è proprio la sua ignoranza a salvarlo, se non la “buonafede”, che tale non è.

MA MARTINI ERA UN VERO CREDENTE. I MARTINIANI, ALLIEVI DEGENERI, DEI SUPERFICIALI

Chiediamoci piuttosto, e se lo chiedano questi orfani “degeneri” del gesuita, perché il Papa sta per indire un Anno della Fede sulla scia del Credo pronunciato da Paolo VI? Fede in cosa? Per annunciare cosa e a chi?

bianchi-martiniNo, non ci siamo! Non sono neppure degni del loro presunto “maestro” questi martiniani superficiali e rilassati in disarmo, ai quali non resta che la retorica iconografica da falsari. Martini era un vero credente, su questo non ci piove, e credeva in Dio Incarnato, vissuto, morto e risorto per redimere l’uomo. Come ricorda a ragione Introvigne, il suo errore è stato sociologico: quella umanizzazione del Cristo stesso e direi a questo punto anche della Chiesa, anziché predicarne la natura divina (e non “divinizzazione” come ha scritto qualcuno sui giornali) della quale siamo stati fatti eredi. Ma anche Lutero era un grande credente! Credeva in Cristo, anche lui fu un “grande” del suo tempo: un grande contro la Chiesa e la sua dottrina, voleva anche lui una Chiesa più umanizzata, liberale nell’interpretazione dei suoi capisaldi (il risultato pratico fu, specie nella versione calvinista, ferocia disumana nell’imporre ciò che doveva invece essere “donato” e “accolto”, alternata ad anarchia dottrinale e al tutti contro tutti e tutti uniti solo contro “l’anticristo papista”).

L’amicizia di Martini con il signor Verzè (sacerdote sospeso a divinis dal cardinale Colombo nel 1973 e che è morto senza chiedere perdono alla Chiesa pubblicamente, da pubblico peccatore, continuando nello scandalo, anzi facendo dello scandalo, del peccato e persino del crimine, morale e teologia stracciona… e Dio ha soffiato su di lui e sulle sue opere e li ha dispersi nella vergogna e nel disonore) l’amicizia con Verzè, dicevo, non si è fermata a un rapporto gratuito di stima: si è consolidata degenerando in gravi errori sulla persona umana, sulla vita, sulla morale; così come la sua ammirazione per gli scritti del confratello gesuita Karl Rahner, l’amicizia fra i due, è sforata nei medesimi errori sull’umanesimo deviato del nostro tempo; o peggio ancora l’indecente scivolone senile, non si sa quanto consapevole (probabilmente Martini non ne ha letto una sola riga) nel compiacersi di un libro eretico (per modo di dire: semplicemente non è più non solo cattolico, ma cristiano) come quello di Vito Mancuso, grande discepolo e miserabile frutto bacato di Martini, libro nel quale arriva a negare tutti i dogmi della fede cattolica e Martini, suo maestro, giù a fare una prefazione di alto livello e spessore, promuovendone la lettura…

LANGONE E IL PRETE MARTINIANO. CHE VUOLE “COMBATTERE” LA CHIESA

Spendiamo due righe anche per far emergere dal fango questa squadra dei “discepoli” di Martini, una élite dall’indole radical-chic, e composta persino di non pochi sacerdoti che spesso lo hanno superato nella critica alla Chiesa e al suo Magistero.

FOTO D'ARCHIVIONel breve ma intenso articolo di Camillo Langone sul Foglio del 1° settembre, leggiamo: “Quando osai criticare il suo Cardinale, un sacerdote lecchese mi scrisse queste testuali parole: «Sono discepolo di Martini, la invito nella mia chiesetta dove sentirà vibrare una parola che va diritta alla coscienza per combattere le istituzioni, compresa quella cattolica apostolica romana». Una mail davvero curiosa: perché un prete dovrebbe conoscere il Vangelo e sapere che «uno solo è il vostro Maestro, il Cristo». Non si può essere discepoli religiosi di un mortale. E poi perché la pratica di sparare sul proprio quartier generale è un insegnamento del Libretto rosso di Mao, non della Bibbia…”.

Ma poi, mi chiedo, pensando a quanto detto da Langone, come può vibrarmi in petto una parola come “combattere l’Istituzione” Divina che mi ha rigenerata? Come può vibrarmi in petto una parola che mi spinge a combattere mia Madre, la Chiesa, corpo mistico del mio Cristo? A questi discepoli degenerati occorre rammentare che se tu fai il “volonteroso verme che rode la cattiva mela dall’interno” e metti in discussione certe questioni fondamentali (ammantandoti di buoni principi alla moda e di popolarità a buon mercato, ma in realtà facendoti cattivo maestro … il quale ha sempre scopi inconfessabili, serve strani interessi tutt’altro che religiosi), io, a mia volta ed a maggior ragione, ho tutto il diritto di mettere in discussione il tuo mandato se sei prete o vescovo, teologo o laico raccomandato… Non si può fare il “disubbidiente garantito” e cioè contestare e sputare nel “piatto dove si mangia”, mantenendo però il posto prenotato da cliente fisso che il medesimo “ristorante”, che tanto si critica, ti fornisce.

Insomma, non ci voleva certo un Martini, né un suo discepolo, per venirci a dire che “dovemo volè bene a tutti, dovemo parlà co’ tutti” … per dire questo basta e avanza (peraltro con pessimi risultati) qualche inutile ed ipocrita politicante. Mentre magari poi non vuoi più “bene” né “parli” più né vuoi più ascoltare il papa, i tuoi fratelli nella fede, i santi, la tua Chiesa, e infine le sacre scritture, alle quali pure dicevi – a parole – di voler dare priorità assoluta, manco fossimo davvero la religione del “solo libro”. Decorso quasi sempre fatale, questo, per ogni martiniano.

Se semo tutti fratelli, annamo a magnà la trippa ar sugo ar collettivo de Tor Marancia con don Vitaliano e don Gallo, soubrettes, Vendola e Luxuria, Mazzi & Ciotti! Inneggiamo a Stalin e Che Guevara (ovviamente co la panza bella piena) e chi se ne frega delle regole! Ma questo è un circo equestre, una anonima alcolisti non pentiti!

Dice giustamente Langone: “I martiniani più pericolosi non sono gli atei dichiarati, a loro modo onesti. Sono i preti spretati, i teologi senza Dio, i falsi mistici…”, ma non scarterei da questa pericolosità i preti non spretati, suoi discepoli, responsabili di catechesi e parrocchie; i vescovi non devescovizzati, suoi discepoli, responsabili di pastorali per dire il meno “creative”, quando non proprio anticristiane.

LIBERALI CON SE STESSI, GENEROSI CON CHI LI ASSECONDA, VIOLENTI E TIRANNICI CON CHI NON È D’ACCORDO: I PROGRESSISTI E MARTINI L’INQUISITORE

Si dice che “Martini parlava al cuore”. Scalfari lo dice, per esempio: che solo in questa occasione – strano? – ha scoperto di averne uno, di “cuore” (e che forse è solo la malafede di un coriaceo odiatore del cattolicesimo in generale e dei cattolici in particolare). Come risposta riporto un doloroso fatto che toccò personalmente Antonio Socci: “Dunque demolire i dogmi della fede non faceva insorgere Martini. Ma quando due giornalisti – in difesa della Chiesa – hanno criticato certi intellettuali cattoprogressisti, sono stati da Martini convocati davanti alla sua Inquisizione milanese e richiesti di abiura…. Che paradosso. L’unico caso, dopo il Concilio, di deferimento di laici cattolici all’Inquisizione per semplici tesi storiografiche porta la firma del cardinale progressista”.

IL “CAPIRE” ERA UNA FUNZIONE, A QUANTO PARE, RISERVATA SOLO AL MARTINI

Qualcuno parla di un Martini “vero riformatore”, gli rispondiamo “e cosa avrebbe riformato”? Semmai è stato un riformatore mancato. Il suo chiodo fisso era sfruttare il Concilio Vaticano II per finire ciò che Paolo VI – a suo dire – “non ebbe il coraggio di fare”. Secondo lui il Concilio non era stato ancora compreso: non dai credenti, ma dai Pontefici. E che te pare! Ci può essere mai qualcosa della quale non ha “colpa” Roma? qualcosa che un papa “ha capito”… essendo il “capire” una funzione, a quanto pare, riservata solo al Martini e ai suoi pretoriani?

carlo-maria-martini-mario-monti-380x325E’ fuor di dubbio che Martini sia stato un grande arcivescovo nella sua diocesi, la diocesi più grande del mondo, e che negli anni in cui è stato lì, è stato davvero “amico” al Papa. Sì, come abbiamo detto, sempre un po’ polemico, e al tempo stesso amico di Roma, amico del Papa (il termine amico è più adatto del termine fedele). Tuttavia non sarebbe onesto non sottolineare che proprio da quel ruolo nella grande Diocesi, capitale economica e anche politica della nazione, “morale” osò dire qualcuno (e non è un complimento), da qui Martini invece di evangelizzare in nome della Chiesa Cattolica comincia a fare tutt’altro, un panegirico interminabile durato sino alla morte, di sincretismo frammisto a liberalismo che lo porterà a conquistare, in breve tempo, tutti i Media del mondo, come era naturale. Media che, a loro volta, con una certa disponibilità dell’interessato, useranno Martini come una scure affilata contro Roma, il Papa, la Dottrina, la Chiesa, la fede stessa infine.

IL SUCCESSORE CHE LO FECE RIMPIANGERE: TETTAMANZI. CHE SAREBBE STATO IRRILEVANTE NON FOSSE STATO DISASTROSO

Suona tutto come una contraddizione, ma è la realtà dei fatti. Qualcuno dice che Martini ha fatto grande Milano, altri sostengono il contrario, certo è che lentamente ha reso questa Diocesi Ambrosiana sempre più distaccata dal Magistero Pontificio, il resto poi lo ha fatto il suo successore, Dionigi Tettamanzi.

l43-110410172406_bigAmato e odiato (si può dire la verità?), per gli uni e gli altri moralmente e intellettualmente irrilevante, Tettamanzi è sempre stato l’ombra di Martini, o almeno della tirannica corte-curia che il Martini gli ha lasciato in eredità, plasmata a immagine e somiglianza del loro padrone. Di suo, il Dionigi, è riuscito a far rimpiangere l’assenza del predecessore, e per pareggiare i conti ha portato la Diocesi definitivamente lontana da Roma, in un tale sfacelo tanto da costringere il Papa a traslarvi un cardinale di sua massima fiducia strappandolo a un patriarcato, per riportare la mitica Ambrosiana a quell’obbedienza a Roma tanto predicata da Ambrogio, e anche a un minimo di decenza. Con Tettamanzi il seminario diocesano era arrivato ai minimi storici ma, occorre dirlo, che cosa poteva fare il successore del “grande Martini” quando questi aveva già seminato gli errori in tutta la Diocesi?

Martini ha fatto dono alla Chiesa Vetero-Cattolica (scismatica dal Concilio Vaticano I, oggi composta da qualche centinaio di persone, che professano dottrine le più strampalate) di una parrocchia a Milano: “ospitalità ecumenica”, disse, e quali frutti ha portato? che hanno fatto la prima donna “prete” in Italia, che oggi fa da “parroco” in quella parrocchia, dove “sposano” omosessuali e appoggiano i divorziati risposati, essendo fra l’altro divorzisti. Certo, questo non è avvenuto quando c’era lui, ma lui ha seminato bene! E Tettamanzi ha raccolto il vento seminato da Martini, diventato nel frattempo tempesta… e per completare l’opera e non essere da meno di Martini, per un capodanno ha fatto comunella e brindato insieme alla sacerdotessa… un quadretto davvero idilliaco non fosse stato disgustoso.

Se è vero poi che non si vedono più a Milano i cattolici, specialmente preti e suore, in giro per le strade a mezzodì, fermarsi per pregare l’Angelus come si faceva una volta al suono della campana, in compenso sotto il regno di Tettamanzi abbiamo assistito a fiumi di musulmani nella loro preghiera supina, riempire la piazza antistante il Duomo: con l’autorizzazione e la benedizione bambinesca e dispettosa del Mastro-Tetta (dispetto a chi poi?). Si dice che l’ultima scossa di terremoto a Milano del gennaio scorso abbia dato origine a delle crepe nella facciata e sulle guglie esterne del Duomo: la cosa non mi stupisce affatto!

“E IL GIOVANE RATZINGER MI FECE USCIRE DALLA CONFUSIONE”. SALVO POI RICASCARCI: CATTEDRA DEI NON CREDENTI

Dicono: Il più grande successo di Martini è la sua “cattedra dei non credenti”. Ma che cosa è, e perché ha goduto di tanto “successo”, che poi altro non era che clamore mondano?

e-morto-il-cardinale-carlo-maria-martiniIl cardinale Martini lo racconta lui stesso, in una lunga intervista, con parole, peraltro, che smentiscono la sua critica di un momento prima circa la conoscenza di Ratzinger dei testi critici: La mia prima conoscenza con l’opera del cardinale Joseph Ratzinger rimonta alla fine degli anni Sessanta. Erano anni di grandi turbolenze spirituali e culturali. Mi trovavo in ritiro in una casa ospitale nella Selva Nera e cercavo di preparare una conversazione che avrei dovuto tenere in Italia a un gruppo di sacerdoti. Mi aspettavo, come era d’uso a quel tempo, molte domande, contestazioni, difficoltà. Ero alla ricerca di un qualche libro che mi aiutasse a mettere giù le idee in modo chiaro e sereno. Fu così che ebbi tra le mani il testo tedesco della “Introduzione al Cristianesimo” di Joseph Ratzinger, uscita poco prima (1968). Ricordo ancora oggi il gusto con cui lessi quelle pagine. Mi aiutavano a chiarire le idee, a pacificare il cuore, a uscire dalla confusione. Sentivo che venivano da qualcuno che aveva a lungo meditato sul messaggio cristiano e lo esponeva con sapienza e dolcezza. Conservo ancora oggi quegli appunti. Fu in particolare da quella lettura che ritenni il tema del «forse è vero» con cui si interroga l’incredulo, e che mi guidò poi per realizzare la «Cattedra dei non credenti».

Ma basta leggere questo libro per capire come Martini si sia allontanato dalle intenzioni dell’autore destinato a diventare un giorno il Vicario di Cristo. Anzitutto, Martini usa questo testo per realizzare la sua cattedra dei non credenti, ma quanto a farsene guidare dirà lui stesso: “Rimasi come colpito, illuminato dall’affermazione del filosofo Norberto Bobbio: L’importante non è credere ma pensare o non pensare. Confesso che a partire da qui, la cattedra decollò…”.

Martini dialoga da quel momento con un nuovo motto: “L’importante non è credere…”: da qui cominciano le sue amicizie ex cathedra con i non cattolici, dialoga con il semiologo Umberto Eco e con decine di intellettuali, in aule universitarie e stanze per conferenze. Molti di quei colloqui sono stati pubblicati, di altri ne sono scaturiti libri, montagne di libri, pozzi senza fondo di libri tanto che, nel 2000, sia Eco che il cardinale ricevono il Nobel spagnolo, il premio Principe delle Asturie.

Ma nel libro di Ratzinger, men che meno nel suo pensiero, quel nuovo motto lì, “L’importante non è credere ma pensare o non pensare“, non esiste.

PAGLIA GETTA ACQUA SUL FUOCO: “MARTINI NON È UN ANTIPAPA: È UN INGENUO”

Chi difende Martini è il vescovo Vincenzo Paglia, sembra peraltro l’unica voce in questo senso. Sì, quello della Sant’Egidio, e amico molto personale di Martini, il quale riuscirà ad intercedere per lui presso il Papa per strappargli una mitra episcopale. Epperò dice del suo benefattore: “Credo che il cardinale sia un po’ ingenuo. A volte dice cose senza capire che possono essere utilizzate erroneamente. Non è un uomo di sinistra, anche se si impegnano a trasformarlo in antipapa. Non ha una visione politica, ma evangelica della Chiesa. Certo parla con libertà, ma molte volte è mal interpretato”. Nessuno lo ha trasformato in antipapa, ma come abbiamo letto è lui che si definiva ante-papa… e poi, che Martini fosse un ingenuo suona davvero come un’offesa: non credo che Martini poteva essere d’accordo con questo modo di giustificare le sue idee stravaganti.

“GLI DÀ ENORMEMENTE FASTIDIO CHE SI TENTI DI CONTRAPPORLO AL PAPA”. DICE IL CATTO-RADICAL MARINO

216825659_20120926124831-martini-marinoIgnazio Marino, chirurgo e senatore radicale del PD, che si definisce contro ogni evidenza “cattolico”, considera Martini “una delle grandi personalità del nostro tempo”, rimane sorpreso per la sincerità e il coraggio del cardinale di dire ciò che pensa, e gli dispiace che le sue parole siano quasi sempre pietra di scandalo anziché di vera innovazione per la Chiesa: “Ha sempre parlato con libertà, ma ama la Chiesa, è enormemente fedele al Papa”. Gli chiedono se è davvero un cardinale di sinistra, risponde: “Dire questo sarebbe semplificare”. Insomma, l’immagine di Martini è stata distorta dai giornalisti, dai cattolici critici che non vogliono cambiare: “Molte volte abbiamo discusso insieme e gli dà fastidio il fatto che si tenti di contrapporlo al Papa o ad altri cardinali. Il punto è che in lui si coniuga una grande fedeltà alla Chiesa con la capacità e il coraggio di fare domande, con il coraggio di voler cambiare la Chiesa”.

marcello VENEZIANI: “INVECE CHE ASSECONDARE LO SPIRITO DEL TEMPO AVREBBE DOVUTO INVOCARE IL TEMPO DELLO SPIRITO”

E' grave il cardinale MartiniMarcello Veneziani, invece, dal Giornale offre delle riflessioni assai più sensate con un titolo che è già una bella provocazione: Cardinale Martini, l’ipocrisia di chi lo osanna. E così scrive: “Un curriculum notevole per un intellettuale, con i suoi dubbi e le sue aperture; ma per un sacerdote, per un cardinale, per un uomo della Chiesa, può dirsi altrettanto? Certo, il Cardinal Martini non fu solo questo, fu anche un biblista insigne, una figura carismatica, si ritirò a Gerusalemme; ma la ragione per cui è stato osannato dai media è questa e l’ha ben riassunta un intervistato: “Non ragionava come un uomo della Chiesa, non sembrava un Cardinale”(…) E allora torno a domandare: ma è questo che chiediamo a un pastore, a un uomo di fede e di Chiesa, di parlare come tutti gli altri, di assecondare lo spirito del tempo anziché invocare il tempo dello spirito? Non ci bastano e ci avanzano le tante cattedre di ateismo, di laicismo e di progressismo che ci sono in giro per chiedere che anche dentro la religione vi siano spazi e argomenti in favore dei non credenti e delle loro tesi? Siamo bombardati dai precetti laici della modernità miscredente e dai canoni del progresso; non avremmo piuttosto bisogno di qualcuno che ci rappresenti l’amore per il sacro, per la trascendenza e per la tradizione? E chi dovrebbe farlo se non un uomo della Chiesa, un Arcivescovo, un Sacerdote? É demolita ovunque l’Autorità e l’autorevolezza delle istituzioni, anche se poi al loro posto ci sono nuovi canoni obbligati, nuovi poteri dominanti a volte più dispotici e intolleranti degli altri: non si chiede oggi a chi rappresenta la religione di assumersi sulle spalle la croce di contravvenire a questi nuovi dispotismi nel nome perenne della Tradizione e della fede in Dio? Un conto è dialogare con i “gentili”, come fa anche Ratzinger, un altro è sposare il loro punto di vista o scendere sul loro stesso terreno, fino a omologarsi, e rappresentare soltanto la versione religiosa all’interno dell’ateismo dominante…”.

NEL SINCRETISMO PIÙ BECERO. MA SCOLA DISINNESCA LA BOMBA ALLE ESEQUIE

A chi gli chiese quanto e come si potesse essere felici se cattolici, Martini rispose: “Si è felici se cattolici, ugualmente per l’altro se evangelico, così anche un musulmano” alludendo al fatto che l’importante non sarebbe dove ti trovi, ma che tu abbia uno spirito orante. Di per sé non è sbagliato, ma solo se non hai ricevuto il lieto Annuncio, altrimenti perché nella Preghiera del mattino reciteremmo: “Mio Dio ti adoro con tutto il cuore,ti ringrazio di avermi fatta cristiana….”? Questa Preghiera nata dal Catechismo dei Santi e dalla devozione popolare è superata? non vale più? E perché parlare di un dono di Dio quando parliamo di battesimo? E non è forse Gesù che dice: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv. 15,12)? Insomma, abbiamo un Dio che “ci sceglie”, ci fa dono del battesimo che ci fa diventare eredi, che si dona a noi nell’eucaristia, e non dobbiamo pensare di essere più fortunati, più felici di un musulmano o di un protestante? Siamo nel sincretismo più becero.

martini-e-mariaE Tettamanzi cosa poteva fare per non essere da meno? Ma è ovvio: una bella festa del Corpus Domini sincretista con tutte le religioni nel cuore di Milano… Ma quanti convertiti a Cristo ed alla sua Sposa, la Chiesa, abbiamo avuto? Qualcuno mi sa dire quali sono questi frutti, in concreto? Quanti poveri ha sfamato Martini? e quanti ne ha tolti dalle strade? Quali fondazioni cattoliche ha creato? Quanti e quali seminari ha riempito?

Per l’omelia dei funerali il cardinale Scola è stato davvero geniale. Ho seguito la diretta, tremavo all’idea di dover subire una cronologia di medaglie al merito, invece è stato davvero ingegnoso: ha esordito dicendo che non avrebbe parlato del suo passato, ma del suo presente in quel Regno promesso da Cristo. Bomba sventata! A voi forse sembrerà poca cosa, ma vi confesso che coi tempi che corrono è stata una introduzione davvero corretta, spingendo poi tutto il cuore dell’omelia su questa promessa di Gesù, come ce l’ha guadagnata, la sua morte e la sua risurrezione: “il Paradiso non è una favola!”

Quando è toccato il saluto di commiato da parte di Tettamanzi, è stato di un patetico davvero imbarazzante, ha fatto un elenco di tappe significative solo per loro due, una escursione sui meriti e un grazie. Tettamanzi ha avuto l’onere di un atto coraggioso: tagliare i cordoni del signor Verzè e alla sentina infernale delle sue opere; lo fece certamente con un po’ di malizia, perché la vecchiaia disastrosa e gli scandali del Verzè si stavano facendo davvero troppo pesanti anche per lui che reggeva la diocesi sempre all’ombra di Martini. Confesso che delle volte ho nutrito tenerezza verso Tettamanzi.

“HA AMATO LA CHIESA”. CERTO, COME CERTI MARITI EGOISTI “AMANO” LE LORO SPOSE

Sempre quel sacerdote con cui parlavo mi ha detto: “Ma non hai letto il telegramma del Papa? lo ha definito pastore generoso e fedele…”. E cosa doveva e poteva dire il Papa? Ma poi: il silenzio all’Angelus mentre la salma era nel Duomo non ci dice nulla? Pastore generoso lo è stato con la donazione di una parrocchia ai quattro gatti veterocattolici; fedele lo è stato, se non altro è stato fedele come prete alla sua vocazione. Per il resto, il Papa prudentemente non ha specificato, il messaggio era molto generico (è sicuramente opera d’ufficio, ossia modello prestampato vergato in segreteria di stato): andatevi a leggere altri telegrammi del Pontefice in occasione dei funerali di altri prelati: il messaggio di fondo è il medesimo.

Anche come studioso biblico è stato bravo, chi lo nega? Ma qui si confondono i meriti di certi impegni volti all’apertura di un dialogo, che nessuno mette in discussione, da quel: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc. 16,15-16). E’ su questo che si deve discutere e dialogare non per negarlo, ma per aiutare l’altro a capire di quale condanna si parla, di quali effetti finali produce il rifiuto della conversione.

VISITA DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II, AL GALLARATESECiò che nessun Media ha voluto sottolineare è stato proprio la semplicità del messaggio papale: semplice, molto soft rispetto allo sperpero di “grandezza” che i Media avevano riservato invece al loro presunto beniamino gesuita. Il fatto che Martini abbia “servito la Chiesa con generosità e affetto”, come ha scritto il Papa, nessuno lo può negare, Martini ha amato infatti la Chiesa: ma come certi uomini che amano le proprie mogli in modo egoistico, pretendendo di cambiarle, così Martini pretendeva di cambiare la Sposa; è Martini che in una intervista dice “sognavo una Chiesa che….” e giù a muoverle dure critiche, quasi sempre gratuite, esagerate e rigorosamente secondo categorie mondanissime, peggio: da mode ideologiche. Possiamo dire che è questa Sposa che ha amato invece Martini, accettandolo come era, senza mai lamentarsi di lui, servendolo, fidandosi, ascoltandolo nelle lamentele, pazientando con le sue bizze, sopportando i suoi egocentrismi vanitosi.

Sarebbe stato bello ascoltare queste parole durante i funerali, ma non sarebbe stato politicamente corretto, pazienza! La Sposa porta pazienza!

VITA UMANA, VITA ETERNA, DIGNITÀ UMANA. I SOFISMI DEL CARDINALE

Tornando ai frutti, dunque, cosa ha prodotto Martini per la salvezza delle anime e la ri-cristianizzazione dell’Europa? Contro la piaga dell’aborto, quale è stata la battaglia di Martini? quali i frutti?

martiniIl suo è stato il modo tipico di introdurre l’argomento da parte dei cattolici “contrari” però all’insegnamento della Chiesa (che ossimoro! Può esistere un comunista contrario all’insegnamento di Marx? È un assurdo!), che è il seguente: “Bisogna anzitutto voler fare tutto quanto è possibile e ragionevole per difendere e salvare ogni vita umana – spiega il cardinale Martini -. Ma ciò non toglie che si possa e si debba riflettere sulle situazioni molto complesse e diversificate che possono verificarsi e ragionare cercando in ogni cosa ciò che è meglio e più concretamente serve a proteggere e promuovere la vita umana. Ma è importante riconoscere che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella versione cristiana e di molte religioni comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette all’uomo. Possiamo dire che sta qui la definitiva dignità della persona“. Per il cardinale Martini, dunque, la prosecuzione della vita umana fisica… non sarebbe di per sé un principio assoluto perché sopra di questo starebbe quello della dignità umana che nella visione cristiana è una apertura alla vita eterna.

Bene! Fermiamoci un momento e domandiamoci: ma se io quell’essere non lo faccio nascere, non lo faccio vivere, come faccio a trasmettergli i principi della dignità umana, fin dal suo concepimento, destinato com’è all’apertura alla vita eterna che Dio gli promette e che devo trasmettere a mia volta agli altri? Se non nasco come faccio a conoscere tutto ciò, e scegliere se stare con Dio o contro Dio? Se sono ancora un embrione e tu uomo, medico, donna, anzi “mamma”, interrompi il mio sviluppo uccidendomi prima del tempo, come faccio a sapere che Dio ha un progetto su di me? Che facciamo, li uccidiamo tutti prima di nascere così raggiungono il paradiso promesso senza la difficoltà di dover scegliere? Ovvio che no, il cardinale conclude infatti dicendo: “Ciò non vuol dire affatto licenza di uccidere “. Ma come, la legge sull’aborto che cos’è? non è licenza di uccidere?

SUI TEMI NON NEGOZIABILI, PROPRIO SU QUELLI NON SA “COSA SUGGERIRE”. SA PERÒ COME OSTACOLARLI

Il cardinale non voleva soluzioni, piuttosto “dialogare”, senza troppi punti fermi, “dialogare” purchessia. E vedi infatti che nel 2006 dice: “Vedo tutta la difficoltà morale di questa situazione (aborto-eutanasia), ma non saprei al momento cosa suggerire”. Non sapeva cosa suggerire. Diciamo che qualche “suggerimento” glielo poteva fornire il catechismo della Chiesa cattolica, non c’era bisogno di inventare nulla. Ma tant’è!… egli non si stava perdendo in un bicchier d’acqua. Cosa strana assai. Perché quando s’è trattato di ostacolare quei “suggerimenti”, quelle soluzioni a portata di mano che la Chiesa gli aveva affidato, sapeva benissimo come fare e cosa dire.

imageEppure Martini non ignorava affatto che questi temi, sono sì fra i più discussi ma sono anche fra i più blindati, dove non c’è margine di trattativa al ribasso possibile, per volontà infallibile dei pontefici stessi. Che infatti li hanno esposti nel reliquiario infrangibile di quegli argomenti “non negoziabili”. Come l’eutanasia e, come sottolineava spesso Giovanni Paolo II, “la vita umana fin dal suo concepimento è un bene indisponibile la cui difesa è un principio assoluto e senza il quale sarebbe impossibile comprendere la dignità umana che ha inizio fin da quel concepimento…”. E gli fa eco Benedetto XVI: “La vita umana è sempre, in ogni caso, un bene inviolabile e indisponibile, che poggia sulla irriducibile dignità di ogni persona, dignità che non viene meno, quali che siano le contingenze o le menomazioni o le infermità che possono colpire l’uomo nel corso di un’esistenza“. (cfr Benedetto XV, Discorso ai giovani, Sydney, 17 luglio 2008).

QUEL BIBLISTA CHE HA RESO MUTA LA PAROLA DI DIO. E LA MORALE CATTOLICA UN “PREGIUDIZIO” CONTRO LA COSCIENZA

E quali frutti ha portato sulla discussione dell’eutanasia? Un principe della Chiesa dovrebbe dare la propria vita per l’altro, non spingerlo a togliersela! Per Martini non c’è soluzione, non c’è Parola di Dio che possa risolvere il problema, ma solo un caso umano sul quale si può unicamente discutere, dialogare, lasciando però aperto all’infinito il quesito. Non ci sono per lui punti fermi, regole per la vita: solo la propria coscienza può dare delle risposte caso per caso, l’unica legge diventa il libero arbitrio. Al di là del bene e del male.

Per il nostro Cardinale la morale cattolica sarebbe un “grave pregiudizio” per la coscienza. A ragione si chiedeva l’allora cardinale Ratzinger in un discorso sull’Europa e la morale: “Che cosa è la giustizia? E chi stabilisce che cosa sia giusto o sbagliato?” . L’eutanasia – scrisse Martini per il caso Welby – è “un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte“. Questo genere di positivismo è inaccettabile.

martini_cardinal_carlo_martini_fotogramma_04Contrariamente al solito “silenzio” delle più alte gerarchie della Chiesa, quando un alto prelato dissente pubblicamente sulla dottrina cattolica, nel caso di Welby la Chiesa parlò e senza tacere l’imbarazzo e la verità sugli errori di Martini. Dapprima rispose l’allora presidente della CEI e vicario del Papa per la diocesi di Roma, il cardinale Ruini, poi il vescovo Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la vita. Il primo disse chiaramente come neppure al malato è consentito di “disporre della propria vita” (=Gesù si fece obbediente fino alla morte di croce); il secondo obiettò anzitutto – citando l’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II – che l’eutanasia è tale anche quando è “omissiva”, ossia quando omette “una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte”. E la sua inaccettabilità morale è identica: sia quando l’eutanasia è attivamente posta in essere, sia quando è omissiva.

Inoltre, Sgreccia afferma che “il medico, pur avendo il dovere di ascoltare il paziente, non può essere ritenuto un semplice esecutore dei suoi voleri: se riconosce la consistenza dei motivi del rifiuto (è il caso dell’accanimento terapeutico quando il malato è giunto al fine della vita), dovrà rispettare la volontà del paziente; se invece vi scorge un rifiuto immotivato (ossia, non vuole essere alimentato perché non vuole convivere con il proprio handicap o malattia), è tenuto a proporre la sua opposizione di coscienza […] ed eventualmente dimettere il paziente che gli è stato affidato come responsabilità”. Sgreccia dice così senza mezzi termini a Martini che la legge francese sull’eutanasia presa dal lui quale modello, è moralmente inaccettabile.

QUEL MALATO È CRISTO NEL GETZEMANI, CHE VACILLA, MA POI BEVE L’AMARO E GLORIOSO CALICE

Anche il futuro cardinale Betori nel 2008, all’epoca Vescovo segretario della CEI, replicava in questo modo, seppur indirettamente, a Martini: “Su un tema come questo la politica vuole legiferare troppo. Mi sembra che si voglia svuotare il ruolo del medico e affidare invece la decisione all’arbitrio della persona, che poi è influenzata da pressioni ideologiche molto evidenti. E per quanto possa essere ancora lucida è pur sempre un soggetto debole che deve essere aiutato a vivere per ben morire e non aiutato a morire perché disperato. E’ fondamentale intervenire su quella disperazione, questo è il nostro compito: alleviare il dolore, non eliminare il paziente“.

l43-cardinal-martini-milano-120831164517_mediumAnche mons. Fisichella, oggi incaricato per la Nuova evangelizzazione, ebbe a fare un quadro della situazione riportandoci al Getzemani: Gesù in quel momento è per ognuno di noi l’immagine di un malato, anche di un malato in coma o costretto all’immobilità. Gesù in quel frangente è carico di tutta la nostra umanità ferita dal peccato, e quindi anche della malattia, il peso che sente è enorme, lo schiaccia, sembra perfino che stia cedendo quando implora il Padre ad abbreviare quei momenti, “se puoi, allontana da me questo calice”, ma subito dopo si riprende: “però non la mia, ma la tua volontà si compia”. Per fare questa volontà lo sforzo è grande anche per Gesù che arriva a sudare sangue. Ma non c’è altra strada. Se si abbandonasse questo fare la volontà del Padre, troveremmo soltanto la disperazione e il dirupo per un suicidio. Se abbandonassimo il malato a sé stesso, saremmo responsabili anche della sua disperazione. Il nostro compito è di portare al malato il volto di Gesù Cristo nel Getzemani, insieme al volto radioso del giorno della sua vittoria sulla morte.

DIALOGARE COL NAUFRAGO CHE ANNEGA INVECE DI SOCCORRERLO

Un giorno prima di diventare Pontefice, Ratzinger risolveva il quesito dicendo: “Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come un cembalo che tintinna (1 Cor 13, 1)” (card. J. Ratzinger San Pietro 18 aprile 2005).

Martini durante i suoi ultimi giorni su questa terra.

Il card. Martini, molto malato, durante i suoi ultimi giorni su questa terra.

Un malato non è forse come un fanciullo sballottato dalle onde della tempesta? Guardiamo al naufrago in mezzo alle onde furiose che stanno per sommergerlo, ti vede sull’alto di una nave e ti chiede aiuto: lo lasceresti forse affogare? Sarebbe lo stesso anche se non chiedesse aiuto, perché nessuno, sano di coscienza, vedendo un corpo inerme lo lascerebbe andare alla deriva senza accertarsi se sia ancora in vita o morto.

Se dovessimo seguire i consigli di Martini, la scena sarebbe questa: noi dall’alto della nave che dialoghiamo con il naufrago in pericolo di vita, senza lanciargli alcun aiuto concreto, lasciandolo affogare mentre dalla nave, al sicuro, noi continuiamo (crediamo almeno) a… dialogare…

La verità è che non esiste una morale “cattolica ed una laica”, come ha spiegato più volte magistralmente Ratzinger, questo è uno dei più grandi errori del nostro tempo. Se è vero che il quinto comandamento, “non uccidere”, proviene dal testo per noi sacro, è anche vero che questo comandamento è entrato in tutti gli ordinamenti giuridici e laici del mondo; inoltre il cattolico è un laico, la distinzione avviene solo se quel laico assumerà dei voti particolari di consacrazione: presbitero, religioso, consacrato. I comandamenti come gli ordinamenti giuridici valgono per tutti, la legge è uguale per tutti, ma soprattutto la Legge di Dio, superiore ad ogni ordinamento giuridico laico, è superiore e vale proprio per tutti, anche per chi le leggi le fa e le fa spesso contravvenendo alla Legge di Dio. Vale anche e soprattutto per i cardinali.

Per un confronto tra le posizioni del cardinale Martini e quelle del Catechismo della Chiesa Cattolica, si legga nello stesso Catechismo, i paragrafi sull’aborto e l’intangibilità della vita del concepito (2270-2275), l’eutanasia (2276-2279), la fecondazione artificiale (2374-2379).

IL “FUNERALE LAICO”: UN INNO ALLA MORTE. IL FUNERALE CATTOLICO: UN INNO ALLA VITA

Welby morì tre giorni prima di Natale e subito si accese un altro dibattito per il rifiuto dei funerali in Chiesa: non poteva certo mancare la voce di Martini che si fece paladino dei “diritti” dell’uomo invalido e ammalato, anche in questo accusando la Chiesa di “mancanza di carità”… Di fatto non ci fu un rifiuto della Chiesa a fare quei funerali: è stato il no alla vita di Welby che ha condotto la Chiesa a rispondere con un’azione coerente alla scelta fatta dall’uomo.

Il funerale cattolico non è un inno alla morte, ma bensì un inno alla vita. Questo funerale è certamente triste perché si piange la perdita di una persona cara, ma soprattutto è triste perché, contraddistinguendo nel defunto anche il suo essere stato peccatore, riconosciamo il peccato ripugnandolo ed affidiamo a Dio quell’anima. Confidando proprio in Colui che in quel rito ci sta raccontando come ci ha conquistati la grazia, il perdono, la salvezza. Non inneggiamo alla morte ma alla vita eterna in Cristo!

E' grave il cardinale MartiniWelby, ma più di lui chi malamente lo consigliò, anche Martini, inneggiò invece alla morte e, coerentemente alla sua scelta, non poteva pretendere un rito che della sofferenza è l’icona umana e divina insieme.

Il cardinale Ruini non fece attendere la voce della Chiesa e rispose: «La sofferta decisione di non concederlo nasce dal fatto che il defunto, fino alla fine, ha perseverato lucidamente e consapevolmente nella volontà di porre termine alla propria vita: in quelle condizioni una decisione diversa sarebbe stata infatti per la Chiesa impossibile e contraddittoria, perché avrebbe legittimato un atteggiamento contrario alla legge di Dio. Nel prendere una tale decisione non è mancata la consapevolezza di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre. Soprattutto ci ha confortato la fiducia che il Dio ricco di misericordia non solo è l’unico a conoscere fino in fondo il cuore di ogni uomo, ma è anche Colui che in questo cuore agisce direttamente e dal di dentro, e può cambiarlo e convertirlo anche nell’istante della morte».

Il mondo mediatico, poi, ha osannato i “funerali laici” fatti in piazza e diretti dai più alti esponenti che condussero alla morte Welby e che non metterebbero mai la propria vita nelle mani di quel Dio che si fece Uomo. Cosa sono questi funerali laici? Un effetto placebo, un palliativo, una falsità, un riempitivo a quel vuoto creato dalla disperazione del rifiuto di Dio e dunque del rifiuto della vita.

Come può un cardinale di santa Romana Chiesa ignorare questo genere di dialogo, squisitamente cattolico, verso chi non crede? Come può nascondere a queste persone la verità su questi gravi errori?

I “MARTINIANI”: UN FORMICAIO DA DISINFESTARE

La risposta finale giunse proprio da Benedetto XVI. Eravamo sotto Natale e per ben due volte il Papa torna sull’argomento senza fare nomi, ma dicendo all’Angelus del 24 dicembre 2006 [1]: «Il Natale di Cristo ci aiuta a prendere coscienza di quanto valga la vita umana, la vita di ogni essere umano, dal suo primo istante al suo naturale tramonto».

martini_cardinale_visor439_thumb400x275E l’indomani, nel messaggio natalizio “urbi et orbi” [2], alla città e al mondo, Benedetto XVI disse ancora, parlando dell’uomo del nostro tempo: «…ha ancora valore e significato un “Salvatore” per l’uomo del terzo millennio? (…) Si presenta come sicuro ed autosufficiente artefice del proprio destino, fabbricatore entusiasta di indiscussi successi quest’uomo del secolo ventunesimo. Sembra, ma così non è. Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita? (…) il nostro Salvatore è nato nel mondo, perché sa che abbiamo bisogno di Lui. Malgrado le tante forme di progresso, l’essere umano è rimasto quello di sempre: una libertà tesa tra bene e male, tra vita e morte. È proprio lì, nel suo intimo, in quello che la Bibbia chiama il “cuore”, che egli ha sempre necessità di essere “salvato”. E nell’attuale epoca post moderna ha forse ancora più bisogno di un Salvatore, perché più complessa è diventata la società in cui vive e più insidiose si sono fatte le minacce per la sua integrità personale e morale. Chi può difenderlo se non Colui che lo ama al punto da sacrificare sulla croce il suo unigenito Figlio come Salvatore del mondo? (…) Cristo è il Salvatore anche dell’uomo di oggi. Chi farà risuonare in ogni angolo della Terra, in maniera credibile, questo messaggio di speranza? Chi si adopererà perché sia riconosciuto, tutelato e promosso il bene integrale della persona umana, quale condizione della pace, rispettando ogni uomo e ogni donna nella propria dignità?».

Possiamo davvero dire che il cardinale Martini si sia fatto promotore di questa speranza, che abbia testimoniato questo Salvatore, che si sia adoperato per questa tutela dell’uomo fin dal suo concepimento e fino alla sua morte naturale? C’è da dire che la maggior parte della gerarchia non ha mai appoggiato le tesi martiniane e questo ci fa ben sperare anche per quei formicai di discepoli che si estendono creando colonie le quali, prima o poi, dovranno essere disinfestate con la sana dottrina!

ALLA DISPERATA RICERCA DEL “MALE MINORE”, ANZICHÉ DEL “BENE SUPREMO”: CRISTO

Qui i giornali si sono da anni sbizzarriti, ma senza dubbio lo scandalo c’è stato. Martini scrive un libretto di circa 80 pagine, piccolo, ma abbastanza grande per seminare lo scandalo e la menzogna sul sesto Comandamento. Persino le riviste dei Pentecostali, che solitamente attaccano la Chiesa solo sui Sacramenti e il papato, questa volta si ritengono scandalizzati dalle affermazioni di un cardinale della Chiesa romana.

carlo-maria-martini-3Il cardinale Carlo Maria Martini e il medico e senatore del PD Ignazio Marino affrontano alcuni temi spinosi della modernità – tra cui quelli legati alla sessualità e alle differenze di genere – in Credere e conoscere, un piccolo libro. All’interno della sfera dell’amore e della sessualità le relazioni, dice l’ex arcivescovo di Milano, possono non essere di tipo esclusivamente eterosessuale. «In alcuni casi la buona fede, le esperienze vissute, le abitudini contratte, l’inconscio e forse anche una certa inclinazione nativa, possono spingere a scegliere un tipo di vita con un partner dello stesso sesso»… Pur riconoscendo, con molta prudenza, la legittimità di unioni tra persone dello stesso sesso, Martini afferma che «ammettere il valore di un’amicizia duratura e fedele tra due persone dello stesso sesso non può essere eretta a modello di vita come può esserlo la famiglia riuscita (…) La famiglia va difesa perché essa sostiene la società in maniera stabile e permanente, e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però (chiosa Martini) non è male che, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli». Questa è eresia allo stato purissimo!

Il veleno del (presunto) male minore: piuttosto che farli rimanere in uno stato di rapporti occasionali, riconosciamoli, diamogli noi questa stabilità. Diceva in un’occasione il Mastino di PapalePapale.com: «Come non dovessimo conoscere abbastanza che questi “accoppiamenti” monogamici fra pederasti prestissimo se non subito si risolvono nella promiscuità “a tre” e poi di ciascuno “coniuge” per conto suo, finché, tempo qualche mese, non finisce questa farsa, e ognuno per sé Dio per tutti… inizia daccapo da dove era rimasto prima di tentare l’esperienza della “convivenza”. Nel randagismo sessuale. Come si vede che Martini, uomo di solo studio, non aveva alcuna esperienza diretta della vita, non di questa dei nostri tempi. Il suo sociologismo dei “buoni sentimenti” era tutto teorico, fumoso, astratto e va da sé falsato. Classico anacronismo clericale da preti aggiornati».

ALZARE IL GOMITO COL MARTINI ROSSO: COPPIE DI FATTO ETERO O GAY, MATRIMONIO O CONVIVENZA PER LUI PARI SONO

Ecco, poi, la ciliegina sulla torta. Aggiunge, infatti, il cardinale: «Per questo non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili: Se alcune persone, di sesso diverso oppure dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia perché vogliamo assolutamente che non lo sia?».

imageMa che cosa sta dicendo? Le persone di sesso diverso hanno già il matrimonio civile per dare una certa stabilità alla loro unione, ma non è possibile equiparare come concetto di “coppia” due persone dello stesso sesso. È scientificamente impossibile: i due corpi non sono complementari e i due organi genitali non sono unitivi. Non si può parlare di “coppia”. Due persone dello stesso sesso possono essere una coppia di amici che convivono, una coppia perché fratelli che vivono insieme, ma non una coppia perché complementari.

Allora, il problema è che le unioni cosiddette civili non hanno senso se non per dare legittimità e riconoscimento alle coppie omosessuali perché, come abbiamo detto, esiste già il matrimonio civile. Se poi, come dice Martini, la famiglia va difesa e non si può parlare per gli omosessuali di vero matrimonio, come fa a sostenere che un riconoscimento delle “coppie di fatto” non sarà una equiparazione? Però Martini riconosce: «Personalmente non sono competente su questo argomento e qui lo affronto solo per cercare di dire con semplicità ciò che la vita mi ha insegnato…». Viene da chiedersi perché il cardinale, che qui si riconosce incompetente, si è prestato a fare delle gravissime affermazioni e non ha parlato, invece, da teologo, sacerdote ed esegeta, proponendo come soluzioni la ricerca della conversione del cuore, la virtù della continenza, amare l’altro davvero gratuitamente, sacrificandosi pur di non commettere un peccato ed una ingiustizia. Martini si dice incompetente eppure fa delle affermazioni contrarie alla dottrina della Chiesa e non è affatto propositivo, ma distruttivo.

PER MARTINI, IL “GAY PRIDE” NON È UNA CARNEVALATA PROVOCATORIA, MA “BISOGNO DI AUTOAFFERMAZIONE”. MA DI CHE?

martiniMartini si mostra comprensivo anche nei confronti di quelle forme di manifestazione pubblica della propria omosessualità come il “Gay Pride”. Li giustifica «per il solo fatto che in questo particolare momento storico esiste per questo gruppo di persone il bisogno di autoaffermazione, di mostrare a tutti la propria esistenza, anche a costo di apparire eccessivamente provocatori».

Giovanni Paolo II affacciandosi alla finestra per l’Angelus del 9/7/2000 [3] agli organizzatori del Gay Pride che sfilarono durante il Giubileo, disse senza mezzi termini: «A nome della Chiesa di Roma non posso non esprimere amarezza per l’affronto recato […] e per l’offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo. La Chiesa non può tacere la Verità […] perché non aiuterebbe a discernere ciò che è bene da ciò che è male». E se non condivide chi nella Chiesa se la prende con le unioni civili, dunque Martini non condivideva Giovanni Paolo II, né Benedetto XVI, né la Dottrina della Chiesa persino del dopo-Concilio, perciò è lui stesso che si dà dell’eretico.

ANCORA FUOCHI DI… PAGLIA

Vorremmo sentire ancora il vescovo Paglia venirci a dire: «Ma avete capito male, avete frainteso…». Eh, no! Caro mons. Paglia, non abbiamo frainteso. Il presidente dell’Arcigay comunica: «Arcigay esprime rispetto e cordoglio per la morte di Carlo Maria Martini, simbolo di una Chiesa capace di guardare oltre le rigidità delle gerarchie e rendere centralità alla dignità delle persone. Le sue aperture alla realtà del mondo, alla scienza, al progresso ed alla molteplicità nell’essere uomini e donne, si sono tradotte in una visione di giustizia anche per le persone e le coppie omosessuali. Credo che verso figure di questa levatura etica ed intellettuale, siano esse atee, credenti o laiche, un riconoscimento sia dovuto al di là dell’appartenenza».

3303Notiamo che viene omesso il titolo con il quale occupava un ruolo elevato nella Chiesa, ma gliene viene attribuito uno nuovo di zecca: “simbolo”, “Carlo Maria Martini simbolo di una Chiesa nuova”. Non aggiungiamo altro se non la grave constatazione che questo telegramma è forse l’unico dai contenuti più drammaticamente reali sul pensiero controverso di un Principe della Chiesa del nostro tempo.

Dio mio! Come abbiamo potuto allontanarci così tanto dalla Verità che i Santi e Dottori della Chiesa avevano ben saputo dispiegare nei loro scritti? Vi raccomando di meditare sulla Lettera 21 di santa Caterina da Siena, Dottore della Chiesa, scritta ad una persona del suo tempo, omosessuale, di cui non fa il nome, ma scrive con il cuore: «Fratello mio, ci vien meno la lingua, e tutti è sentimenti. Ohimè! non voglio più così. Ponete fine e termine alla miseria ch’io v’ho detto: e vi ricordo che Dio nol sosterrà, se voi non vi correggete. (…) Abbiate memoria di Cristo crocifisso; spegnete il veleno della carne vostra colla memoria della carne flagellata di Cristo crocifisso, Dio ed uomo. Ché per l’unione della natura divina colla natura umana è venuta in tanta dignità la nostra carne, che ella è esaltata sopra tutti i cori degli angeli. (…) E non indugiate, né aspettate il tempo, perché il tempo non aspetta voi. (…) Ché se io non v’amassi, non me ne impaccerei, né curerei perché io vi vedessi nelle mani del dimonio: ma perché io v’amo, nol posso sostenere. Voglio che partecipiate il sangue del Figliuolo di Dio. Gesù dolce, Gesù amore, Maria dolce».

In questo collegamento troverete raccolti i più importanti Documenti ufficiali della Chiesa, da dopo il Concilio, che spiegano nei dettagli la condanna su questi riconoscimenti.

LA “MORALE LAICA” È UN EQUIVOCO E NON ESISTE. ESISTE UNA MORALE: QUELLA NATURALE. CHE È ANCHE QUELLA CATTOLICA

La verità è che non esiste una morale “cattolica ed una laica”, come ha spiegato più volte magistralmente Ratzinger. Credere il contrario è uno dei più grandi errori del nostro tempo. A causa di questo modo errato di pensare si è creata oggi una doppia coscienza: una coscienza cristiana ed una coscienza laicista. Ma la coscienza laicista non esiste: è il prodotto della separazione fra morale cattolica e laica ed è il frutto della scristianizzazione. A ragione diceva sant’Agostino che il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa nel Signore.

CHIESA: CARD. MARTINI GRAVE, ARCIVESCOVO MILANO CHIEDE PREGAREL’umiltà, il riconoscimento dei propri limiti, l’abbandono all’esigenza di un Amore Misericordioso, la stessa ricerca e fiducia nel perdono – insegna Benedetto XVI – stemperano il dramma di certe scelte morali o, quando le interpretazioni si fanno conflittuali, il cattolico sa quanto sia saggio fare ricorso alla coscienza e al dovere di seguirla nonostante questo, anche attraverso scelte che vanno contro la mentalità del mondo e che potranno costargli l’amicizia di qualcuno, l’affetto dei propri cari, o l’impopolarità, fino anche a subire dure persecuzioni!

Al contrario, la coscienza del laicista, vive paradossalmente una libertà illusoria giacché la sua scelta elimina dalla coscienza ogni riferimento all’etica ed alla morale, di fatto questa scelta è più sbrigativa. Indubbiamente all’inizio più facile e più comoda come scelta e tuttavia devastante nel tempo per se stesso e per gli altri quando appunto inizieranno a maturare i suoi frutti. Esso infatti non vive alcun dramma nelle sue scelte e non ha così la necessità di confrontarsi con gli altri, soprattutto se questi “altri” pongono Dio al centro di ogni confronto e non l’uomo (o una idea di vita) quale “sostituto” di Dio.

La libertà dell’Uomo e la Speranza, verso la quale «per propria natura tende», ci insegna il Papa nella Spe Salvi [4], è il nucleo centrale per cui l’uomo vive… sia esso credente quanto non credente. Un uomo senza Speranza è una Persona che non vive, e la speranza è quella realtà che rende l’Uomo davvero libero in ogni ricerca. Ricerca interiore ed esteriore per dare risposte alle domande che lo animano. Diventa dunque deleterio imporre una carità privata del suo fondamento che è Cristo, diventa pietismo, diventa moralismo, diventa egoismo.

A ragione scrive così Benedetto XVI nella sua enciclica Deus Caritas est [5]: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti — un realismo inaudito. (…) È a partire da questo principio che devono essere comprese anche le grandi parabole di Gesù».

No, Martini non ignorava che su questi temi tanto discussi i Pontefici hanno parlato e sono inamovibili, il fatto è che egli sentiva più forte ascoltare chi non crede a questi valori e, in nome del dialogo con credenti o non, cercare un dibattito sempre aperto non per convertire all’insegnamento della Chiesa attenzione, ma per far sfogare la gente che rifiuta soprattutto di credere, farla parlare, parlare, parlare, esternare, senza mai condurla per mano verso norme inviolabili, non come obbligo antipatico, ma norme fondamentali per la sua stessa stabilità e serenità.

MARTINI “APRIVA” A TUTTO, CONDOM COMPRESI. UN VESCOVO HA ANCHE IL DOVERE DI “CHIUDERE”

Il discorso sarebbe lungo per poter chiarire come i media abbiano attribuito a Benedetto XVI pensieri favorevoli alla contraccezione… ma poiché la Santa Sede ha spiegato più volte l’equivoco, andremo diritti al pensiero di Martini. Effettivamente il pensiero del cardinale qui è molto equilibrato e prudente, dice: «Ma la questione è piuttosto se convenga che siano le autorità religiose a propagandare un tale mezzo di difesa, quasi ritenendo che gli altri mezzi moralmente sostenibili, compresa l’astinenza, vengano messi in secondo piano, mentre si rischia di promuovere un atteggiamento irresponsabile. Altro è dunque il principio del male minore, applicabile in tutti i casi previsti dalla dottrina etica, altro è il soggetto cui tocca esprimere tali cose pubblicamente. Credo che la prudenza e la considerazione delle diverse situazioni locali permetterà a ciascuno di contribuire efficacemente alla lotta contro l’Aids senza con questo favorire i comportamenti non responsabili».

il_cardinal_carlo_maria_martini_imagefullIl problema è che un discorso del genere posso accettarlo da un laico, da un politico, da un moralista, ma non da un prete, un cardinale, il quale dovrebbe diventare, per la mia coscienza, come “luce ai miei passi”, parola comprensibile, un aiuto a prendere una decisione che possa introdurmi nell’autentica morale.

Discorsi di questo spessore invece finiscono sempre per generare l’incomprensione, l’equivoco poiché il concetto del “male minore” non è assolutamente praticabile per un vero cattolico e può essere predicato ai non cattolici ma per condurli a comprendere che il “male minore” non risolve il problema e che per giungere ad un traguardo occorre perseguire solo ciò che è bene, imparando a dire che anche il “male minore” è sempre un male. Non è che il male smette di esserlo perché in certe situazioni lo si definisce “minore”, è sempre un male che non può che produrre altro male. Questo deve dire un prete per aiutare l’uomo a prendere poi la sua decisione, liberamente.

Come affrontare allora l’argomento? Il problema non deve concentrarsi sul contraccettivo come soluzione, ma andare all’origine del problema giacché il profilattico è solo una conseguenza del problema non affrontato, o abbandonato, alla radice del suo sorgere… Circa dunque la prevenzione dal contagio dell’Aids, leggiamo dal discorso rivolto da Benedetto XVI a un gruppo di vescovi africani in visita “ad limina”, il 10 giugno 2005, le parole adatte [6]: «L’insegnamento tradizionale della Chiesa ha dimostrato di essere l’unico modo intrinsecamente sicuro per prevenire la diffusione dell’Hiv/Aids. Per questo motivo l’affetto, la gioia, la felicità e la pace procurati dal matrimonio cristiano e dalla fedeltà, così come la sicurezza della castità, devono essere continuamente presentati ai fedeli, soprattutto ai giovani».

A MARTINI NON IMPORTA LA DOTTRINA: IMPORTA DISCUTERNE ALL’INFINITO. IN NOME DEL “DIALOGO” FINE A SE STESSO

Tutto il resto, son chiacchiere, questo è il cuore del problema; se lo si rifiuta è naturale che il contraccettivo diventi il capro espiatorio, diventi il pro o il contro, diventi il falso problema sul quale si spenderanno fiumi di parole senza raggiungere il vero obbiettivo, finendo invece per dipingere la Chiesa come una matrigna spietata e prevenuta!

4_martini__giovani_2Insomma a Martini la regola che “lo dice la dottrina” non piaceva affatto. Ma al tempo stesso, preferendo soluzioni umane e concilianti su temi “non negoziabili”, fa intendere che per lui la fede non basta, l’obbedienza ai Comandamenti non basta, in casi incomprensibili o difficili, basta perseguire il “male minore”, retorica che può andare bene per un non cattolico, ma assolutamente veleno per un cattolico.

Per Martini il problema non si risolve, ma lo si discute all’infinito, lo si dialoga, non trova vie d’uscita, l’importante non è salvare quella vita umana che tanto prima o poi dovrà morire, ma il dialogo attraverso il quale tu puoi costruire la socializzazione fine a sé stessa, importante per costruire ponti, insomma sembra davvero l’applicazione alla lettera della famosa canzone di Mina: “parole, parole, parole…. parole, soltanto parole, parole tra noi”.

IL CRISTIANO DEV’ESSERE IL “SALE DELLA TERRA”, NON LO ZUCCHERO

Un parlare d’amore che non solo ci sta facendo diventare tutti diabetici, ma che sta svuotando l’amore stesso del suo principio vitale: donarsi, donare la propria vita perché l’altro viva e giunga alla vera vita eterna. Certo che il dialogo è importante, ma non è lo scopo delle relazioni umane, piuttosto è uno strumento per giungere alla conversione a Cristo, alla conoscenza del vero Dio. Se al dialogo non segue la conversione, sopraggiunge la frustrazione; senza la soluzione di una vera conversione il mistero cristiano resta un paradosso irrisolvibile, una verità che la sola ragione, il dialogo, non può afferrare, per questo è necessaria la fede la quale accetta il mistero (sia sull’uomo sia nei Sacramenti) non lo crea.

CARLO MARIA MARTINILa fede ti fa entrare in quelle responsabilità che da soli, senza la fede stessa, senza uno scopo, non riusciremmo mai ad assumerci. Per fare un figlio bisogna assumersi delle responsabilità, bisogna credere in questo ruolo di genitori, così per avere dei rapporti sessuali non si può cedere semplicemente all’istinto, non siamo animali (per quanto anche loro si accoppino in determinati periodi per raggiungere lo scopo della procreazione), la fede invece è proprio un atto che porta alla ragione, a ragionare e non semplicemente a dialogare…

Ci si strugge anno dopo anno sprecando parole, assordandoci con il tam-tam del dialogo senza giungere a nessuna conclusione, senza trovare quel Dio che si sta cercando e che abbiamo davanti a noi perché si rifiuta la fede della Chiesa in nome della propria, in nome del dialogo. E intanto le anime si dannano! Un cardinale di cotanto spessore avrebbe dovuto saperlo, celebrando la Messa, che quel Dio era lì a portata di mano, a portata di cuore e che forse proprio questa ossessione del dialogare e del parlare non ha fatto altro che allontanare. Dice infatti Introvigne nel suo articolo: «Nel caso del cardinale Martini, non tanto progressismo ideologico o cattiva teologia, ma cattiva sociologia. (…) A patto di non seguire le cure che proponeva per la Chiesa, perché erano basate su una diagnosi sbagliata».

Più facile a dirsi che a farsi! Quando l’errore è seminato troverà sempre discepoli pronti a raccoglierne il succo, e ben sappiamo che l’unico antidoto sarebbe la condanna della Chiesa di questi errori, ma non lo farà perché oggi il dialogo con il suo linguaggio “conciliare” consente di convivere con l’errore. Sta a noi, al vero cattolico fare sano discernimento e rifugiarsi nella sicura dottrina dei Pontefici e della Tradizione della Chiesa, usando il dialogo per questo, non per allontanarsene. Per Martini infatti la vera sfida del nostro tempo non è la conversione a Cristo, ma costruire ponti e dialogare, cercare all’infinito, l’importante è cercare.

IL TEOLOGO HA LA MISSIONE DI RICAPITOLARE IL DEPOSITUM FIDEI, NON DI RI-FORMULARLO

Nel 2005 dopo l’elezione di Benedetto XVI, in un’intervista Martini si chiedeva: «Qual è il confine fra le esigenze della custodia del “depositum” e quelle dell’incoraggiamento e della promozione, finalizzata a rendere l’annuncio percepibile nei diversi orizzonti ermeneutici? Come aiutare i teologi senza dar loro l’impressione di sentirsi sotto tutela o censura?».

CARLO MARIA MARTINICosì gli risponde Benedetto XVI nell’aprile 2009 [7] quando parla alla Pontificia Commissione Biblica: «(…) occorre leggere la Scrittura nel contesto della tradizione vivente di tutta la Chiesa. Secondo un detto di Origene, “Sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus instrumentis scripta” ossia “la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali”. Infatti la Chiesa porta nella sua Tradizione la memoria viva della Parola di Dio ed è lo Spirito Santo che le dona l’interpretazione di essa secondo il senso spirituale» E prosegue: «Essere fedeli alla Chiesa significa, infatti, collocarsi nella corrente della grande Tradizione sotto la guida del Magistero (…)». E conclude: «(…) tutto quello che concerne il modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la Parola di Dio». E come risponde Benedetto XVI alla domanda di Martini su questo vittimismo dei poveri teologi censurati dalla matrigna Chiesa? Risponde chiaramente nel dicembre del 2009 con queste chiare parole [8]: «Il vero teologo è colui che non cede alla tentazione di misurare con la propria intelligenza il mistero di Dio, spesso svuotando di senso la figura di Cristo, ma è colui che è cosciente della propria limitatezza, come lo furono molti grandi Santi riconosciuti anche come grandi maestri.. (…) E c’è l’altro modo di usare la ragione, di essere sapienti, quello dell’uomo che riconosce chi è; riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, aprendosi nell’umiltà alla novità dell’agire di Dio. Così, proprio accettando la propria piccolezza, facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità». E come esempi cita diversi santi come la semplicità intellettuale di Santa Teresina del Bambin Gesù.

Ma Benedetto XVI affonderà ancora di più quel sale nell’insipida sapienza del mondo e dei sapienti, dei teologi e dei maestri superbi, facendo bruciare questa piaga infetta, dicendo loro nell’aprile 2010 [2]: «Il tempo moderno ha parlato della liberazione dell’uomo, della sua piena autonomia, quindi anche della liberazione dall’obbedienza a Dio. L’obbedienza non dovrebbe più esserci, l’uomo è libero, è autonomo: nient’altro. Ma questa autonomia è una menzogna: è una menzogna ontologica, perché l’uomo non esiste da se stesso e per se stesso, ed è anche una menzogna politica e pratica, perché la collaborazione, la condivisione della libertà è necessaria (…) se Dio non è un’istanza accessibile all’uomo, rimane come suprema istanza solo il consenso della maggioranza. Di conseguenza, il consenso della maggioranza diventa l’ultima parola alla quale dobbiamo obbedire. E questo consenso — lo sappiamo dalla storia del secolo scorso — può essere anche un “consenso nel male”».

Se si leggesse attentamente il Magistero di Benedetto XVI, non quello dei titoloni dei giornali e non solo quello del mercoledì o dell’Angelus, si scoprirebbe che questo davvero Magno Pontefice risponde ad ogni domanda di Martini.

NON È NECESSARIO CONVERTIRSI AL CATTOLICESIMO: BASTA L’AMICIZIA CON “L’ENTE SUPERIORE”. BENEDETTO XVI RISPONDE ALLE SPARATE DI MARTINI

Il cardinale osò persino porre il valore del dialogo e dell’amicizia al di sopra della dottrina della  “Penitenza”, naturalmente per i non cattolici, ossia: per questi non sarebbe necessaria la conversione alla Chiesa Cattolica, l’importante è che arrivino ad un’amicizia con un Ente Superiore. Ma rispose chiaramente Benedetto XVI ai teologi e agli esegeti sempre nell’aprile 2010 [9]: «Cristo, il Salvatore, ha dato a Israele conversione e perdono dei peccati – nel testo greco il termine è metanoia – ha dato penitenza e perdono dei peccati. Questa per me è un’osservazione molto importante: la penitenza è una grazia. C’è una tendenza in esegesi che dice: Gesù in Galilea avrebbe annunciato una grazia senza condizione, assolutamente incondizionata, quindi anche senza penitenza, grazia come tale, senza precondizioni umane. Ma questa è una falsa interpretazione della grazia. La penitenza è grazia».

CARLO MARIA MARTINIBenedetto XVI non risparmia il termine “menzogna”; va diritto al cuore dell’interpretazione e taglia ogni falsa interpretazione. Infine, spiega il Papa: «Poter professionalmente studiare Dio stesso e poterne parlare – contemplari et contemplata docere (S. Tommaso d’Aquino, “Super Sent., lib. 3 d. 35 q. 1 a. 3 qc. 1 arg. 3”) – è un grande privilegio. La vostra riflessione sulla visione cristiana di Dio potrà essere un contributo prezioso sia per la vita dei fedeli che per il nostro dialogo con i credenti di altre religioni ed anche con i non credenti. Di fatto la stessa parola “teo-logia” rivela questo aspetto comunicativo del vostro lavoro – nella teologia cerchiamo, attraverso il “logos”, di comunicare ciò che “abbiamo veduto e udito” (1Gv 1,3). Ma sappiamo bene che la parola “logos” ha un significato molto più largo, che comprende anche il senso di “ratio”, “ragione”. E questo fatto ci conduce ad un secondo punto assai importante. Possiamo pensare a Dio e comunicare ciò che abbiamo pensato perché Egli ci ha dotati di una ragione in armonia con la sua natura. Non è per caso che il Vangelo di Giovanni comincia con l’affermazione “In principio era il Logos… e il Logos era Dio” (Gv 1,1). Accogliere questo Logos – questo pensiero divino – è infine anche un contributo alla pace nel mondo. (…) Sì, è vero che, per essere scientifica, la teologia deve argomentare in modo razionale, ma anche deve essere fedele alla natura della fede ecclesiale: centrata su Dio, radicata nella preghiera, in una comunione con gli altri discepoli del Signore garantita dalla comunione con il Successore di Pietro e tutto il Collegio episcopale». Tutto questo è possibile, conclude il Papa, solo se si rimane fedeli all’insegnamento della Chiesa: «Guida del teologo e dei pastori della Chiesa è la Parola di Dio situata e autorevolmente interpretata nella Chiesa, il cui magistero è per lui come per tutti riferimento e dimensione imprescindibile».

Benedetto XVI ha ribadito che: «L’impegno sociale della Chiesa non è solo qualcosa di umano, né si risolve in una teoria sociale. La trasformazione della società operata dai cristiani attraverso i secoli è una risposta alla venuta nel mondo del Figlio di Dio. (…) I discepoli di Cristo Redentore sanno che senza l’attenzione all’altro, il perdono, l’amore anche dei nemici, nessuna comunità umana può vivere in pace (…). Nella necessaria collaborazione a favore del bene comune anche con chi non condivide la nostra fede, dobbiamo rendere presenti i veri e profondi motivi religiosi del nostro impegno sociale (…). Chi avrà percepito i fondamenti dell’agire sociale cristiano vi potrà così anche trovare uno stimolo per prendere in considerazione la stessa fede in Gesù Cristo e pensare alla conversione a Lui». Siamo davvero ben lontani dall’insegnamento di Martini, anzi, è Martini che è ben lontano da questo insegnamento!

IL DECALOGO NON PUÒ ESSERE MODIFICATO: NON È POSSIBILE IL “DOGMI SÌ, MORALE NO”

Vogliamo concludere sottolineando un ultimo aspetto che fa discutere. Alcuni sostengono che vi è differenza fra il contestare le dottrine sull’etica e sulla morale da quelle sui dogmi e i Sacramenti, riconoscendo così la gravità sulle seconde ed un liberismo interpretativo e di discussione sulle prime. Nulla di tutto ciò è più sbagliato e falso.

Carlo Maria MartiniÈ vero che quando parliamo di dogmi ci riferiamo a quei pronunciamenti solenni della Chiesa che sono prettamente riservati alla fede Cattolica e riguardano la stretta comprensione del mistero discusso; di conseguenza questi pronunciamenti solenni diventano indiscutibili, imprescindibili, vincolanti se si vuol restare cattolici, ma anche la dottrina sull’etica e sulla morale è materia vincolante per essere cattolici e per vivere senza falsità tutto l’apparato dottrinale (Depositum fidei) sancito anche nei dogmi.

Se i dogmi sono indiscutibili, lo sono anche i temi etici e morali che ci derivano da uno dei dogmi più combattuti dagli uomini di ogni tempo, i Dieci Comandamenti. Questi Comandamenti sono per noi il dogma per eccellenza perché trasmessi e ordinati direttamente da Dio per il nostro vero bene e, inoltre, sempre parte integrante del Magistero infallibile della Chiesa. Essi sono parte indiscutibile di quella legge naturale che sopravvive in ogni tempo ed è parte integrante della vita privata e sociale di ogni individuo, sia esso credente o non credente, cattolico o non cattolico. Da questi Comandamenti, infatti, hanno attinto gli ordinamenti giuridici, le società di ogni tempo, pagane o, come si dice oggi, non credenti, giacché nessuna società potrebbe sopravvivere senza delle regole che ne disciplinino la vita.

E PER LA PRIMA VOLTA DOPO IL CONCILIO UN PAPA RI-PRONUNCIÒ LA PAROLA: “ERESIA”. ERA GIOVANNI PAOLO II

Ad tuendam fidem, con queste parole Giovanni Paolo II scrisse un importante MP sconosciuto a molti, Per difendere la fede [10], nel quale usa per la prima volta, dopo il Concilio, il concetto di eresia, scomunica e di vincolo. Leggiamo l’articolo 2: «Si devono pure fermamente accogliere e ritenere anche tutte e singole le cose che vengono proposte definitivamente dal magistero della Chiesa circa la fede e i costumi, quelle cioè che sono richieste per custodire santamente ed esporre fedelmente lo stesso deposito della fede; si oppone dunque alla dottrina della Chiesa cattolica chi rifiuta le medesime proposizioni da tenersi definitivamente». E ribadisce: «Di conseguenza tutti sono tenuti a evitare qualsiasi dottrina ad esse contraria…».

Nel 2005, dopo l’elezione di Benedetto XVI, così dichiarava Martini: «Il cardinale Ratzinger ha portato a esecuzione, come prefetto, il cambiamento intercorso nel compito della Congregazione per la dottrina della fede, da un ruolo meramente difensivo a un ruolo più propositivo, voluto dalle norme di Paolo VI del 1965. Ci si trova così di fronte a grandi sfide: come articolare pluralismo e unità nella fede?».

Carlo Maria MartiniSeppur la domanda è lecita e propositiva, getta il dubbio sul ruolo della CdF. Un ruolo che non sarebbe più “difensivo” ma “propositore”, come se l’essere difensore fosse qualcosa di sbagliato e superato. Il problema non sta nel diventare propositori ma nel separare le due cose gettando alle ortiche il dovere del difendere la vera fede, come appunto ha spiegato Giovanni Paolo II nel MP riportato sopra.

Infine, così rispondeva Ratzinger nel 1998 sulla difesa della vera fede a chi si chiedeva, o affermava, che non era indispensabile credere se non vi fosse un pronunciamento dogmatico, ossia solenne, della Chiesa: «Nel caso di un atto non definitorio, viene insegnata infallibilmente una dottrina dal Magistero ordinario e universale dei vescovi sparsi per il mondo in comunione con il Successore di Pietro. Tale dottrina può essere confermata o riaffermata dal Romano Pontefice, anche senza ricorrere ad una definizione solenne, dichiarando esplicitamente che essa appartiene all’insegnamento del Magistero ordinario e universale come verità divinamente rivelata (1° comma) o come verità della dottrina cattolica (2° comma). Di conseguenza, quando su una dottrina non esiste un giudizio nella forma solenne di una definizione, ma questa dottrina, appartenente al patrimonio del depositum fidei, è insegnata dal Magistero ordinario e universale – che include necessariamente quello del Papa –, essa allora è da intendersi come proposta infallibilmente17. La dichiarazione di conferma o riaffermazione da parte del Romano Pontefice in questo caso non è un nuovo atto di dogmatizzazione, ma l’attestazione formale di una verità già posseduta e infallibilmente trasmessa dalla Chiesa».

Ha ragione Socci quando conclude le sue riflessioni, che faccio mie, su Martini con queste parole: «Io, come insegna la Chiesa, farò dire delle messe e prenderò l’indulgenza perché il Signore abbia misericordia di lui. È la sola pietà di cui tutti noi peccatori abbiamo veramente bisogno. È il vero amore. Tutto il resto è vanità».

O per dirla con Introvigne: «A patto di non seguire le cure che proponeva per la Chiesa, perché erano basate su una diagnosi sbagliata».

MARTINI AMAVA LA CHIESA, CERTO. COME SE FOSSE DI SUA PROPRIETÀ, NON DI CRISTO

Possiamo concludere che è questa Sposa che ha amato Martini, accettandolo per come era, senza mai lamentarsi di lui, servendolo, fidandosi, ascoltandolo nelle lamentele, restando silenziosa ma non tacendo sulle critiche al Suo perenne magistero…

martini_gerusalemme-2004_comgermanaSarebbe stato bello ascoltare queste parole durante i funerali: la Sposa è stata fedele allo sposo, più di quanto lo sposo meritasse. Ma non sarebbe stato politicamente corretto dirlo: pazienza! La Sposa porta pazienza mentre i suoi figli sono più preoccupati delle luci della ribalta e dei commenti del mondo. Preferiscono di più piacere agli uomini che a Dio, lasciando che il gregge viva i suoi spasmi in nome di un dialogo malinteso e di una libertà male interpretata, senza più dare loro la sana biada della certezza che ciò che insegna la Chiesa è davvero la nostra salvezza e fonte di vera felicità.

Proprio mentre concludevo l’articolo mi è giunta via e-mail l’omelia che il santo Padre ha tenuto il 3 settembre, per l’annuale incontro con i suoi ex studenti. Non abbiamo lo spazio sufficiente per riportarla come vorremmo, ma vi consigliamo la lettura integrale e meditata, perché riteniamo che nelle sue parole vengano confermate le riflessioni appena fatte: «Che dobbiamo fare? Che dobbiamo dire? Penso che ci troviamo proprio in questa fase, in cui vediamo nella Chiesa solo ciò che è fatto da se stessi, e ci viene guastata la gioia della fede; che non crediamo più e non osiamo più dire: Egli ci ha indicato chi è la verità, che cos’è la verità, ci ha mostrato che cos’è l`uomo, ci ha donato la giustizia della vita retta. Noi siamo preoccupati di lodare solo noi stessi, e temiamo di farci legare da regolamenti che ci ostacolano nella libertà e nella novità della vita. Se leggiamo oggi, ad esempio, nella Lettera di Giacomo: “Siete generati per mezzo di una parola di verità”, chi di noi oserebbe gioire della verità che ci è stata donata? Ci viene subito la domanda: ma come si può avere la verità? Questo è intolleranza! L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità. Sembra essere lontana, sembra qualcosa a cui è meglio non fare ricorso. Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei…». Per leggere la versione integrale dell’Omelia clicca qui.


NOTE

1] Angelus di Benedetto XVI, IV Domenica di Avvento, del 24 dicembre 2006

2] Messaggio “Urbi et Orbi” di Benedetto XVI, del 25 dicembre 2006

3] Angelus di Giovanni Paolo II durante il Giubileo delle Ceneri, del 9 luglio 2000.

4] “Spe Salvi”, lettera enciclica di Benedetto XVI sulla speranza cristiani, del 30 novembre 2007.

5] “Deus Caritas est”, lettera enciclica di Benedetto XVI sull’amore cristiano, del 25 dicembre 2005.

6] Discorso di Benedetto XVI ai Vescovi di Sud AFrica, Botswana, Swiziland, Namidia e Leshoto in occasione della visita “ad limina apostolorum”, del 10 giugno 2005.

7] Discorso di Benedetto XVI ai membri della Pontificia Commissione Biblica del 23 aprile 2009.

8] Omelia di Benedetto XVI durante la Santa Messa con i membri della Commissione Teologica Internazionale, 1° dicembre 2009.

9] Omelia di Benedetto XVI durante la Santa Messa con i membri della Pontificia Commissione Biblica, 15 aprile 2010.

10] “Ad Tuendam Fidem”, motu proprio di Giovanni Paolo II, con cui vengono inserite alcune norme nel Codice di Diritto Canonico e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali


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