La tolleranza, il “tollerare” e l’intollerabile

Il termine “tollerare”, come diversi termini ad oggi, ha subito anch’esso una deviazione nel suo significato etimologico. Sembra quasi che tollerare sia diventato oggi un diritto, una legge attraverso la quale far passare piuttosto tutte le aberrazioni che, tollerate e tollerabili, non hanno affatto alcun diritto nell’imporsi.

Tollerare deriva da una radice indo-germanica: tal= portare, sollevare, pesare…. da thul-ian e dall’ anglo-sassone tholian = sopportare; thul-ains= tolleranza; infine tàlanton= portare, peso, bilancia. Con l’affermarsi del termine si venne ad indicare così, dal latino “tolerare”, il portare un peso, il su-portare (=sopportare).

Tollerare, quindi, significa sopportare e non certo “accettare” supinamente, specialmente passivamente o persino attivamente, ogni forma di peccato. Nulla da spartire con alcun sincretismo etico, morale o religioso che fosse o si pretendesse.

E non è la rassegnazione al peccato, all’errore.

Si tollera perchè dietro agli errori ci sono le persone, gli uomini salvati e redenti da Gesù, siamo costati tanto a Gesù, e come Lui sopporta noi, anche noi abbiamo il dovere di sopportare chi non comprende e i cosiddetti “nemici” che, appunto, nel Vangelo siamo invitati ad amare. La tolleranza è un dovere di civiltà e democrazia, ma chi vuole essere tollerato ha anch’egli il dovere di corrispondere ai diritti della legge naturale, dell’etica e della corretta morale.

Perchè la tolleranza sia veramente quale deve essere applicata, devono corrispondere anche i doveri.

Possiamo fare il classico esempio della prostituzione che, essendo antica quanto il mondo e l’uomo stesso, è tollerabile dal momento che nessuno può imporre con la forza la corretta morale e tuttavia lo Stato stesso ha il dovere di educare la società ricordando, appunto, come la prostituzione non sia affatto una bella situazione per la donna che la vive e come dietro a questo mercato del corpo si nutre piuttosto la malavita organizzata, lo sfruttamento, la tratta dei nuovi schiavi e di una moderna schiavitù, per non parlare del riciclaggio del danaro proveniente dalla droga e da altri mercati immorali e dalla vendita stessa del proprio corpo.

Se dunque della prostituzione è tollerare la persona che si prostituisce (cercando sempre di ricondurla sulla retta via come lo stesso indimenticabile Don Oreste Benzi ci ha insegnato), deve diventare intollerante lo Stato verso questo traffico umano, quando dietro a questo mercato s’impinguano i papponi e quant’altro. E per questo infatti ci sono le leggi che tentano di impedire il proliferare della prostituzione cercando di mantenerla a livelli, appunto detti, tollerabili.

Così un buon cristiano non può tollerare, mai, qualsiasi atto peccaminoso sotto la falsa mantella del “male minore”, in questo senso parla tutto il Vangelo durante la descrizione della vita pubblica di Gesù e dei suoi Discepoli: nessun compromesso con il peccato, tolleranza zero.

Ma questa intolleranza non è mai rivolta contro le persone, quanto piuttosto contro gli atti immorali che sono ben delineati dai Dieci Comandamenti.

Quindi la prima vera forma di intolleranza è verso se stessi, verso i propri difetti e peccato. Nessuno che voglia dirsi discepolo del Cristo può agevolare ciò che nei suoi Comandamenti è condannato.

Ama il prossimo tuo come ami te stesso, clicca anche qui.

Quanto è stata strumentalizzata questa espressione!

Non è possibile amare correttamente il prossimo se tolleriamo in noi stessi il peccato. Per questo il vero Cristiano non è mai un moralista ma bensì un testimone della conversione.

Vive, cioè, e testimonia con il proprio comportamento ciò che insegna la legge naturale la quale non è un monopolio della Chiesa Cattolica o di una religione, piuttosto appartiene all’uomo stesso, ad ogni uomo di qualsiasi razza, cultura, lingua, nazione o continente e che nel Cristo trova il compimento, lo stile di vita che è “segno di contraddizione” nel mondo il quale, come ben sappiamo, gestito dal principe dei Demoni, marcia contro Dio.

Se le cose oggi vanno male la responsabilità primaria è di quanti, dicendosi “cattolici” vivono da peccatori contenti del proprio stato, oppure tolleranti verso il peccato proprio e dunque di quello del prossimo, pensando di fare un atto gradito a Dio e al prossimo dimenticando invece il monito ben descritto in Ezechiele:

– “Figlio d’uomo, io t’ho stabilito come sentinella (..) Se io dico all’empio: “Certamente morirai” e tu non l’avverti e non parli per avvertire l’empio di abbandonare la sua via malvagia perché salvi la sua vita, quell’empio morirà nella sua iniquità, ma del suo sangue domanderò conto a te.

Ma se tu avverti l’empio, ed egli non si ritrae dalla sua empietà e dalla sua via malvagità, egli morirà nella sua iniquità, ma tu avrai salvato la tua anima. Se poi un giusto si ritrae dalla sua giustizia e commette iniquità, io gli metterò davanti un ostacolo ed egli morirà; poiché tu non l’hai avvertito egli morirà nel suo peccato, e le cose giuste da lui fatte non saranno più ricordate, ma del suo sangue domanderò conto alla tua mano. Se però tu avverti il giusto perché non pecchi e non pecca, egli certamente vivrà perché è stato avvertito, e tu avrai salvato la tua anima” (3,17).

Il Vangelo ci invita a “porgere l’altra guancia” è vero, accettando le ingiustizie fatte contro di noi quando tali ingiustizie coinvolgono unicamente la nostra persona, ma non invita mai a tollerare l’atto del peccare, anzi, è intollerante verso ogni forma di peccato.

Non si porge mai l’altra guancia al peccato, semmai la si porge a quel peccatore che, incallito, recidivo e magari anche violento, ci colpisce perché condanniamo ciò che è peccato o perché divulghiamo e viviamo la Buona Novella. Diversamente, il Vangelo stesso, non avrebbe avuto ragione di spiegarci l’umiltà del porgere l’altra guancia, dell’essere perseguitati perché percorriamo la via stretta indicata e battuta dal Cristo stesso. Non a caso  esiste il diritto alla difesa quando, appunto, è in pericolo il nostro prossimo.

Siamo tutti peccatori! E tutti abbiamo bisogno di essere tollerati da Dio a causa dei nostri difetti duri a morire.

Dio ci tollera quando cerchiamo di correggerci, ma non ci tollera più quando con superbia pretendiamo di rimanere tranquilli e beati nel peccato.

La differenza sostanziale tra noi peccatori è che nel nostro caso, se siamo veramente di Cristo, ci riconosciamo bisognosi della salvezza, dei Sacramenti, bisognosi di vivere da veri cristiani; nel secondo caso non vogliamo essere salvati, non ci interessa, preferiamo il mondo; e c’è anche un terzo caso in cui – noi peccatori – pretenderemo una salvezza pur continuando a rimanere peccatori, trattasi del famoso “bonismo-perdonismo” finendo per diventare poi anche moralisti, e sono quelli che difendono ad oltranza appunto la tolleranza verso ogni forma di peccato, magari convinti (in buona o fede o meno) che tollerando ogni cosa si finirà per essere perdonati senza aver fatto nulla contro il dilagare del peccato. Ma questo è ingannare se stessi prima e il prossimo come conseguenza.

” Vae, qui dicunt malum bonum et bonum malum, ponentes tenebras in lucem et lucem in tenebras, ponentes amarum in dulce et dulce in amarum! Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro” (Isaia 5, 20).

La tolleranza, se ben praticata, mette in luce proprio queste differenze, mette in risalto la differenza fra il bene, che siamo chiamati a praticare e ad accogliere, e ciò che è male e che viene tollerato affinché possa essere corretto.

La tolleranza nella verità è proprio una forma di virtù evangelica della quale è Cristo stesso che ci ha dato l’esempio tollerando noi, l’umanità da salvare.

Cristo Gesù è stato il vero esempio di autentica tolleranza e che, come rammenta San Paolo, ha condiviso tutto con noi e per noi, fuorché il peccato.

La tolleranza del Cristo è stata quella di farsi “trattare” da peccato affinché noi potevamo esserne liberati, ma proprio per non accettare il peccato Cristo finì sulla Croce. Essere davvero pacifici e tolleranti significa entrare per la porta stretta.

Quando rivediamo la scena del Pretorio fra Gesù e Barabba; fra la Verità e la menzogna, alla domanda di Pilato “chi volete che vi liberi?” noi facevamo una scelta drammatica, sceglievamo di liberare la menzogna e gridavamo che la Verità venisse crocefissa.

Qui la tolleranza di Dio toccò il culmine perché ci lasciò fare rispettando la nostra scelta, per questo Gesù dalla Croce potrà supplicare per noi: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.

Muore Gesù non solo perché così doveva essere, ma perché così avremmo dovuto agire anche noi. Gesù ci ha dato l’esempio: la vera tolleranza è quella di finire crocifissi non per difendere le nostre opinioni pacifiste ma per divulgare la Verità Risorta e vincitrice sul peccato, per portare quella luce vittoriosa che altri vogliono continuare ad oscurare, così come esiste una forma di tolleranza che, per il Signore Gesù e per ogni credente, è come il tradimento. È ad esempio mantenere il silenzio quando il nome di Dio è bestemmiato e quando Gesù Cristo è disonorato, o quando si preferisce tacere la condanna del peccato: «Se questi taceranno, urleranno le pietre» (Lc. 19, 40).

Oggi, nel mondo contemporaneo, si è rafforzata una tolleranza attiva che spinge verso una convivenza democratica, in cui le regole sono ammesse ed estese anche all’altro, a volte anche imposte, per sfrondare il fatto che l’altro non è “un qualcuno da sopportare” ma un soggetto portatore di altri valori con cui interagire.

Benché ci sia del condivisibile in questo, e cioè che l’altro non deve essere “uno semplicemente da sopportare” ma da accogliere e amare, deve essere anche ben chiaro che non si può pretendere la tolleranza laddove per “l’altro” si finisce per intendere l’adempimento dell’errore, il suo portare valori immorali ed inaccettabili quali le questioni etiche e morali o ciò che riconosciamo quali  principi indiscutibili come il diritto alla vita fin dal suo concepimento, la famiglia formata da un uomo e una donna, il diritto dell’uso dei termini “padre e madre”, e quant’altro abbia attinenza con la verità antropologica dell’uomo.

Così scriveva il Venerabile Pio XII ai Giuristi Cattolici:

“… Può Dio, sebbene sarebbe a Lui possibile e facile di reprimere l’errore e la deviazione morale, in alcuni casi scegliere il « non impedire », senza venire in contraddizione con la Sua infinita perfezione?

Può darsi che in determinate circostanze Egli non dia agli uomini nessun mandato, non imponga nessun dovere, non dia perfino nessun diritto d’impedire e di reprimere ciò che è erroneo e falso?

Uno sguardo alla realtà dà una risposta affermativa. Essa mostra che l’errore e il peccato si trovano nel mondo in ampia misura.

Iddio li riprova; eppure li lascia esistereQuindi l’affermazione : Il traviamento religioso e morale deve essere sempre impedito, quando è possibile, perché la sua tolleranza è in sé stessa immorale — non può valere nella sua incondizionata assolutezzaD’altra parte, Dio non ha dato nemmeno all’autorità umana un siffatto precetto assoluto e universale, nè nel campo della fede nè in quello della morale.

Non conoscono un tale precetto nè la comune convinzione degli uomini, nè la coscienza cristiana, nè le fonti della rivelazione, nè la prassi della Chiesa. Per omettere qui altri testi della Sacra Scrittura che si riferiscono a questo argomento, Cristo nella parabola della zizzania diede il seguente ammonimento : Lasciate che nel campo del mondo la zizzania cresca insieme al buon seme a causa del frumento (cfr. Matth. 13, 24-30).

Il dovere di reprimere le deviazioni morali e religiose non può quindi essere una ultima norma di azioneEsso deve essere subordinato a più alte e più generali norme, le quali in alcune circostanze permettono, ed anzi fanno forse apparire come il partito migliore il non impedire l’errore, per promuovere un bene maggiore.

Con questo sono chiariti i due principi, dai quali bisogna ricavare nei casi concreti la risposta alla gravissima questione circa l’atteggiamento del giurista, dell’uomo politico e dello Stato sovrano cattolico riguardo ad una formula di tolleranza religiosa e morale del contenuto sopra indicato, da prendersi in considerazione per la Comunità degli Stati.

Primo: ciò che non risponde alla verità e alla norma morale, non ha oggettivamente alcun diritto nè all’esistenza, nè alla propaganda, nè all’azione.

Secondo : il non impedirlo per mezzo di leggi statali e di disposizioni coercitive può nondimeno essere giustificato nell’interesse di un bene superiore e più vasto.

Se poi questa condizione si verifichi nel caso concreto — è la « quaestio facti » —, deve giudicare innanzi tutto lo stesso Statista cattolico. Egli nella sua decisione si lascerà guidare dalle conseguenze dannose, che sorgono dalla tolleranza, paragonate con quelle che mediante l’accettazione della formula di tolleranza verranno risparmiate alla Comunità degli Stati; quindi, dal bene che secondo una saggia prognosi ne potrà derivare alla Comunità medesima come tale, e indirettamente allo Stato che ne è membro.

Per ciò che riguarda il campo religioso e morale, egli domanderà anche il giudizio della Chiesa. Da parte della quale in tali questioni decisive, che toccano la vita internazionale, è competente in ultima istanza soltanto Colui a cui Cristo ha affidato la guida di tutta la Chiesa, il Romano Pontefice….” (Pio XII Ai Giuristi Cattolici italiani 6.12.1953)

E così spiegava anche Leone XIII:

” …come la possibilità di errare, e l’errare di fatto, è un vizio che denuncia l’imperfezione della mente, similmente l’appigliarsi a beni fallaci e apparenti è una prova di libero arbitrio, come la malattia è prova di vita, e tuttavia denota un vizio di libertà. Così la volontà, in quanto dipende dalla ragione, quando desidera alcunché di difforme dalla retta ragione, inquina profondamente la libertà e fa un uso perverso di essa. Per questo motivo Dio infinitamente perfetto, essendo sommamente intelligente e solo bontà, è anche sommamente libero e perciò in nessun modo può volere il male della colpa..” (Leone XIII Libertas, enciclica 1888 vedi qui).

Il termine tolleranza compare 4 volte nella magnifica enciclica di san Giovanni Paolo II Evangelium Vitae, ma analizziamo i passi in cui egli usa il termine:

“Comune radice di tutte queste tendenze è il relativismo etico che contraddistingue tanta parte della cultura contemporanea. Non manca chi ritiene che tale relativismo sia una condizione della democrazia, in quanto solo esso garantirebbe tolleranza, rispetto reciproco tra le persone, e adesione alle decisioni della maggioranza, mentre le norme morali, considerate oggettive e vincolanti, porterebbero all’autoritarismo e all’intolleranza.

Ma è proprio la problematica del rispetto della vita a mostrare quali equivoci e contraddizioni, accompagnati da terribili esiti pratici, si celino in questa posizione…” (n.70)

“Certamente, il compito della legge civile è diverso e di ambito più limitato rispetto a quello della legge morale. Però «in nessun ambito di vita la legge civile può sostituirsi alla coscienza né può dettare norme su ciò che esula dalla sua competenza», che è quella di assicurare il bene comune delle persone, attraverso il riconoscimento e la difesa dei loro fondamentali diritti, la promozione della pace e della pubblica moralità. (..) La tolleranza legale dell’aborto o dell’eutanasia non può in alcun modo richiamarsi al rispetto della coscienza degli altri, proprio perché la società ha il diritto e il dovere di tutelarsi contro gli abusi che si possono verificare in nome della coscienza e sotto il pretesto della libertà.

Nell’Enciclica Pacem in terris, Giovanni XXIII aveva ricordato in proposito: «Nell’epoca moderna l’attuazione del bene comune trova la sua indicazione di fondo nei diritti e nei doveri della persona. Per cui i compiti precipui dei poteri pubblici consistono, soprattutto, nel riconoscere, rispettare, comporre, tutelare e promuovere quei diritti; e nel contribuire, di conseguenza, a rendere più facile l’adempimento dei rispettivi doveri. “Tutelare l’intangibile campo dei diritti della persona umana e renderle agevole il compimento dei suoi doveri vuol essere ufficio essenziale di ogni pubblico potere”. Per cui ogni atto dei poteri pubblici, che sia o implichi un misconoscimento o una violazione di quei diritti, è un atto contrastante con la loro stessa ragion d’essere e rimane per ciò stesso destituito d’ogni valore giuridico»…(n.71)

Se il cattolico autentico è contrario alla vendetta e nel dare la morte al prossimo, il motivo è chiaro e ben spiegato sempre da Giovanni Paolo II nella Evangelium Vitae laddove dice:

“Dio, tuttavia, sempre misericordioso anche quando punisce, «impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato» (Gn 4, 15): gli dà, dunque, un contrassegno, che ha lo scopo non di condannarlo all’esecrazione degli altri uomini, ma di proteggerlo e difenderlo da quanti vorranno ucciderlo fosse anche per vendicare la morte di Abele. Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante.

Ed è proprio qui che si manifesta il paradossale mistero della misericordiosa giustizia di Dio, come scrive sant’Ambrogio: «Poiché era stato commesso un fratricidio, cioè il più grande dei crimini, nel momento in cui si introdusse il peccato, subito dovette essere estesa la legge della misericordia divina; perché, se il castigo avesse colpito immediatamente il colpevole, non accadesse che gli uomini, nel punire, non usassero alcuna tolleranza né mitezza, ma consegnassero immediatamente al castigo i colpevoli. (…) Dio respinse Caino dal suo cospetto e, rinnegato dai suoi genitori, lo relegò come nell’esilio di una abitazione separata, per il fatto che era passato dall’umana mitezza alla ferocia belluina. Tuttavia Dio non volle punire l’omicida con un omicidio, poiché vuole il pentimento del peccatore più che la sua morte» (n.9).

Sono importanti alcuni pensieri stupendi di Pio XII sulla tolleranza coniugale dalla quale ci previene un vero stile di vita cristiano, se autenticamente vissuto:

Piccole crudeltà dell’egoismo. Nessuno quaggiù è perfetto. Spesso, durante il fidanzamento, l’amore era cieco; non vedeva i difetti o persino gli apparivano virtù. Ma l’amor proprio è tutt’occhi; osserva e discerne, anche quando in nessun modo ne soffre, le più minute imperfezioni, le più inoffensive bizzarrie dell’altro o dell’altra. Per un poco che gli dispiacciano o che gli cagionino semplice-mente fastidio, le rileva subito con uno sguardo dolcemente ironico, poi con una parola leggermente pungente, forse con un volante dileggio in presenza di altri.

Nessuno meno di lui sospetta il dardo che lancia, la ferita che infligge; mentre, dal canto suo, si irrita che gli altri, sia pure in silenzio, si accorgano dei suoi difetti, per quanto molesti possano riuscire altrui. Ancora semplice incrinatura? Certo non è quel gentile comportamento di mitezza, secondo l’esempio del Cuore di Gesù, che, amando e sopportando, tante cose perdona in noi.

Se l’egoismo non impera che da una parte, l’altro cuore resta segretamente ferito nella sua profonda e pieghevole virtù; ma se i due egoismi s’inalberano e si affrontano, ecco la tragica ostilità; ecco quel non cedere e quell’impietrirsi, in che s’incarna l’amore di sé e del proprio parere.

Oh quanta saggezza nelle considerazioni e nei consigli, che ci offre l’Imitazione di Cristo : a Molti cercano occultamente se stessi in ciò che fanno, e non se ne avveggono. Pare che godano pace, quando le cose vanno secondo il loro volere e sentire; ma se poi procedono diversamente, provano subito risentimento e tristezza . . . Studiati di tollerare con pazienza i difetti e le debolezze altrui, qualunque siano, poiché molte cose sono anche in te che hanno bisogno dell’altrui tolleranza… Ci piace di vedere gli altri perfetti, e intanto non emendiamo i propri difetti » (Imit. di Cristo 1. I c. 14 e 16).

In se stesse, è vero, le differenze di temperamento e di carattere non danno meraviglia in due sposi che uniscono le loro vite: sono differenze che non sorprendono al loro apparire, perché non varcano i termini e le norme del mutuo accordo; onde anche caratteri diversi spesso mirabilmente si compongono e s’integrano perfezionandosi.

Il guaio comincia dal momento che l’uno o l’altra, ovvero l’uno e l’altra, si rifiutano di cedere in questioni futili, in cose di puro gusto, in desideri del tutto personali. È già l’incrinatura: l’occhio non arriva a scoprirla, ma all’urto più leggiero il suono del vaso non è più il medesimo.

L’incrinatura si dilata; più frequenti e più vivaci accadono i contrasti; anche senza piena rottura, resta accostamento esteriore anziché unione delle due vite, che penetri i cuori. Che penseranno, che ne diranno i figli? Se di tali scene saranno testimoni, quale disastro nelle loro anime e nel loro amore! Se di figli sarà deserta la casa, quale tormento nella convivenza coniugale! Chi può vedere o prevedere a qual termine conduce talora la via delle piccole crudeltà dell’amor proprio?..” (Pio XII – Udienza 8 luglio 1942)

Nel Messaggio della Pace 1° gennaio 2013, così spiegava Benedetto XVI che citiamo come conclusione a queste riflessioni:

«Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita. 

….Per diventare autentici operatori di pace sono fondamentali l’attenzione alla dimensione trascendente e il colloquio costante con Dio, Padre misericordioso, mediante il quale si implora la redenzione conquistataci dal suo Figlio Unigenito. Così l’uomo può vincere quel germe di oscuramento e di negazione della pace che è il peccato in tutte le sue forme: egoismo e violenza, avidità e volontà di potenza e di dominio, intolleranza, odio e strutture ingiuste. (..)

Emerge, in conclusione, la necessità di proporre e promuovere una pedagogia della pace. Essa richiede una ricca vita interiore, chiari e validi riferimenti morali, atteggiamenti e stili di vita appropriati. Difatti, le opere di pace concorrono a realizzare il bene comune e creano l’interesse per la pace, educando ad essa. Pensieri, parole e gesti di pace creano una mentalità e una cultura della pace, un’atmosfera di rispetto, di onestà e di cordialità.

Bisogna, allora, insegnare agli uomini ad amarsi e a educarsi alla pace, e a vivere con benevolenza, più che con semplice tolleranza.

Incoraggiamento fondamentale è quello di « dire no alla vendetta, di riconoscere i propri torti, di accettare le scuse senza cercarle, e infine di perdonare » , in modo che gli sbagli e le offese possano essere riconosciuti in verità per avanzare insieme verso la riconciliazione. Ciò richiede il diffondersi di una pedagogia del perdono. Il male, infatti, si vince col bene, e la giustizia va ricercata imitando Dio Padre che ama tutti i suoi figli (cfr Mt 5,21-48).

È un lavoro lento, perché suppone un’evoluzione spirituale, un’educazione ai valori più alti, una visione nuova della storia umana. Occorre rinunciare alla falsa pace che promettono gli idoli di questo mondo e ai pericoli che la accompagnano, a quella falsa pace che rende le coscienze sempre più insensibili, che porta verso il ripiegamento su se stessi, verso un’esistenza atrofizzata vissuta nell’indifferenza. Al contrario, la pedagogia della pace implica azione, compassione, solidarietà, coraggio e perseveranza ».

Pochi si sono accorti che il primo ed ultimo Messaggio della Pace di Benedetto XVI è rivolto all’autentica comprensione degli autentici “operatori di pace”. Qui sopra, nell’ultimo passo, abbiamo letto di come il Papa spiegava chi sono i veri operatori di pace.

Nel primo, quello del 2006, il Papa spiegava che solo nella verità possiamo trovare la vera pace, e scrive:

“.. dove e quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace. (..)

E allora, chi e che cosa può impedire la realizzazione della pace? A questo proposito, la Sacra Scrittura mette in evidenza nel suo primo Libro, la Genesi, la menzogna, pronunciata all’inizio della storia dall’essere dalla lingua biforcuta, qualificato dall’evangelista Giovanni come « padre della menzogna » (Gv 8, 44).

La menzogna è pure uno dei peccati che ricorda la Bibbia nell’ultimo capitolo del suo ultimo Libro, l’Apocalisse, per segnalare l’esclusione dalla Gerusalemme celeste dei menzogneri: « Fuori . . . chiunque ama e pratica la menzogna! » (22, 15).

Alla menzogna è legato il dramma del peccato con le sue conseguenze perverse, che hanno causato e continuano a causare effetti devastanti nella vita degli individui e delle nazioni. (..)

La pace è anelito insopprimibile presente nel cuore di ogni persona, al di là delle specifiche identità culturali. Proprio per questo ciascuno deve sentirsi impegnato al servizio di un bene tanto prezioso, lavorando perché non si insinui nessuna forma di falsità ad inquinare i rapporti…”

 ***

“Siamo letteralmente invasi dai travisamenti e dalle menzogne: i cattolici in larga parte non se ne avvedono, quando addirittura non rifiutano di avvedersene. Se io vengo percosso sulla guancia destra, la perfezione evangelica mi propone di offrire la sinistra. Ma se si attenta alla verità, la stessa perfezione evangelica mi fa obbligo di adoperarmi a ristabilirla: perché, dove si estingue il rispetto della verità, comincia a precludersi per l’uomo ogni via di salvezza” (Card. G. Biffi).

perchè:

LA PRIMA MISERICORDIA DI CUI ABBIAMO BISOGNO E’ LA LUCE IMPIETOSA DELLA VERITA’

(card. G. Biffi in Pecore e Pastori)

Sia lodato + Gesù Cristo; sempre sia lodato.