Vescovi scandalosi, avanza la grande apostasia

Nel Blog di “unafides” riportiamo le foto che ritraggono: ” ….l’impegno  e lo zelo con cui alcuni “Vescovi” cileni partecipano ad un rito pagano in onore del “dio Tata Inti, dio del Sole Inca”…..” vedi qui le foto.

Dire che siamo “scandalizzati” è poco, e sentirsi “furiosi” perchè animati dalla santa inquietudine non  è solo un diritto, ma anche un dovere.

“Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!” (Mt.18,7)

Non staremo qui a fare del moralismo, lo scandalo che ci anima non proviene dalle intenzioni di questi Vescovi di cui non vogliamo neppure dubitare la “bontà”, ma dal ciò che vediamo e che ci confonde, ci inquieta.

Dove sta nella Bibbia il culto e l’adorazione al “dio Tata Inti, dio del Sole Inca”?

Piuttosto leggiamo: Non avrai altro Dio all’infuori di Me.

Qualcuno dirà: “ma non esageriamo! guarda che non stanno adorando, è solo una condivisione…”

No! I Vescovi indossano qui abiti liturgici, usano la stola e la casula, usano il camice vesti del Sacerdote per eccellenza, ed usano la mitra che è simbolo dell’autorità del Cristo al quale si deve l’unico culto.

Lo diciamo onestamente: non avremo ardito ad un articolo se i Vescovi lì presenti si fossero presentati in abito piano, ossia con la sola talare, tanto ci hanno abituati a questi incontri sincretisti, cercando di tollerare il tollerabile – vedi qui, ma qui è diverso, l’uso degli abiti liturgici e gli atti eseguiti dai Vescovi presenziano un culto vero e proprio e il cui celebrante non è un Sacerdote del Cristo, ma un laico, “sacerdote” della sua cultura idolatra, non certo un Sacerdote di Cristo! Quell’uomo ha officiato in favore del dio Inca e non nell’unico Nome che salva: Gesù Cristo!

Così spiegava Ratzinger sul nostro rapporto con le “altre religioni”:

«Un simile ritorno, il recupero della propria storia, deve ripetersi in continuazione. Avviene nei quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto. La Chiesa cerca di farlo ogni anno nei quaranta giorni di preparazione alla Pasqua: uscire nuovamente dal peso del paganesimo, che continua a spingerci lontano da Dio, tornare sempre a rivolgerci a Lui. E all’inizio della celebrazione eucaristica, nella confessione dei peccati, cerchiamo anche noi di riprendere questo cammino, di uscire nuovamente, di tornare ad incontrare sul monte di Dio la sua parola e la sua presenza» (Benedetto XVI – vedi qui).

e dice ancora:

«Un approccio falsamente «rassicurante» è quello «mistico», che sfumerebbe la molteplicità delle religioni e dei loro dogmi – con annesse presunte intolleranze – in una esperienza sentimentale, il cui carattere prevalentemente interiore terrebbe al riparo dal conflitto con la ragione….. la religione […] diventa, per così dire, una terapia individuale: la salvezza si trova al di fuori del mondo; per operare in esso non ci viene data altra indicazione al di fuori della forza che si può accrescere ritirandosi regolarmente nella dimensione spirituale. Ma questa forza, come tale, non ha per noi alcun messaggio chiaramente definibile. Nel nostro agire all’interno del mondo restiamo dunque abbandonati a noi stessi» (Benedetto XVI – vedi qui).

e arriva a concludere:

«A questo punto, «falliti» i tentativi di sfumare le asperità delle religioni teistiche, relativizzando la propria idea di Dio e i dogmi, per portare in primo piano l’impegno pragmatico o l’esperienza mistica, ci si chiederà: L’attitudine alla pace è legata alla rinuncia alla verità?»

La risposta è no.

Ratzinger dice chiaramente che «l’incontro tra le religioni non può avvenire nella rinuncia alla verità, ma è possibile solo mediante il suo approfondimento. Lo scetticismo non unisce. E nemmeno il puro pragmatismo unisce. […] Vanno incoraggiati invece il rispetto profondo per la fede dell’altro e la disponibilità a cercare, in ciò che incontriamo come estraneo, la verità che ci può concernere e può correggerci e farci progredire» (Benedetto XVI – vedi qui).

E qui ci fermiamo perchè il discorso piega poi verso l’ecumenismo che è cosa assai diversa dal dialogo interreligioso: nel primo caso si cerca la comunione nella Santissima Trinità e nel Dio Uno e Trino, Vivo e che tutti i Cristiani, separati, credono; nel secondo caso si avanza nel dialogo e non comunione, cercando, fra le tante differenze che ci contraddistinguono, “i semi sparsi dallo Spirito Santo” il quale, per altro, non può certo contraddire Se stesso, ne la Sposa del Cristo!

Tornando alle immagini ed alla gravità del fatto, per comprendere l’enormità dello scandalo, occorre ricordare che la Chiesa, nei suoi Santi Padri e tanti Martiri, fin dai primi secoli aveva risolto ogni riferimento pagano e idolatrico del “dio sole” inserendo a buon diritto l’adorazione al Cristo, il vero ed unico Sole – non il “dio Sole” mi raccomando – ma il Cristo il vero Sole che illumina il mondo, le genti, i cuori e le menti, e l’unico Dio degno di essere adorato.

Ed è certo che siamo scandalizzati ed inquieti, qui non siamo neppure nel comune paganesimo, ma rientriamo proprio nel panteismo puro! Qui ci troviamo davanti a dei Vescovi della Chiesa che hanno reso un culto panteista, con tanto di usi di paramenti sacri e dove l’incenso lo ha messo il sacerdote Inca….

La dottrina Inca crede in Wiraqucha, la divinità creatrice del Sole, della Luna e delle stelle, il dio che aveva plasmato i primi uomini nell’argilla.

Inti (Sole), creatore e protettore degli Inca è sposo e fratello di Mama Quilla (madre Luna) e padre del primo inca, e di Mama Ocllo (madre Uovo)

Ci facciano capire questi Vescovi: chi ci ha creati? Chi è morto sulla Croce al quale si deve l’unico Culto? e per il quale usate quei paramenti sacri che avete prostituito?

Vergogna!!

E per carità cristiana non ci soffermeremo davanti al fatto che i Vescovi e preti non si inginocchiano più davanti a Gesù-Ostia Santa, davanti all’Eucaristia o alla Consacrazione, ma vedete bene come si inginocchiano davanti al nulla!

VERGOGNA!!!

Se siamo davanti a quella misericordia di Dio che farà gridare dalla Croce quelle parole supplichevoli: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”, dall’altra parte non siamo principianti, abbiamo duemila anni di storia durante i quali molti hanno tentato di offuscare o cancellare la divina Rivelazione del Dio vero, l’ignoranza non è più scusabile, soprattutto a chi indossa gli abiti liturgici del vero Culto divino ed è Sacerdote di Cristo, l’Alter Christus.

A ragione Benedetto XVI denunciava:

Ma dove non c’è più verità alcuna, si può allora modificare qualsiasi criterio valutativo, e, in ultima istanza, dovunque fare in un modo e nell’esatto suo contrario. L’aver rinunciato alla verità mi pare il vero e proprio nucleo della nostra crisi odierna. Dove però la verità non offre più terreno solido, là anche la solidarietà comunitaria — peraltro, ancora tanto considerevole — finisce per sfilacciarsi, poiché anch’essa resta in ultima istanza senza radici. In quale misura, dunque, noi viviamo secondo l’interrogativo di Pilato, apparentemente tanto umile, ma in realtà così presuntuoso: « Ma che cosa è la verità? ». Proprio così, però, noi prendiamo posizione contro Cristo. Certo, quando degli uomini credono di poter disporre a buon mercato e con troppa fiducia della verità è il momento in cui si corre un rischio davvero enorme. Ma un pericolo ancora maggiore incombe là dove l’evidenza comune, la validità e l’obbligatorietà vincolante dell’affermazione del vero vengono addirittura considerate come un qualcosa che non sarebbe più in alcun modo possibile e attuabile..” (vedi qui).

Siamo in Quaresima e non vogliamo assolutamente infuocare gli animi in modo negativo, al contrario, vogliamo suscitare il santo sdegno, lutto, pianti e lamenti, e il legittimo scandalo per poterlo offrire a Nostro Signore; usare questo fatto doloroso per vivere nel cuore questa Quaresima in Cristo, con Cristo e per Cristo, unendo all’unico Sacrificio perfetto e all’unico vero Culto a Dio, la supplica per il perdono e la conversione di questi Vescovi.

Perciò chiuderemo l’articolo con alcuni passi della Lettera Enciclica di Pio XI “Ad Catholici Sacerdotii” del 20 dicembre 1935 – vedi qui –

“Il sacerdote, secondo la magnifica definizione che ne dà lo stesso San Paolo, è bensì un uomo “preso di mezzo agli uomini”, ma “costituito a vantaggio degli uomini per i loro rapporti con Dio” (Eb 5,1): il suo ufficio non ha per oggetto le cose umane e transitorie, per quanto sembrino alte e pregevoli, ma le cose divine ed eterne; cose, che possono essere per ignoranza derise e disprezzate, che possono anche venire osteggiate con malizia e furore diabolico, come una triste esperienza lo ha spesso provato e la prova pur oggi, ma che stanno sempre al primo posto nelle aspirazioni individuali e sociali dell’umanità, la quale sente irresistibilmente di essere fatta per Iddio e di non potersi riposare se non in Lui. (…)

Ma il sacerdote cattolico è ministro di Cristo e dispensatore de’ misteri di Dio (cf 1 Cor 4,1), anche con la parola, con quel “ministero della parola” (cf At6,4), che è un diritto inalienabile e insieme un dovere imprescrittibile impostogli da Gesù Cristo medesimo: “Andate adunque e ammaestrate tutte le genti,… insegnando loro di osservare tutto quello che vi ho comandato” (Mt 28,19-20).

La Chiesa di Cristo, depositaria e custode infallibile della divina rivelazione, per mezzo de’ suoi sacerdoti sparge i tesori delle celesti verità, predicando colui che è “luce vera, che illumina ogni uomo che viene a questo mondo” (Gv 1,9), spargendo con divina profusione quel seme, piccolo e disprezzato allo sguardo profano del mondo, ma che, come l’evangelico grano di senape, ha in sé la virtù di mettere radici salde e profonde nelle anime sincere e sitibonde di verità e di renderle, come alberi robusti, incrollabili anche tra le più forti bufere (cf Mt 13,31-32)…” (…)

Perciò già nell’Antico Testamento, Iddio comandava ai suoi sacerdoti e ai leviti: “Siano dunque santi, perché santo sono anch’io, il Signore che li santifico” (Lv 21,8). E il sapientissimo Salomone, nel cantico per la dedicazione del tempio, questo appunto chiede al Signore per i figli di Aronne: “I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia e i tuoi santi esultino” (Sal131,9).

Orbene, Venerabili Fratelli, “se tanta perfezione e santità e alacrità – diremo con San Roberto Bellarmino – si esigeva in quei sacerdoti, che sacrificavano pecore e buoi e lodavano Dio per benefici temporali, che cosa mai non si dovrà esigere in quei sacerdoti che sacrificano l’Agnello divino e rendono grazie per benefici eterni?”. “Grande in vero – esclama San Lorenzo Giustiniani – è la dignità dei Prelati, ma maggiore ne è il peso; posti come sono in grado così elevato davanti agli occhi degli uomini, bisogna che anche si innalzino al sommo vertice delle virtù davanti agli occhi di Colui che tutto vede; altrimenti sono sopra gli altri non a proprio merito, ma a propria condanna”.

Laudetur Jesus Christus


Aggiorniamo l’articolo sopra con una notizia che sembra essere una chiara risposta alla vergogna di questi Vescovi….

Ucciso perché non credeva agli stregoni. Sarà santo

di Rino Cammilleri 23-02-2015  da laNuovaBussolaQuotidiana
Si stava meglio quando si stava peggio? A parte qualche caso finito bene, di solito le rivoluzioni sembrano risolversi in un lèvati-tu-che-mi-ci-metto-io e il vecchio aneddoto di Nerone pare restare sempre valido. Ricordate? Mentre passava l’imperatore tutti tacevano cupi, solo una vecchietta gli gridava «lunga vita!». L’imperatore, stupito, si fermò e le chiese come mai lei fosse l’unica a non odiarlo. Quella rispose che nella sua lunga vita aveva troppe volte constatato che il successivo, malgrado le speranze, si era rivelato peggiore del precedente; perciò, aveva giudicato che era meglio tenersi l’attuale.

Certo, l’apartheid era una brutta cosa, ma un paragone di cifre tra il Sudafrica boero e quello mandeliano forse riserverebbe qualche sorpresa. Per quanto riguarda la repubblica “arcobaleno”, un tempo la più ricca e avanzata d’Africa, il Papa ha dovuto firmare un decreto di martirio, cosa che spiana la strada alla beatificazione di Benedict Daswa, un nero, e sentite perché. L’uomo, nato nel 1946, era di etnia Lemba e abitava nel Nord del Paese. Suo padre morì presto e il peso della numerosa famiglia ricadde sulle sue giovani spalle: la madre, tre fratelli e una sorella. Nel 1963 abbracciò la religione cattolica, subito seguito da sua madre. Fece il catechista, il muratore in parrocchia e presto divenne un punto di riferimento per la comunità cristiana locale. Aveva studiato e ciò lo portò a ricoprire la carica di direttore della scuola. Si sposò con Evelyn ed ebbe sette figli. La moglie aspettava l’ottavo quando avvenne quel che andiamo a narrare.

Daswa viveva con la famiglia nel villaggio di Mbahe, dalle parti di Limpopo. Ma il 25 gennaio del 1990, durante una tempesta, una scarica di fulmini si abbatté sull’abitato e incendiò dei grossi covoni di paglia ammucchiata. Niente di grave, tutto sommato, ma il grosso della gente era animista e subito credette all’intervento degli spiriti maligni. Il capo del villaggio convocò l’assemblea per rimediare e vedere come stornare dalla comunità la malasorte. Occorreva, dunque, individuare esattamente quale demone era il responsabile e trovare il modo di neutralizzarlo. Si decise di affidarsi a uno stregone, che però bisognava, ovviamente, pagare.  Ogni famiglia avrebbe perciò dovuto tassarsi in ragione di 5 rand (la moneta sudafricana) a persona. Daswa, trattenuto dal lavoro, arrivò alla riunione a cose fatte. Ma dichiarò che non aveva alcuna intenzione di pagare, perché lui agli stregoni non credeva. Cercò di spiegare che si era trattato di semplici fulmini, un fenomeno naturale e non demoniaco, ma non ci fu niente da fare. Allora, visto che non riusciva a far sentire ragioni, la buttò sul religioso, la sola cosa che, ancora oggi, troppi africani capiscono: lui era cattolico, disse, e la sua fede gli proibiva di ricorrere agli stregoni. Detto questo, se ne andò.

Già, però le influenze maligne permanevano; anzi, forse era proprio Daswa, con la sua miscredenza, ad attirarle. Così ragionò l’assemblea. La riunione venne aggiornata, ma era chiaro che per gli intervenuti il problema era davvero Daswa. Con la sua cocciutaggine non solo avrebbe reso difficoltosa la liberazione del villaggio dagli spiriti cattivi in quel frangente, ma di certo di frangenti del genere ce ne sarebbero stati altri se non si eliminava l’ostacolo. L’ignoranza e la superstizione sono l’anima della barbarie, la quale conosce un solo modo per risolvere i problemi: quello spiccio. Il 2 febbraio una folla di fanatici aggredì e linciò Benedict Daswa a colpi di pietra. 
Era in ginocchio quando gli diedero il colpo di grazia col “knobkerrie”, l’arma tradizionale: un bastone con una grossa protuberanza all’estremità. Mentre gli sfondavano il cranio ebbe solo il tempo di raccomandarsi al Signore. Il “rito” prevedeva che sul capo dell’ucciso venisse versata acqua bollente, e fu eseguito. Lo abbiamo già scritto nella prefazione al libro su Mandela (D’Ettoris editore) e lo ripetiamo: il problema dell’Africa può essere affrontato solo dai missionari e tramite l’evangelizzazione. Se non cambiano le teste, nulla cambierà mai. E le teste, da quelle parti, si cambiano solo per via religiosa.