Cronache tridentine

Fatti e curiosità.

LA SOLENNE PROCESSIONE DEL CORPUS DOMINI (*)

0029-cronache-tridentine-3_55eae0be440ee(si ringrazia il blog Scuola Ecclesia Mater per la foto: Processione del Corpus Domini con papa Gregorio XVI  in Vaticano)

14 giugno 1545 a Trento c’era la solenne processione del Corpus Domini con la partecipazione dei primi legati e padri conciliari che si erano recati nella nostra città, ancor prima dell’apertura del Concilio.

La processione viene così descritta dallo storico Michelangelo Mariani: “La processione del Corpo di Christo si celebra in Trento con la maggiore solennità di lumi, di concorso, e d’apparato; adornandosi le Case, e Contrade a gara di divotione. Non si coprono le strade di tele, e tende, come viddi altrove; ma in vece s’adombrano a boschereccio, passando la comitiva tra spalliere d’Alberi, Quercia cioè Pini, Abeti, e Faggi, che piantati espressamente a doppio ordine  producono insieme ombra, frescura, e amenità. Si ergono ne’ luoghi più cospicui della Città vari Altari, tra quali si fa osservar quel davanti al Castello, dove sotto Padiglione di Porpora e Arazzi d’oro s’espongono rarità d’argenti, e Pitture; facendosi poi tra le foglie d’ Alberi giocar espressamente in aria zampilli d’acqua; nel mentre con Hinni, e Preci pubbliche vi segue l’Adorazione del Sacramento. Procedono le genti con ogni devota, e humile dimostratione, e non meno i Laici, che gli Ecclesiastici: li Primati vie più, e lo stesso Vescovo, e Prencipe”.

Il Mariani racconta che i personaggi reali, di passaggio per Trento, che partecipavano alla processione del Corpus Domini, si presentavano in vesti umili e modeste e a capo scoperto.

Avvenne così che Filippo II, re di Spagna, intervenendo personalmente alla processione, si vide avvicinare da un nobile cavaliere che lo invitò a volersi riparare dai raggi cocenti del sole, durante le soste che venivano obbligatoriamente fissate lungo il percorso. Ma il re rispose subito che “il sole di quel dì non poteva offendere” e continuò imperterrito a sfidare quei raggi infocati che gli abbronzavano il viso.

Il diarista del Concilio ci offre questa precisa descrizione della processione del Corpus Domini nel 1545:

“I Legati andarono alla messa in Duomo quale celebrò l’Arcivescovo di Corfù, accompagnati da ventidue Prelati, dopo la quale andarono alla processione del Corpus Domini con quest’ordine. Dopo la messa su le 12 ore cominciarono ad avvicinarsi le regole dei frati quali sono: S. Domenico, S. Agostino, S. Francesco, Carmelitani, S. Croce, Zoccolanti et li preti del Duomo, quali sono dieciotto canonici, cappellani, due mansionarii et sei clerici, dopo li quali venivano li Vescovi a due a due con piviali e mitre, quali furono ventidue; poi due legati S.Croce et Polo, pur con le mitre et piviali, et poi seguiva il Cardinal di Monte, terzo legato, con piviale e mitra, ma d’oro, che portava il Sacramento sotto il baldacchino di broccato portato dalli nobili di questa città. Dopo il baldacchino immediate veniva m.r Pighino et m.r Hercole, Procuratori mandati da N.S. al Concilio, poi li quali seguivano li nobili tedeschi et italiani tridentini, poi la plebe et grandissimo numero di donne. Fanno una via molto lunga, che è circundar quasi la città tutta.”

La processione partiva dal Duomo e si snodava attraverso la contrada di Santa Maria Maggiore sino al ponte di San Lorenzo. Proseguiva poi attraverso tutta la contrada Lunga sino a quel quadrivio denominato Cantone, dirigendosi verso la contrada delle Osterie Tedesche, sino alla porta di San Martino. Da qui proseguiva verso il Castello, voltando nei pressi della porta dei Diamanti, che dava accesso ai giardini, lungo la contrada di San Marco, raggiungendo nuovamente il Cantone e proseguendo per la contrada di San Pietro, attraverso le Beccarie, arrivando per ultimo nella contrada Larga e rientrando direttamente nel Duomo.

Vennero eretti lungo tutto il percorso degli appositi altari, esattamente all’esterno della chiesa di Santa Maria Maggiore, presso il Castello del Buonconsiglio e davanti alla chiesa di San Pietro. Così, secondo un’antica usanza, si cantavano davanti a quei tre altari e all’arrivo della processione nel Duomo gli Evangeli, un’orazione che ricalcava, grosso modo, le antiche preghiere rivolte nelle rogazioni per la protezione dei vigneti, principale fonte di ricchezza del nostro paese, dei campi e dei frutti della terra. Ed è in questa orazione che riscontriamo la richiesta di protezione da tutte le cose dannose e devastatrici, ma anche in rapporto ai danni che potrebbero essere apportati dai demoni, dagli incantatori, dai malefici e dall’infuriare delle tempeste.

0029-cronache-tridentine-4_55eae3b085dbfC’era un’altra singolare usanza, oseremo dire più una cosa davvero curiosa che se fatta oggi farebbe gridare – a buona ragione – allo scandalo: poichè la processione durava diverse ore, quando si snodava davanti al Castello del Buonconsiglio, si era soliti offrire una colazione distribuendo a tutti i partecipanti – a cura del cardinale e Vescovo di Trento – della frutta, pane e formaggio, salumi e vino. In tutto il Trentino era molto comune l’offerta del pane e del vino a coloro che si recavano in processione, specie quando i percorsi erano molto lunghi e occorrevano diverse ore per arrivare a destinazione.

Ma questo ai Legati del Concilio proprio non era piaciuta.

Così il commento dell’epoca: “… poco honesta a una tal veneratione di Sacramento mangiar per la via, et per non dar causa, che la processione durasse lungo tempo;” decisero pertanto di sospendere tale usanza.

Un fatto assai curioso riguarda la morte di una donna, durante il Concilio Tridentino: cosa normale direte voi, sì – rispondiamo – se non fosse per un fatto soprannaturale che avvenne e che è stato riportato, appunto nelle Cronache del tempo, dove leggiamo:

” 28 settembre dell’anno 1545. Qua è accascato un motivo assai bello, che la figliola del figlio che fu di Monsignor Guardino assai giovane, che e morta questi dì, standovi un prete reputato da bene, mentre hessa traheva lo spirito, che poi da lì a due hore morì, et leggendo detto Prete l’Evangelio et essendo alle parole della cena del Signore, et volendo dire “hoc est corpum meum”, quella giovinetta gridò, et li disse: ” passa avanti et non le dir tu queste parole, perché credi….” Il Prete spaventato restò come morto, et così lì circostanti. Il povero prete tutto sbigottito confessò l’incredulità sua, et ne domandò perdono, poi essa morì in spaccio di un’hora et mezza circa. Monsignor Iesumo di Mignoza, che sta all’incurabili, et Monsignor Lorenzo Battaglino, che l’hanno inteso et dal Prete e da chi vi fu presente, affermano questo atto meraviglioso, che ha mostrato bene lo spirito di Dio parlar per bocca di quella giovine, essendo la incredulità del Prete secretissima et non havendo mai esso ad altri. Mi ha parso avvisarcelo, acciocché sappia, che qua, del fatto, se ne fa gran stima“.

0029-cronache-tridentine-1_55eae4691fca1Quando anche i Padri del Concilio Tridentino erano allergici ai rimproveri dei Predicatori

E’ un altro fatto curioso che ci descrive certo impeto focoso di alcuni Padri del tempo che fu, senza nulla togliere naturalmente allo splendore interiore e pastorale e dottrinale di quel tempo.

Nella Basilica di Santa Maria Maggiore, l’altra Chiesa dove si tenevano alcune sedute conciliari, predicava ai Padri Fr. Sigismondo Fedrio da Diruta, Minore conv. predicatore del Vescovo di Trento, così riporta la Cronaca:

“L’oratore in luogo di predica lesse due lettere latine. La prima fingevasi diretta dal popolo cristiano al Signore, l’altra era la risposta diretta da Dio ai congregati. Nella prima il popolo domandava misericordia, ma Iddio nella risposta dichiarava di non voler perdonare per le gravi colpe dei Prelati… Tanto poi s’ingegnò l’oratore nell’enumerare i mancamenti di questi, tanto sciolse le briglie alla sua eloquenza epistolare, che non vi fu chi non restasse scandalizzato, e tutti ad una voce ripresero lo zelo malinteso dell’oratore. Ne meno il cardinal di Trento la perdonò al Diruta; anzi egli mandò il suo segretario ai Legati a scusarsi, protestando, che ciò era avvenuto senza sua saputa”.

Il povero frate aveva cercato di fare semplicemente il suo dovere, affaticandosi per mordere le coscienze dei Padri che di vizi ne avevano tanti. Per esempio si riportano, tra tanti fatti, due in particolare molto gravi.

Il primo riguarda un corpo a corpo, sì, un mettersi le mani addosso durante il Concilio, così riportano le Cronache:

” Giantomaso di San Felice, vescovo di Cava, nella congregazione del 17 luglio 1546, mal soffrendo di esser contraddetto, si scagliò contro Dionisio Zannettini, vescovo di Chironia e lo percosse e gli cavò parte della barba, onde per ordine del Concilio fu posto in arresto presso i Padri Riformati”.

Il secondo fatto era davvero inconcepibile: davvero molti, troppi, fra chierici, e del clero come anche dei vescovi solevano avere una concubina…. sì, avete letto bene, il vizio della carne  – come sempre – era il più dilagante. E la gravità stava nel fatto che tutti lo sapevano a tal punto che il critico frate domenicano Paolo Sarpi diceva che oltre agli ambasciatori e le persone ecclesiastiche, al Concilio potevano aggiungersi anche “le concubine de’ preti”.

Va detto, anche se non si capisce bene il perchè ma potremmo approfondire la cosa, che nel Regno di Napoli era permesso ai preti di avere le concubine le quali “godevano delle stesse immunità e privilegi dei clerici…”

A maggior ragione rispose duramente il Concilio che nel decreto della riforma dei regolari aveva inserito il capitolo 22 che “proibisce a tutti i chierici di tenere in casa e fuori concubine o altre donne sospette, del che se ammoniti non s’asteneranno siano privati della terza parte delle entrate ecclesiastiche e quelli non beneficiati siano puniti di carcere, sospensione e inabilità. E li vescovi medesimi se caderanno in simili errori siano sospesi, e perseverando, siano denunciati al papa. “

Di risposta nelle dottrine di Zuinglio dei Protestanti: “veniva reso noto, in una particolare menzione, d’un editto fatto dalli loro maggiori, che ogni prete fosse tenuto ad avere la concubina propria, acciò non insidiare la pudicizia delle donne oneste. Soggiungendo che, sebben pareva decreto ridicoloso, era nondimeno fatto per necessità, e non doveva essere mutato.”

Non erano trascorsi che soli tre secoli da quel lontano 28 aprile 1224, quando molti religiosi trentini confessarono davanti al loro principe vescovo di vivere in concubinato…. Ne dà notizia lo storico Francesco Felice degli Alberti: “In quella data il vescovo Gerardo, raccolti nel suo palazzo i canonici, gli abbati dei monasteri, i prelati, gli arcipreti della sua diocesi, chiese loro se avessero a rimproverarsi di vivere in concubinato. Tutti si confessarono colpevoli di questo errore e promisero di emendarsi; dopodiché il vescovo, in virtù d’una bolla pontificia, li prosciolse dalla scomunica”

Ci voleva proprio il Concilio di Trento per ricondurre tutti sulla retta via! E di certo si avvertiva, comunque, il senso del peccato. Tanto è vero che da quel momento si assiste ad una vera ed autentica Riforma morale nel Clero e a tutti i livelli, tranne naturalmente le solite eccezioni, le solite pecore nere, ma se non altro era ora davvero chiaro per tutta la Chiesa la sacralità del celibato.

Forse anche per questi malcostumi che erano davvero una piaga per la Chiesa, che la conclusione del Concilio con tutti d’accordo, fu definito un grande successo. E’ certo che il Demonio questo Concilio non lo voleva, e ad approfondire bene i fatti possiamo comprendere anche il perchè si diede da fare per non farlo neppure iniziare – vedi qui –

Ma vogliamo concludere con una nota davvero simpatica. Trento ha un clima piuttosto umido, sembra alta per via delle montagne, in realtà è al livello del mare, ed è estesa all’interno di una vallata con il fiume Adige che la cinge con un abbraccio. Un abbraccio però che è anche causa dei suoi malanni, in passato anche la malaria. L’umidità era alle stelle, durante il tempo del Concilio e i vescovi, molti dei quali anche di una certa età, mal sopportavano quel clima. Un giorno accadde che i Vescovi erano tutti spariti. Si fece un gran chiasso e si inviarono le guardie papali alla loro ricerca. Essi furono trovati allegramente al Lido di Venezia e, dopo una serie di discussioni, dovettero cedere alle guardie del Papa che li scortarono nuovamente a Trento.

Alla prossima.

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(*) il testo è da noi liberamente tratto da: Quando a Trento c’era il Concilio – Aldo Bertoluzza 1995