Cosa dobbiamo sapere del “nuovo” Messale…

Riportiamo l’articolo dalla Nuova Bussola del domenicano Padre Riccardo Barile, per chi lo preferisse abbiamo fatto anche un video di catechesi, leggendolo e riflettendoci…

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  • L’ANALISI/1

Il Messale? “Nuovo” solo relativamente

Chi cerca qualcosa di brillante o stimolante chiuda subito e passi ad altro, perché quanto segue sarà abbastanza arido e molto noioso, anche se necessario a sapersi.

Parliamo del “nuovo” Messale italiano, nuovo solo relativamente. Ho già stigmatizzato l’iconografia (vedi qui) e ci sarebbe qualcosa da rilevare anche sull’impaginazione su progetto grafico di Pierluigi Cerri – “grafico illuminato”, lo definisce Paladino, autore delle immagini – in collaborazione con Marta Moruzzi. Ad esempio la scelta di abbandonare il formato A4 e di eliminare il grassetto porrà più di una difficoltà a sacerdoti anziani ed è chiaro che: a) chi ha fatto queste scelte ha pensato alla Chiesa italiana come a una chiesa asiatica o africana con preti dall’età media di 35 anni; b) chi le ha approvate ritiene che le scelte di un grafico che non ha mai celebrato una Messa siano valide in assoluto e migliori delle indicazioni – a questo punto inutili – che sarebbero potute venire da buoni “preti di canonica”. Ed è chiaro che dietro ai laici c’è stato qualche prete, teologo, liturgista e… torinese, per cui tutto si spiega.

Ma lasciamo perdere e pronunciamo una parola di pace: stomachevole nelle immagini e discutibile nell’impaginazione, il Messale italiano 2020 nel suo insieme è migliorato nel testo rispetto all’edizione del 1983 e questa è certamente una buona notizia, non facile però da cogliere a causa di un’informazione spesso troppo settoriale.

EQUIVOCI DA EVITARE

Più che di “nuovo Messale” si dovrebbe parlare di una terza edizione del Messale italiano con una piccola parte di testi nuovi – ad esempio le orazioni per i santi canonizzati dopo il 1983 – e con tutto il resto revisionato nella traduzione. È l’acquisizione di alcuni nuovi testi dell’edizione tipica latina del 2000 e la revisione integrale di tutto il resto che hanno giustificato una nuova edizione e non il cambiamento di una frase del Padre nostro e del Gloria, nonché le “sorelle” aggiunte ai fratelli nell’Atto penitenziale: se le novità fossero state tutte qui, sarebbe bastato produrre tre o quattro linguette adesive di una riga da incollare sui testi precedenti…

Inoltre il rito della Messa non è cambiato se non in piccoli e quasi impercettibili particolari e dunque non ha senso sospettare un tentativo di protestantizzazione della Messa. Questa tendenza c’è e può aver agito più o meno in certe traduzioni, ma per attivarsi veramente avrebbe avuto bisogno di un’operazione ben diversa dalla revisione di una traduzione.

Stando così le cose, si comprende il timore di certi liturgisti che il nuovo Messale sia accolto un po’ in sordina e senza stupore: mi pare invece normale che così avvenga, in quanto, iconografia a parte, la linea della continuità è prevalente sulla linea della novità.

LA NUOVA TRADUZIONE E I CAMMINI PRECEDENTI

La “nuova Messa” con l’uso della lingua parlata è iniziata il 7 marzo 1965, prima domenica di Quaresima. Paolo VI per la prima volta così la celebrò a Roma nella chiesa di Ognissanti e nell’omelia annunciò che «si inaugura, oggi, la nuova forma della Liturgia (…), un grande avvenimento, che si dovrà ricordare come principio di rigogliosa vita spirituale» e, quanto al linguaggio, «norma fondamentale è, d’ora in avanti, quella di pregare comprendendo le singole frasi e parole, di completarle con i nostri sentimenti personali, e di uniformare questi all’anima della comunità, che fa coro con noi». Dopo cinquant’anni esatti, il 7 marzo 2015, terza domenica di Quaresima, il Romano Pontefice Francesco ha celebrato l’Eucaristia nella stessa chiesa ricordando sobriamente l’anniversario.

Il 7 marzo 1965 si arrivò alla nuova Messa senza disporre di tutti i testi tradotti, per cui fu giocoforza aggiustarsi. Per quanto riguarda l’Italia, la Commissione episcopale per la liturgia, in data 21 dicembre 1964, previde l’imminente uscita di un Messale festivo del celebrante e, per il resto e a giudizio dell’ordinario del luogo, si era autorizzati a ricorrere a messalini esistenti quali Feder-Bugnini, Levebvre, Caronti, V. Franco, Mistrorigo, Cioni (cf. ECEI 1/429).

A mano a mano che le traduzioni progredivano, si sentì il bisogno di modelli e norme codificate. Queste vennero formulate con una prima Istruzione in francese, del 25 gennaio 1969, dall’incipit e dal titolo Comme le prévoit: erano norme sagge e con molte aperture, che hanno orientato la traduzione del Messale italiano del 1973 e soprattutto quella del 1983 usata sino a ieri.

L’esperienza e un nuovo clima ecclesiale originarono l’Istruzione Liturgiam authenticam del 28 marzo 2001, più complessa e da subito osteggiata dai progressisti che la lessero come un ritorno all’indietro. In larga parte questa Istruzione ha guidato la revisione delle traduzioni confluite nell’attuale nuovo Messale, che dunque porta il marchio ideale e spirituale di Giovanni Paolo II e di Ratzinger: la precisazione è doverosa perché alcuni vi vedono il lavoro di novatori a tutti i costi, mentre così non è.

Più vicino a noi, il Romano Pontefice Francesco è intervenuto in argomento con il Motu proprio Magnum principium del 3 settembre 2017, che ha ampliato le facoltà delle Conferenze episcopali nell’approvazione delle traduzioni e nella implicita formulazione di criteri propri. Il Motu proprio, molto breve e che ripete passi di Comme le prévoit ma anche di Liturgiam authenticam, è stato recepito anche come una liberalizzazione dalle presunte strettoie di Liturgiam authenticam, nonostante ribadisca che «ogni traduzione dei testi liturgici deve essere congruente con la sana dottrina». Certamente si è trattato di un vento nuovo anche per quanto riguarda i criteri delle traduzioni – questo non tanto a causa delle parole del Motu proprio quanto per lo spirito con il quale sono state accolte -, un vento nuovo che forse ha influito sulle ultime revisioni del Messale italiano ma non ha annullato con un colpo di spugna il lavoro precedente.

Tornerò una prossima volta su questi documenti. Certamente ognuno di essi ha delle sottolineature alternative all’altro, ma tutti, sia pure in diverso modo, prescrivono da una parte che bisogna essere fedeli al testo originale latino, dall’altra che bisogna adattarlo ai destinatari non soltanto nelle singole parole ma nella loro cultura. Ora, non essendo queste due operazioni delle operazioni matematiche misurabili con esattezza, la valutazione di che cosa privilegiare – e in caso di difetto in che cosa si è mancato o ecceduto – dipende molto all’inizio da chi fa la prima revisione e alla fine da chi sta dietro lo sportello, cioè da chi la deve approvare.

Ciò detto, avendo personalmente interagito con il primo gruppo di revisori della traduzione dell’attuale Messale, credo che sia onesto precisare che se le discussioni teoriche nonché la palese contrarietà a Liturgiam authenticam furono quanto mai accese, poi la realtà si impose beneficamente con la sua forza e di fronte a un testo mal tradotto o a un’idea importante dell’originale latino non espressa nella versione del 1983, tutti pacificamente convenivano che era il caso di correggere. In questo senso ho affermato all’inizio che nel suo insieme il testo del nuovo Messale segna un progresso rispetto all’edizione del 1983.

Comunque l’attuale revisione della traduzione sarebbe stata necessaria anche senza documenti e discussioni, perché la lingua si trasforma sensibilmente e, adottata in liturgia la lingua parlata, bisogna rassegnarsi a una revisione ogni circa 50 anni, ciò che non capitava con il latino.


QUATTRO LIVELLI DI APPROCCIO

La valutazione del nuovo Messale è complessa e bisognerebbe procedere all’esame dei testi tenendo conto di quattro livelli.

1. Ciò che i fedeli devono pronunciare: qui i cambiamenti sono quantitativamente minimi e da soli, come ho già ricordato, non giustificano una nuova edizione del Messale.

2. Ciò che i fedeli sentono con più frequenza: l’Ordinario della Messa e soprattutto le Preghiere Eucaristiche.

3. Ciò che i fedeli sentono con minore frequenza, come le orazioni delle domeniche, ognuna delle quali cade una volta all’anno, così come certi prefazi delle solennità o dei Santi.

4. Ciò che i fedeli non sentono mai e cioè le Premesse (la Costituzione apostolica Missale Romanum di Paolo VI, l’Ordinamento Generale del Messale Romano, le Norme sull’Anno liturgico e il Calendario), testi che non sono da leggersi nella celebrazione, ma da studiarsi da parte del celebrante – ahimè, non tutti i preti li studiano! – e magari da parte di qualche fedele volenteroso. E con le Premesse anche la Presentazione e le Precisazioni della CEI.


È sotto gli occhi di tutti che l’attenzione e le polemiche si sono fermate al primo livello, mentre le scelte dei traduttori – quelle buone e quelle discutibili – sono contenute soprattutto nel secondo e nel terzo livello, per non parlare poi di tanti piccoli ritocchi all’Ordinamento Generale che orientano la comprensione dei riti e talvolta li modificano insensibilmente. È tutto questo materiale che formerà – o per i critici deformerà – i fedeli e non solo né principalmente il cambiamento di una frase del Gloria e del Padre nostro.

Ma analizzare i tre ultimi livelli è lungo e noioso in quanto bisogna sempre confrontare il testo nuovo con quello del 1983 ed entrambi con l’originale latino. «Se il Signore vorrà» (Gc 4,15) proverò a scriverne prossimamente sulla Bussola, spero senza aumentare la noia.

1.continua


  • IMMAGINI SQUALLIDE

Triste e liquido, il Messale riflette questa Chiesa – di Padre Riccardo Barile OP

Nonostante le proteste per l’iconografia del Lezionario, anche con la nuova edizione del Messale si è voluto continuare con immagini inguardabili. Croci indigeste, immagini violacee e tristi, volti senza volto, primitivismi iconografici leziosi e insopportabili. Nulla a che vedere con l’arte. C’è solo la Chiesa come la vorrebbero alcuni: liquida, senza un volto preciso, senza contorni dottrinali. E il disastro pastorale è legittimare queste posizioni senza proporre un ideale di bellezza che induca a superarle.

Visionate le immagini della nuova edizione/traduzione del Messale italiano 2020, mi sono ritrovato nella sentenza del saggio: «Come il cane ritorna al suo vomito, così lo stolto ripete le sue stoltezze» (Pr 26,11; la 2Pt 2,22 aggiunge anche una scrofa). Nonostante le proteste per l’iconografia del Lezionario, si è voluto continuare con immagini inguardabili.

Preciso: gli strali non sono diretti a tutti i vescovi italiani, che non hanno partecipato in prima persona alle scelte iconografiche; tantomeno all’autore, che legittimamente ha risposto ad un invito ed ha un suo stile su cui non intendo dare valutazioni. Gli strali sono diretti agli incaricati responsabili della scelta – i «liturgisti che mi hanno accompagnato in questa avventura», come dichiara l’autore (Gazzaneo p. 63; cf sotto) – e le perplessità partono dai risultati che lasciano trasparire i criteri guida. Infine le critiche scaturiscono dal disagio di chi si trova di fronte a un progresso senza continuità e si sente preso in giro.

CHI, CHE COSA, COME
L’iconografia è tutta di Mimmo Paladino, nato a Paduli (BN) il 18.12.1948, autore della “Porta d’Europa” (Lampedusa 2008) ed esponente della Transavanguardia. Le immagini sono disponibili qui e ognuno può farsene un’idea.

Sul senso delle scelte si possono evitare congetture non fondate, in quanto il recente Luoghi dell’infinito ottobre 2020 (l’allegato di arte di Avvenire) ospita due contributi che fanno chiarezza: Il Messale, immagine della Chiesa (Paolo Tomatis, pp. 56-60) e Paladino e il segno del Mistero (Giovanni Gazzaneo, pp. 62- 63).

Intervistato, Paladino constata che «la Chiesa in questi ultimi anni si è sempre più avvicinata all’arte di ricerca, oltrepassando quel confine, che sembrava invalicabile, dell’arte figurativa e dell’iconografia legata alla tradizione» (Gazzaneo, p. 63). Chiaro: si è infranta la categoria di progresso nella continuità. Spezzare questo legame era ciò che non si sarebbe dovuto fare.

GUARDA LA GALLERY

L’intenzione delle immagini non è di proporsi «come un modello di iconografia liturgica», ma «di “far compagnia”», anzi, di proteggere chi le guarda «da quell’eccesso di rappresentazione che oltre a stancare l’occhio non fa altro che manifestare una certa ansia di comunicare a tutti i costi la teologia per immagini» (Tomatis, p. 60). Invece è proprio ciò che bisognava fare. «Non ho pensato né di illustrare né di decorare, ma di offrire il mio linguaggio (…) per accompagnare il testo liturgico» (Paladino in Gazzaneo p. 63). La rinuncia ad esprimere il mistero apre alle emozioni. Invece un concilio ecumenico insegna che «quanto più frequentemente queste immagini vengono contemplate, tanto più quelli che le contemplano sono portati al ricordo e al desiderio dei modelli originali e a tributare loro, baciandole, rispetto e venerazione» (Nicea II del 787: COD p. 136). Anche il Vaticano II ritiene che le opere d’arte destinate al culto comportano «una certa sacra imitazione di Dio creatore» e va rispettata la loro destinazione «all’edificazione, alla pietà e all’istruzione religiosa dei fedeli» (SC 127).

La scelta è stata quella «di continuare il dialogo con l’arte contemporanea» (Tomatis, p. 59). E così sono stati eliminati dalla contemporaneità gli iconografi italiani e i disegnatori e i pittori neoclassici! Come avviene in teologia, in pastorale, nell’attualità ecclesiale da esibire: è espressione dell’oggi solo chi fa stranezze, chi è di sinistra o comunque progressista…

La «tecnica dell’acquerello è funzionale alla ricerca di un linguaggio “gentile”» (Tomatis, p. 60). Sarà, comunque l’acquerello non è di per sé impreciso e privo di colori brillanti: si vedano i fiori recisi di Paul Cézanne († 1906): qui il cuore si rallegra, mentre le immagini del Messale veicolano tristezza e angoscia violacea. Per non parlare poi della carta sottile che lascia trasparire la stampa del retro…: che squallore!

ALCUNI ESEMPI E RELATIVE CONSIDERAZIONI
Fatte salve le accettabili e persino belle lampade dell’Avvento (pp. 2-3), per il resto:

– il logo del buon pastore è duro, inutilmente spigoloso e non invita di certo ad affidarsi;
– la povertà del Natale e dell’Epifania (pp. 34.54) sono desolanti, stante la memoria collettiva ricca di ben altre immagini in argomento;
– la faccia della quaresima (p. 66) richiama un catatonico, o un demonio muto (cf. Lc 11,14), o meglio ancora un demonio cieco e muto (cf. Mt 12,22);
– la croce del triduo pasquale (p. 134) è veramente indigesta, inconciliabile con «la raffigurazione della santa croce preziosa e vivificante» (Nicea II del 787: COD p. 135)
– al giovedì santo Cristo e gli apostoli nel cenacolo sono senza volti e la mensa è senza pane e senza vino (p. 136): che Eucaristia è?
– senza volti anche alla Pentecoste il gruppo dei personaggi e con la Madonna senza fiammella (p. 250); in ogni caso la Collectio n. 17 “Maria Vergine nel Cenacolo” al prefazio dice che Maria, già adombrata dallo Spirito nell’Incarnazione, «è di nuovo colmata del tuo Dono al sorgere del nuovo Israele»: come la mettiamo?
– l’inizio del rito della Messa (p. 306) è di nuovo con volti senza volto, con il presbitero in mezzo senza essere presidente, anche se è di spalla rispetto agli astanti e non coram populo, roba da vetus ordo… e poi non c’è traccia di ambiente di chiesa;
– taccio sul crocifisso che precede le preghiere eucaristiche (p. 411), diametralmente opposto alla “beata passione” (PE 1) e mi domando con quale spirito, vista questa immagine, un presbitero potrà pronunciare le parole “beata passione”;
– al vedere l’Assunta viene in mente il canto popolare “Andrò a vederla un dì”, ma, se la Madonna del cielo corrisponde anche debolmente all’immagine di p. 614, proprio non vale la pena di andare in paradiso a vedere quella roba;
– le messe votive sono umiliate con una immagine di inizio di due mani (p. 917), che sembra ottenuta immergendo le mani nell’inchiostro e poi posandole e premendo lievemente sulla carta da disegno (ma che sia carta di qualità pregiata da citarsi nella didascalia) e voilà, l’opera d’arte è servita e guai a dire che non è bella,
– l’immagine introduttoria delle musiche ha un primitivismo lezioso e insopportabile (p. 1112), richiama qualcosa di esoterico o i figli dei fiori, per fortuna senza riferimenti di sesso.

LA QUESTIONE DI FONDO
Tutto si basa su di un testo del Concilio, o meglio sulle parole iniziali: «La Chiesa non ha mai avuto come proprio uno stile artistico, ma, secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando, nel corso dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura» (SC 123; cf GS 62). Ovvio che possono trovare legittimo spazio anche le forme di arte contemporanea.

C’è però un equivoco da chiarire. Lo stile artistico nasce dai meccanismi di conoscenza, linguaggio, espressione ecc., che come tali sono buoni e creati da Dio attraverso la natura umana. Dio stesso si è servito di queste strutture per comunicare la sua rivelazione. Nella concretezza però queste strutture sono soggette alle deformazioni del peccato originale e dei peccati personali, per cui si possono costituire delle «strutture di peccato» (CCC 1869), che non sono solo economiche e politiche, ma anche artistiche o di linguaggio (ad esempio un linguaggio infarcito di bestemmie). Possono essere direttamente peccaminose o semplicemente dimenticare la vera immagine del Dio rivelato e dell’uomo e delle vie di salvezza. Per cui non tutti i linguaggi artistici di oggi – anche se non direttamente peccaminosi – sono disponibili a esprimere le realtà celesti. Si è valutato tutto questo?

Inoltre la Chiesa oggi non parte da zero, ma ha elaborato una sua tradizione iconografica di consuetudine, di teologia, di affermazioni del magistero. Si è valutato tutto questo?

LA CONNESSIONE PASTORALE E DOTTRINALE
Le immagini del Messale sono caratterizzate da: mancanza di contorni precisi, di disegno preciso (disegno preciso non è ovviamente una fotografia: cf. le icone); assenza spesso di volti definiti; macchie/sbavature collaterali prodotte ad arte; un ricercato primitivismo, disegni da bambini (cf. la copertina dell’accluso Orazionale e quasi tutto il resto); colori tristi o macchie di nero.

In fondo la tecnica e il risultato di queste immagini esprimono non dico la Chiesa, ma la Chiesa come la vorrebbero alcuni: una Chiesa liquida, senza volto preciso, con sbavature autorizzate e senza contorni dottrinali messi a fuoco in più di 2000 anni; ma soprattutto il disastro pastorale di legittimare queste posizioni senza proporre un ideale di bellezza che induca a superarle, a convertirsi, a camminare avanti invece di restare a giacere. C’è una coerenza tra le immagini del Messale, una certa pastorale e una certa teologia. Come si esprimono i francesi, “tout se tien”, tutto si tiene insieme, tutto è connesso (in questo caso: infelicemente connesso).

QUALCHE URLO FINALE
Sì, qualche urlo, come il dipinto di Edvard Munch († 1944).

Immagini per «far compagnia (…) una buona e silenziosa compagnia»…, accompagnamento «gentile e discreto» (Tomatis, p. 60)? Ma scherziamo? Piuttosto mi sento come Alberto Sordi e Anna Longhi in Le vacanze intelligenti (1978), indotti dai figli a visitare la Biennale e guidati da un cicerone che con inflessibile gentilezza lava loro il cervello. Fuori dai denti: mi sento preso in giro, umiliato, calpestato e sottomesso “gentilmente” a una dittatura.

Certo, qui l’odore delle pecore non ha funzionato e sono le pecore a dover assumere l’odore della élite a cui i pastori hanno dato fiducia.

Rimangiandomi un poco quanto precisato all’inizio, penso che un tempo i pastori a fronte di queste immagini neppure avrebbero discusso, ma subito le avrebbero bloccate. Oggi non più.

Certo, resta scritto che le cose appartenenti al culto sacro hanno da essere «veramente degne, decorose e belle, segni e simboli delle realtà soprannaturali» (SC 122) e tali hanno da essere anche i libri liturgici (OLM 35). Per contrasto, la vista dello squallore rende sempre più smaglianti e consolanti queste indicazioni.