21 luglio 1515 nasceva San Filippo Neri: un Santo attualissimo

“Figlioli – diceva il grande Filippo – state allegramente: non voglio nè scrupoli, nè malinconie, mi basta che non facciate peccato”. “State bboni (se potete…)!”. E sempre in romanesco era anche la frase che indirizzava ai ragazzi quando gli facevano perdere la pazienza ma…correggendo il tiro all’ultimo con l’auspicio di poter ricevere la corona del martirio: “Te possi morì ammazzato… ppe’ la fede!”

La soverchia tristezza non suole avere d’ordinario altra origine che la superbia. Non parlate facilmente e senza ragione di voi stessi, dicendo: Io ho detto, io ho fatto, perché la sana dottrina non è una opinione…” (San Filippo Neri)

Queste “massime” di San Filippo Neri offrono un chiaro insegnamento di umiltà e autenticità interiore, esortando a:

  • Superare l’orgoglio: La tristezza spesso nasce dall’attaccamento al proprio ego (la superbia) quando le cose non vanno come si desidera, fino a rovinare anche l’aspetto spirituale.
  • Evitare il narcisismo: Parlare costantemente in prima persona (“io ho detto”, “io ho fatto”, “io penso che, io dico che”, ecc…), specialmente a riguardo di temi dottrinali, denota egocentrismo. L’umiltà richiede, invece, di distogliere l’attenzione dal proprio “io”, per mettere al centro Dio: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Gv.7,16).
  • Abbracciare la gioia: Il “santo della gioia” considerava la malinconia e gli scrupoli nemici della vita spirituale, tanto da coniare il celebre detto “Scrupoli e malinconia, fuori di casa mia”.
  • Te possi morì ammazzato… ppe’ la fede!”, ossia, che possiamo morire MARTIRI, ammazzati per la fede, anzichè per peccato!

San Filippo Neri ha difeso e promosso la dottrina cattolica durante la Controriforma attraverso la gioia, l’educazione e l’esempio. Invece di usare trattati accademici, insegnava il catechismo ai giovani per strada alternando dottrina e battute per affrontare le difficoltà reali del suo tempo, specialmente la povertà e la miseria. Ha fondato la Congregazione dell’Oratorio e la Arciconfraternita della Santissima Trinità per assistere i bisognosi e diffondere la fede.

Il 21 luglio 1515, Filippo Neri nasceva a Firenze, città che presto lasciò per trasferirsi nella città del Papa e dare inizio a una straordinaria esperienza di carità tra i più poveri, intessuta di letizia e spontaneità. Non a caso è ricordato come: “L’Apostolo di Roma”.

“San Filippo Neri visse in un tempo sporco, corrotto; il fango stava perfino sulla stola pontificale di Alessandro VI. San Filippo visse a Roma in tempi nei quali anche la disciplina si era rilassata ed egli intraprese l’opera di rassodare negli animi la pietà trascurata. Ed è veramente ritenuto come restauratore della vita religiosa in Roma, una specie di riformatore. E anche oggi a Roma lo si festeggia. Roma fa quasi una festa di precetto quando cade la festa di San Filippo. Era un Santo assai popolare, d’una santità che non allontana; tutti i ragazzi e i giovani di Roma lo seguivano, perché faceva a tutti del gran bene. Anche oggi verso San Filippo Neri, dopo tanti anni, vi è a Roma una venerazione tutta particolare.” (Don Orione).

Da fiorentino, Filippo Neri, da laico prima e poi da sacerdote, si fece “romano con i romani” e per i romani, tra le piazze della Città Eterna e i vicoli, quelli più degradati, dove come pastore santo prese l’odore delle pecore, che in questo caso era il puzzo di ambienti degradati, della malattia e della povertà che svuota le tasche e l’anima. Il centro di Roma, allora, aveva lo stesso volto sporco delle periferie. Proprio lì Filippo andò a risiedere in una stanzetta, a San Girolamo, in via Giulia. “Sin dai primi anni era chiamato ‘Pippo bono’. Sacerdote per obbedienza, rinunciò ad una cospicua eredità per andare a Roma, fonte della fede, e  la rinnovò cristianamente. Venti cardinali – quasi tutti, allora – si confessavano da lui; i Papi si consigliavano con lui” (Don Orione).

Un’espressione classica attribuita a San Filippo Neri riguardo all’insegnamento spirituale e alla condotta di vita è: «Studiate i santi, leggete la vita dei santi». Il fondatore dell’Oratorio – conosciuto come il “santo della gioia” – considerava le loro biografie come lo specchio più pratico per imparare ad amare Dio e vivere con umiltà, per conservare LA PUREZZA DELLA FEDE E DELLA DOTTRINA, per vivere in pienezza la Grazia dei Sacramenti con l’imprescindibile obbligo morale dell’obbedienza alla Chiesa e alla comunione in essa attraverso il Pontefice e i Vescovi.

Papa Francesco ha voluto ricordare i 500 anni della nascita di San Filippo con un personale Messaggio, del 26 maggio 2015, al Superiore generale della Congregazione dell’Oratorio, fondata dal Santo. Nel Messaggio parla di San Filippo Neri con le stesse parole con cui egli dipinge i religiosi e sacerdoti d’oggi. E possiamo scorgervi che sono le stesse parole con cui Don Orione voleva i suoi figli e discepoli.

Di giorno, Filippo conduceva una vita intensissima, faccia simpatica e cuore lieto, portava a chi incontrava il calore di Dio – all’inizio non era nemmeno prete – accompagnandolo, quando poteva, con un pezzo di pane, o con una carezza sulla fronte, o una parola di conforto a chi si lamentava sui pagliericci dell’Ospedale degli Incurabili o nei tuguri malsani. Di notte, un’anima di fuoco qual era, Filippo, si immergeva in Dio, nella preghiera e nel “cuore a cuore”. “Come mai San Filippo Neri convertì Roma? Perché, da giovane, passava le nottate in preghiera alle Catacombe di San Sebastiano”, diceva Don Orione ai suoi chierici.

Durante le sue lunghe ore di preghiera nelle catacombe di San Sebastiano, Filippo visse una delle sue esperienze mistiche più celebri: sentì il suo cuore riempirsi di una luce divina e di un calore che lo accompagnò per tutta la vita. Questo evento, che egli descrisse come un “incendio d’amore”, rappresentò un punto di svolta nella sua vita, rafforzando ulteriormente la sua vocazione a servire Dio e il prossimo.
Dopo questa esperienza, Filippo decise di vivere come eremita, dedicandosi completamente alla preghiera e all’assistenza dei poveri e degli ammalati. Ma, contrariamente agli eremiti tradizionali, il suo approccio alla spiritualità non era solitario o austero. Con la sua personalità gioiosa, Filippo attirava giovani e adulti, ispirandoli a seguire Cristo con entusiasmo e allegria. Era comune vederlo per le strade di Roma, scherzare con i passanti o fare battute, utilizzando l’umorismo come strumento di insegnamento spirituale.

Papa Francesco lo ha definito “appassionato annunciatore della Parola di Dio”, “cesellatore di anime”. La sua paternità spirituale, osserva, “traspare da tutto il suo agire, caratterizzato dalla fiducia nelle persone, dal rifuggire dai toni foschi ed accigliati, dallo spirito di festosità e di gioia, dalla convinzione che la grazia non sopprime la natura ma la sana, la irrobustisce e la perfeziona”. E ancora: “Si accostava alla spicciolata ora a questo, ora a quello e tutti divenivano presto suoi amici”. “Amava la spontaneità, rifuggiva dall’artificio, sceglieva i mezzi più divertenti per educare alle virtù cristiane, al tempo stesso proponeva una sana disciplina che implica l’esercizio della volontà per accogliere Cristo nel concreto della propria vita”.

Anche Don Orione raccomandava “Servite Domino in laetitia! ‘Scrupoli e melanconia via da casa mia’, diceva  San Filippo Neri”. San Filippo era umanamente e spiritualmente affascinante tanto che, Don Orione lo additava come modello di spiritualità, fede, dottrina, un apostolato completo vissuto nella letizia di essere Cristiani.

Musica Fede e Spiritualità: L’Innovazione di Filippo Neri
L’Oratorio di San Filippo Neri si distinse per l’uso pionieristico della musica come strumento di elevazione spirituale. Filippo intuì che la musica aveva il potere di toccare l’anima in modo unico, e per questo promosse la partecipazione musicale durante gli incontri, trasformando l’Oratorio in un luogo vibrante dove arte e fede si intrecciavano armoniosamente. Inoltre, l’Oratorio era un’oasi di apertura e inclusività, un raro rifugio in un’epoca di rigide divisioni sociali, dove chiunque poteva sentirsi accolto e stimolato alla vera conversione. Non solo si parlava di teologia, ma anche di scienza, letteratura, creazione e arte, creando un ambiente vivace e accessibile a tutti, dando testimonianza di una Chiesa sempre aperta e al passo coi tempi.

Diceva Don Orione che “San Filippo Neri è un po’ il nostro Santo, almeno per le pazzie”. Ma poi lo indicava anche come esempio di moderazione: “Mòderati – scrive Don Orione a Don Dondero – nel voler fare troppo. ‘Non bisogna voler fare ogni cosa in un giorno né diventare santo, in quattro dì’, diceva già San Filippo Neri”. “San Carlo non approvava che San Filippo ritirasse i suoi figli da Milano, per timore della peste; ma San Filippo credette bene di mantenere il suo punto di vista e tolse i suoi da Milano”.

Anche il famoso: “STATE BUONI, SE POTETE!” si inserisce nell’educazione alla vera felicità del grande Filippo.
Essere felici non significa che tutto vada sempre bene o essere esultanti in ogni momento. Non è la “gayezza” sfrenata di un momento di ubriacatezza. La vera felicità è quella pace, serenità e fiducia profonda che si sente anche nei momenti più duri della vita.
Per questo San Filippo Neri è riconosciuto qual profeta “della gioia cristiana profonda”, più che dell’allegria momentanea. Il segreto è la consapevolezza di essere stati scelti prima ancora di aver scelto: si è chiamati dal Signore della Vita e della storia (Gv.15,9-17) non per ricoprire un ruolo da funzionario, ma per vivere una vita di servizio e di amore nei confronti di sé stessi, perchè amati da Dio che ha dato la Sua vita per salvarci, e di conseguenza a servizio del Prossimo da amare come amiamo noi stessi e, amare davvero, è questa gioia, questa vera felicità che non si gusterà mai pienamente se non quando entreremo nella Vita eterna e beata.. come fu ben spiegato dalla Beata Vergine Maria a santa Bernadetta a Lourdes: Io non vi prometto di rendervi felici in questo mondo
Ecco il detto: “STATE BUONI, SE POTETE!” rivolto soprattutto ai giovani che sono sempre pieni di vita e di allegrezza spesse volte, però, da porre in ordine alla volontà di Dio. Filippo voleva che i suoi ragazzi crescessero nella gioia e cantando: tutt’altro stile rispetto alla severità e all’uso del bastone che si ritenevano fossero necessari all’epoca per educare i giovani. “Figlioli – diceva – state allegramente: non voglio nè scrupoli, nè malinconie, mi basta che non facciate peccato”. “State bboni (se potete…)!”. E sempre in romanesco era anche la frase che indirizzava ai ragazzi quando gli facevano perdere la pazienza ma…correggendo il tiro all’ultimo con l’auspicio di poter ricevere la corona del martirio: “Te possi morì ammazzato… ppe’ la fede!”
“SE POTETE” e cioè, per interpellare la nostra volontà ad un sano discernimentoal fare bene, magari anche poco, ma proiettarsi al vero Bene;
“STATE BUONI” e cioè, scavate dentro voi stessi, non sfrenatevi né in cose cattive ma neanche nella tristezza: la bontà viene da Dio, stare buoni è un invito del Santo a stare IN DIO che è il solo a dare quella pace e serenità di cui il nostro cuore inquieto, ha bisogno, come spiegava anche sant’Agostino..

La formazione religiosa del ragazzo ebbe nel convento dei Domenicani di San Marco un centro forte e fecondo. Si respirava, in quell’ambiente, il clima spirituale del movimento savonaroliano, e per fra Girolamo Savonarola Filippo nutrì devozione lungo tutto l’arco della vita, pur nella evidente distanza dai metodi e dalle scelte del focoso predicatore apocalittico. Lo troviamo poi a Roma, a partire dal 1534, all’età di diciott’anni. Vi si recò, probabilmente, senza un progetto preciso.

Roma, la città santa delle memorie cristiane, la terra benedetta dal sangue dei martiri, ma anche allettatrice di tanti uomini desiderio di carriera e di successo, attrasse il suo desiderio di intensa vita spirituale: Filippo vi giunse come pellegrino, e con l’animo del pellegrino penitente, del “monaco della città” per usare un’espressione oggi di moda, visse gli anni della sua giovinezza, austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito a coltivare lo spirito. Qui visse come laico per diciassette anni e inizialmente si guadagnò da vivere facendo il precettore, scrisse poesie e studiò filosofia e teologia.

La capacità di adattamento per conquistare le anime, diceva il grande Don Orione: “Di San Filippo Neri è detto, in una lapide sul Gianicolo, là sotto la storica quercia del Tasso, che Egli «seppe farsi piccolo coi piccoli sapientemente» Questo è il nostro spirito, o miei cari figli in Gesù Cristo!”.

Volendo spronare a santa intraprendenza: “Studiamo bene i santi, e vedremo che essi furono i più grandi, i più veri RIFORMATORI, perché vissero di Dio, che è vita e non morte. Niente inerzia nei santi e niente melanconia. Si sa cosa dicesse in proposito San Filippo Neri; si sa cosa Francesco di Sales lasciò scritto: “Santo ignavo, niente santo; santo triste, tristo santo!”.

Per inculcare la serenità e piacevolezza del tratto apostolico, sempre Don Orione affermava: “Se vogliamo fare del bene e trarre specialmente i giovani al servizio del Signore, dobbiamo procurar d’imitare la serena e santa ilarità e piacevolezza di San Filippo Neri, di San Francesco di Sales del Cottolengo e di Don Bosco!”.

Contro il pettegolezzo e le malignità raccontava un famoso episodio. “San Filippo Neri, un Santo che la sapeva lunga – dicevano che era un po’ strano, ma intanto lo veneravano come il riformatore della fede, il riformatore della Chiesa in Roma – ad una signora che non sapeva tenere a posto la lingua… diede la penitenza di spennare una gallina, spargerne le penne per la strada e poi andarle a raccogliere… Non poté raccoglierle tutte e concluse: Così il vostro male si va allargando sempre più e quando vorrete ritirarlo, non lo potrete più”.

E ancora: “Senza mortificazione della gola non c’è nessuna virtù, e non c’è, soprattutto, castità. Per questo San Filippo Neri diceva: «datemi una persona mortificata nella gola ed io ne farò un Santo»”.

UN SONORO SCHIAFFO A SAN FILIPPO NERI…
La citazione esatta è «lo schiaffo è per me: adesso dammi la stoffa».
Appartiene a un famoso aneddoto sulla vita di San Filippo Neri: il Santo si fece dare un ceffone da un negoziante per placare una lite in cui un altro religioso era stato umiliato, riuscendo così a redimerlo con l’umiltà.
Un’altra celebre sberla della tradizione salesiana coinvolge invece Don Bosco, il quale, per sconfiggere “lo spirito maligno”, usava dare buffetti bonari e sonori schiaffi ai suoi ragazzi all’Oratorio di Torino.
Filippo cercava di provvedere ai suoi ragazzi in tutti i modi possibili e non esitava a bussare alle porte dei palazzi dei ricchi per farsi dare un aiuto.
Si narra che una volta, un ricco signore, infastidito dalle sue richieste, gli diede uno schiaffo. Il santo non si scompose: “Questo è per me – disse sorridendo – e ve ne ringrazio. Ora datemi qualcosa per i miei ragazzi”.

Circa il sentire umile di sé e il distacco dalle vanità, Don Orione ricordò che “quando a San Filippo Neri il Papa gli mandò il berretto cardinalizio pare che, presolo in mano e fattone una pallottola, lo lanciò in aria e lo rimandò poi dicendo: Io mi accontento del Paradiso”.
“San Filippo Neri diceva: datemi due dita di testa – della razionale –  e vi darò presto un santo. L’obbedienza è la via più breve, più sicura e più facile, è l’anello d’oro e la catena che per mezzo dei Superiori, ci tiene uniti a Dio e alla Chiesa”. Tanto è vero che, se il Papa gli avesse imposto il cardinalato senza appello, lui alla fine l’avrebbe preso solo per obbedienza. L’obbedienza al Papa fu un pilastro fondamentale nella sua vita, vissuta sempre in totale sottomissione e affetto filiale, bilanciata però dal suo tipico spirito giocoso attraverso il quale non esitava di dire ciò che pensava quando, certo governo pastorale del suo tempo, non andava affatto per il verso giusto!

Il suo legame con il Papato si espresse in momenti chiave che possiamo sintetizzare così:

  • Trasferimento alla Vallicella: Nel 1575, Papa Gregorio XIII affidò la chiesa di Santa Maria in Vallicella a Filippo e ai suoi sacerdoti. Nonostante vivesse felicemente a San Girolamo della Carità e avesse resistito a lungo, si trasferì nel 1583 esclusivamente per obbedienza al pontefice.
  • La dispensa papale: Quando un Papa impose a tutti i sacerdoti di indossare una cotta sopra la veste per ascoltare le confessioni, Filippo spiegò umilmente che gli era impossibile per motivi di salute. Il pontefice gli concesse un’eccezione speciale. Il motivo? Lo faceva per via del caldo soffocante causato dalle ore trascorse nel confessionale, aggravato dal suo stato di salute. Il Papa, a conoscenza della sua intensa attività e del suo stato fisico, gli concesse questa dispensa in via del tutto eccezionale.
  • Rifiuto del Cardinalato: Papa Clemente VIII volle nominarlo Cardinale per le sue grandi doti di mediatore. Filippo rifiutò l’incarico con una battuta umile: “Preferisco il Paradiso”, rimanendo un semplice prete, ma che l’avrebbe accolto solo il Papa glielo avesse imposto, obbligato.
  • L’Oratorio: Quando Gregorio XIII gli chiese di stabilire delle regole per la sua Congregazione, Filippo rispose: “Santità, per farsi obbedire servono poche regole. Io ne ho scelto una sola: la carità”.

TOGLIETEMI LE SCARPE!
E’ chiaro che per san Filippo l’umiltà fosse la virtù principale, specialmente per un uomo o una donna consacrata a Dio. C’era ai suoi tempi una religiosa che godeva di grande notorietà poiché si diceva avesse estasi e rivelazioni. Un giorno il Papa mandò proprio “Pippo bono” a verificare la santità della suora che si trovava in un convento nei pressi di Roma. Mentre Filippo era in cammino un violento temporale trasformò in fango la strada così che il santo arrivò a destinazione conciato male e con le scarpe tutte lorde. Quando giunse al suo cospetto la suora, a mani giunte e un’espressione ieratica, Filippo si sedette e, stese le gambe, disse: “Toglietemi le scarpe!”. Indignata per il trattamento, la suora restò ferma e lo guardò ma il santo non aggiunse altro: riprese il mantello e tornò a Roma a riferire al Papa che, secondo lui, una persona che non ha l’umiltà di mettersi al servizio di chi ha bisogno, non può essere una santa.

Non risultano, invece, critiche strutturate di San Filippo Neri nei confronti dell’episcopato o della Chiesa del suo tempo.
Il “secondo apostolo di Roma” scelse di non attaccare mai le gerarchie pur avendone avuto l’opportunità a causa della grave corruzione che affliggeva la gerarchia del suo tempo e non promosse riforme istituzionali, preferendo dedicarsi all’evangelizzazione e all’educazione dei giovani attraverso la Congregazione dell’Oratorio, la carità e la letizia. Più che con trattati severi, il santo correggeva gli alti prelati tramite battute ironiche o aneddoti sagaci, ricordando loro di non attaccarsi ai beni materiali e al potere mondano.
Lo zelo pastorale come esempio: Rispetto ad altri personaggi del Rinascimento, Filippo esercitava il suo “rimprovero” vivendo una vita di assoluta povertà ed evangelizzazione nelle strade di Roma, costringendo i vescovi a riflettere sulla loro ostentata opulenza e sul loro distacco dalla autentica vita del Vangelo e dal popolo.
Stima reciproca: Nutriva una profonda stima, invece, per i vescovi riformatori del suo tempo come San Carlo Borromeo, con il quale si confrontava e condivideva la passione per la riforma dei costumi ecclesiastici.

Tuttavia, il suo celebre metodo di evangelizzazione prevedeva un approccio molto scettico verso l’ambizione e il carrierismo ecclesiastico, un tratto che emerge chiaramente nei suoi aneddoti, per esempio:

  • L’episodio con Aurelio: Quando un giovane di nome Aurelio gli confidò, con evidente orgoglio, di voler diventare vescovo per poi intraprendere una carriera diplomatica, il Santo rispose provocatoriamente con il suo celebre: «E poi?», spingendolo a riflettere sull’inutilità del potere terreno di fronte al senso ultimo della vita.
  • A Roma, nel pieno della Controriforma, Filippo Neri preferì operare con dolcezza e umiltà piuttosto che con le polemiche, instaurando anche un rapporto di amicizia e dialogo con molti prelati del tempo e con gli stessi Papi, come Gregorio XIII. Cercava la via del dialogo, del motivare la correzione fraterna.

Papa Francesco, nel Messaggio per i 500 anni della nascita del Santo, osserva che “grazie anche all’apostolato di San Filippo l’impegno per la salvezza delle anime tornava ad essere una priorità nell’azione della Chiesa; si comprese nuovamente che i Pastori dovevano stare con il popolo per guidarlo e sostenerne la fede”.

Filippo fu un appassionato di Gesù Cristo e delle anime da orientare a Lui. “In punto di morte raccomandava: Chi cerca altro che Cristo, non sa quel che si voglia; chi cerca altro che Cristo, non sa quel che dimandi”.

San Filippo, evidenzia Papa Francesco, “nel suo metodo formativo, seppe servirsi della fecondità dei contrasti: innamorato dell’orazione intima e solitaria, egli insegnava nell’Oratorio a pregare in fraterna comunione; fortemente ascetico nella sua penitenza anche corporale, proponeva l’impegno della mortificazione interiore improntata alla gioia e alla serenità del gioco; appassionato annunciatore della Parola di Dio, fu predicatore tanto parco di parole da ridursi a poche frasi quando lo coglieva la commozione”.

Sua profonda convinzione era che il cammino della santità si fonda sulla grazia di un incontro — quello con il Signore — accessibile a qualunque persona, di qualunque stato o condizione, che lo accolga con lo stupore dei bambini”.

Con il suo «intensissimo affetto al Santissimo Sacramento dell’Eucaristia, senza del quale non poteva vivere», egli ci insegna che l’Eucarestia celebrata, adorata, vissuta è la fonte a cui attingere per parlare al cuore degli uomini. San Filippo si rivolgeva affettuosamente alla Madonna con l’invocazione «Vergine Madre, Madre Vergine», convinto che questi due titoli dicono l’essenziale di Maria”.

Il nucleo centrale del modo di pensare di Filippo lo troviamo nelle MASSIME, una raccolta di pillole di saggezza che proprio i suoi discepoli, testimoni del tempo, avevano pienamente raccolto e fatto proprio quale bussola per la propria vita. Per esempio:

  • Siate umili e state bassi;
  • L’uomo che non prega è un animale senza parola;
  • Non si diventa santi in quattro giorni, ma a poco a poco;
  • Cercate di essere umili, e quando cadete in qualche peccato, pensate che ciò sia avvenuto per la vostra superbia;
  • Chi vuol essere ubbidito, comandi poco;
  • Fuggite l’ozio come la peste;
  • Quando fai un servizio ad un malato, immagina che sia Cristo e così lo farai con amore;
  • Per aiutare il prossimo non bisogna avere né luogo né tempo per sé;
  • Si guardino i giovani dal desiderio della carne e i vecchi dall’avarizia;
  • Quando pregate non vi fissate troppo su un’immagine o un Crocifisso, perché si può cadere vittima di qualche illusione (attenzione non sta dicendo di non meditare un Crocefisso, le sue piaghe, la sua morte di croce, ma di non fissarsi per non alimentare la fantasia di facili suggestioni soprannaturali);
  • Per vincere le tentazioni della carne occorre fuggire le occasioni e l’ozio, non nutrire delicatamente il corpo assecondandolo, ma pregare, confessarsi e comunicarsi spesso;
  • Il Signore non manda un travaglio senza inviare poi una consolazione. Se arriva una difficoltà state allegri, arriverà anche la consolazione.

È ovvio che dietro l’arguzia di questi detti, vi è tutto il desiderio di consegnare ai fratelli ciò che era stato il suo stile di vita e la sua più autentica e intramontabile «fantasia pastorale», valida sempre, allora come oggi.

San John Henry Newman, convertitosi dall’anglicanesimo, trovò in San Filippo Neri il suo grande modello spirituale.
A Roma nel 1846 scelse di entrare nella Congregazione dell’Oratorio fondata dal Neri. Newman ne adottò il carisma e le costituzioni, fondando il primo Oratorio in Inghilterra nel 1848.
Entrambi i santi sono celebri per aver messo l’ascolto al centro del loro ministero.
Scrisse Newman di Filippo detto “Pippo buono”: “Amo un vecchio dal dolce aspetto, lo ravviso nel suo pronto sorriso, nell’occhio acuto e profondo, nella parola che infiamma uscendo dal suo labbro”.
Quali sono i punti di incontro così lontani e così vicini tra i due santi?
Dopo la sua conversione al cattolicesimo, Newman fu mandato a Roma, presso il Collegio di Propaganda Fide, per prepararsi al sacerdozio cattolico e trovare il suo posto nella Chiesa.
Cercò il contatto con diversi Ordini, ad esempio i passionisti e i gesuiti, ma poi prese conoscenza con gli oratoriani. Attirato dalla figura di Filippo Neri, fece un pellegrinaggio a San Pietro per alcuni giorni consecutivi e quindi decise di farsi oratoriano. Fu profondamente toccato dalla personalità, dal cuore, di san Filippo, dalla sua bontà e umiltà, dalla sua apertura al cuore di Dio, dai suoi legami d’amore con i fratelli, dalla sua capacità di parlare al cuore di tutti.
Quello che maggiormente lo colpì era “la Verità con la carità”, la sapienza in dottrina con il sale del sapore e la carità della dolcezza. Non fredde nozioni catechetiche, ma il Catechismo dato con il sapore della grazia e dell’amore che, come Filippo insegna, si ferma, ascolta il penitente, non lo sbriga in fretta, le penitenze sono date al “caso per caso”, ma dove per tutti non c’è che una strategia sempre valida in ogni tempo: l’Amore, la carità nell’insegnare, ammonire, correggere, accompagnando il penitente a trovare uno scopo nella sua vita, confidando nella bontà di Dio e nella Provvidenza, tanto da fondare, appunto, l’Oratorio.
Non a caso Newman, da cardinale, scelse il motto “Cor ad cor loquitur” (il cuore parla al cuore), ricavato proprio dalla testimonianza di san Filippo.

Infine, una curiosità: il “mistero” legato a San Filippo Neri ruota attorno al fenomeno mistico passato alla storia come la “Pentecoste di fuoco”.
Avvenuto la sera di Pentecoste del 1544, quando il santo aveva 29 anni, l’evento consistette in un globo di fuoco sceso dal cielo che gli entrò in petto attraverso la bocca. Tale fenomeno dilatò a tal punto il suo cuore da provocare la rottura e il sollevamento di due costole. Il battito accelerato e il calore di questo “cuore ardente” furono una costante che lo accompagnò per tutto il resto della vita.
Questo evento mistico fu confermato anche dai medici e dagli scienziati dell’epoca durante la prima autopsia, i quali constatarono la reale rottura delle costole e un’anomala dilatazione cardiaca.
Le spoglie del santo, comunemente noto come l’Apostolo di Roma, sono conservate e venerate all’interno del suo sarcofago nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella (detta la Chiesa Nuova), situata nel cuore del centro storico di Roma.
Filippo Romolo Neri (Firenze, 21 luglio 1515 – Roma, 26 maggio 1595) venne beatificato nel 1615 e proclamato santo da papa Gregorio XV nel 1622.
La sua Memoria liturgica è nel giorno della sua nascita al cielo, il 26 maggio.

Preghiera di san John Henry Newman

 O mio caro e santo patrono Filippo io mi butto fra le tue braccia e per amore di Gesù, per amore di quell’amore che fece di te un eletto ed un santo, io ti supplico di pregare per me, affinché come Egli ha condotto te al cielo, così a suo tempo conduca al cielo pure me.

Tu hai provato le tribolazioni ed i periodi di questa vita; tu conoscesti bene quale conto si debba fare agli assalti del maligno, degli scherni del mondo e delle tentazioni della carne e del sangue. Tu apprendesti quanto sia debole l’umana natura, e quanto sia traditore il cuore umano e questo ti ha colmato di una simpatia e di una compassione così tenera che anche ora godi della gioia di una gloria ineffabile e di una ineffabile beatitudine, puoi, io lo so, dedicare a me un pensiero.

Ricordati dunque di me, o mio caro san Filippo, ricordatene nonostante che io talvolta sembri dimenticarmi di te. Ottienimi tutte quelle cose che mi sono necessarie a perseverare nella grazia di Dio ed operare la mia salute eterna. Ottienimi mediante la tua potente intercessione, la forza necessaria a combattere una buona battaglia, a rendere testimonianza del mio Dio e della mia religione, in mezzo ai peccatori, la forza di reggere allorché Satana vorrebbe schernirmi o forzarmi a fare qualche cosa di male, la forza di superare me stesso, di fare tutto il mio dovere e così poter andare esente da colpa nel giorno del giudizio. Vaso dello Spirito Santo, apostolo di Roma, santo dei tempi primitivi, prega per me. Così io voglio, così sia! 1Pater, Ave e Gloria…

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