Pater Noster: non un problema di traduzione ma di comprensione

Lo spiega bene anche san Paolo: «Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1Cor.10,12-13). Inoltre, il messaggio che si è fatto passare è che la Chiesa Cattolica “ha sbagliato” per duemila anni sulla traduzione. La conseguenza di questa scelta è apocalittica! Se la Chiesa e la Tradizione ha sbagliato su questa traduzione, chi ci dice che non abbia sbagliato nel resto?

Risuonano come una eco assordante i tentativi, antichi e nuovi, di voler cambiare le parole finali del Padre Nostro e diverse sono state le reazioni in difesa della frase scelta dalla Tradizione della Chiesa, vedi qui il domenicano Padre Riccardo Barile, e vedi qui per una comprensione più tecnica della traduzione.

TRADIZIONE DELLA CHIESA

Sì, purtroppo è chiaro il disegno avviato da Lutero e dal protestantesimo di voler modificare la traduzione per motivazioni legate alla sofferenza dell’uomo, alla sua conversione, alla prova che deve affrontare se vuole diventare Santo e, di conseguenza, alla Croce. Infatti così sottolinea Padre Riccardo Barile:

“Il termine usato nel Padre nostro sia in Mt 6,13 sia in Lc 11,4, è l’aoristo attivo del verbo “eis-fero” (εσενέγκς” – eisenekes), che alla lettera significa “portare verso/dentro” e quindi introdurre/indurre. Sono interessanti gli usi – pochi – dello stesso verbo nel Nuovo Testamento con il senso inequivocabile di portare dentro.”

L’errore che la maggior parte della gente tende a portare avanti è quel giustificare il cambiamento della frase perché, dicono: “non è Dio che ci induce alla tentazione”. Bene! Uno si ferma un attimo e chiede con coscienza: ” ma quando mai la Chiesa ha detto il contrario? MA LO LEGGETE IL CATECHISMO? Lo avete mai letto per davvero?”

Da sempre, la Tradizione della Chiesa, attraverso i Padri, i Dottori e santi esegeti, ha cercato di comprendere e trasmettere il senso della frase e non di tradurla “secondo la personale comprensione”. Quanto sta accadendo da ieri con Lutero, ed oggi con il Modernismo che regna nella Chiesa, è un tentativo squallido e perverso di voler andare a toccare il “senso delle Scritture” pur di non fare la fatica di studiare cosa ci dicono quelle parole, e in quale modo viverle nella nostra quotidianità.

Discutere sulle varie TRADUZIONI ha poco senso perché gli stessi Padri della Chiesa compresero da subito la difficoltà della comprensione della frase, e furono ispirati quando compresero che bisognava lavorare sul suo significato e non già sulla traduzione. Se si studiasse la storia dell’esegesi biblica si comprenderebbe subito che TUTTI GLI ERETICI hanno sempre tentato di modificare l’interpretazione usata dalla Chiesa Cattolica, sempre…. e non c’è una sola eccezione. Bisognerebbe perciò concentrarsi sulla triste realtà che a dar fastidio non è una traduzione, ma LA COMPRENSIONE DOTTRINALE di una traduzione scelta dalla Chiesa.

Dice san Paolo: “Tutto mi è lecito, ma non tutto giova….” (1Cor.6,12). Se i commenti e le dispute sulla traduzione al Padre nostro sono innumerevoli, non è stata invece rivolta la dovuta attenzione all’impatto che la “preghiera di Gesù”, tramandata dalla Tradizione della Chiesa, ha avuto sulla vita dei Santi, per il suo autentico significato. Non possiamo sottovalutare che da ben duemila anni, tutta la Chiesa sparsa nel mondo, prega e canta all’unisono, con un cuor solo e una anima sola, la medesima versione del Pater Noster, concludendo con il “così sia”.

Tanto per fare un esempio, leggiamo riguardo ad Abramo: «Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”» (Gn.22,1). Forse che Dio inducesse Abramo alla tentazione? La risposta ce la offre Giacomo: «nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male»(Gc.1,13), né Abramo ha mai pensato che Dio lo volesse portare alla tentazione, ma piuttosto, attraverso QUELLA PROVA, egli dimostrerà a Dio la sua Fede in Lui, e Dio gli dimostrerà la Sua fedeltà e la Sua promessa. Su questa lunghezza d’onda si deve leggere il libro di Giobbe e la frase del Pater Noster.

Dal 2008 invece, complice la scelta della CEI – per l’Italia – di rifare la traduzione biblica senza tener conto del Catechismo della Chiesa Cattolica, leggi qui, e del desiderio di Benedetto XVI a “non modificare” il finale del Padre Nostro, assistiamo oggi ad una vera Babele della Preghiera più bella che Gesù stesso ci ha insegnato. Benedetto XVI, nel Gesù di Nazaret, vedi qui, ha tentato di spiegare come la frase tradotta dalla Chiesa abbia il suo “senso delle Scritture” e, da Pontefice regnante, impedì che la nuova traduzione della CEI venisse usata durante la Messa, in modo tale che tutto il “popolo di Dio” potesse continuare a pregare INSIEME CON LE MEDESIME PAROLE DELLA TRADIZIONE.

Da qualche anno assistiamo ad un vero ammutinamento perchè, la nuova traduzione, è stata ora imposta e chi assiste alla Messa sentirà, al termine della Preghiera di Gesù, la vera Babele di una frase conclusiva non più comprensibile, dove ognuno dice e ripete a pappagallo una frase che non solo continua a non comprendere, ma diversa a seconda di come la ripete il fedele. Non lo diciamo per sentito dire, alla Messa il finale del Padre Nostro che ne scaturisce è il conseguente coro: «non abbandonarci alla tentazione (ma liberaci dal male)», la nuova versione CEI; con quanti continuano nella tradizione «non indurci in tentazione (ma liberaci dal male)», imponendo a questi ultimi l’obbligo di doversi adeguare alle mode dei tempi, “stanchi di udire la solita dottrina” (2Tim.4,1-5).

Inoltre, il messaggio che si fa passare è che la Chiesa Cattolica “ha sbagliato” per duemila anni sulla traduzione. La conseguenza di questa scelta è apocalittica! Se la Chiesa e la Tradizione ha sbagliato su questa traduzione, chi ci dice che non abbia sbagliato nel resto?

A dirlo, per altro, fu un articolo di Famiglia Cristiana del 2013 che affermava quanto segue: “Quanto alla terza e ultima versione della frase Padre nostroaiutaci nella tentazione», oppure «non abbandonarci alla tentazione»), si riconduce ad un lettura non tanto letterale quanto interpretativa della preghiera del Signore, per venire incontro ad una lettura più adatta ai nostri tempi…

E dunque una nuova traduzione PIU’ ADATTA AI NOSTRI TEMPI? E da quando in qua, la Sacra Scrittura la si interpreta a seconda delle mode e dei tempi? E’ evidente, allora, che il cambiamento riguarda quel “prurito di cose nuove… stanchi di udire la solita dottrina” (2Tim.4,1-5). Il Canone della Scrittura fu chiuso una volta per tutte dalla Chiesa Cattolica e da allora, più che alla traduzione si è dato spazio alla comprensione del senso delle Scritture, compito affidato da Cristo alla Sua Chiesa.

Quanto sta accadendo fu già denunciato da Leone XIII prima, da Pio XII e da Benedetto XVI poi come “archeologismo esegetico della Scrittura” nel Documento Verbum Domini, dove leggiamo: “San Girolamo ricorda che non possiamo mai da soli leggere la Scrittura. Troviamo troppe porte chiuse e scivoliamo facilmente nell’errore… Un’autentica interpretazione della Bibbia deve essere sempre in armonica concordanza con la fede della Chiesa cattolica. Così san Girolamo si rivolgeva ad un sacerdote: «Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la sana dottrina e confutare coloro che la contraddicono».” (n.30)

Santa Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa, sul Padre Nostro insegnava alle discepole: «Non pensavo nemmeno che questa preghiera potesse racchiudere così grandi segreti. Eppure contiene tutta la vita spirituale, dal suo punto di partenza fino a quello in cui l’anima si immerge in Dio, e Dio l’abbevera in abbondanza di quell’acqua viva che si trova soltanto al termine del cammino…. Tra coloro che recitano come si deve il Padre nostro, sono così pochi quelli che si lasciano ingannare dal demonio…».

Quel “non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Male”: è il punto di partenza è l’affrancamento da ogni schiavitù di male e il superamento delle tentazioni. Superata la prova allora diventa effettiva quella supplica che Gesù ci ha insegnato nel suo Getsemani: “Sia fatta la tua volontà“. Il contenuto della Preghiera del Padre Nostro, che Gesù stesso ha voluto insegnarci e che, molto probabilmente era la Sua Preghiera al Padre, reca in se stessa una profonda teologia celeste atta proprio ad evitare che l’uomo, con il passare dei tempi, vi introducesse un’altro pensiero.

Infatti, l’essenza di questa Preghiera contiene piuttosto LA VOLONTA’ DIVINA, la volontà del Padre al quale ricorriamo, come spiegherà bene san Tommaso d’Aquino nel suo commento a questa Preghiera: bisogna rilevare che nella Preghiera del Signore sono contenute tutte le cose da desiderare e tutte quelle da fuggire. Benedire il Suo Nome, attendere e desiderare il Suo regno, che si compia la Sua volontà, che non ci faccia mancare il pane sia quello in sostentamento del corpo, quanto maggiormente il Pane della vita, che ci perdoni come noi perdoniamo agli altri, e che ci sostenga NELLE PROVE CHE EGLI VORRA’ MANDARCI, liberandoci dal male, dal demone, dal fallimento, dalla disperazione, dal suicidio… le cui espressioni non indicano un puro desiderio condizionato alla fallibile volontà dell’uomo, ma contengono un’affermazione di fede nella quale si riflettono gli immutabili disegni divini.. e conclude san Tommaso d’Aquino: “Il terzo bene è costituito dalla giustizia e dalle opere buone, e a questo bene sono contrarie le tentazioni, perché esse ci impediscono di fare il bene. Per rimuovere questo male chiediamo: “non ci indurre in tentazione”. Il quarto bene sono le cose necessarie alla vita, alle quali si oppongono le avversità e le tribolazioni. Per rimuoverle chiediamo: liberaci dal male. Amen”.

Del resto Gesù stesso afferma che: “senza di me non potete far nulla” (Gv.15,1-8). Non c’è comunque nessun errore da correggere alla scelta della Tradizione della Chiesa, tutte queste traduzioni sono oggi ulteriormente incomplete e frutti del tempo caotico in cui ci si vuole esprimere. Tutto sta a vedere che cosa intendiamo con la parola «tentazione», o per meglio dire «prova», tutto il resto è solo frutto della grave apostasia che stiamo vivendo con la quale si pretenderebbe di piegare la Parola di Dio attraverso traduzioni sempre più “umanizzate”, calate all’interno della comprensione umana, mentre dovrebbe accadere il contrario: la Parola di Dio è perfetta ed è l’uomo di ogni tempo a  dover fare lo sforzo di comprenderla, e non piuttosto di modificarla per renderla più comprensibile.

Infine deve essere insegnato, visto che oggi si dispensa con tanto buonismo e faciloneria la misericordia di Dio, che è proprio quella frase del Pater Noster che spiega l’intervento misericordioso di Dio vero le nostre debolezze. Dopo la Preghiera del Padre Nostro, infatti, così prega il Sacerdote:

Libera nos, quaesumus, Domine, ab omnibus malis, da propitius pacem in diebus nostris, ut, ope misericordiae tuae adiuti, et a peccato simus semper liberi et ab omni perturbatione securi: exspectantes beatam spem et adventum Salvatoris nostri Iesu Christi.

Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni; e con l’aiuto della tua misericordia, vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza, e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo.

Tuo é il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli.

Possiamo offrire un consiglio ai nostri lettori:

impariamo il Pater Noster in latino, la lingua di san Girolamo e dei nostri Padri, e non lasciamoci cadere nella tentazione di cambiare la Preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato e che i Santi hanno recitato anche per noi, oggi, e per i Cristiani di domani. Leggiamo nella prima Lettera di san Paolo ai Corinti: “Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1Cor.10,12-13). Quando preghiamo: “Liberaci dal male (o dal maligno)” dobbiamo renderci conto a quale male andiamo incontro quando ci imbattiamo in satana. Quest’ultima invocazione al Padre nostro è seria e grave: chiediamo al Padre di essere liberati dal potere delle tenebre, dalla dannazione, dalla morte eterna. Tutti, prima o poi, avremo il nostro Getsemani, la nostra parte di tentazioni, le prove da superare e di pericoli mortali. La vita è una guerra continua e per salvarci dobbiamo combattere e vincere. Noi siamo tanto deboli e i nemici sono molti e assai forti. Ma attraverso la preghiera il Signore ci darà quella forza che noi non abbiamo.

Pater Noster qui es in cælis: sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.

Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimítte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;

et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo. Amen.

Laudetur Jesus Christus

AGGIORNIAMO con un bellissimo articolo di Padre Giovanni Scalese, vedi qui, sullo stesso argomento.

Vi offriamo in video il Pater Noster recitato dal Venerabile Pio XII, san Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI. Restiamo saldi e radicati nella Fede che abbiamo ricevuto, per noi oggi e per i cristiani che verranno dopo di noi.