La questione petrina, oggi, l’emerito (e il caso Don Minutella)

“La BATTAGLIA INAUDITA che si sta combattendo all’interno della Chiesa (per altro tra Maria Santissima e il Demonio USURPATORE ed ingannatore), non mette fuori gioco il papa regnante succeduto al RINUNCIATARIO, al contrario.. LO COINVOLGE NELLE SUE RESPONSABILITA’….”

Prendendo in prestito il testo di padre Pablo Martin e del vescovo mons. Carlo Maria Viganò, diretto proprio al Papa e ai confratelli…. vogliamo chiarire, una volta per tutte, la “questione petrina, oggi”… e cioè come in questa grave crisi e confusione nella Chiesa, abbiamo il dovere e il coraggio di difendere non soltanto la SEDE PETRINA…. ma soprattutto la SUCCESSIONE APOSTOLICA da ogni fraintendimento e facili conclusioni che però… non sono sempre quelle giuste. In una parola: il Papa regnante, che piaccia o meno… è Bergoglio, papa Francesco. E questo se non altro in rispetto stesso della SCELTA FATTA DA BENEDETTO XVI che non solo o semplicemente ha “rinunciato” ad essere il Papa, ma che ha RICONOSCIUTO come legittimo il suo Successore.

Questo non inficia IL DOVERE che TUTTE le Membra della Chiesa hanno di correggere un Papa che sbaglia…  non mette il silenziatore alle Membra con la copertura di una INFALLIBILITA’ papale snaturalizzata e strumentalizzata…. a volte, oggi, appare più facile prendere le distanze e disconoscere anche un superiore legittimo, piuttosto che CORREGGERLO…. mantenendo incorrotta quella SUCCESSIONE APOSTOLICA che non riguarda solo gli elettori cardinali in un conclave, ma che sempre segue anche QUELLA LOGICA DIVINA E QUEL VOLERE DIVINO che troppo spesso accantoniamo. Si legga anche qui la CRISI LITURGICA nella Chiesa, come è cominciata e cosa stiamo subendo oggi….; ed anche qui: La Messa è una cum Papa… o con Gesù Cristo nella Presenza reale?

Se la Vergine Santa in molte occasioni, e specialmente a Fatima ha promesso un trionfo dopo mille tribolazioni e tradimenti…. non può che significare che questa “falsa chiesa, la chiesa delle tenebre” come la vide la beata Emmerich, E’ ESSA STESSA PERMESSA DA DIO… “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore…” (Is.55,8). Il Papa che sbaglia, il prelato ignavo e traditore, così come per noi Membra laiche quando pecchiamo e non ci convertiamo…. non saremo giudicati FUORI della Chiesa vera, una cattolica, santa ed apostolica… ma da DENTRO…. quale Membra traditrici…..

Al tempo stesso NON ESISTE UN “PAPATO EMERITO…. Scriveva Paolo VI, in un suo saggio sulla figura del vescovo emerito, come il: non essere soggetto alla normativa di cui al can. 401 in primis «il Romano Pontefice» (G. P. MONTINI, «Il vescovo diocesano a settantacinque anni è pregato di presentare rinuncia». Considerazioni sul canone 401 § 1, in G. CANOBBIO – F. DALLA VECCHIA – G. P. MONTINI, Il Vescovo e la sua Chiesa. Quaderni teologici del Seminario di Brescia, Brescia, 1996, pp. 215 ss., partic. 236). Mentre un vescovo e persino un Papa possono dare le dimissioni (la famosa Rinuncia) prevista anche per il Papa nel Diritto Canonico, ciò che non può essere accettato è un “papa emerito”, poiché il suo stesso ministero sarebbe equiparato allo stesso di un qualsiasi vescovo nella sua diocesi. Come del resto spiegava molto bene qui il Cardinale Brandmuller a riguardo della Rinuncia del Papa e della sua nuova posizione interna alla Chiesa.

 La BATTAGLIA INAUDITA che si sta combattendo all’interno della Chiesa (per altro tra Maria Santissima e il Demonio USURPATORE ed ingannatore), non mette fuori gioco il papa regnante succeduto al RINUNCIATARIO, al contrario.. LO COINVOLGE NELLE SUE RESPONSABILITA’…. così come, però, dall’altra parte il Rinunciatario non è un “emerito”, non è un papa “in pensione” o “orante” mentre l’altro gestisce la Chiesa. Non conosciamo le motivazioni che hanno spinto Benedetto XVI a questa situazione, tante sono le interpretazioni ed ognuno è libero di farsi l’idea che vuole, a patto che non si inventino nuovi ruoli e non si finisca con il modificare il ruolo petrino, come da anni l’ala Modernista sta tentando di fare perché, Vangelo e Tradizione alla mano, un “papato allargato” non esiste…. è eresia. Diverso è accettare, tollerando al momento questa situazione che è anomala, ma proprio perchè anomala non deve diventare una nuova regola… Si legga anche qui l’ultimo intervento sul tema:

La Rinuncia di Benedetto XVI e il cardinale Brandmüller

 

(riportava Sergio Mura) De Mattei scriveva in un suo saggio: «Se il papa che rinuncia al pontificato mantiene il titolo di emerito, vuol dire che in qualche misura resta papa. È chiaro in-fatti che nella definizione il sostantivo prevale sull’aggettivo. Ma perché è ancora papa dopo l’abdicazione? L’unica spiegazione possibile è che l’elezione pontificia gli abbia impresso un carattere indelebile, che non si perde con la rinuncia. L’abdicazione presupporrebbe in questo caso la cessione dell’esercizio del potere, ma non la scomparsa del carattere pontificale. Questo carattere indelebile attribuito al papato può essere spiegato a sua volta solo da una visione ecclesiologica che subordini la dimensione giuridica del pontificato a quella sacramentale. È possibile che Benedetto XVI condivida questa posizione, […], ma l’eventualità che egli abbia fatta propria la tesi della sacra-mentalità del papato non significa che essa sia vera» .

e ancora:  «Il papa non è […] un supervescovo, né il punto di arrivo di una linea sacramentale che dal semplice prete, passando per il vescovo, ascende al sommo pontefice. L’episcopato costituisce la pienezza sacramentale dell’ordine e dunque al di sopra del vescovo non esiste alcun carattere superiore che possa venire impresso. Come vescovo il papa è uguale a tutti gli altri vescovi. Ciò per cui il papa sovrasta ogni altro vescovo è la missione divina che da Pietro si trasmette ad ogni suo successore, non per via ere-ditaria, ma attraverso l’elezione legittimamente svolta e liberamente accettata. […] Il primato del papa non è sacramentale ma giuridico. Esso consiste nel potere pieno di pascere, reggere e governare tutta la Chiesa, ossia nella giurisdizione suprema, ordinaria, immediata, universale e indipendente da ogni altra autorità terrena».

Buona meditazione attraverso un testo di Don Pablo Martin che abbiamo riprodotto anche qui in video audio:

anche con un secondo video che non va disgiunto da quello precedente: Con Don Ariel, spieghiamo ché Don Minutella, sul Papa, non ha ragione. L’articolo di cui si parla lo troverete qui dall’Isola di Patmos:

 


ed un ultimo audio: PAPATO ALLARGATO?? E’ ERESIA!

https://www.spreaker.com/episode/17185387

 

 

 


 

PIETRO, “SEGNO DI CONTRADDIZIONE”

Pablo Martin – 29 Giugno 2005

Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello”… all’interno della Chiesa!

Vediamo oggi la Chiesa ridotta a poco più di un’organizzazione umana e le dichiarazioni e le celebrazioni ufficiali non riescono a nascondere le sue piaghe. Come Gesù flagellato. E il suo Corpo Mistico. “La testa è tutta malata, tutto il cuore langue. Dalla pianta dei piedi alla testa non c ’è in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né curate con olio” (Is 1, 5-6). L’intero corpo è febbricitante e ferito, e noi vogliamo che la testa, il capo, sia bello, sorridente, profumato e ben pettinato? Che non abbia a volte vertigini e tremiti? Ma non è colpa sua: è dovuto al ruolo di persona pubblica, che occupa. A causa dei peccati delle membra, Dio è costretto a ritirare a momenti la sua Luce, la sua Grazia, al Pastore. “La collera del Signore si accese di nuovo contro Israele e incitò Davide contro il popolo…” (2Sam 24, 1). Davide fece un censimento – orgoglio e abuso del potere – e “così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato: morirono settantamila persone del popolo” (v. 15).

Queste considerazioni sono solo per chi ha il bene della Fede, per non scandalizzarci – come si scandalizzarono di Cristo gli stessi Apostoli la notte della Passione-, per non giudicare la coscienza altrui e non incorrere noi stessi in una condanna, anzi, per uscire rafforzati nella Fede: “Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino non vi entrerà” (Lc 18,17).

IL MISTERO DEI ROMANI PONTEFICI, “SEGNO DI CONTRADDIZIONE”,

ALLA LUCE DELL’APOSTOLO PIETRO

1 – Discepolo di Cristo. Simon Pietro è stato scelto dal Signore, non dagli uomini “riuniti in conclave”. È stato sempre così. Giovanni ricorda il primo incontro con Gesù, quello che non si scorda mai: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)” (Gv 1, 42). Dopo alcuni giorni Gesù, passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e suo fratello Andrea, mentre gettavano le reti in mare, poiché erano pescatori, e li chiamò: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1, 16-17). “Non voi avete scelto Me, ma Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16).

Il vero discepolo ha in sé qualcosa di inconfondibile, anche quando cerca di passare inosservato: “Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: Anche tu sei con il Nazareno, con Gesù” (Mc 14, 66-67).

2 – Amico di Cristo. Grandezza e debolezza di Simon Pietro. La sua fede è un dono del Padre: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù rispose: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei Cieli. – Il Padre gli ha messo in bocca quelle parole – E Io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei Cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei Cieli” (Mt 16, 16-19).

E subito dopo, quando Gesù annuncia la sua Passione, Pietro si sente con titoli sufficienti per correggere Gesù, dicendo: “Dio te ne guardi, Signore! Non sia mai che questo ti accada!”. E Gesù, sentendo l’insidia del tentatore dietro le parole dell’amico, rispose come un fulmine: “Lungi da Me, satana! Tu Mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mt 16, 21-23). Anche Satana, per una sorta di par conditio, gli ha messo in bocca queste altre parole.

Mi domando: era Pietro o era Simone che parlava?

Ecco il paradosso, ecco la sfida di Dio: Simon-Pietro. E dopo di lui, la sfida si ripete: “Roncalli-Giovanni XXIII”, “Montini-Paolo VI”, “Wojtyla-Giovanni Paolo II”, “Ratzinger-Benedetto XVI”…

Due personaggi in una sola persona, sabbia mobile e roccia insieme, l’uomo naturale e l’uomo sorretto da Dio, l’uomo vecchio e l’uomo nuovo in Cristo! Chi si può fidare di lui? Nessuno! Soltanto Dio! Dio si è legato a Pietro: “Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il girano; ma Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede, e tu, una volta ravveduto – sapeva che avrebbe avuto bisogno di ravvedersi di qualcosa – conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31-32). Ma il Signore ha messo un’ipoteca su Pietro: ha garantito che egli avrebbe conservato “il dogma della Fede”, malgrado i suoi peccati e i suoi eventuali errori privati.

«Pietro allora Gli disse: “Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò”. Gesù gli disse: “In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte”. Ma egli, con grande insistenza, diceva: “Se anche dovessi morire con Te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dicevano tutti gli altri» (Mc 14, 29-31)… «Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: “Tu sei certo di quelli, perché sei galileo”. Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo che voi dite”» (Mc 14, 70-71).

Questa fu per lui ed è per noi una grande lezione del primo Papa. Mi domando di nuovo: forse il suo giuramento fu un atto di Magistero? Restò allora “la sede vacante”???

Carisma unico. Dio stesso risponde della fede di Pietro! Egli parla ancora a nome di tutti noi: «Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che Tu sei il Santo di Dio”» (Gv 6, 67-69)

3 – Vicario di Cristo. Missione e carisma unico di Pietro. L’amore di Pietro. Anche nella risposta all’Amore di Cristo, Pietro risponde a nome di tutti noi. Presso la Sposa, Pietro rappresenta lo Sposo, Cristo. Presso lo Sposo, Pietro rappresenta la Sposa, la Chiesa. “Simone di Giovanni, Mi ami tu più di costoro?”. “Certo, Signore, Tu sai che ti amo”. Gli disse Gesù: “Pasci i miei agnelli” (Gv 21, 15 ss.). Come dire: “Allora, ama come Me e con Me i miei agnelli”. Questa domanda non la fa a Giovanni, non occorreva; la fa a Pietro, a motivo di dover essere lui “il dolce Cristo sulla terra”, come santa Caterina di Siena chiamava il Papa.

“…E beato chi non si scandalizza di Me” (Lc 7,23)

“Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” (1Cor 4, 5).

«Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo».

Era il 7 maggio 2005. Benedetto XVI, eletto papa il 19 aprile, diceva così nell’omelia per la messa nel giorno dell’insediamento sulla cattedra del vescovo di Roma, nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Oggi, nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa della Cattedra di San Pietro, quelle parole risuonano nelle menti e nei cuori come un richiamo del quale fare tesoro.

***

Sono passati più di tredici anni da quando scrissi queste riflessioni. Oggi, 22 Febbraio 2019, aggiungo quest’altra:

“In comunione con…”

Leggiamo negli Atti degli Apostoli (23, 1-5):

“Con lo sguardo fisso al sinedrio Paolo disse: «Fratelli, io ho agito fino ad oggi davanti a Dio in perfetta rettitudine di coscienza». Ma il sommo sacerdote Anania ordinò ai suoi assistenti di percuoterlo sulla bocca. Paolo allora gli disse: «Dio percuoterà te, muro imbiancato! Tu siedi a giudicarmi secondo la legge e contro la legge comandi di percuotermi?». E i presenti dissero: «Osi insultare il sommo sacerdote di Dio?». Rispose Paolo: «Non sapevo, fratelli, che è il sommo sacerdote; sta scritto infatti: Non insulterai il capo del tuo popolo»”.

Se io avessi autorità per farlo, stabilirei che nella Messa, come in altre preghiere, non fosse detto il nome della persona che occupa al presente il posto di “nostro Papa” o di “nostro Vescovo”, perché dobbiamo essere in comunione con il ruolo di autorità che svolge, indipendentemente da chi sia lui personalmente, da come lo svolga, da come parli e da come governi, o dal modo come sia arrivato a quel posto. Oggi è uno, domani sarà un altro, e forse tra l’uno e l’altro ci sarà un tempo in cui non ci sarà nessuno. Quindi, non è con il superiore di turno che sono in comunione (potrei sentirmi poco o molto in comunione con lui personalmente), ma con Colui che (degnamente o indegnamente) egli rappresenta.

Insomma, se nella Messa dico – come è prescritto finora – “in comunione con il nostro Papa F. e il nostro Vescovo L”, sono cosciente di quello che intendo dire, sebbene non conviene dare spiegazioni alla gente, perché molti non capirebbero e sarebbe inutile provocare confusione. Credo che il Signore questo, da me, non lo vuole. Devo fare, in questo come in altre cose, una restrizione mentale, per quanto possa essere per me dolorosa.

Quanto a dire, come alcuni propongono, “in comunione con il nostro Papa Benedetto… ”, per quanto lo amo e mi sento in comunione con il suo pensiero, non ritengo che sia questa la soluzione, 1°) perché pur essendo sempre Papa (Vicario di Cristo, come Pietro) non ha più il ruolo di autorità, di governo, avendone rinunciato; e 2°) per la ragione detta prima, cioè, che non è comunione con lui come persona, ma con il ruolo che svolge.

La soluzione al problema della situazione di confusione e di contraddizione nella dottrina, in cui si trova la Chiesa, di giorno in giorno più drammatica, non può venire da me (ovvio) né dagli eminentissimi che hanno provato in più modi, inutilmente, di fermare l’affondamento. Non è una lotta umana che si possa combattere a colpi di ragionamenti né con mezzi umani; è guerra di spiriti, di “regno contro Regno”, nella quale servono soltanto le armi dello Spirito, da mettere sulla bilancia dal lato di Dio, l’unico che può fermare a modo Suo la catastrofe, e che a suo tempo la fermerà.

La soluzione, per quanto ci riguarda personalmente ad ognuno di noi, è molto semplice: se io mangio, non è che un altro fa la digestione. Intendo dire: la mia fede – che è comunione piena con la Fede della Chiesa una, Santa, Cattolica e Apostolica – non dipende dal Vaticano né da altri. Nessuno deve rendere conto a me, né io agli altri, ma tutti dobbiamo rendere conto a Dio. “Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo” (Gal 1, 11-12). Vale a dire: la mia Fede non dipende dagli uomini, ma è un dono preziosissimo ricevuto per grazia da Dio; da me dipende accoglierlo e corrispondere a tale grazia.

“A un altro Gesù disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu vai e annunzia il Regno di Dio»” (Lc 9, 59-60).

***

Messaggio che l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha scritto indirizzandolo al Pontefice e ai vescovi riuniti nel vertice in Vaticano nella giornata in cui si ricorda San Pietro Damiano, un grande santo che si batte contro l’omosessualità e la simonia nella Chiesa.

Non possiamo evitare di vedere come un segno della Provvidenza che voi, Papa Francesco e Fratelli Vescovi che rappresentano l’intera Chiesa, vi siate riuniti proprio nello stesso giorno in cui celebriamo la memoria di San Pietro Damiano. Questo grande monaco nell’XI secolo ha messo tutta la sua forza e il suo zelo apostolico nel rinnovare la Chiesa nel suo tempo, così profondamente corrotto dai peccati di sodomia e simonia. Lo fece con l’aiuto di fedeli Vescovi e laici, in particolare con l’appoggio dell’abate Hildebrand dell’Abbazia di San Paolo extra muros, il futuro Papa San Gregorio Magno.

Consentitemi di proporre per la nostra meditazione le parole del nostro caro Papa Emerito Benedetto XVI indirizzate al popolo di Dio nell’udienza generale di mercoledì 17 maggio 2006, commentando proprio il brano del Vangelo di Marco 8, 27-33 che abbiamo proclamato nella messa di oggi.

“Pietro doveva vivere un altro momento importante del suo viaggio spirituale vicino a Cesarea di Filippo quando Gesù chiese ai discepoli una domanda precisa: “Chi dicono che io sia?” (Mc 8,27). Ma per Gesù il “sentito dire” non era sufficiente. Voleva da coloro che avevano accettato di essere personalmente coinvolti con lui una dichiarazione personale della loro posizione. Di conseguenza, ha insistito: “Ma tu chi dici che io sia?” (Mc 8,29).

Fu Pietro a rispondere a nome degli altri: “Tu sei il Cristo” (ibid), Cioè il Messia. La risposta di Pietro, che non gli è stata rivelata da “carne e sangue” ma gli è stata data dal Padre che è nei cieli (cfr. Mt 16, 17), contiene come in un seme la futura confessione di fede della Chiesa. Tuttavia, Pietro non aveva ancora capito il contenuto profondo della missione messianica di Gesù, il nuovo significato di questa parola: il Messia.

Lo dimostrò un po’ più tardi, deducendo che il Messia che sta seguendo nei suoi sogni è molto diverso dal vero piano di Dio. Rimase scioccato dall’annuncio della Passione del Signore e protestò, scatenando una vivace reazione da parte di Gesù (cfr. Mc 8, 32-33).

Pietro voleva come Messia un “uomo divino” che soddisfacesse le aspettative del popolo imponendo il suo potere su tutti: vorremmo anche noi che il Signore imponesse il suo potere e trasformasse il mondo all’istante. Gesù si è presentato come un “Dio umano”, il Servo di Dio, che ha rovesciato le aspettative della folla seguendo un percorso di umiltà e sofferenza.

Questa è la grande alternativa che dobbiamo imparare più e più volte: o dare priorità alle nostre aspettative e rifiutare Gesù; o accettare Gesù nella verità della sua missione e mettere da parte le aspettative troppo umane.

Pietro, impulsivo com’era, non esitò a prendere da parte Gesù e lo rimproverò. La risposta di Gesù demolì tutte le sue false aspettative, chiamandolo alla conversione e a seguirlo: “Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8, 33). Non sei tu che devi mostrarmi la strada. Prendo la mia strada e tu dovrai seguirmi.

Pietro apprese così che cosa significa seguire Gesù in realtà. Era la sua seconda chiamata, simile a quella di Abramo in Genesi 22, dopo quella in Genesi 12: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. [8.35] Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Mc 8, 34-35). Questa è la regola esigente della sequela di Cristo: bisogna essere in grado, se necessario, di rinunciare al mondo intero per salvare i veri valori, per salvare l’anima, per salvare la presenza di Dio nel mondo (cfr. Mc 8, 36-37). E sebbene con difficoltà, Pietro accettò l’invito e continuò la sua vita sulle orme del Maestro.

E mi sembra che queste conversioni di San Pietro in diverse occasioni, e la sua intera figura, siano una grande consolazione e una grande lezione per noi. Anche noi abbiamo un desiderio per Dio, anche noi vogliamo essere generosi, ma anche noi ci aspettiamo che Dio sia forte nel mondo e che trasformi il mondo subito, secondo le nostre idee e i bisogni che percepiamo.

Dio sceglie un modo diverso. Dio sceglie la via della trasformazione dei cuori nella sofferenza e nell’umiltà. E noi, come Pietro, dobbiamo convertirci, ancora e ancora. Dobbiamo seguire Gesù e non andare davanti a lui: è lui che ci indica la via.

E così che Pietro ci dice: pensi di avere la ricetta e che spetta a te trasformare il cristianesimo, ma è il Signore che conosce la strada. E il Signore che mi dice, che ti dice: seguimi! E dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di seguire Gesù, perché è la Via, la Verità e la Vita”.

Maria, Mater Ecclesiae, Ora pro nobis, Maria, Regina Apostolorum, Ora pro nobis. Maria, Mater Gratiae, Mater Misericordiae, Tu nos ab hoste protege et mortis hora suscipe.

+ Carlo Maria Viganò – Tit. Arcivescovo di Ulpiana – Nunzio Apostolico

21 febbraio 2019 – Memoria di San Pietro Damiano


Non c’è posto per un papa emerito

(di Francesco Colafemmina su Fides et Forma)

Professore, io e lei abbiamo un’ unica scelta: lei mi deve curare e io devo guarire, perche’ non c’ e’ posto per un Papa emerito“.

Così parlò il Beato Giovanni Paolo II al chirurgo Giovanni Fineschi nel 1994. Oggi le parole di Papa Wojtyla vengono smentite non semplicemente dall’abdicazione di Benedetto XVI, ma dalla sorprendente pianificazione del post-abdicazione. Stando infatti a quanto affermato da Padre Federico Lombardi il Papa abdicante assumerà per sua espressa scelta il titolo-carica di “Papa emerito”, abbassando così di fatto il Papato al rango di un episcopato fra i tanti. Ma non basta!

Egli continuerà ad esser chiamato Benedetto XVI e ci si rivolgerà a lui usando l’appellativo di “Sua Santità”, vestirà di bianco – ma senza la mantellina – e cambierà il colore delle scarpe (da rosse a marroni). Non so se si tratti di un film di fantascienza, di un romanzo semiserio o non piuttosto di una strana allucinazione. Certo, mi colpisce l’assoluto silenzio di commentatori, vaticanisti, canonisti, uomini di Chiesa e affini (sempre pronti peraltro a criticare o a riprendere Papa Benedetto per ogni suo gesto in linea con la tradizione) dinanzi a questo eclatante “unicum” nella storia della Chiesa.

Non solo dal 28 alle 20.00 avremo due “Papi”, ma abbiamo a partire da oggi l’introduzione della carica/titolo onorifico di “Papa emerito”. Che ciò lasci indifferenti i più è forse un ulteriore segno dell’appiattimento noetico dei cattolici? Un tempo non solo avremmo avuto una maggiore resistenza da parte del Collegio Cardinalizio e dei Vescovi di tutto il mondo all’abdicazione di un Papa per la “diminuzione del vigore fisico e dell’animo”, ma anche un fiorire di pareri teologici critici rispetto all’ipotesi dell’introduzione del titolo di “Papa emerito”. E invece temo che la stessa incapacità di governo della Curia romana, lo stesso pressappochismo e la medesima faciloneria che hanno contraddistinto gli ultimi anni del Papato attuale, ne stiano segnando indelebilmente la fine. Il tutto a scapito dell’alto insegnamento di Ratzinger, insegnamento al quale – per inciso – si sono interessati negli anni solo i famigerati quattro gatti, fra cui il sottoscritto, nella pressoché totale indifferenza del Clero. Perciò – piccola noticina finale – per favore, evitate di farmi la morale perché “critico il Papa”.

A me il Papa sta a cuore perché è anzitutto il Papa e poi perché è Benedetto XVI e personalmente l’avrei voluto sempre lì, forte e coraggioso, diciamo pure col coraggio di prendere a calci qualche Cardinale cialtrone (non ora, ma già da qualche anno). Quando però il Papa abdica e si verificano strane prospettive per il futuro della Chiesa, ambiguità e confusioni inedite, non credo serva a molto ribadire tutti in coro “tutto va bene, madama la marchesa”. Specie se degli scienziati vaticani pensano di poter distinguere il Papa emerito da quello regnante grazie all’assenza di una mantellina bianca, o in base al colore delle scarpe. Storie che non meriterebbero commenti se non fossero tuttavia drammaticamente e banalmente… assurde.


 

Cosa succederà con i Papi emeriti?

(Tommaso Scandroglio) L’alta quota scioglie la lingua a Papa Francesco che già di suo non inclina usualmente alla reticenza. Dal ritorno dalla Terra Santa parla con i giornalisti sull’aereo e questa volta, tra gli altri argomenti, la chiacchierata – della durata di una quarantina di minuti circa – tocca il tema del “papa emerito”.

Un giornalista chiede se potrà esserci anche per lui una rinuncia al pontificato e il Santo Padre così risponde: «Io farò quello che il Signore mi dirà di fare. (…) Io credo che un vescovo di Roma se sente che le forze vanno giù deve farsi le stesse domande che si è fatto Papa Benedetto. Settant’anni fa – continua – i vescovi emeriti non esistevano. Cosa succederà con i Papi emeriti? Dobbiamo guardare a Benedetto XVI come a un’istituzione, ha aperto una porta, quella dei Papi emeriti». E così chiusa: «La porta è aperta, ce ne saranno altri o no, Dio solo lo sa». Messa così la questione sembra solo una faccenda di prassi burocratica: una volta si faceva in un modo e domani nulla vieta di cambiare le cose.

Invece la quaestio ha ben altro spessore. Il Pontefice deve rimanere in carica tutta la vita? Se andiamo a leggere il Codice di diritto canonico possiamo dedurre che l’obiettivo perseguito dalla Chiesa sia quello che ogni Papa chiuda gli occhi da Pontefice Regnante e non da Pontefice Emerito. Infatti non esiste nel Codice una norma che suona più o meno così: «Il Romano pontefice resta in carica fino a sua decisione contraria».

I Canoni 322 § 2 e 44 § 2 dedicati alla rinuncia dell’ufficio petrino non stabiliscono una norma, bensì una eccezione. Insomma il diritto della Chiesa è orientato affinché non solo il munus del Successore di Pietro sia vitalizio ma anche il suo esercizio. Una conferma viene anche da un titolo, anzi dal titolo che qualifica il Papa: Vicario di Cristo. E Cristo sappiamo che si assunse l’incarico affidatoGli dal Padre fino alla Croce. Solo allora fu in grado dire: «Tutto è compiuto».

Insomma la questione non è solo ecclesiale, ma coinvolge anche asserti di carattere teologico. Nulla toglie però, come testimoniato dalla decisione di Benedetto XVI, che se in coscienza un Papa comprende che Dio gli suggerisce di mettersi a riposo, tale scelta sia legittima. Ma è appunto una eccezione, per ragioni straordinarie, e non può diventare la regola. Qualcuno obietterà: la disciplina sulla rinuncia o meno del Pontefice non è dogma.

Ciò però non significa che tutto quello che non è dogma sia lecito. Non è dogma nemmeno che si debba vivere fino a 100 anni, ma chissà perché tutti si affannano per arrivare a quel traguardo. È il bene, fisico o morale, che funge da criterio orientativo. Detto in altri termini: che la durata della funzione petrina tenda ad essere vitalizia non discende da una norma di diritto divino positivo, ma è connaturata alla funzione del pontefice stesso. Un obiettivo verso cui orientarsi perché anche in questo aspetto è contenuto il vero bene della Chiesa, obiettivo ovviamente derogabile sempre per lo stesso motivo, cioè per il bene della Chiesa.

Papa Francesco sembra invece rovesciare la visuale. La durata vitalizia diventa eccezione e la rinuncia viene elevata a categoria giuridica propria del diritto ecclesiastico. Infatti il Pontefice parla di “istituzione” del Papa emerito. E l’istituzione è un insieme di normative tese a configurare una vera e propria realtà giuridica. Perché Papa Francesco propone questa soluzione? Forse per due motivi. In primo luogo sembra che egli intenda il proprio munus come una carica di carattere meramente amministrativo, come se fosse un impiego uguale a tanti altri, una funzione depauperata dall’afflato trascendente che la caratterizza, quasi desacralizzata. E come ogni carica umana questa può cessare. Tutti prima o poi andiamo in pensione.

In secondo luogo perché, secondo una certa prospettiva immanentista, è la prassi che genera la regola/le istituzioni, non viceversa. Un processo che premia il divenire rispetto alla norma, che piega quest’ultima ai fatti. Anche in questo caso è sufficiente non tanto un costume diffuso per legittimare il nuovo corso, bensì una sola eccezione – la rinuncia di un Papa – ed ecco che l’eccezione diviene regola.

Il Papa accenna al fatto che «settant’anni fa i papi emeriti non esistevano», ma poi la storia della Chiesa ha preso strade diverse. Ovvio che la storia ha offerto molte modalità attraverso cui il papato si è espresso, ma la rinuncia all’esercizio dell’ufficio petrino procede nella direzione dell’economia della salvezza oppure, pur non essendone certamente in contraddizione, ne segna una battuta di arresto? (Tommaso Scandroglio)

 


I Vangeli stessi ci aiutano a ripercorrere quei momenti drammatici che sono e saranno di tutta la Chiesa vera fino alla fine dei tempi!
Per comprendere poi al meglio queste riflessioni, ricordiamo anche i seguenti video già trattati:

– San Cipriano e l’unità della Chiesa:

– di Stefano Fontana: non è vero che il papa ha sempre ragione

– del cardinale Caffarra: le 5 insidie della Chiesa di oggi

– che cosa è la Resistenza Cattolica, oggi?

– lettura della Pascendi Dominici Gregris di san Pio X

– il potere delle chiavi e le mistificazioni di oggi

– dal rinnegamento di Pietro all’apostasia della gerarchia