Che cos’è la Tradizione? Qual è la missione del Papa? Risposte cattoliche

Per conservare il Deposito della fede sempre uno e identico fino alla fine dei secoli, Cristo lo ha affidato ad un’autorità sempre viva e parlante; l’autorità della Chiesa che consiste nel corpo universale dei Vescovi uniti con il capo visibile della Chiesa, il Pontefice Romano, a cui Cristo ha conferito pienezza di potestà sulla Chiesa universale.

Anticipiamo una parte della conferenza sul tema Che cos’è la Tradizione? che il prof. Roberto de Mattei terrà il 15 luglio 2022 all’Université d’été de Renaissance catholique, al Château des Termelles, Abilly (Francia).

La crisi che oggi vive la Chiesa è certamente inedita nelle sue caratteristiche, ma non è né la prima né l’ultima della sua storia. Pensiamo ad esempio all’attacco subito dal Papato negli anni della Rivoluzione francese.

Nel 1799 la città di Roma fu invasa dall’esercito giacobino del generale Bonaparte. Il papa Pio VI fu condotto prigioniero nella città di Valence, dove morì il 29 agosto, logorato dalle sofferenze. Il municipio di Valence notificò al Direttorio la morte di Pio VI, aggiungendo che era stato sepolto l’ultimo Papa della storia. Dieci anni dopo, nel 1809, anche il successore di Pio VI, Pio VII, vecchio e infermo, fu arrestato e, dopo due anni di prigionia a Savona, venne portato a Fontainebleau, dove rimase fino alla caduta di Napoleone. Mai il Papato era apparso così debole di fronte al mondo. Ma dieci anni dopo, nel 1819, Napoleone era scomparso dalla scena e Pio VII era tornato sul soglio pontificio, riconosciuto come suprema autorità morale dai sovrani europei. In quell’anno 1819, veniva pubblicato a Lione, Du Pape, il capolavoro del conte Joseph de Maistre (1753-1821), un’opera che ebbe centinaia di ristampe e che anticipò il dogma dell’infallibilità papale, poi definita dal Concilio Vaticano I.

Joseph de Maistre è un grande difensore del Papato, ma sbaglierebbe chi volesse fare di lui un apologeta del Papa dispotico o dittatore. Oggi ci sono alcuni tradizionalisti che attribuiscono la responsabilità degli abusi di potere ecclesiastici ai cattolici intransigenti dell’Ottocento. Gli ultramontani e i contro-rivoluzionari avrebbero attribuito un potere eccessivo al Papa, entusiasmandosi oltre misura per il dogma dell’infallibilità. Da questa erronea convinzione deriva la simpatia verso quei cattolici gallicani che negavano l’infallibilità e il Primato universale del Papa, e verso quei cattolici liberali o semi-liberali che, pur non negando in principio il dogma dell’infallibilità, ne consideravano inopportuna la definizione. Tra questi ci fu l’arcivescovo di Perugia mons. Gioacchino Pecci, poi Papa con il nome di Leone XIII, il quale, una volta eletto, fu il primo Papa moderno a governare in maniera accentratrice, imponendo come quasi infallibile la scelta politica e pastorale del ralliement con la III Repubblica francese.

Il dogma dell’infallibilità proclamato da Pio IX definisce accuratamente i limiti di questo straordinario carisma, che nessuna religione possiede, al di fuori di quella cattolica. Il Papa nella Chiesa non può fare tutto quello che vuole, perché la fonte del suo potere non è la sua volontà. Il compito del Papa è quello di trasmettere e difendere, attraverso il suo Magistero, la Tradizione della Chiesa. Accanto al Magistero straordinario del Papa, che ha la sua fonte nelle definizioni ex cathedra, esiste un insegnamento infallibile che scaturisce dalla conformità del Magistero ordinario di tutti i Papi alla Traditio apostolica. Solo credendo con la Chiesa e con la sua ininterrotta Tradizione, il Papa può confermare nella fede i suoi fratelli. La Chiesa non è infallibile perché esercita un’autorità, ma perché trasmette una dottrina.

Suscitano talvolta scandalo le parole attribuite al Beato Pio IX: «La Tradizione sono io». Queste parole vanno però comprese nel loro corretto significato. Ciò che il Papa vuole dire, non è che la sua persona è la fonte della Tradizione, ma che non c’è Tradizione al di fuori di lui, così come non esiste una Sola Scriptura indipendente dal Magistero della Chiesa. La Chiesa si fonda sulla Tradizione, ma non può fare a meno del Papa, la cui autorità non può essere trasferita né a un Concilio ecumenico, né a un episcopato nazionale, né a un sinodo permanente.

C’è una frase di Joseph de Maistre nella sua Lettre à une dame russe sur la nature et les effets du schisme, che può stupire come quella di Pio IX, ma che è anch’essa profondamente vera: «Se fosse permesso stabilire gradi di importanza tra le cose di istituzione divina, porrei la gerarchia prima del dogma, tanto essa è indispensabile al mantenimento della fede» (Joseph de Maistre, Lettre à une dame russe sur la nature et les effets du schisme et sur l’unité catholique, in Lettres et opuscules inédits, A. Vaton, Paris 1863, vol. II, pp. 267-268).

Questa frase racchiude il problema capitale della regula fidei nella Chiesa. Il padre Giovanni Perrone (1794-1876), fondatore della scuola teologica romana, sviluppa questo tema nei tre volumi della sua opera Il protestantesimo e la regola di fede. Le due fonti della Rivelazione sono la Tradizione e la Sacra Scrittura. La prima è divinamente assistita, la seconda divinamente ispirata. «Scrittura e Tradizione si fecondano, s’illustrano, si rafforzano a vicenda e completano il deposito sempre uno e identico della rivelazione divina» (Il protestantesimo e la regola di fede, in La Civiltà Cattolica, Roma 1953, 3 voll., vol. I, p. 15).

Ma per conservare questo deposito della fede sempre uno e identico fino alla fine dei secoli, Cristo lo ha affidato ad un’autorità sempre viva e parlante; l’autorità della Chiesa che consiste nel corpo universale dei Vescovi uniti con il capo visibile della Chiesa, il Pontefice Romano a cui Cristo ha conferito pienezza di potestà sulla Chiesa universale.

La Sacra Scrittura e la Tradizione costituiscono le norme remote della nostra fede, ma la regula fidei prossima è rappresentata dall’autorità insegnante e giudicante della Chiesa, che ha nel Papa il suo culmine. La gerarchia viene in questo senso prima del dogma. Ma anche se volessimo attribuire al dogma il primato sulla gerarchia, dovremmo ricordare che, tra tutti i dogmi, quello che in certo senso sorregge tutti gli altri è proprio il dogma dell’autorità infallibile della Chiesa. La Chiesa gode del carisma dell’infallibilità, anche se lo esercita in maniera straordinaria solo in maniera intermittente. Ma la Chiesa è sempre infallibile, e lo è non dal 1870, ma da quando nostro Signore trasmise al suo Vicario sulla terra san Pietro il potere di confermare nella fede i suoi fratelli.

La successione apostolica su cui si basa l’autorità della Chiesa è un elemento fondamentale della sua divina costituzione. Il Concilio di Trento, definendo la verità e le regole della fede Cattolica, afferma che sono contenute «nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte che, raccolte dagli Apostoli dalla bocca dello stesso Cristo o dai medesimi Apostoli, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, trasmesse quasi di mano in mano, sono giunte fino a noi» (Denz-H, n. 1501). «Vera è soltanto la Tradizione che s’appoggia sulla Tradizione apostolica», ribadisce la teologia romana contemporanea, con mons. Brunero Gherardini (1925-2017) (Quod et tradidi vobis. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana, Frigento 2010, p. 405). Ciò significa che il Romano Pontefice, successore di Pietro, principe degli Apostoli, è il garante per eccellenza della Tradizione della Chiesa. Ma significa anche che in nessun caso, l’oggetto della fede può eccedere quello che ci è dato dalle testimonianze degli Apostoli.

Sola Scriptura e Sola Traditio

I protestanti hanno negato l’autorità della chiesa in nome della “Sola Scriptura”. Quest’errore conduce da Lutero al socinianesimo, che è la religione dei moderni relativisti. Ma l’autorità della Chiesa può essere negata anche in nome della “Sola Traditio”, come fanno gli ortodossi e come rischiano di fare alcuni tradizionalisti. La separazione della Tradizione dall’autorità della Chiesa porta in questo caso all’autocefalia, che è la condizione di chi è privo di un’autorità visibile e infallibile a cui rapportarsi.

Ciò che i fautori protestanti della Sola Scriptura e quelli greco-ortodossi della Sola Traditio hanno in comune è il rifiuto dell’infallibilità del Papa e del suo Primato universale: il rifiuto della Cattedra romana. E’ per questo che, secondo Joseph de Maistre, non c’è nessuna differenza radicale tra lo scisma orientale e il protestantesimo occidentale. «È una verità fondamentale in tutte le questioni religiose che ogni chiesa che non è cattolica è protestante. Invano si è cercato di fare una distinzione tra chiese scismatiche ed eretiche. So bene cosa si vuol dire, ma alla fine tutta differenza sta solo nelle parole, e ogni cristiano che rifiuta la comunione del Santo Padre è un protestante o lo sarà presto. Che cos’è un protestante? È un uomo che protesta; e cosa importa se protesta contro uno o più dogmi, contro questo o contro quello? Può essere più o meno protestante, ma protesta sempre» (Du Pape, H. Pélagaud, Lyon-Paris 1878, p. 401). «Una volta rotto il vincolo dell’unità, non c’è più un tribunale comune, né di conseguenza una regola di fede invariabile. Tutto si riduce al giudizio particolare e alla supremazia civile che costituiscono l’essenza del protestantesimo» (Ivi, p. 405).

Nella Chiesa cattolica la autenticità della tradizione è garantita dall’infallibilità del Magistero. Senza l’infallibilità non ci sarebbe nessuna garanzia che ciò che insegna la Chiesa è vero. La comprensione della parola di Dio sarebbe lasciata all’indagine critica dei singoli e si spalancherebbero le porte del relativismo, come è accaduto con Lutero e con i suoi seguaci. La Rivoluzione protestante negando l’autorità del Papa, si è condannata a continue variazioni, in un vorticoso divenire dottrinale. Ma in Oriente, dopo lo scisma del 1054, la chiesa ortodossa, che in nome della sola Traditio accetta solo i primi sette concili della Chiesa, si è condannata a uno sterile immobilismo.

A chi subisce il fascino dell’Ortodossia bisogna ricordare le parole di Joseph de Maistre: «Tutte queste Chiese separate dalla Santa Sede all’inizio del XII secolo possono essere paragonate a cadaveri congelati le cui forme sono state preservate dal freddo» (ivi, p. 406).

Un teologo agostiniano dell’Assunzione, il padre Martin Jugie (1878-1954), ha sviluppato questo tema in un libro pubblicato nel 1923 su Joseph de Maistre et l’Eglise greco-russe, di cui consiglio la lettura. «Per molti secoli, l’Oriente è stato abituato a considerare la dottrina rivelata come un tesoro da custodire, non come un tesoro da sfruttare; come un insieme di formule immutabili, non come una verità viva e infinitamente ricca, che lo spirito del credente cerca sempre di comprendere e assimilare meglio» (Martin Jugie, Joseph de Maistre et l’Eglise greco-russe, Maison de la bonne presse, Paris 1923, pp. 97-98).

La Chiesa non fu fondata da Cristo come un’istituzione, già rigidamente e irrevocabilmente costituita, ma come un organismo vivo, il quale – come il corpo, che è immagine della Chiesa – avrebbe dovuto avere uno sviluppo. Questo sviluppo della Chiesa, la sua crescita nella storia, avviene attraverso la contraddizione e la lotta, combattendo soprattutto contro le grandi eresie che la attaccavano al suo interno. «Quando consideriamo le prove che la Chiesa romana ha subito attraverso gli attacchi dell’eresia e la mescolanza di nazioni barbare che si è verificata nel suo seno»,aggiunge Maistre, «restiamo ammirati vedendo che, in mezzo a queste terribili rivoluzioni, tutti i suoi titoli sono intatti e risalgono agli Apostoli. Se la Chiesa ha cambiato alcune cose nelle sue forme esterne, è una prova che Essa vive, perché tutto ciò che vive nell’universo cambia, secondo le circostanze, in tutto ciò che non ha a che fare con le essenze. Dio, che le ha riservate per sé, ha dato le forme al tempo per disporne secondo certe regole. La variazione di cui parlo è addirittura il segno indispensabile della vita, perché l’immobilità assoluta appartiene solo alla morte» (Du Pape, p. 410).

Il Concilio Vaticano I, citando Vincenzo di Lerins, spiega che la comprensione delle verità di fede deve crescere e progredire col susseguirsi dell’età e dei secoli in intelligenza, scienza e sapienza, anche se solamente «nello stesso dogma, nello stesso significato e nella stessa sentenza» (Commonitorium, cap. 23, 3). Progresso della fede, non significa infatti alterazione della fede. La condanna dell’alterazione della fede, non significa però il rifiuto di ogni organico sviluppo dei dogmi, che si compie attraverso il Magistero della Chiesa, sotto l’influsso dello Spirito Santo, ed è garantito dal carisma dell’infallibilità. Ma se la Chiesa è infallibile bisogna che ci sia un soggetto che esercita questo carisma. Questo soggetto è il Papa e non può essere altri che lui. Nella fede dell’infallibilità del Papa stanno le radici della fede nell’infallibilità di tutta la Chiesa (Michael Schmaus, Dogmatica cattolica, Marietti, Casale Monferrato 1963, vol. III/1, p. 696).

La costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I stabilisce con chiarezza quali sono le condizioni della infallibilità pontificia. L’infallibilità del Papa non significa in alcun modo che egli goda, in materia di governo e di magistero, di un potere illimitato e arbitrario.Il dogma dell’infallibilità, mentre definisce un supremo privilegio, ne fissa dei confini precisi, ammettendo la possibilità dell’infedeltà, dell’errore, del tradimento.

Per il papolatra, o “iperpalista”, il Papa non è il Vicario di Cristo in terra, che ha il compito di trasmettere integra e pura la dottrina che ha ricevuto, ma è un successore di Cristo che perfeziona la dottrina dei suoi predecessori, adattandola al mutamento dei tempi. La dottrina del Vangelo è in perpetua evoluzione, perché coincide con il Magistero del regnante Pontefice. Al magistero perenne si sostituisce quello “vivente”, espresso da un insegnamento pastorale, che ogni giorno si trasforma e ha la sua regula fidei nel soggetto dell’autorità e non nell’oggetto della verità trasmessa.

Non c’è bisogno di scienza teologica per comprendere che, nel malaugurato caso di contrasto – vero o apparente – tra il “Magistero vivente” e la Tradizione, il primato non può che essere attribuito alla Tradizione, per un semplice motivo: la Tradizione, che è il Magistero “vivente” considerato nella sua universalità e continuità, è in sé infallibile, mentre il cosiddetto Magistero “vivente”, inteso come la predicazione attuale della gerarchia ecclesiastica, lo è solo a determinate condizioni (R. de Mattei, Apologia della Tradizione, Lindau, Torino 2011, p. 146).

Nella Chiesa, infatti, la “regola della fede” ultima nelle epoche di defezione della fede, non è il Magistero vivente contemporaneo, in ciò che esso ha di non definitorio, ma la Tradizione, che costituisce, con la Sacra Scrittura, una delle due fonti della Parola di Dio.

Che cosa accade quando chi governa la Chiesa cessa di custodire e trasmettere la Tradizione, e invece di confermare i suoi fratelli nella fede crea confusione nelle loro menti e provoca amarezza e risentimento nei loro cuori?

Quando ciò accade è l’ora di aumentare l’amore per la Chiesa e per il Papa. Ma la risposta all’iper-papalismo non è il neo-gallicanesimo di certi tradizionalisti, né la Sola Traditio degli scismatici greco-russi. L’uomo della Tradizione non è un anarco-tradizionalista, ma un cattolico che ripete con Joseph de Maistre: «O santa Chiesa di Roma, fintanto che la parola mi sarà conservata, la userò per celebrarti. Ti saluto, madre immortale della scienza e della santità! Salve, magna parens» (Du Pape, p. 482). «In mezzo a tutti gli sconvolgimenti immaginabili, Dio ha costantemente vegliato su di te, o Città eterna! Tutto ciò che poteva distruggerti si è radunato contro di te e tu sei rimasta in piedi; e come un tempo sei stata il centro dell’errore, ora sei da diciotto secoli il centro della verità» (Ivi, p. 483).

L’amore al Romano Pontefice, alle sue prerogative e ai suoi diritti, ha caratterizzato gli spiriti autenticamente cattolici nel corso di venti secoli di storia, perchè, come afferma Plinio Corrêa de Oliveira, «dopo l’amore per Dio questo è il più elevato amore insegnatoci dalla religione» (in R. de Mattei, Il crociato del secolo XX. Plinio Correa de Oliveira, Piemme, Casale Monferrato 1996, p. 309).

Però non bisogna confondere il Primato Romano con la persona del Papa regnante, così come non si deve confondere il cosiddetto Magistero vivente, con il Magistero perenne, l’insegnamento privato e non infallibile del Papa con la Tradizione della Chiesa. L’errore, come ha ben sottolineato lo studioso cileno José Antonio Ureta (Defending Ultramontanism, in OnePeterFive, 20 giugno 2022) non sta nell’ultramontanesimo, ma nel neo-gallicanesimo, che oggi si presenta in due versioni: quella dei sinodalisti tedeschi e quella di alcuni neo-tradizionalisti, soprattutto di area anglosassone.

L’unica speranza nel futuro non sta nella diminuzione del Papato, ma nell’esercizio della sua suprema autorità, per condannare in maniera solenne e infallibile gli errori teologici, morali, liturgici e sociali del nostro tempo. È inutile discutere su chi sarà il prossimo Papa. È importante discutere su ciò che il prossimo Papa dovrà fare e pregare che lo faccia

Roberto de Mattei

(fonte: corrispondenzaromana.it)