Il “caso Don Pompei”: manca l’obbedienza dei santi. Non un giudizio ma discernimento

Come si suol dire, tiene ancora banco il caso di Don Leonardo Maria Pompei, il sacerdote che ha annunciato dal suo canale YT la sua separazione (scisma) dalla legittima Gerarchia della Chiesa cattolica, per aderire ad un imprecisato “movimento tradizionalista”. Precisiamo inoltre che se da una parte siamo solidali alla croce toccata a Don Leonardo e che preghiamo per lui, dall’altra parte deve essere chiaro che abbiamo il dovere di fare discernimento riguardo alle scelte che si fanno, quando queste ledono l’unità nella Chiesa con la legittima autorità dei propri Pastori, fino al Pontefice regnante! San Francesco d’Assisi, nei riguardi dell’autorità ecclesiastica, era molto diretto. Quando una volta molti fedeli si lamentarono del loro “cattivo” vescovo e chiesero il suo aiuto per liberarsene, Francesco li guidò a casa del prelato e s’inginocchiò per baciargli la mano.

Riguardo l’argomento, quindi, senza fare alcun giudizio al cuore o alle intenzioni della persona, pubblichiamo un ottimo articolo del prof. Daniele Trabucco, che condividiamo totalmente. Così come, a seguire, posteremo anche una riflessione di un sacerdote, Don Mario Proietti cpps. E, ultimo aggiornamento ad oggi, anche il commento interessante del professor Roberto de Mattei su Corrispondenza Romana

Ricordiamo inoltre due preziosi insegnamenti di Sant’Agostino riguardo la fedeltà alla Chiesa: «Voglia Dio che non mi accada di sbagliare, ma se mi accade, Voglia Lui che non sia fuori dalla sua Chiesa, ché così mi sarà più facile emendarmi”; insomma, “Preferisco sbagliare con la Chiesa, che aver ragione fuori di essa…». «Invero io stesso non crederei al Vangelo, se non mi spingesse a credere l’autorità della Chiesa cattolica…» (Contro la Lettera di Mani – manichei – detta il Fondamento ).

  • «𝗧𝘂𝘁𝘁𝗲 𝗹𝗲 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗼 𝗶𝗺𝗶𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗹’𝗮𝘀𝗶𝗻𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗼 𝗼𝘁𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗼 𝗯𝘂𝗼𝗻𝗶 𝗿𝗶𝘀𝘂𝗹𝘁𝗮𝘁𝗶. E che cosa fa l’asino? Si parla male di lui, e lui 𝘁𝗮𝗰𝗲; non gli si dà da mangiare, e lui tace; lo si carica fino a farlo cadere per terra, e lui tace; si impreca contro di lui, e lui tace; 𝗺𝗮𝗶 𝘂𝗻 𝗹𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼, qualunque cosa debba fare o che lo si maltratti; è resistente, essendo un asino. È così che dev’essere un servo di Dio, come recita il salmo 72: Io sono come una bestia da soma davanti a te». – San Pietro Claver


di Daniele Trabucco

La sospensione a divinis comminata a don Leonardo Maria Pompei non è riconducibile a un singolo atto materiale di disobbedienza, ossia la violazione del precetto penale del 2 settembre 2025, ma trova il suo fondamento canonico, teologico e filosofico in una pluralità di fattori convergenti. Il provvedimento, infatti, non può essere letto solo come reazione a un atto di insubordinazione circoscritto: è la conseguenza di una scelta più radicale, ossia la dichiarata non sottomissione alla gerarchia ecclesiastica e il rifiuto di celebrare secondo il rito promulgato dall’autorità della Chiesa, che equivale a un atto di rottura della comunione gerarchica e liturgica.

Sul piano teologico, è bene ricordarlo, l’obbedienza gerarchica non è un mero vincolo disciplinare, dal momento che si radica nella costituzione divina della Chiesa, la quale, secondo Lumen gentium (n. 20-21 e, prima ancora, secondo la Mystici Corporis Christi del 1943 di Pio XII), è governata dai Vescovi in comunione con il Romano Pontefice e richiede dai presbiteri una sincera subordinazione e cooperazione. Rifiutare tale comunione significa porre in discussione l’unità visibile della Chiesa, che si manifesta appunto nella sottomissione al Magistero e alla disciplina ecclesiastica. La sospensione, pertanto, si presenta come misura volta a tutelare non solo l’ordine giuridico interno, quanto, soprattutto, la comunione ecclesiale.

L’obiezione secondo cui non si dovrebbe obbedire alla gerarchia quando questa «deraglia» non regge né sul piano canonico, né su quello teologico e filosofico. È vero che l’obbedienza non è cieca, ma ordinata alla Verità; tuttavia, la Chiesa cattolica insegna che l’assistenza dello Spirito Santo preserva indefettibilmente il Magistero da errori nei dogmi e questo resta un fatto innegabile: nessun dogma di fede è stato mai messo in discussione, neppure oggi.

La crisi attuale tocca orientamenti pastorali, documenti (si veda, a titolo esemplificativo, Fiducia supplicans) e indicazioni catechetiche, ma non ha scalfito il deposito della fede. In questi ambiti, che appartengono al magistero autentico ordinario e non al magistero solenne, il fedele e il sacerdote devono prestare l’«ossequio religioso dell’intelletto e della volontà» (Pio XII, Humani generis del 1950), cioè rispetto e adesione interiore proporzionata al grado dell’insegnamento, ma senza rinunciare ad interrogativi critici. Il can. 212, paragrafi 1-3, del vigente Codex iuris canonici del 1983, che riconosce ai fedeli il diritto di manifestare le proprie perplessità, impone che ciò avvenga sempre con rispetto e riverenza, mai con atteggiamenti di rottura.

La posizione, pertanto, secondo cui si può obbedire solo quando si ritiene che l’autorità «stia nella verità» conduce inevitabilmente alla dissoluzione dell’unità ecclesiale e a un criterio soggettivo che trasforma la Chiesa in una somma di opinioni private (lo stesso mondo della tradizione, pur nella sua ricchezza, è attraversato da particolarismi e personalismi, quasi una sorta di affannosa rincorsa a chi è più «tradizionalista» degli altri ed ha il seguito maggiore).

Filosoficamente, questo equivale a subordinare l’autorità all’arbitrio individuale, negando il principio che l’autorità è mediazione dell’ordine oggettivo voluto da Cristo. Teologicamente, significherebbe ridurre la promessa di Cristo sulla indefettibilità della sua Chiesa a una formula vuota.  Eppure, è proprio Cristo che, come scrive l’apostolo Paolo, «factus oboediens usque ad mortem» (Fil 2,8). Canonisticamente, infine, rifiutare l’obbedienza al legittimo Ordinario per le ragioni sopra indicate rischia, sebbene il decreto di sospensione a divinis di Mons. Crociata non lo affermi formalmente, di perfezionare il grave delitto di scisma di cui al canone 751 sul quale, eventualmente, interverranno le autorità ecclesiastiche davanti alle quali don Pompei ha il diritto-dovere di difendersi.

Detto in altri termini, l’obbedienza, pur sofferta e a volte «martiriale», non è un atto di debolezza, bensì di fede nel Cristo che non abbandona la sua Chiesa. Senza questo sguardo soprannaturale, l’istituzione ecclesiale apparirebbe solo come un corpo umano, fragile e fallibile; ma con esso, si coglie che dietro e dentro le vicende della storia, spesso contraddittorie e sofferte, rimane sempre presente il Signore che ha promesso: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Neppure il ricorso al cosiddetto «criterio dell’eccezione» regge come fondamento per giustificare la posizione di don Pompei. L’idea di fondo, presa in prestito da categorie giuridico-politiche moderne, sarebbe che, in situazioni straordinarie di crisi, la coscienza del singolo o del gruppo possa sospendere l’obbedienza dovuta all’autorità legittima per salvaguardare la verità. Tuttavia, questo criterio, che può avere una sua funzione nello Stato, non è applicabile all’ordine ecclesiale. Dal punto di vista canonico, infatti, lo ius publicum ecclesiasticum non contempla uno «stato d’eccezione» che autorizzi a negare la sottomissione alla gerarchia.

La Chiesa non si fonda sul consenso dei fedeli, né su dinamiche emergenziali, quanto sulla promessa indefettibile di Cristo, che ne garantisce la continuità. Pretendere di sospendere l’obbedienza in nome di un presunto «stato d’eccezione» (e chi lo proclamerebbe?) significa misconoscere che il Signore non abbandona la sua Chiesa e che il deposito della fede non è stato, né può essere intaccato, anche quando vi sono documenti pastorali controversi. Filosoficamente, inoltre, il criterio dell’eccezione implica un primato del soggettivo sull’oggettivo, della volontà individuale sul principio ordinante dell’autorità. Applicarlo alla Chiesa significherebbe dissolverne la natura soprannaturale e ridurla a società umana che si regge sull’eccezione e non sulla grazia. La Chiesa, però, non è un ordinamento umano che si salva «nonostante» la regola: è sacramento universale di salvezza, che permane nella sua verità proprio attraverso la fedeltà al principio gerarchico, anche nei tempi di confusione e smarrimento.

Gli esempi di san Giovanni Bosco (1815-1888) e di san Pio da Pietrelcina (1887-1968) mostrano con chiarezza come l’obbedienza, anche quando imposta in circostanze dolorose o umanamente incomprensibili, non sia mai vana, ma diventi via di santità e di fecondità ecclesiale. Don Bosco visse nel cuore del XIX secolo, un’epoca tutt’altro che compatta dal punto di vista ecclesiale: al tempo di Pio IX, pontefice dal 1846 al 1878, la Chiesa era attraversata da gravi tensioni interne ed esterne, dal conflitto con lo Stato unitario italiano alla questione romana, dalle controversie sul ruolo del Sillabo e del Concilio Vaticano I (mai concluso) alle divisioni tra intransigenti e conciliatoristi.

Lo stesso nuovo slancio delle opere educative e caritative suscitava diffidenze e sospetti: al santo torinese vennero imposti controlli e limitazioni, gli si chiese di non intraprendere iniziative senza l’esplicita approvazione dei superiori e dovette affrontare accuse di imprudenza e di eccessiva autonomia. Egli avrebbe potuto interpretare tali misure come ingiuste o come un soffocamento del carisma ricevuto, eppure scelse l’obbedienza, confidando che la Provvidenza avrebbe comunque fatto fiorire l’opera. Il risultato fu che proprio attraverso quell’umiltà, i Salesiani divennero una delle realtà più vaste e feconde della Chiesa.

Padre Pio da Pietrelcina, a sua volta, sperimentò un’epoca segnata da tensioni non meno profonde. Nel primo Novecento e nel pontificato di Pio XI e Pio XII la Chiesa fu attraversata da conflitti interni legati al modernismo, alla nuova teologia, alle reazioni disciplinari spesso dure, alle divisioni tra clero progressista e clero intransigente. Egli stesso fu vittima di provvedimenti severissimi: interdizione dalle celebrazioni pubbliche, proibizione di confessare, isolamento dal popolo, controlli medici umilianti e accuse infamanti. Anche qui sarebbe stato facile denunciare la gerarchia come ingiusta o corrotta; eppure, Padre Pio non dichiarò mai di non riconoscere l’autorità dei suoi superiori, ma obbedì in silenzio, vivendo quel tempo come un martirio nascosto. La sua fedeltà, nonostante la durezza delle misure, fu la chiave stessa della sua santità e rese più limpida la sua testimonianza davanti alla Chiesa e al mondo.

Nei due casi, dunque, non si può liquidare l’obbedienza dei santi con la debole obiezione che «allora c’era Pio IX» o che allora non c’era modernismo e la crisi attuale». In realtà, tanto nel XIX quanto nel XX secolo, la Chiesa era attraversata da tensioni dottrinali, disciplinari e pastorali di grande portata: le controversie sul primato papale, le diffidenze verso nuovi apostolati, le fratture sul modernismo, le contrapposizioni tra correnti teologiche.

Nonostante questo, don Bosco e Padre Pio scelsero di non rompere la comunione, di non erigersi a giudici della Chiesa, ma di vivere l’obbedienza come partecipazione al mistero di Cristo obbediente. Ignorare il loro esempio significa svuotare la santità di un tratto decisivo e illudersi che la disobbedienza sia soluzione alle crisi. Essi mostrano che la vera forza non sta nel contrapporsi alla gerarchia, quanto nel rimanere fedeli nella prova, credendo che Cristo non abbandona la sua Chiesa e che, anche attraverso i limiti umani dei suoi pastori, la grazia opera. Don Leonardo lo sa molto bene, in quanto presbitero ben formato, e per questo affetto e, soprattutto, preghiera non possono mancare.


RICORDA CHE:

L’ORGOGLIO SPIRITUALE E’ UN VIZIO CAPITALE!
👉 L’orgoglio naturale, in sé, non è peccato perchè stimola in noi desideri, speranza, sentimenti et similia, tutti aspetti buoni attraverso i quali, l’Uomo, pensa, agisce, scopre i propri talenti, progredisce nel lavoro e nelle arti. Tuttavia, poichè abbiamo ereditato il Peccato Originale, i suoi effetti devastano le buone risorse con le quali Dio ci ha creati e, di conseguenza, tutte le virtù con le quali Dio ci ha creati, rischiano di diventare in noi dei VIZI più o meno gravi, fino a diventare “capitali”, ossia mortali per l’anima.
👉 Nella vita spirituale, l’orgoglio è la peggiore delle malattie, poiché utilizza il bene nel quale siamo stati creati, per farne la sua proprietà, il suo merito, un proprio dominio.
Le personalità carismatiche per esempio, a volte, sono temibili da questo punto di vista, poiché fanno tutto bene, e perfino benissimo tanto da dare origine a gruppi di “discepoli” che li seguono senza batter ciglio, sono in apparenza perfette anche perchè spesso dicono cose vere e moralmente giuste, ma si considerano assolutamente indiscutibili; fanno di sé e del proprio pensare, un assoluto e non amano che il loro “io” con una eccessiva ed ostinata autostima.. con la convinzione di ritenere che il proprio pensare ed agire sia una “verità da difendere”, contro chiunque non la pensi come loro.
👉 Così, mentre l’orgoglio naturale educato e tenuto a freno dalla virtù dell’umiltà e dall’obbedienza a Dio attraverso la Santa Chiesa nella sua forma Gerarchica predisposta da Gesù stesso, stimola in noi il senso del vero bene mettendo i propri talenti a disposizione della Chiesa stessa, l’orgoglio spirituale alimenta LA SUPERBIA che impedisce la crescita spirituale portandoci inevitabilmente ALL’ISOLAMENTO e all’incapacità di agire NELL’UNITA’ ECCLESIALE…
👉 Ci sia concesso di fare questo esempio: l’orgoglio spirituale è come il cattivo odore emanato dal sudore o dall’alito, chi lo emana non lo sente ma gli altri sì.
È molto semplice e facile ingannare noi stessi, più di quanto possiamo pensare.
Possiamo pensare di essere molto umili e altruisti, di “OBBEDIRE A DIO” piuttosto che agli uomini quando, in realtà, siamo abbastanza orgogliosi e incentrati su noi stessi cercando sempre negli altri il “capro espiatorio”, facendoci ritenere sempre migliori degli altri, quelli che hanno capito tutto!
Satana è un ottimo ingannatore.
👉 Dice sant’Agostino: “Voglia Dio che non mi accada di sbagliare, ma se mi accade, Voglia Lui che non sia fuori dalla sua Chiesa, ché così mi sarà più facile emendarmi”; insomma, “Preferisco sbagliare con la Chiesa, che aver ragione fuori di essa…”
L’antidoto è l’umiltà, ovvero la sottomissione alla volontà divina e il servizio verso gli altri attraverso la Chiesa.
Essere “poveri in spirito” vuol dire “considerarsi insignificanti”..
L’esempio ce lo hanno dato e ce lo danno i veri autentici SANTI.
L’orgoglio spirituale è la porta principale attraverso la quale Satana entra nei cuori, e proprio di coloro che sono zelanti a promuovere il regno di Cristo… a difendere ogni propria ragione contro tutto e tutti, persino contro la Chiesa stessa se fosse necessario: è il falso zelo!
👉 Il vero zelo parte con l’obbedienza alla Chiesa nella quale il Cristo regna attraverso la Gerarchia divinamente istituita, anche se spesso in mezzo a molta confusione.
L’orgoglio è il modo principale con cui Satana usa influenzare i Battezzati, ed è il mezzo principale che egli usa per ostacolare e danneggiare l’opera di Dio nel mondo: la santa Madre Chiesa e la Gerarchia.
Un cuore guidato dall’orgoglio spirituale porta a parlare sempre e solo dei peccati di altre persone; la vera umiltà cristiana invece e come ci insegnano i Santi, AMMONISCE i peccatori, lo fa con grande tristezza e con un cuore aggravato, stracciandosi il cuore e non le vesti, senza portare divisione nella Chiesa, rimanendo quel giusto “segno di contraddizione” nel mondo a “causa del Cristo”, sollecitando sè stesso e i peccatori sulla retta via.
👉 Sant’Alfonso de’ Liguori condanna l’orgoglio spirituale quale ostacolo alla vera preghiera e all’unione con Dio, definendolo una forma di autosufficienza pericolosa che allontana dall’amore sincero divino. Sottolinea che la preghiera è il mezzo per ottenere le grazie necessarie per la salvezza e che l’orgoglio spirituale impedisce questo cammino, poiché la preghiera vera è umile e punta all’unione con la volontà di Dio, non alla propria e che solo attraverso la Chiesa si può essere “confermati” nella vera fede.
A volte si ha l’impressione che si finisce con il chiamare coscienza ciò che in realtà non lo è… è indispensabile una coscienza responsabile e matura, lealmente aperta alla verità e al bene stesso dell’unità nella Chiesa, pronta ad aderirvi man mano che lo riconosce.
L’obbedienza e il riconoscimento della Chiesa in qualità di Madre e Maestra è uno dei riflettori alfonsiani di una vera coscienza retta.
“Invero io stesso non crederei al Vangelo, se non mi spingesse a credere l’autorità della Chiesa cattolica…” (Sant’Agostino: Contro la Lettera di Mani – manichei – detta il Fondamento)


Don Leonardo Pompei, una sospensione che cercava da tempo

di Don Mario Proietti cpps

La sospensione a divinis di don Leonardo Pompei. Un esito da tempo pianificato dallo stesso sacerdote in nome della battaglia “per la Tradizione”: il giudizio di don Mario Proietti.


don mario proietti

di
don Mario Proietti*

*Direttore Responsabile dell’Abbazia San Felice (Giano dell’Umbria)

Il caso di don Leonardo Maria Pompei suscita reazioni contrastanti, spesso cariche di emotività.

Parroco di Santa Maria Assunta in Cielo a Sermoneta e molto seguito sui social, è stato sospeso a divinis dal vescovo Mariano Crociata.

C’è chi lo considera un “martire della Tradizione”, chi lo giudica un ribelle ostinato, chi ne legge la vicenda come l’ennesimo scontro tra gerarchia e base ecclesiale. Eppure, se analizziamo con calma i fatti, emergono elementi che permettono una valutazione meno ideologica e più razionale.

Don Leonardo Pompei e la sospensione a divinis

Quella che si è consumata non è stata una sorpresa improvvisa, ma una tragedia annunciata, costruita passo dopo passo dallo stesso protagonista.

Il punto non è mettere sul banco degli imputati la gerarchia, che ha agito con chiarezza e coerenza, ma comprendere come don Leonardo abbia progressivamente monopolizzato la narrazione: dalle lettere inviate al Vescovo a fine agosto, fino all’annuncio e ai successivi video di chiarimento.

Ogni gesto è stato pensato, voluto, calibrato per condurre a un esito che lui stesso aveva predisposto.

È la dinamica di chi cerca la condanna per confermare un’idea: una sorta di Giordano Bruno contemporaneo che, più che difendere la fede cattolica, ha scelto di difendere la propria interpretazione della Tradizione, elevandola a causa assoluta.

Una vocazione in contrapposizione

Per comprendere l’epilogo della vicenda occorre tornare all’inizio, quando don Leonardo racconta la propria chiamata e gli anni del seminario.

Le sue stesse narrazioni evidenziano elementi che, col senno di poi, mostrano una fragilità strutturale: una vocazione autentica nel desiderio, ma segnata da un carattere inclinato a vivere la fede come contrapposizione, più che come incarnazione.

La formazione seminaristica sembra non aver aiutato don Leonardo e ha finito per consolidare una mentalità difensiva e separata, nella quale la fedeltà a Cristo coincideva con la contrapposizione al mondo e, progressivamente, alla stessa gerarchia ecclesiale.

Ma senza il principio dell’adattamento evangelico, la vocazione non riesce a farsi carne: resta un’idea pura che non regge la prova della realtà. E il risultato è quello che oggi vediamo, un ministero vissuto come battaglia personale più che come servizio ecclesiale.

I tre video di don Leonardo Pompei

Il percorso di don Leonardo è arrivato a compimento nei tre video diffusi pubblicamente: l’annuncio iniziale della sospensione a divinis e due successivi chiarimenti.

A ben vedere, essi costituiscono un vero e proprio trittico, un percorso pensato per guidare i suoi fedeli verso la conclusione che lui stesso aveva già deciso.

Nel primo video, quello dell’annuncio, non si nota alcuna sorpresa né amarezza improvvisa. Il sacerdote non si limita a comunicare un provvedimento ricevuto, ma lo presenta come il frutto coerente di un lungo cammino. Le lettere inviate al Vescovo a fine agosto hanno preparato il terreno.

La sospensione diventa così l’esito inevitabile di un processo da lui stesso intrapreso. In questo modo, la gerarchia viene relegata a spettatrice: il provvedimento disciplinare appare come una conseguenza quasi secondaria, già assorbita dentro la sua narrativa.

Nei due video successivi, quelli dei chiarimenti, questa dinamica si intensifica.

Non c’è spazio per la voce del Vescovo, né per un dialogo con la comunità ecclesiale più ampia. Tutto si concentra su di lui: le sue scelte, la sua lettura degli eventi, la sua interpretazione della Tradizione.

È un monopolio della narrazione che svuota il senso stesso dell’obbedienza ecclesiale, riducendola a semplice cornice di una testimonianza personale.

È qui che si manifesta il parallelo con Giordano Bruno. Non certo sul piano teologico, ma sul piano psicologico: la ricerca della condanna come conferma di un’identità.

Bruno rifiutò ogni compromesso perché voleva che il rogo sancisse la sua verità. Così don Leonardo sembra aver cercato la sospensione come sigillo del proprio percorso, quasi a dire ai fedeli: “vedete, se mi perseguitano, significa che ho ragione”.

La coscienza usata contro l’obbedienza

In questo quadro, assume un rilievo particolare il modo in cui don Leonardo ha parlato della coscienza.

Per lui, essa diventa lo spazio assoluto della convinzione personale, un tribunale interiore che non ammette appello. Ma questa visione, pur avendo apparenza cattolica, scivola verso un soggettivismo che la tradizione della Chiesa non ha mai riconosciuto.

Il beato John Henry Newman, che è stato uno dei più grandi interpreti moderni del tema, affermava che la coscienza non è l’esaltazione della propria opinione, ma “il vicario originario di Cristo” nell’anima dell’uomo. Proprio per questo non può mai separarsi dall’obbedienza alla verità rivelata e alla Chiesa che la custodisce.

La coscienza autentica non si oppone alla gerarchia, ma si forma alla luce del Vangelo, della Tradizione e del Magistero.

In questo senso, l’appello di don Leonardo alla coscienza non appare in linea con Newman, ma con quelle derive moderne che riducono la coscienza a decisione individuale. E paradossalmente, il suo linguaggio rischia di assomigliare più alla visione secolarizzata della coscienza che non alla sua radice cattolica.

Proprio Newman, del resto, aveva avvertito: quando la coscienza non riconosce di essere eco di una verità più grande, diventa “diritto all’autodeterminazione” e perde il suo carattere cristiano.

L’errore di don Leonardo

La vicenda di don Leonardo Maria Pompei non può essere liquidata come un semplice scontro tra sacerdote e Vescovo.

È piuttosto la parabola di una vocazione autentica che non ha saputo incarnarsi nella realtà, trasformandosi così in una tragedia annunciata.

La responsabilità non è tanto della gerarchia, che ha agito con coerenza, quanto del percorso interiore del sacerdote stesso, che ha scelto di costruire un martirio personale e di proporlo come segno ai propri fedeli.

Il vero nodo è un altro: senza la logica dell’Incarnazione, nessuna vocazione può reggere alla prova del tempo. Gesù, pur essendo Dio, ha assunto la condizione fragile dell’uomo, adattandosi ai nostri limiti. È questo “principio di adattamento” che rende possibile l’autenticità della vita cristiana.

Non significa relativismo, ma realismo evangelico: saper accogliere la realtà concreta, con le sue ferite e i suoi limiti, per trasfigurarla dall’interno.

Ogni sacerdote è chiamato a fare lo stesso. Non basta avere un’idea chiara di ciò che la Chiesa dovrebbe essere; occorre la pazienza di incarnarla dentro la Chiesa reale, con le sue contraddizioni.

Altrimenti, l’ideale si trasforma in idolo e la vocazione diventa un peso impossibile da portare. È ciò che è accaduto a don Leonardo: la sua fedeltà non si è tradotta in comunione, ma in contrapposizione, e questo lo ha condotto a cercare nella condanna una conferma che non poteva venire dal Vangelo.

Non è la Tradizione ad aver vinto o perso in questa vicenda: è un sacerdote che non ha saputo viverla dentro la comunione. E senza comunione, la Tradizione si svuota, perché la Tradizione è la vita stessa della Chiesa che cammina nella storia.


il commento interessante del professor Roberto de Mattei su Corrispondenza Romana

Un nuovo episodio doloroso: la scelta di don Pompei

Dopo i “casi” dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, di don Alessandro Minutella e di padre Giorgio Faré, giunge ora, in Italia, quello, non meno grave e doloroso, di don Leonardo Pompei, un sacerdote che si è fatto fino ad ora apprezzare per la sua ortodossia e condotta morale.

Il 29 agosto, don Pompei, parroco di S. Maria Assunta in Cielo in Sermoneta, in una lettera scritta al vescovo di Latina mons. Mariano Crociata, suo superiore ecclesiastico, ha annunciato di non sentirsi più in comunione né con il vescovo diocesano né con la gerarchia ecclesiastica.

Nella mattinata del 4 settembre, mons. Crociata ha notificato al sacerdote un decreto che prevede la sua sospensione «da tutti gli atti della potestà di ordine, da tutti gli atti della potestà di governo e dall’esercizio di tutti i diritti o funzioni inerenti all’ufficio. Qualunque atto di governo dovesse essere posto dal presbitero in parola è da ritenersi invalido. Al Rev. don Leonardo Pompei è concessa la dispensa dall’obbligo di portare l’abito ecclesiastico ed è chiesto di non presentarsi pubblicamente come sacerdote».  

A questa decisione, secondo il comunicato della diocesi, si è arrivati per la violazione del precetto penale imposto il 2 settembre da mons. Crociata a don Pompei, «che imponeva e ordinava al presbitero, sotto pena di sospensione, di non convocare alcun incontro o assemblea parrocchiali con i fedeli della parrocchia di S. Maria Assunta in Cielo in Sermoneta, e di sospendere qualunque tipo di attività sui social media». Invece, il 3 settembre sera, «don Pompei ha violato il precetto penale a suo carico – si legge nella nota della diocesi di Latina –, convocando un incontro online aperto a chiunque fosse in grado di connettersi da remoto e trasmesso in diretta sulla piattaforma social YouTube. Con tale comportamento, il rev. don Leonardo Pompei ‘è venuto meno in forma positiva e pubblica all’obbligo di obbedienza al suo ordinario, per cui il passo successivo è stato quello della sospensione dal ministero presbiterale’”. 

Don Pompei non ha contestato questa ricostruzione dei fatti, né ha impugnato la legittimità canonica del decreto. Il 4 settembre in un video su You tube, nel quale ha dettagliatamente illustrato la sua «sofferta ma inevitabile scelta» e in un successivo video di “precisazioni” del giorno successivo, si è autodefinito, con tranquillità d’animo, “scismatico”.  È questo un primo punto che è importante sottolineare. Non si gioca con le parole. Don Pompei si è proclamato scismatico, perché sa di esserlo, a norma del diritto canonico, che è l’ordine giuridico della Chiesa. Gesù Cristo, infatti, non ha annunciato un messaggio solo spirituale, ma ha istituito una società gerarchica, affidando agli Apostoli, con Pietro come capo (cf. Mt 16, 18-19; Gv 21, 15-17), l’autorità di insegnare, governare e santificare i fedeli.  

Per i Padri della Chiesa, lo scisma è uno dei peccati più gravi, spesso considerato pari o peggiore dell’eresia, perché nega l’autorità della Chiesa e lacera l’unità del Corpo di Cristo.  Il giudizio di sant’Agostino è lapidario: «Nihil gravius est quam scisma» (Enarrationes in Psalmos, 30, 2,7); lo scisma è più grave dello stesso errore dottrinale, perché chi è nello scisma perde l’amore fraterno e quindi la salvezza, anche se custodisce la retta fede (De Baptismo, 1,1). Se gli eretici hanno una dottrina perversa, gli scismatici si separano dalla carità fraterna; «perciò, pur credendo su Dio quello che crediamo anche noi, non avendo la carità dicono invano di essere cristiani» (Contra Faustum, 20,3)

Don Pompei afferma di trovarsi nell’impossibilità di esercitare il suo ministero nella Chiesa attuale e di aver deciso di abbandonarla, per scegliere la «Chiesa di sempre», dopo aver conosciuto, quest’anno, il «mondo della tradizione». Ma alcune domande sorgono spontanee. 

Don Pompei, nato nel 1971, è stato ordinato sacerdote nel 2004. Ha conosciuto solo ora, nel 2025, l’esistenza di un “mondo della Tradizione”, che esiste da oltre cinquant’anni? Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira,il 15 gennaio 1976, in una conferenza di apertura della XXVI Settimana di Formazione Anticomunista, qualche mese prima dell’esplosione mediatica del cosiddetto “caso Lefebvre”, descriveva già con chiarezza l’esistenza di due grandi correnti all’interno della Chiesa Cattolica: la progressista e la tradizionalista. «Le concezioni di queste correnti sono diametralmente opposte, in completo contrasto. Non è possibile che entrambe abbiano ragione, perché due posizioni contrarie non possono essere simultaneamente vere. (…) La grande battaglia contemporanea non è soltanto  e, aggiungo, non è principalmente  quella dei cattolici contro i comunisti o contro i non cattolici. Il grande centro della battaglia contemporanea — la battaglia immensa tra verità ed errore, tra bene e male, che si svolge ovunque — è nel cuore stesso della Santa Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana: lo scontro tra tradizionalisti e progressisti» (https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/la-grande-divisione-nella-chiesa-cattolica-tradizionalisti-e-progressisti-chi-avra-la-vittoria/).

Il prof. de Oliveira fu, fino alla sua morte, nel 1995, un campione della causa tradizionalista e contro-rivoluzionaria, ma non uscì mai dalla Chiesa, né subì sanzioni da parte di essa. Lo stesso mons. Lefebvre, che fu scomunicato nel 1988 per la consacrazione di quattro vescovi, giudicò la sanzione “nulla e senza valore”, perché il Codice di Diritto Canonico prevede l’assenza di pena per chi agisce in stato di necessità (can. 1323 e 1324), ma non mise mai in dubbio la legittimità dell’autorità ecclesiastica che l’aveva emanata e che, nel 2009 rimosse la scomunica. 

Don Pompei definisce inaccettabile la Nuova Messa e il Concilio Vaticano II, che però ha accettato per 20 anni. Perché li ha accettati? Per obbedire, sia pure con   grande sofferenza all’autorità della Chiesa, ha spiegato nei suoi video. E oggi, per rifiutare ciò che ieri ha accettato, mette in discussione l’autorità della Chiesa. L’errore di don Pompei, comune a molti di coloro che slittano verso il sedevacantismo, è una malintesa idea dell’autorità della Chiesa. In un primo tempo si accetta dall’autorità ecclesiastica anche ciò a cui sarebbe lecito resistere; poi, partendo dal presupposto che l’autorità ha sempre ragione, si rifiuta, non solo l’ordine che appare ingiusto, ma l’autorità stessa che lo emana. In realtà, un’autorità può comminare sanzioni ingiuste nei confronti di un sacerdote (sospensione a divinis, scomunica, riduzione allo stato laicale), ma l’ordine ingiusto non fa decadere l’autorità della Chiesa. I vescovi non sono infallibili nel governo della Chiesa, ma l’esistenza di una chiesa gerarchica è verità proclamata come infallibile dal Concilio Vaticano I nel 1870 (DS 3064) e ribadita nel 1943 da Pio XII nella Mystici corporis (DS 3808; 3827). 

All’autorità si può resistere, talvolta anche pubblicamente, come avvenne con la Correctio filialis a papa Francesco del 2017, ma non disubbidire su punti che non toccano direttamente la fede e la morale cattolica. Ad esempio, un sacerdote può rifiutare di distribuire la comunione in mano, ritenendolo un atto irriverente verso Dio, ma non può rifiutare l’ordine del vescovo di sospendere l’attività di un blog, poiché quest’atto non viola, in sé, alcun principio religioso o morale.  Il vescovo ha come mandato divino di curare il bene comune del suo gregge, e può sbagliare nell’esercitare questo diritto, ma il sacerdote ha il dovere di ubbidire alle disposizioni del vescovo presso cui è incardinato, salvo il caso di un ordine che violi una legge naturale e divina. 

Don Pompei afferma di rifiutare la comunione gerarchica con la Chiesa cattolica, quale ora si presenta, per aderire a una chiesa che definisce “alternativa”. Ma dove approderà? Esiste una “chiesa di sempre” alternativa alla Chiesa cattolica apostolica romana, che ha oggi in Leone XIV il legittimo successore di Pietro?


IL MARTIRIO DELLE IDEE: QUANDO LA DISOBBEDIENZA CERCA LA CROCE PER CONVALIDARSI
di Don Mario Proietti dalla pagina di FB
La storia del cristianesimo ci mostra che la croce può essere vissuta in modi profondamente diversi. Vi è una croce che nasce dalla disobbedienza, quando si trasforma in strumento di affermazione personale e di rottura, ed è scelta come segno identitario per legittimare sé stessi. E vi è invece la croce accolta nell’obbedienza, che diventa fedeltà a Cristo dentro la Chiesa anche tra incomprensioni e persecuzioni, generando frutti di santità e fecondità. La prima divide e si fa spettacolo, la seconda edifica e rinnova.

Quando la crocifissione delle regole diventa segno identitario, assistiamo a una dinamica ricorrente: la condanna ecclesiastica è assunta a bandiera, interpretata come prova di autenticità e di missione. È quello che potremmo chiamare “martirio delle idee”, dove la sofferenza non è testimonianza di fede ma conseguenza di un’opposizione voluta e trasformata in simbolo di resistenza.

Giordano Bruno, arso vivo nel 1600, non morì per Cristo ma per le sue convinzioni filosofiche, divenute poi simbolo moderno della libertà di coscienza. La sua croce non era quella di Cristo, era quella delle sue idee.
Anche Savonarola a Firenze, riformatore intransigente, entrò in conflitto diretto con il papa e finì scomunicato ed eliminato dal potere civile: i suoi seguaci lessero la sua fine come prova della sua autenticità profetica, e la sua disobbedienza venne elevata a segno di missione.
Jan Hus, convocato al Concilio di Costanza, rifiutò di ritrattare e fu condannato al rogo nel 1415, e per i suoi discepoli il suo rifiuto di obbedire all’autorità ecclesiale divenne fondamento di un movimento alternativo.
Lo stesso Lutero, tra la bolla Exsurge Domine e l’Editto di Worms, fece della sua opposizione al papa l’atto costitutivo di una nuova identità ecclesiale, distinta e contrapposta.

La dinamica non appartiene solo al passato.
Nel 1988 mons. Marcel Lefebvre consacrò dei vescovi senza mandato pontificio: non cercava lo spettacolo della rottura, ritenne quel gesto necessario per conservare la Tradizione. L’atto restò oggettivamente illecito e la sanzione lo trasformò in figura simbolo di un tradizionalismo separato.

Nella stessa linea, seppure con modalità diverse, si collocano figure come Alessandro Minutella, scomunicato per eresia e scisma, che ha fatto della condanna ricevuta la prova della propria fedeltà a una “vera Chiesa”, definita “Piccolo Resto”, contrapposta a Roma e facendosi proclamare “grande prelato”, mischiando profezie e vaticini tipici del fanatismo religioso.

Più recentemente don Leonardo Maria Pompei, sospeso a divinis per pubblica disobbedienza, che ha trasformato immediatamente la misura disciplinare in narrazione di persecuzione attraverso i social di un “mondo tradizionale” che, alla fine, risponde alle proprie visioni. Il meccanismo si ripete: un atto pubblico di rottura, l’intervento dell’autorità, la rilettura della sanzione come sigillo di verità personale.

È la logica del martirio ideologico, una croce costruita per confermare la propria ragione, non quella ricevuta da Cristo nella Chiesa.

Vi è, però, un’altra croce, silenziosa e più feconda, che non divide e non spettacolarizza: quella dei santi che hanno portato l’incomprensione e persino l’umiliazione dentro la Chiesa, senza spezzare la comunione.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori vide la sua opera ostacolata, calunniata e divisa, e nella vecchiaia conobbe l’amarezza dell’isolamento. Non si ribellò, non fondò movimenti contro Roma, rimase obbediente. Alla fine la Chiesa lo riconobbe Dottore, e la sua dottrina morale nutre ancora oggi i fedeli.

San Giuseppe Calasanzio denunciò peccati gravi nel suo ordine e pagò con la soppressione della congregazione e con un apparente fallimento. Non ruppe mai la comunione, rimase fedele alla Chiesa, e dopo la sua morte l’opera tornò a vivere.

Santa Isidora di Tabenna subì derisioni e umiliazioni dalle consorelle che la credevano folle: accettò tutto in silenzio, e solo più tardi la sua santità fu riconosciuta. È la follia di Dio che confonde la sapienza degli uomini, la croce che nessuno cerca ma che rende conformi a Cristo.

Accanto a loro restano luminose le figure dei martiri antichi e moderni: Pietro e Paolo, Policarpo e Perpetua che offrirono la vita senza contestazione, Cipriano che affrontò l’esilio per custodire il gregge, Massimo il Confessore che subì mutilazioni, Alessandra di Roma che testimoniò la fede fino alla morte con discrezione, Charles Lwanga e i giovani ugandesi che protessero i loro ragazzi fino al sacrificio. La loro croce generò vita: comunità più forti, dottrina più salda, missione più viva.

Il confronto è netto. La croce ideologica diventa strumento di autoaffermazione e spettacolo del dissenso, genera divisione e costruisce partiti religiosi.

La croce dell’obbedienza, invece, diventa testimonianza di carità e di Tradizione, edifica la Chiesa e la rinnova. È per questo che san Tommaso d’Aquino insegna che l’obbedienza è virtù subordinata alla carità: non servilismo cieco, solo ordinamento all’unità e alla pace. Dove l’obbedienza è vissuta nella carità, la croce diventa segno di Cristo; dove la disobbedienza è eretta a criterio assoluto, la croce diventa idolo della coscienza isolata.
Oggi questa dinamica è amplificata dai mezzi di comunicazione. La croce ideologica diventa marchio identitario, narrazione di sé come perseguitati, simbolo di opposizione.
La fede viva non nasce nel clamore del protagonismo: nasce nella coerenza silenziosa, nel martirio della parola che non cede, nel servizio fedele che non cerca ribalta.
Il vero martire non testimonia sé stesso contro la Chiesa, testimonia, invero, Cristo nella Chiesa, non si pone come giudice del Corpo di Cristo: è come membro obbediente che soffre con esso.
È in questa croce silenziosa che si manifesta la forza della santità, ed è da qui che la Chiesa, pur tra gli errori dei suoi membri, spesso Capi, trova sempre la via del rinnovamento.

La Chiesa non ha bisogno di martiri delle idee, che cercano la croce per confermare sé stessi; oggi la Chiesa ha bisogno di martiri della carità, che portano la croce nell’obbedienza e nell’umiltà, edificando il Corpo di Cristo.

È questa la croce che non divide, santifica, non alimenta partiti, genera comunione, non finisce nello spettacolo della ribalta, fiorisce nel silenzio della fedeltà.

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