Leone XIV alla Diocesi di Roma: Non servono nuovi programmi, ma verificare cosa stiamo facendo e per CHI lo stiamo facendo, correggere anche gli errori.

Il primo criterio indicato dal Papa rimane l’incontro con Cristo. Non basta domandarsi se un’attività sia organizzata bene o se abbia raccolto molte persone. Occorre capire se abbia aiutato qualcuno a incontrare il Vangelo dentro la propria vita.

«FARE MENO E MEGLIO»: UNA DOMANDA PER LE NOSTRE CHIESE
(di Don Mario Proietti che condividiamo)
Cari amici, settembre e ottobre sono il tempo in cui diocesi e parrocchie tornano a programmare il nuovo anno pastorale. Riprendono gli incontri del clero, si riuniscono i consigli, si preparano calendari e attività. Proprio in questi giorni Leone XIV, aprendo l’Assemblea della diocesi di Roma, ha scelto una strada diversa: prima di chiedersi che cosa fare, ha invitato la sua Chiesa a domandarsi perché lo facciamo e chi stiamo cercando.
Il Papa parla di una vera verifica pastorale: riconoscere ciò che porta frutto, comprendere ciò che non funziona più, ascoltare anche chi guarda le nostre comunità dall’esterno. E arriva a una frase che merita di essere presa sul serio: la verifica «vi dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio».
Non è un invito alla rinuncia. È una domanda sulla qualità della nostra pastorale. Le attività che continuiamo a proporre conducono realmente all’incontro con Cristo? Le persone vengono soltanto coinvolte oppure vengono realmente incontrate? La corresponsabilità dei laici è diventata vita ecclesiale oppure continuiamo a costruire comunità nelle quali tutto dipende dal parroco?
Ho provato a leggere il discorso rivolto a Roma guardando anche alle tante diocesi che in queste settimane stanno preparando il proprio cammino. Forse, prima di aggiungere qualcosa ai nostri programmi, potrebbe essere utile fermarsi davanti alla domanda che Leone XIV riprende dal mattino di Pasqua: «Chi cerchi?»

TESTO UFFICIALE https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2026/9/18/apertura-anno-pastorale.html DEL PAPA
TESTO DI RIFLESSIONE DI https://mraprt65kxiyo.blog/2026/09/18/prima-di-programmare-ancora-leone-xiv-e-la-domanda-che-interroga-le-nostre-chiese/ DON MARIO PROIETTI cpps che condividiamo.

C’è un momento dell’anno nel quale la vita delle nostre Chiese riprende quasi dappertutto lo stesso ritmo. Terminata l’estate, ricominciano gli incontri del clero, vengono convocate le assemblee diocesane e i consigli pastorali, nelle parrocchie riprendono la catechesi e le diverse attività. Si preparano calendari, si fissano appuntamenti, si cercano priorità per il nuovo anno pastorale.

È un passaggio necessario, perché una comunità ha bisogno anche di organizzarsi. In questi anni, però, programmare è diventato più difficile. Molte diocesi devono fare i conti con comunità che cambiano, sacerdoti chiamati a seguire territori più ampi, laici ai quali viene chiesta una responsabilità maggiore e attività che continuano ad accumularsi mentre le forze diminuiscono.

Proprio dentro questa situazione, il 18 settembre Leone XIV ha aperto nella Basilica di San Giovanni in Laterano l’Assemblea della sua diocesi di Roma. Ci si sarebbe potuti attendere un discorso sulle priorità del nuovo anno pastorale. Il Papa ha scelto invece di cominciare da un giardino, dal sepolcro vuoto e da Maria di Magdala che, quando è ancora buio, cerca il Signore e piange perché non lo trova.

Gesù le si avvicina senza essere riconosciuto e le domanda: «Perché piangi? Chi cerchi?». Leone XIV prende queste due domande e le consegna alla Chiesa di Roma. Sono parole rivolte a quella diocesi e possono facilmente diventare una domanda per tutte le nostre comunità proprio mentre stanno programmando il futuro.

Prima di domandarci che cosa fare, potremmo chiederci chi stiamo cercando dentro le cose che facciamo.

Il Papa riconosce il bene che esiste nelle comunità cristiane e la generosità con cui tante persone vi lavorano. Nello stesso tempo mette in guardia da un rischio molto concreto: «A volte si moltiplicano le proposte, le attività, gli incontri e si smarrisce il centro, il senso evangelico di ciò che si fa».

È un rischio che conosciamo. Un’attività può essere nata molti anni fa per una ragione precisa, avere prodotto molto bene e continuare ancora oggi perché ormai appartiene alle abitudini della comunità. A un certo punto può diventare difficile perfino chiedersi se continui a raggiungere lo scopo per cui era nata.

Qui le parole del Papa possono già suggerire qualcosa di molto semplice. Quando un consiglio pastorale prepara il nuovo anno, potrebbe non cominciare subito dal calendario. Potrebbe prendere le attività dell’anno precedente e chiedersi con serenità quali abbiano aiutato realmente le persone a crescere nella fede, quali abbiano creato relazioni e quali siano rimaste soltanto appuntamenti da organizzare. Non servirebbe per distribuire voti al passato, quanto per capire dove spendere meglio le energie disponibili.

Leone XIV dice infatti alla sua diocesi: «non vi consegno oggi un nuovo programma pastorale». Chiede qualcosa che può sembrare meno appariscente e forse è più difficile: una «verifica pastorale». La spiega come un fermarsi per rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto e comprendere ciò che non ha funzionato. In una parola, dice il Papa, significa «fare verità».

Questo criterio potrebbe essere utile anche nelle nostre diocesi. Ogni nuovo anno non deve necessariamente cominciare aggiungendo qualcosa. Potrebbe cominciare chiedendosi che cosa merita di continuare, che cosa ha bisogno di essere cambiato e che cosa ha ormai compiuto il proprio servizio. Lasciare un’attività non significa necessariamente giudicare male chi l’ha promossa negli anni precedenti. Può significare riconoscere che le persone sono cambiate e che anche il modo di raggiungerle ha bisogno di essere ripensato.

Per aiutare questa verifica, Leone XIV consegna una domanda ancora più semplice: «perché?».

Perché facciamo questa cosa? A quale bisogno vogliamo rispondere? Perché un’iniziativa genera un cammino e un’altra si conclude nel momento stesso in cui termina l’evento? Perché alcune persone trovano posto nelle nostre comunità e altre rimangono ai margini?

Qui il Papa offre quasi un metodo che potrebbe essere usato senza inventare nuovi strumenti. Un parroco con il proprio consiglio, un’équipe pastorale o un gruppo di sacerdoti potrebbero scegliere una sola attività e provare a chiedersi perché esista, chi raggiunga realmente e quale frutto lasci nella vita delle persone. Sarebbe già un modo concreto di cominciare quella verifica di cui Leone XIV parla.

Il primo criterio indicato dal Papa rimane l’incontro con Cristo. Non basta domandarsi se un’attività sia organizzata bene o se abbia raccolto molte persone. Occorre capire se abbia aiutato qualcuno a incontrare il Vangelo dentro la propria vita.

Il racconto di Maria di Magdala aiuta a comprenderlo. Nel giardino tutto cambia quando Gesù pronuncia il suo nome: «Maria!». Lei riconosce il Signore perché si sente personalmente raggiunta. Leone XIV vede qui qualcosa di essenziale per la pastorale. Anche una persona che frequenta da anni una parrocchia può rimanere anonima. Può partecipare alle celebrazioni e alle iniziative senza sentirsi realmente conosciuta e accompagnata.

Questo potrebbe suggerire un’altra verifica molto concreta. Prima di domandarci quante persone abbiano partecipato a un’attività, potremmo chiederci quante abbiamo realmente incontrato. Può sembrare una differenza minima e cambia quasi tutto. Una comunità cristiana non esiste per riempire sale o mantenere calendari; esiste perché le persone possano essere accompagnate all’incontro con Cristo.

Maria, appena riconosce il Risorto, torna dai discepoli e dice: «Ho visto il Signore!». L’incontro ricevuto genera immediatamente una relazione e una missione. Per questo il Papa parla poi della comunità e della città. Roma non è semplicemente il luogo dove sorgono le parrocchie romane. È la realtà che quelle comunità sono chiamate ad ascoltare e servire.

Ogni diocesi potrebbe fare la stessa cosa guardando il proprio territorio. I nostri paesi stanno cambiando, le famiglie vivono situazioni diverse rispetto a qualche anno fa, molti giovani hanno un rapporto con la fede che non passa più spontaneamente attraverso le strutture ecclesiali, persone che abitano accanto alle nostre chiese possono non avere più alcun rapporto con la comunità cristiana.

Leone XIV suggerisce persino di ascoltare, per quanto possibile, persone che non frequentano la comunità e che possono guardarla dall’esterno. È un’indicazione molto concreta. Un consiglio pastorale potrebbe invitare qualche volta una persona che non appartiene abitualmente ai nostri ambienti e domandarle semplicemente come vede la parrocchia, che cosa comprende delle sue proposte, che cosa sente lontano dalla propria vita. Potremmo scoprire cose che dall’interno non riusciamo più a vedere.

In questo contesto il Papa ricorda don Luigi Di Liegro, che già nel 1969 volle un’indagine sulla religiosità dei romani perché aveva compreso che «non c’è incarnazione del messaggio senza ascolto della realtà». Poco prima della morte lasciò ai suoi collaboratori una domanda: «Signore, dove sei?».

È una domanda che può cambiare il modo in cui guardiamo il territorio. Quando vediamo diminuire la partecipazione, la prima reazione può essere quella di domandarci dove siano finite le persone. La domanda di Di Liegro invita a cercare anche dove il Signore sia già all’opera dentro una realtà che non controlliamo e che forse comprendiamo poco.

Leone XIV aggiunge poi un’altra attenzione: la formazione del Popolo di Dio. Chiede se le nostre attività facciano crescere nella fede, se aiutino a maturare responsabilità ecclesiali e se conducano verso una fede adulta capace di diventare vita.

Anche questa domanda può essere molto utile. Un percorso di catechesi, un gruppo o un’attività parrocchiale non dovrebbe essere valutato soltanto chiedendo quante persone siano rimaste fino alla fine. Sarebbe più importante domandarsi che cosa sia cresciuto in loro. Hanno imparato a pregare? Comprendono meglio la propria fede? Si sentono responsabili della comunità? Riescono a portare il Vangelo dentro le scelte quotidiane?

Quando la verifica arriva a questo punto, si comprende meglio una delle affermazioni più significative del discorso. Leone XIV dice che la verifica pastorale non deve diventare un nuovo peso e aggiunge che essa «vi dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio».

Molte comunità potrebbero trovare in queste parole una grande libertà. Da anni diminuiscono i sacerdoti e spesso diminuiscono anche le persone disponibili ad assumere responsabilità stabili, mentre le attività continuano quasi automaticamente. Si finisce così per chiedere sempre di più alle stesse persone e per misurare la vitalità della comunità sulla quantità delle cose che riesce ancora a mantenere.

Il Papa suggerisce un criterio diverso. Se una comunità comprende ciò che realmente serve alla crescita della fede, può scegliere di concentrare lì le proprie energie. Fare meno, in questo caso, non significa arrendersi. Significa smettere di disperdere le forze per dedicare più tempo alle persone, alla formazione e alle relazioni.

Questo riguarda direttamente anche il ministero dei sacerdoti. Leone XIV prende la domanda del «perché?» e la porta dentro la vita personale del presbitero: «perché sono prete? Corrisponde ancora, la mia giornata, al motivo per cui il Signore mi ha chiamato per nome?».

Forse anche gli incontri del clero che ricominciano in queste settimane potrebbero qualche volta partire da qui. Non soltanto dalle comunicazioni da dare o dalle cose da organizzare, quanto dalla vita reale dei sacerdoti. Come trascorriamo le nostre giornate? Quanto tempo rimane per l’ascolto, per la preghiera e per le persone? Quante energie vengono assorbite da attività che potrebbero essere affidate ad altri?

Il Papa arriva così alla corresponsabilità: «Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto». È importante che Leone XIV non presenti la corresponsabilità dei laici come una soluzione alla mancanza di sacerdoti. La collega alla natura stessa della Chiesa. Il sacerdote riconosce i carismi, forma le persone e permette loro di assumere una responsabilità reale nella vita della comunità.

Anche qui si può fare una verifica molto semplice. Davanti a ogni responsabilità che grava sul parroco, ci si potrebbe chiedere se debba necessariamente svolgerla lui e se quella stessa responsabilità non possa diventare occasione per far crescere qualcuno nella comunità. Non si tratta di liberare il sacerdote da compiti scomodi. Si tratta di permettere a tutta la comunità di diventare più adulta.

Lo stesso vale per il presbiterio. Leone XIV ricorda che esso «non è la somma di sacerdoti che si incontrano per necessità organizzative: è una fraternità». Anche gli incontri del clero possono allora essere verificati chiedendosi se aiutino veramente i sacerdoti a conoscersi, sostenersi e condividere anche le proprie fatiche. Un presbiterio che si incontra soltanto per organizzare rischia di conoscere perfettamente il calendario diocesano e molto meno la vita reale dei propri membri.

Il Papa chiede alla Chiesa di Roma di non avere fretta. Il cammino di verifica deve maturare nel tempo e guarda già verso il Giubileo della Redenzione del 2033. Anche questo può essere un suggerimento prezioso. Non ogni problema pastorale ha bisogno di una soluzione immediata e non ogni assemblea deve necessariamente produrre un nuovo documento. Alcune volte può essere più utile individuare una domanda vera, lavorarci per qualche mese e verificare insieme ciò che emerge.

Il discorso pronunciato a Roma può così diventare utile anche per molte altre Chiese che in queste settimane stanno iniziando il nuovo anno pastorale. Non offre un programma da copiare. Offre un modo di guardare ciò che già facciamo e di domandarci con maggiore sincerità dove ci stia conducendo.

Maria di Magdala cercava il Signore e non si accorgeva che Egli era già accanto a lei. Lo riconobbe quando venne chiamata per nome. Forse anche le nostre comunità, mentre preparano programmi e calendari, possono concedersi il tempo di ascoltare ancora quella domanda: «Chi cerchi?».

Da lì può cominciare anche la nostra verifica. Non per demolire ciò che abbiamo costruito e neppure per conservare tutto semplicemente perché esiste, quanto per capire ciò che aiuta davvero le persone a incontrare Cristo. È in questa prospettiva che il «fare meno e meglio» indicato da Leone XIV acquista il suo significato più vero: scegliere con maggiore libertà ciò che serve alla missione, perché le energie delle nostre comunità non si consumino soltanto nel mantenere ciò che facciamo, ma possano ancora essere spese per le persone alle quali siamo inviati.


DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
ALL’ASSEMBLEA DIOCESANA DI ROMA

Basilica di San Giovanni in Laterano
Venerdì, 18 settembre 2026

[Multimedia]

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Cari fratelli e sorelle,

vorrei ripartire con voi dal mattino di Pasqua, da un giardino, da un sepolcro vuoto. Maria di Magdala è lì, all’alba, quando è ancora buio, e il buio in cui si trova non è soltanto quello della notte che non è finita. È il buio di chi ha perduto qualcuno, di chi cerca e non trova, di chi si china e piange. II Vangelo, però, non la lascia in quel pianto. Le si avvicina un uomo, che lei scambia per il custode del giardino, e le rivolge due domande: «Perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15).

Queste due domande, carissimi, vorrei che ispirassero il cammino prossimo della Diocesi di Roma. Credo infatti che possiamo sentirle rivolte, oggi, alla nostra Chiesa e all’intera città: “Perché piangi? Chi cerchi?”. Esse riguardano la ricerca ansiosa di speranza che percepite nelle parrocchie, negli incontri e negli ambienti di vita, quando vi siete messi in ascolto gli uni degli altri e della gente. Maria Maddalena è sveglia prima dell’alba ed è già corsa al sepolcro, perché in lei c’è vita, c’è attesa! Così, a Roma sono tante le persone che ricominciano ogni mattina, ma anche comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, gruppi e realtà ecclesiali che lavorano con generosità nell’evangelizzazione, nella carità, nel servizio alla preghiera liturgica. Certo, accanto a questa ricchezza avete riconosciuto con onestà alcune fatiche. È lo smarrimento di chi non riesce più a trovare dove si incontra il Signore. Un’esperienza che condividiamo con tanti fratelli e sorelle, ma che capita di vivere anche a noi. A volte si moltiplicano le proposte, le attività, gli incontri e si smarrisce il centro, il senso evangelico di ciò che si fa.

Ed ecco, nel Vangelo, che una sola parola fa voltare la Maddalena: il suo nome, «Maria!» (Gv 20,16). È così che si incontra Gesù Cristo: sentendosi chiamare per nome da Lui, nei molti modi in cui ciò può avvenire. È da qui che deve ripartire ogni azione pastorale: non tanto chiedendosi “che cosa” fare, ma piuttosto “chi” e “come” incontrare. Nelle nostre comunità si può rimanere anonimi, invisibili e incompresi, oppure essere visti, conosciuti e chiamati per nome. E chi incontra davvero Cristo, come Maria di Magdala, sente riempirsi il cuore e allora non può restare fermo, corre e va ad annunciare. «Ho visto il Signore!» (v. 18), dice la donna ai discepoli. Non un ricordo, non un fatto privato, ma una gioia profonda che genera comunità.

Per questo, fratelli e sorelle, non vi consegno oggi un nuovo programma pastorale. Non ripartiamo da zero, e nulla di quanto abbiamo vissuto va archiviato. Il lavoro sulle “malattie spirituali” ci ha insegnato a riconoscere ciò che, nella nostra vita ecclesiale, chiede di essere curato, corretto o convertito. Il Cammino Sinodale ci ha insegnato come ascoltare e discernere insieme, corresponsabili dell’unica missione. Desidero invece proporvi di sviluppare una terza dimensione: quella della verifica pastorale.

Verificare, sotto la luce dello Spirito Santo, significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità. Vi invito a operare questa verifica coinvolgendo l’intera comunità e, per quanto possibile, ascoltando anche persone che non la frequentano e vedono le cose, per così, dire “dall’esterno”.

Per esercitarvi nella verifica pastorale vi indico alcune attenzioni, che distinguo ma che formano un unico dinamismo.

La prima attenzione: incontrare Cristo e farlo incontrare. La Chiesa non esiste per sé stessa, ma per condurre ogni persona all’incontro con il Signore; e allora non basta domandarsi se un’attività è ben organizzata, se è partecipata, se dura da molti anni; occorre domandarsi se essa conduce realmente a Cristo, se fa incontrare il Vangelo con la vita concreta delle persone.

La seconda attenzione: generare comunità. Dalla Pasqua di Cristo nascono comunità nuove, libere, riconciliate. Abbiamo il coraggio di curare l’essenziale, per lasciare spazio a relazioni vere, dentro le quali le persone si sentano parte di un popolo: si sentano accolte, accompagnate, valorizzate, corresponsabili. Ai giovani impegniamoci a offrire tempo e ascolto, dentro e oltre le iniziative.

La terza attenzione: abitare e servire la città. Roma non è lo sfondo indifferente delle nostre comunità: è il luogo della nostra missione. La comunità generata dal Risorto non può restare chiusa in sé stessa, ma condivide le attese, le fragilità e le domande delle persone; e impara a riconoscere, in ciò che accade nei diversi ambienti della città, le domande alle quali il Vangelo può rispondere, se nuovamente accolto.

A queste tre attenzioni di verifica se ne aggiunge una quarta, che le attraversa tutte: la formazione del Popolo di Dio. Le nostre attività fanno crescere nella fede? Formano discepoli missionari? Aiutano a maturare responsabilità ecclesiali? Generano una fede adulta, capace di tradursi in scelte concrete di vita e di servizio?

Il cuore del metodo che vi propongo è però una domanda semplicissima: “perché?”. Si tratta di fermarsi insieme e di domandarsi, per ogni cosa che si fa: perché la facciamo? Quale intenzione evangelica ci muove, a quale bisogno reale intendiamo rispondere, in che modo questa scelta corrisponde alla missione della Chiesa? E poi, il secondo passo: perché otteniamo questi risultati e non altri? Perché alcune iniziative generano cammini e altre restano isolate? Perché alcune persone partecipano e altre rimangono ai margini? Dall’incontro tra le ragioni delle nostre scelte e le ragioni dei loro effetti nasce un discernimento autentico, che permette di riconoscere ciò che va mantenuto, valorizzato, corretto, abbandonato o avviato.

Perché tutto questo non resti un buon proposito, il cammino avrà un suo “ritmo”, e ringrazio il Cardinale Vicario e gli altri collaboratori di avere predisposto delle tappe che vi saranno presentate.

Vi chiedo perciò di darvi il tempo di camminare insieme – non un anno, ma un cammino –, perché sia un vero discernimento e non un’iniziativa che si aggiunge alle altre. Il Vescovo non vi chiede di programmare nuove attività: vi propone un metodo comune di ascolto, di discernimento, di verifica e di conversione. I contenuti e le priorità restano affidati alla responsabilità delle vostre comunità, nei cinque ambiti che sono la catechesi e l’iniziazione cristiana, i giovani, la famiglia, la carità, le vocazioni, perché l’obiettivo è condividere uno stile pastorale, non uniformare le esperienze. E in questo le Prefetture sono chiamate a diventare sempre più luoghi di incontro, di confronto e di elaborazione pastorale condivisa.

Cari fratelli e sorelle, è vero: un metodo, da solo, non ha mai convertito nessuno. Allora, perché ciò che vi ho proposto non resti astratto, vi ricordo anche un volto. Ho infatti approvato con gioia la decisione di compiere i passi necessari perché sia avviata l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di don Luigi Di Liegro, presbitero di questa Chiesa, morto il 12 ottobre 1997. Il dono che egli fa al nostro cammino non sta anzitutto nelle opere che ha fatto: Don Luigi, prima di costruire qualunque cosa, ha voluto “vedere”. Nel 1969 commissionò un’indagine sulla religiosità dei romani, perché aveva imparato che non c’è incarnazione del messaggio senza ascolto della realtà. Nel suo ultimo intervento, poche settimane prima di morire, don Luigi disse ai suoi operatori: «Il discernimento è questa domanda: Signore, dove sei?».

Carissimi, questo fa pensare alla domanda di Maria di Magdala presso il sepolcro di Gesù. È la domanda con cui oggi ricominciamo. Quali segni del Regno e quali appelli dello Spirito Santo emergono oggi dalla vita di Roma, e quale forma di Chiesa occorre assumere per riconoscerli e servirli? Custodire in noi questa domanda ci aiuterà a essere Chiesa solidale con il destino di questa città, a contatto con le sue ferite, le sue attese e le sue trasformazioni.

Vorrei ora dirvi una parola sul ministero ordinato a Roma. Prima però desidero dire “grazie”, e non per formalità. Grazie al Cardinale Vicario, ai Vescovi ausiliari, ai Prefetti e a quanti prestano servizio negli uffici del Vicariato. Grazie ai Parroci e ai Vicari parrocchiali; ai sacerdoti anziani e malati, ai Cappellani degli ospedali, delle carceri, delle scuole e delle università; ai sacerdoti venuti da altre Chiese e da altri Paesi, che servono in questa città come fosse la loro. Grazie ai Diaconi permanenti e alle loro famiglie. Grazie ai religiosi e alle religiose; a chi nel silenzio sostiene Roma con l’intercessione; e a chi la incontra ogni giorno nelle scuole, negli ospedali, nelle case di accoglienza, nelle periferie. Grazie ai catechisti, agli educatori, agli operatori della carità. Lo sappiamo: il bene non fa rumore, lo conosce il Signore, e oggi desidero riconoscerlo anch’io. Grazie!

So anche che il servizio pastorale, oggi, è più faticoso di ieri. Vi esorto a non portare le fatiche da soli. E vi dico con chiarezza che l’arte della verifica pastorale non vi chiede di fare di più: vi dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio. Se la verifica pastorale diventasse un’ulteriore incombenza sulle vostre spalle, ne avremmo tradito il senso. Vorrei allora offrirvi qualche considerazione sul volto dei presbiteri di cui Roma ha bisogno. Il prete dovrebbe essere un uomo che ascolta prima di rispondere, che discerne prima di decidere. Una persona che resta davanti al Signore, perché non può condurre altri a un incontro che non sta vivendo. La domanda del “perché?” è anzitutto una sua domanda personale: perché sono prete? Corrisponde ancora, la mia giornata, al motivo per cui il Signore mi ha chiamato per nome? Il prete non concentra in sé ogni responsabilità. Riconosce i carismi, forma le coscienze, rende possibile la corresponsabilità dei laici: non per mancanza di forze, ma per fedeltà alla natura della Chiesa. Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto. Significa generare comunione, valorizzare le energie degli altri, collegare persone e realtà, custodire l’unità. Il prete, infine, si inserisce e desidera appartenere a una comunità capace di leggere il proprio quartiere, di condividerne le ferite e le speranze, responsabile della vita di tutti, anche di chi non varca la soglia della chiesa. Questa è la forma che la carità assume nella presidenza pastorale, ed è ciò che impedisce a una parrocchia di ripiegarsi nell’autoconservazione.

Nessuno è chiamato a vivere tutto questo da solo. Il presbiterio non è la somma di sacerdoti che si incontrano per necessità organizzative: è una fraternità, ed è il primo luogo in cui verificare se ciò che facciamo genera davvero comunione. Desidero che le Prefetture siano, prima che strumenti di coordinamento, luoghi effettivi di fraternità sacerdotale, dove si possa dire anche la propria fatica senza vergognarsene. Accanto a voi, i diaconi ricordano a tutta la Chiesa che essa esiste per servire; e i religiosi e le religiose, con la gratuità delle loro vite, ricordano a Roma che nessuna efficienza salva l’uomo e che il primato spetta a Dio.

Un pensiero particolare va ai nostri seminaristi. Cari giovani, vi state preparando ad essere preti per questa Diocesi. Vi invito a prendere parte, già ora, a questo cammino di verifica, imparando ad assumerlo come stile negli anni della formazione. E lasciatevi formare sia dai libri, che sono necessari per incontrare i buoni maestri, sia dai volti: dai poveri, dai malati, dalla gente delle nostre parrocchie. A voi e ai vostri formatori dico la mia gratitudine e la mia fiducia. I giovani non si consegnano a un ruolo, ma seguono uomini e donne che appaiono felici di ciò che sono.

So che questo cammino di verifica chiederà pazienza, e forse anche il coraggio di lasciare andare qualcosa a cui siamo affezionati. Ma è lo stesso coraggio di Maria di Magdala, che ha dovuto lasciare andare il desiderio di trattenere il Signore per correre, invece, ad annunciarlo. Da questo discernimento pastorale nascerà, lo spero, una fase di condivisione delle esperienze rinnovate e poi la costruzione di un cammino comune che ci prepari, insieme, al Giubileo della Redenzione del 2033.

Cari fratelli e sorelle di Roma, non temete di lasciarvi ancora chiamare per nome! Il Signore vivo si lascia incontrare da chi, come Maria all’alba di Pasqua, ha ancora il coraggio di cercarlo, anche in lacrime, anche nel buio. Vi accompagni la Madre di Dio, Salus Populi Romani, che per prima ha creduto e ha generato Cristo al mondo. E a tutti voi, alle vostre comunità e a questa città, giunga la mia benedizione.


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