Sant’Agostino spiega: non segnalare il male significa essere complici della rovina del fratello, ma come farlo?

Se un tuo fratello avrà commesso una colpa contro di te, rimproveralo a tu per tu da solo. Perché lo riprendi? Perché ti dispiace che ha mancato contro di te? Non sia mai! Se lo farai per amor tuo, non farai nulla.
Se invece lo farai per amore di lui, farai una cosa ottima.
.. (…) Cerchiamo d’eliminare il male dove si è compiuto.
Noi tuttavia non ci disinteressiamo di curare una tale ferita, mostrando anzitutto a chi si trova in un tale peccato ed ha la coscienza ferita, che quel peccato è mortale. Talora coloro che lo commettono, lo disprezzano mossi da non so quale perversità e cercano di procurarsi, non so come, testimonianze prive d’autorità e vane affermando che Dio non si cura dei peccati della carne.
.. (..) Tacere per quieto vivere o per indifferenza è peggio che rimproverare

Sant’Agostino spiega la correzione fraterna in modo approfondito nel Discorso 82 (noto anche come Sermone 82 o Discorso 109 nella numerazione tradizionale), commentando il passo del Vangelo di Matteo (Mt 18, 15-18).

Nella visione agostiniana, non segnalare il male significa essere complici della rovina del fratello: “Se tuo figlio avesse una piaga e volesse nasconderla per paura dell’incisione, non saresti forse crudele se tacessi?”.

Nella Regola di sant’Agostino, la correzione fraterna è trattata diffusamente nel Capitolo 4, intitolato “Custodia della castità e correzione fraterna”.

Per Agostino, la correzione non è un atto ispettivo o punitivo, ma costituisce il vertice supremo della carità comunitaria. Tacere di fronte allo sbaglio di un confratello non è rispetto, ma indifferenza verso la sua salvezza. La Regola traduce l’insegnamento del Vangelo di Matteo (Mt 18, 15-18) in una prassi comunitaria strutturata attraverso passaggi ben precisi:

– Il dovere di ammonire in segreto

Se un membro della comunità nota una colpa nel fratello (la Regola fa l’esempio concreto degli sguardi impuri o di atteggiamenti non consoni), ha il dovere di ammonirlo immediatamente a quattr’occhi. Questo primo passo serve a proteggere la reputazione del fratello e a dargli la possibilità di ravvedersi senza subire umiliazioni pubbliche.

– Il ricorso ai testimoni

Se il fratello non ascolta il primo richiamo e persevera nello stesso errore, non bisogna desistere. Chi ha rilevato la colpa deve associarsi a uno o due altri fratelli per rendere manifesto l’errore in cerchia ristretta. Agostino sottolinea che prima di arrivare a questo si può anche ricorrere alla mediazione del Superiore in via riservata, affinché lo riprenda in segreto prima di coinvolgere altri.

– La manifestazione al Superiore e la correzione pubblica

Se il colpevole nega ancora l’evidenza o rifiuta di correggersi nonostante i testimoni, la colpa deve essere portata davanti al Superiore (o all’intera comunità). Se viene giudicato colpevole dal Superiore o dal voto della comunità, il fratello deve sottoporsi a una punizione riparatrice dettata dalla disciplina del monastero.

– L’estrema ratio: l’espulsione salutare

Se il fratello rifiuta categoricamente la correzione e la disciplina della comunità, viene espulso dal monastero. Anche questo atto estremo, specifica Agostino nella Regola, non è dettato da crudeltà, ma da un duplice motivo di carità: evitare che il ribelle contagi gli altri fratelli con il suo comportamento e scuotere la sua coscienza affinché guarisca spiritualmente.

– La distinzione fondamentale: Correttori vs Delatori Agostino compie una distinzione psicologica e spirituale fondamentale:

Il delatore: Chi parla del peccato altrui alle spalle per colpire il soggetto, per pettegolezzo o per vanagloria, chi giudica le intenzioni del peccatore violando il foro interno.

Il correttore: Chi agisce unicamente per amore ed ha “cura” della ferita dell’altro, chi agisce con quella carità usata da Gesù per ognuno di noi ed è colui che cerca sempre di scusare le intenzioni, ma condannando seriamente gli atti peccaminosi, tentando di correggere i pensieri erronei e corrotti.

Sant’Agostino spiega anche il comandamento del non giudicare in modo approfondito nel trattato De sermone Domini in Monte (Il discorso del Signore sulla montagna), nello specifico nel Libro II (capitolo XVIII), commentando il celebre passo del Vangelo di Matteo «Non giudicate, perché non siate giudicati».

I punti centrali del pensiero agostiniano sul non giudicare:

– Il divieto sui fatti incerti o dubbi: Agostino chiarisce che Gesù ci vieta di giudicare quelle azioni che sono ambigue, ovvero quando non sappiamo con quale intenzione interiore siano state compiute (se con cuore retto o doppio). Non bisogna presumere il male dietro a un comportamento se non vi è un’evidenza chiara e manifesta.

– Il pericolo del giudizio temerario: Il Santo di Ippona ammonisce contro la presunzione di sostituirsi a Dio nel scrutare i cuori. Chi giudica temerariamente gli altri, nel foro interno, spesso lo fa con ipocrisia, concentrandosi sui difetti altrui (la pagliuzza) mentre ignora le proprie gravi colpe (la trave).

– La distinzione tra giudicare e correggere: Non si tratta di eliminare ogni forma di discernimento o il dovere della correzione fraterna (di cui parla nel Discorso 82), ma di correggere sempre con l’umiltà, la misericordia e la consapevolezza della propria fragilità e debolezza peccaminosa.

In sostanza scusare sempre le intenzioni per aiutare il peccatore a comprendere l’errore, come ci richiama lo stesso san Francesco di Sales e lo stesso sant’Alfonso Maria de Liguori sul tema della Misericordia, della Conversione, della Penitenza e della Giustizia.

Sollecitiamo, del LIBRO II, SECONDO, DI FERMARSI BENE SULLA SPIEGAZIONE CHE IL SANTO FA DEL PATER NOSTER… specialmente su quel: “non inducas in tentazione” per comprendere quanto la frase tratta dallo stesso san Girolamo per la Vulgata, sia corretta….

Il significato di tentazione.  9. 30. Libro Secondo qui a pag.41 del file.

I punti chiave del Discorso 82:

Dimenticare l’offesa personale, non la ferita del fratello: Agostino spiega che quando qualcuno ti offende, ha ferito se stesso compiendo un peccato; tu devi dimenticare l’offesa subita dal punto di vista personale, ma non devi ignorare o trascurare la grave ferita spirituale inferta al tuo fratello.

Un atto d’amore e non di vendetta: Tacere per quieto vivere o per indifferenza è peggio che rimproverare; chi corregge, però, deve farlo spinto unicamente dal desiderio di salvare il peccatore dalla rovina e deve farlo con spirito di carità.

Il dovere della correzione: L’ammonimento deve avvenire innanzitutto a tu per tu (in segreto), per amore e senza umiliare l’altro.

Con tali premesse, buona meditazione dal testo originale di sant’Agostino.

***

I DUE TESTI DA SCARICARE IN PDF


Il significato di tentazione.
9. 30. La sesta domanda è: Non ci immettere nella tentazione 78. Alcuni manoscritti hanno: Indurre che ritengo abbia il medesimo significato; infatti dall’unico termine greco è stato tradotto l’uno e l’altro. Molti poi nel pregare dicono: Non permettere che siamo indotti in tentazione, mostrando, cioè, in che senso sia stato usato l’indurre. Infatti Dio non ci induce da se stesso, ma permette che vi sia indotto colui che per un ordinamento occultissimo e meriti avrà privato del suo aiuto. Spesso anche per ragioni manifeste egli giudica uno degno fino a privarlo del suo aiuto e permettere che sia indotto in tentazione.
Una cosa è infatti essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati.
Infatti senza la tentazione nessuno è adatto alla prova, tanto in se stesso, come si ha nella Scrittura: Chi non è stato tentato che cosa sa? 79, quanto per l’altro, come dice l’Apostolo: E non avete disprezzato quella che era per voi una tentazione nella carne 80. Da questo fatto appunto li ha riconosciuti costanti, perché non furono distolti dalla carità a causa delle sofferenze capitate all’Apostolo nel fisico.
Infatti noi siamo noti a Dio prima di tutte le tentazioni perché egli sa tutto prima che avvenga.

Analogia del concetto di tentazione.
9. 31. Quindi la frase che si ha nella Scrittura: Il Signore Dio vostro vi tenta per sapere se lo amate 81 è stata espressa nel traslato da per sapere a per farvi sapere, come diciamo allegro un giorno che ci rende allegri e pigro il freddo perché ci rende pigri e altri innumerevoli modi di dire che si hanno tanto nel gergo abituale, come nel linguaggio dei letterati e nei libri della Sacra Scrittura.
Gli eretici, che sono contrari al Vecchio Testamento e non comprendendo questa locuzione, pensano che è bollato, per così dire, da un marchio d’ignoranza l’essere di cui è stato detto: Il Signore Dio vostro vi tenta, come se nel Vangelo del Signore non sia stato scritto: Lo diceva per tentarlo perché egli sapeva quel che stava per fare 82.
Se infatti conosceva il cuore di colui che tentava, che cosa voleva conoscere tentando? Ma senz’altro l’episodio è avvenuto, affinché colui che veniva tentato riflettesse su se stesso e riprovasse la sua sfiducia perché le turbe furono saziate col pane del Signore, mentre egli pensava che esse non avessero di che mangiare 83.

Varie provenienze della tentazione.
9. 34. Avvengono dunque le tentazioni ad opera di Satana, non per un suo potere, ma col permesso del Signore per punire gli uomini dei loro peccati o per provarli e addestrarli in riferimento alla bontà di Dio. E importa molto in quale tentazione uno incorra. Difatti Giuda, che vendé il Signore 96, non è incorso nella medesima tentazione in cui è incorso Pietro che per paura negò il Signore 97. Vi sono anche delle tentazioni provenienti, così penso, dall’uomo, quando uno con buona intenzione ma nei limiti dell’umana debolezza sbaglia in qualche consiglio ovvero si adira col fratello nell’intento di correggerlo, ma un po’ al di là di quel che richiede la serenità cristiana.
Di queste tentazioni dice l’Apostolo: Non vi sorprenda la tentazione se non quella umana; ed anche: Dio è fedele, perché non permette che siate tentati al di là di quel che potete, ma vi darà assieme alla tentazione anche il superamento affinché possiate sopportarla 98.
E con questo pensiero ha mostrato abbastanza che non dobbiamo pregare per non essere tentati, ma per non essere indotti in tentazione. E vi siamo indotti, se si verificano di tale fatta che non riusciamo a superarle.
Ma poiché le tentazioni pericolose, in cui è dannoso essere immessi o indotti, hanno origine dalle prosperità o avversità nel tempo, non si fiacca dalla inquietudine delle avversità chi non si lascia allettare dall’attrattiva delle prosperità.


e dal: DISCORSO 82 di Sant’Agostino sulla Correzione fraterna

    1. Nostro Signore ci esorta a non rimanere indifferenti ai peccati che possiamo commettere gli uni contro gli altri, non cercando che cosa rimproverare ma badando a quel che si deve correggere. Egli infatti afferma che uno ha lo sguardo acuto, per togliere la pagliuzza dell’occhio d’un suo fratello, se non ha una trave nel proprio occhio 1. Ma che cosa vuol dire questo? Cercherò di farlo capire brevemente alla Carità vostra. La pagliuzza nell’occhio è la collera; la trave nell’occhio è l’odio. Ebbene, quando uno che ha l’odio rimprovera un altro ch’è in collera, vuol togliere la pagliuzza dall’occhio d’un suo fratello ma n’è impedito dalla trave che porta nel proprio occhio. La pagliuzza è l’inizio d’una trave, poiché quando la trave nasce è una pagliuzza. Innaffiando la pagliuzza la si fa arrivare ad essere una trave; alimentando l’ira con i cattivi sospetti, la si fa diventare odio.

Differenza tra l’ira che rimprovera o castiga e l’odio.
2. 2. C’è però una gran differenza tra il peccato di chi s’adira e la crudeltà di chi ha l’odio. Noi infatti ci adiriamo anche con i nostri figli, ma ove si trova uno che odia i figli? Perfino tra le bestie la giovenca madre talora, quando è arrabbiata per qualche noia, allontana dalle poppe il vitello, ma lo ama mossa dall’istinto materno. Le dà un certo fastidio quando la urta, ma vien cercato quando è lontano.
Anche noi facciamo ugualmente: non diamo un castigo ai figli se non adirandoci un poco e sdegnandoci, ma tuttavia non li castigheremmo se non li amassimo. Tanto è vero che non tutti quelli che si adirano lo fanno per odio; ciò è tanto vero che alle volte è evidente che uno piuttosto odia se non va in collera. Supponi che un ragazzo voglia divertirsi nell’acqua d’un fiume che nel suo corso impetuoso potrebbe condurlo alla morte.
Se tu lo vedessi in pericolo e lo lasciassi fare, lo odieresti: la tua condiscendenza potrebbe essere la sua morte.
Quanto sarebbe meglio se ti arrabbiassi e lo correggessi anziché permettergli d’andare incontro alla morte non arrabbiandoti! Anzitutto quindi è da evitarsi l’odio, dev’essere tolta dall’occhio la trave.
Poiché è una cosa molto diversa quando uno, sotto l’impulso dell’ira, non sa moderare con uno le parole ma poi cancella questo suo eccesso col pentirsene, e un’altra cosa è serbare insidie racchiuse nel cuore. C’è infine molta differenza tra queste parole della Scrittura: Il mio occhio è turbato per la collera 2. A proposito dell’altro invece che cosa è detto? Chi odia un suo fratello è omicida 3. C’è molta differenza tra un occhio turbato e un occhio spento. Una pagliuzza turba, una trave uccide.

L’odio nuoce più a chi l’ha che agli altri.
2. 3. Affinché dunque possiamo mettere bene in pratica e compiere ciò a cui oggi siamo stati esortati, dobbiamo deciderci anzitutto a non covare l’odio. In effetti quando nel tuo occhio non c’è una trave, allora vedi bene quel che c’è nell’occhio di tuo fratello e sei in angustie finché non togli dall’occhio di tuo fratello ciò che può danneggiare il suo occhio. La luce della vista che si trova in te non ti permette di trascurare la luce della vista di tuo fratello.
Se infatti hai l’odio e vuoi riprenderlo, come potrai correggerne la vista dal momento che l’hai perduta tu stesso? Poiché dice chiaramente anche ciò la Scrittura dove sta scritto: Chi odia il proprio fratello è omicida 4. Chi odia il proprio fratello – è detto – è ancora nelle tenebre 5.
Le tenebre sono l’odio.
Ma è impossibile che, se uno odia un altro, non faccia del male prima a se stesso. Poiché, mentre tenta di fargli del male esternamente, danneggia se stesso nell’intimo del proprio animo. Ora, quanto più importante del corpo è l’anima, tanto più dobbiamo preoccuparci ch’essa non venga danneggiata. Danneggia infatti la propria anima chi odia un altro.
Ma che cosa potrà fare di male a colui ch’egli odia?
Che cosa potrà fargli?
Gli sottrarrà il denaro; potrà forse portargli via la fede?
Lede la fama ma può forse ledere la coscienza?
In qualsiasi modo gli faccia del male, lo danneggia all’esterno.
Considera invece il danno che arreca a se stesso. È nemico di se stesso nel suo intimo chi odia un altro. Ma siccome non si rende conto del male che fa a se stesso, si accanisce contro un altro, vivendo tanto più pericolosamente quanto meno capisce il male che fa a se stesso, poiché agendo crudelmente ha perduto anche la sensibilità morale.
Hai infierito contro un tuo nemico. Dalla tua crudeltà egli è stato spogliato, ma tu sei malvagio.
C’è una gran differenza tra l’essere spogliato e l’essere malvagio. Quello ha perduto il denaro, tu invece l’innocenza.
Devi domandarti: “Chi ha sofferto un danno più grave?”. Quello ha perduto un bene destinato a perire, tu invece sei diventato uno destinato a perire.

Con quale animo si deve rimproverare un fratello.
3. 4. Dobbiamo quindi fare un rimprovero spinti dall’amore, non per la brama di fare del male, ma per il desiderio di correggere. Se saremo animati da tali sentimenti, metteremo ottimamente in pratica l’esortazione udita oggi: Se un tuo fratello avrà commesso una colpa contro di te, rimproveralo a tu per tu da solo 6. Perché lo riprendi? Perché ti dispiace che ha mancato contro di te? Non sia mai! Se lo farai per amor tuo, non farai nulla.
Se invece lo farai per amore di lui, farai una cosa ottima.

Considera quindi, a proposito delle stesse parole, per amore di chi tu debba farlo, se per amor tuo o di lui: Se ti ascolterà – dice la Scrittura – avrai fatto tornare tuo fratello a migliori sentimenti.
Fallo dunque per amore di lui, affinché tu ottenga la sua conversione. Se, facendolo, tu lo recupererai, qualora tu non lo avessi fatto, si sarebbe perduto. Perché allora i più degli uomini disprezzano quei peccati e dicono: “Che cosa di grave ho commesso? Ho peccato contro un uomo!”. Non dare poca importanza a ciò. Hai peccato contro un uomo; vuoi sapere che peccando contro un uomo, ti sei perduto? Se quello contro il quale hai peccato ti avrà rimproverato a quattr’occhi da solo, e tu lo avrai ascoltato, ti avrà fatto ravvedere.
Che vuol dire: “ti avrà fatto ravvedere”, se non che ti saresti perduto, se non ti avesse fatto ravvedere? Poiché, se non ti fossi perduto, in qual modo ti avrebbe riportato sulla buona strada? Nessuno dunque faccia poco conto quando pecca contro un suo fratello.
L’Apostolo infatti dice in un passo: Orbene, peccando così contro uno dei vostri fratelli e urtando la loro coscienza malferma, peccate contro Cristo 7; questo perché tutti siamo diventati membra di Cristo. In qual modo non pecchi contro Cristo dal momento che pecchi contro un membro di Cristo?.

Rimedio per questo peccato.
3. 5. Nessuno dunque dica: “Non ho peccato contro Dio, ma solo contro un fratello, contro un uomo: è un peccato leggero o non è affatto un peccato”. Forse tu dici: “È un peccato leggero” perché presto si guarisce.
Hai peccato contro un tuo fratello? Ripara il torto e sarai guarito.
Hai compiuto un’azione che procura la morte dell’anima: ma hai trovato presto il rimedio.
Chi di noi potrà sperare il regno dei cieli, fratelli miei, dal momento che il Vangelo dice: Chi dirà a un suo fratello: Sei un cretino, sarà condannato al fuoco dell’inferno 8? È un’affermazione tremenda; ma vedi il rimedio nello stesso passo del Vangelo: Se stai recando la tua offerta all’altare e ti ricordi che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare 9. Dio non va in collera perché tu differisci a porre sull’altare il tuo dono. Dio cerca te piuttosto che il tuo dono. Se infatti ti presentassi davanti al tuo Dio con un dono, ma covando il malanimo contro un tuo fratello, ti potrebbe rispondere: “Tu sei perduto, che cosa mi hai recato? Tu offri il tuo dono, ma non sei un dono di Dio”.
Cristo va in cerca di chi è stato redento col suo sangue anziché di ciò che hai trovato nel tuo granaio. Lascia dunque il tuo dono lì, davanti all’altare, e va’ prima a far pace con tuo fratello e poi verrai a offrire il tuo dono 10. Ecco quanto facilmente hai cancellato la colpa degna del fuoco dell’inferno. Quando non eri ancora rappacificato, eri condannato all’inferno, ma una volta rappacificato, offrirai sicuro il tuo dono all’altare.

Maniera di rimproverare e perché si fa in segreto.
8. 11. Cerchiamo di agire, anzi si deve agire così, non solo quando si pecca contro di noi ma anche quando uno pecca senza che altri lo sappia. Dobbiamo rimproverare in segreto e in segreto biasimare, per evitare che volendo rimproverare in pubblico, sveliamo la persona.
Noi desideriamo solo rimproverare e correggere: che fare, se un nemico cerca di sentire il peccato per punire la persona? Un vescovo per esempio conosce un non so quale omicida ma non lo conosce nessun altro.
Io voglio rimproverarlo dinnanzi a tutti, ma tu cerchi di formulare un’accusa al tribunale contro di lui. Io non svelo il suo peccato, ma neppure rimango indifferente; io lo rimprovero in segreto: pongo davanti ai suoi occhi il giudizio di Dio, metto paura a una coscienza ferita, la spingo al pentimento. Dobbiamo essere dotati di questa carità.
Ecco perché talvolta ci si rimprovera che diamo l’impressione di non rimproverare o si pensa che noi sappiamo ciò che invece non sappiamo o che ci rifiutiamo di dire ciò che sappiamo.
Ma forse so anch’io ciò che sai tu, eppure non rimprovero alla tua presenza perché desidero curare, non accusare.
Ci sono degli adulteri nelle loro case che peccano di nascosto; alle volte ci vengono denunciati dalle loro mogli per lo più gelose, talora invece desiderose della salvezza dei mariti, ma noi non li palesiamo, ma li rimproveriamo in segreto.
Cerchiamo d’eliminare il male dove si è compiuto.
Noi tuttavia non ci disinteressiamo di curare una tale ferita, mostrando anzitutto a chi si trova in un tale peccato ed ha la coscienza ferita, che quel peccato è mortale. Talora coloro che lo commettono, lo disprezzano mossi da non so quale perversità e cercano di procurarsi, non so come, testimonianze prive d’autorità e vane affermando che Dio non si cura dei peccati della carne.
Non si trova forse nella Scrittura il passo che abbiamo sentito oggi: Dio condannerà i fornicatori e gli adulteri 23? Ecco, rifletti bene, tu che hai una malattia di tal genere.
Ascolta ciò che dice Dio, non ciò che ti dice il tuo animo favorevole ai tuoi peccati oppure il tuo amico, o meglio il nemico tuo e di se stesso, legato con te alla medesima catena di peccato.
Ascolta dunque ciò che dice l’Apostolo: Il matrimonio sia rispettato da tutti e gli sposi mantengano il talamo incontaminato; Dio infatti punirà i fornicatori e gli adulteri 24.

Necessità di una pronta conversione.
9. 12. Orsù, fratello, correggi la tua condotta. Hai paura d’essere accusato in giudizio dal tuo nemico e non hai paura d’essere giudicato da Dio? Dov’è la fede? Devi aver paura adesso quando è possibile averla. Il giorno del giudizio è lontano, è vero, ma l’ultimo giorno di ciascun uomo non può essere lontano, poiché la vita è breve. E poiché la stessa brevità è sempre incerta, non sai quando sarà il tuo ultimo giorno. Correggiti oggi a causa dell’incertezza del domani.
Ti giovi il rimprovero che ti faccio anche adesso in segreto. Io infatti parlo in pubblico, ma rimprovero in segreto. Faccio arrivare il suono delle mie parole alle orecchie di tutti, ma voglio incontrarmi solo con la coscienza di alcuni.
Se io dicessi: “Tu, adultero, correggiti”, anzitutto direi forse ciò che non saprei, forse sospetterei ciò che avevo udito a caso. Non dico: “Tu, adultero, devi correggerti”, ma: “Chiunque tu sia che ti trovi adultero tra questi fedeli, devi correggerti”. Pubblica è la riprensione, ma segreta è la correzione. So che colui che avrà temuto si correggerà.

Non bisogna far poco conto dei peccati carnali.
10. 13. Nessuno dica in cuor suo: “Dio non si cura dei peccati carnali”. Non sapete – dice l’Apostolo – che siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi? Se qualcuno violerà il tempio di Dio, Dio lo farà perire 25.
Nessuno s’inganni. Ma forse qualcuno dirà: “Tempio di Dio è l’anima mia, non il mio corpo”, e citerà anche il passo della Scrittura: Ogni carne è come erba e ogni sua gloria come fiore d’erba 26.
Interpretazione infelice, pensiero degno di punizione! La carne è chiamata erba perché muore; ma ciò che muore per un certo tempo, non risorga col peccato. Vuoi conoscere una massima evidente anche a tale proposito? Non sapete – dice lo stesso Apostolo – che i vostri corpi sono tempio dello Spirito Santo ch’è in voi e che vi è stato dato da Dio? 27. (Cercate dunque di non disprezzare i peccati del corpo; poiché anche i vostri corpi sono tempio detto Spirito Santo ch’è in voi e che vi è stato dato da Dio).

(…) Il pastore deve denunciare il male e portare il peso del suo ministero.
12. 15. Se dunque, fratelli, io volessi riprendere a parte qualcuno di voi, forse mi ascolterebbe; ma quando io rimprovero in pubblico un gran numero di voi, tutti mi applaudono; ci fosse almeno qualcuno che mi ascoltasse! A me non piace chi mi loda a parole ma nel cuore non mi stima.
Ebbene, quando mi lodi e non ti correggi, rendi una testimonianza contro di te. Se sei cattivo e ciò che ti dico ti piace, devi provare dispiacere di te, poiché se ti dispiacerà d’esser cattivo, una volta che ti sarai corretto ti compiacerai di te, come ho detto l’altro ieri, se non sbaglio.
Con le mie parole ti metto davanti una specie di specchio.
Queste parole però non sono neppure mie, ma parlo per ordine del Signore e non taccio, poiché egli m’incute paura.
Chi infatti non preferirebbe tacere e non render conto di voi?

Ma ormai ci siamo addossati questo onere e non possiamo né dobbiamo scrollarlo dalle nostre spalle.
Avete sentito, fratelli miei, mentre veniva letta la Lettera agli Ebrei: Ubbidite ai vostri capi e siate loro sottomessi, perché essi vegliano per le vostre anime come persone che dovranno renderne conto a Dio. Fate in modo che compiano questo loro dovere con gioia e non malvolentieri, perché sarebbe per voi svantaggioso 30.
Quando è che compiamo questo dovere con gioia?
Quando vediamo gli uomini progredire secondo le parole di Dio.
Quando è che lavora con gioia nel campo l’operaio?
Quando vede un albero carico di frutti, quando considera la messe e prevede sull’aia abbondanti granaglie; non senza un motivo s’è affaticato, ha curvato il dorso, s’è consumato le mani, ha patito freddo e calura.

Ecco che cosa significa: Adempiano il loro dovere con gioia e non malvolentieri, poiché sarebbe per voi svantaggioso. Dice forse: “Non gioverebbe loro”? No; ma dice: Sarebbe per voi svantaggioso. Poiché quando i capi si rattristano per i mali vostri, è di giovamento ad essi; il malcontento stesso giova ad essi ma non giova a voi.
Noi invece non desideriamo che a noi giovi nulla che non sia di vostro vantaggio. Cerchiamo dunque, fratelli, di compiere insieme il bene nel campo del Signore, affinché godiamo insieme anche del premio.


I commenti sono chiusi.

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑