Leone XIV ai nuovi Vescovi: Siamo Vescovi, ma siamo anzitutto discepoli. Per parlare di Lui…

  • «Amate il popolo che il Signore vi ha affidato… Viviamo in un’epoca di cambiamenti rapidi. Gli sviluppi delle tecnologie della comunicazione e dell’intelligenza artificiale hanno aperto possibilità che, fino a pochi anni fa, non avremmo neppure immaginato. Ma certamente non possono liberare l’umanità dal peccato e dalle sue conseguenze: lo dimostrano tragicamente le crisi che sta attraversando.»
  • «In proposito, cari fratelli, vi raccomando di amare i vostri sacerdoti. Trovino in ognuno di voi un padre e un fratello. Ascoltateli, incoraggiateli, pregate per loro, gioite del bene che fanno e accompagnateli con fiducia nel loro ministero. Abbiate un’attenzione particolare per quelli anziani e ammalati. Fate sentire loro che sono preziosi, che la Chiesa è loro grata e che il Vescovo non li dimentica. A volte basta una telefonata, una visita, una parola affettuosa da parte vostra.»

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV 
AI NUOVI VESCOVI PARTECIPANTI AL CORSO DI FORMAZIONE
“VESCOVI, SERVITORI DELLA COMUNIONE NELLA CHIESA E NEL MONDO DI OGGI”

Aula del Sinodo
Giovedì, 10 settembre 2026

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Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 

La pace sia con voi! 

In questo momento, prima di entrare nel tema della giornata, possiamo fare una preghiera per il riposo eterno del padre del Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, Cardinale Tagle, e per la consolazione di tutta la famiglia. 

[recita Ave Maria]

Sono sinceramente molto contento di incontrarvi alla conclusione di questi giorni di formazione destinati ai nuovi Vescovi e ringrazio per la preparazione i Dicasteri per i Vescovi, per le Chiese Orientali e per l’Evangelizzazione – Sezione Prima Evangelizzazione e Nuove Chiese Particolari. Alcuni di quelli che hanno lavorato nell’organizzazione sono qui e li ringrazio, avendo conosciuto un po’ ciò che significa organizzare questo programma.

Avete vissuto un’esperienza singolare di fraternità: insieme avete ascoltato, pregato, celebrato l’Eucaristia e condiviso le speranze e i sogni che portate nel cuore per le Chiese che il Signore ha appena affidato alla vostra cura di pastori. Tutto questo vi aiuterà a ricordare una cosa molto semplice e preziosa: nessun Vescovo cammina da solo.

Carissimi, sappiate che siete nella mia preghiera, e con voi le vostre Chiese: i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le consacrate, i seminaristi, le famiglie, i giovani, gli anziani, i poveri, quanti soffrono e quanti ancora attendono di incontrare la gioia del Vangelo. Tutti devono trovare un posto nel cuore del Vescovo, perché tutti hanno già un posto nel cuore di Cristo. Per questo, vorrei ora condividere con voi alcune riflessioni sul tema: «Vescovi, servitori della comunione nella Chiesa e nel mondo di oggi».

Prima di tutto, rimanere con Gesù. Tra le molte cose che sarete chiamati a fare come Vescovi, questa è la più importante. Siamo Vescovi, ma siamo anzitutto discepoli. Per parlare di Lui, abbiamo bisogno di stare con Lui; per guidare il suo popolo, dobbiamo lasciarci ogni giorno, ogni giorno, guidare da Lui. «Ne costituì Dodici– ci dice il Vangelo di San Marco –, che chiamò apostoli, perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14). È questo l’ordine del Vangelo: stare con Lui e, da Lui, essere mandati. Non dimentichiamolo mai. Abbiate perciò sempre a cuore il vostro tempo con il Signore: l’Eucaristia, la Parola di Dio, la preghiera e quei momenti nei quali potete stare alla sua presenza con il cuore semplice del discepolo che si lascia amare dal suo Signore. Il nostro ministero nasce da lì. E quando il cuore rimane vicino a Lui, anche il servizio diventa più sereno, più libero, più fecondo.

Un secondo aspetto: avere il cuore di Gesù buon Pastore, un cuore completamente rivolto al Padre e, proprio per questo, totalmente donato ai fratelli. Gesù dice: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Ecco il nostro modello. Il Vescovo è un uomo che impara ogni giorno di più ad amare il suo popolo: a conoscere le gioie e i dolori della sua gente, a condividerne i sogni, a rallegrarsi nel vedere crescere le comunità. Ordinerete sacerdoti e diaconi, incontrerete giovani pieni di entusiasmo, vedrete la generosità silenziosa di tanti religiosi, religiose, missionari, catechisti e famiglie, e scoprirete sempre più quanto è bello il Popolo di Dio. Amate la gente che il Signore vi ha affidato. Imparate i loro nomi, ascoltate le loro storie, entrate, quando potete, nelle loro case, pregate con loro. Specialmente nelle giovani Chiese, tante volte la presenza del Vescovo dice moltissimo, prima ancora delle sue parole. Una visita, una benedizione, il tempo dato a un sacerdote, l’ascolto di una famiglia, il dialogo con un giovane: questi sono piccoli gesti, ma possono rimanere nell’animo di una persona per tutta la vita.

Un’altra caratteristica del Vescovo è quella che la tradizione chiama sollicitudo pastoralis, la sollecitudine pastorale. Non significa semplicemente avere molte responsabilità. È qualcosa di più profondo: è portare il proprio popolo nel cuore. San Paolo chiamava suo «assillo quotidiano» (2Cor 11,28) la preoccupazione per tutte le Chiese. Così la Chiesa alla quale siete stati inviati diventa sempre più parte della vostra vita, quasi parte di voi stessi. Questo è proprio della paternità episcopale: avere un animo grande, abbastanza grande da fare spazio a tutti, portando in sé i propri figli e presentandoli ogni giorno al Signore nella preghiera. Papa Francesco ricordava che «la vicinanza è uno dei tratti di Dio con il suo popolo» (Omelia nel centenario della nascita di San Giovanni Paolo II, 18 maggio 2020). E proprio parlando ai Vescovi del Corso di formazione, il 12 settembre 2019, diceva: «Noi esistiamo per rendere palpabile questa vicinanza». Che parole preziose per noi! Che la gente possa sentire, attraverso la nostra presenza, qualcosa della tenerezza e della paternità di Dio! E questo vale in modo speciale per i sacerdoti.

In proposito, cari fratelli, vi raccomando di amare i vostri sacerdoti. Trovino in ognuno di voi un padre e un fratello. Ascoltateli, incoraggiateli, pregate per loro, gioite del bene che fanno e accompagnateli con fiducia nel loro ministero. Abbiate un’attenzione particolare per quelli anziani e ammalati. Fate sentire loro che sono preziosi, che la Chiesa è loro grata e che il Vescovo non li dimentica. A volte basta una telefonata, una visita, una parola affettuosa da parte vostra.

Un ulteriore tratto del nostro ministero che vorrei ricordare è, secondo l’espressione bellissima di Sant’Agostino, quello di essere un «amoris officium» (In Iohannis Evangelium, 123, 5): un servizio d’amore. La nostra predicazione è un atto d’amore, così come l’ascolto, la preghiera, il discernimento, il tempo dato alle persone, la presenza. È la carità pastorale, che permette a Cristo Pastore di giungere al popolo che Egli ama attraverso la nostra povera persona.

Viviamo in un’epoca di cambiamenti rapidi. Gli sviluppi delle tecnologie della comunicazione e dell’intelligenza artificiale hanno aperto possibilità che, fino a pochi anni fa, non avremmo neppure immaginato. Ma certamente non possono liberare l’umanità dal peccato e dalle sue conseguenze: lo dimostrano tragicamente le crisi che sta attraversando. In uno scenario complesso e, per certi versi, inquietante come l’attuale, la Chiesa ha celebrato lo scorso anno il Giubileo della speranza. Forse perché vive fuori dal mondo? Al contrario, perché da Cristo morto e risorto è inviata ad annunciare a tutti il Vangelo della salvezza. E noi Vescovi siamo i primi destinatari di questo mandato. Con l’Enciclica Magnifica humanitas ritengo di aver offerto, in primis ai Pastori delle Chiese, una visione e un metodo per affrontare la grande sfida della custodia dell’umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Vi incoraggio a promuovere nelle vostre diocesi percorsi di riflessione e dialogo, per formare e sostenere quanti vogliono impegnarsi al servizio della civiltà dell’amore. 

Molti di voi vengono da Chiese giovani. Conoscete la bellezza e anche la fatica della missione, di una Chiesa che forse possiede poco, ma che è ricca di una fede grande. Per questo vi invito a conservare un cuore missionario. È un dono prezioso che il Signore ha posto nelle vostre mani e che può diventare ancora più grande nel vostro ministero episcopale. Il Vescovo missionario ha un cuore aperto a tutti: non soltanto a coloro che frequentano le nostre parrocchie, ma anche ai cristiani di altre confessioni, ai credenti di altre religioni, alle persone che non professano una fede, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Tutti ascolta e rispetta, a tutti si fa vicino e sa riconoscere il bene presente nel cuore di ogni persona. 

Sant’Agostino, parlando al suo popolo, diceva: «Vobis enim sum episcopus, vobiscum sum christianus» – lo conoscete tutti, penso -, «per voi […] sono vescovo, con voi sono cristiano» (Sermo 340, 1). Camminiamo con il nostro popolo: preghiamo con loro, ascoltiamo con loro la Parola, celebriamo con loro l’Eucaristia. Cerchiamo con loro ogni giorno il volto del Signore.

Fratelli carissimi, mentre tornate alle vostre Chiese, portate con voi questa certezza: il Signore, che vi ha chiamati, è fedele. Vi precederà sulla strada, vi accompagnerà nel cammino e, con il dono del suo Spirito Santo, vi darà luce ogni giorno. E Maria, Madre della Chiesa, custodisca sempre voi e il popolo che vi è affidato. Grazie.


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Papa Leone XIV: il vescovo non dietro una scrivania, ma con il popolo

L’attenzione del papa per l’America Latina. Ieri la “visita ad limina” dei vescovi dell’Uruguay, oggi la Lettera ai vescovi dell’America Latina e dei Caraibi

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano , sabato, 19. settembre, 2026 (ACI Stampa).


Una Lettera ai Vescovi del Perù in occasione del terzo centenario della canonizzazione di San Turibio de Mogrovejo, patrono dei Vescovi dell’America Latina, giunge oggi da papa Leone XIV. Ricorda, in apertura, il suo servizio del paese latinoamericano, definendolo “un privilegio”. E, in merito alla figura del santo, mette in risalto lo “zelo per l’evangelizzazione, il suo impegno per la costruzione e il rinnovamento della vita ecclesiale e la sua vicinanza ai più poveri e vulnerabili”. L’Apostolo delle Ande, così lo chiama il pontefice. Il ritratto che fuoriesce dalla Lettera è un ritratto che si comprende bene quanto esca dal cuore dello stesso papa: “San Turibio giunse in una terra i cui popoli e costumi gli erano in gran parte sconosciuti. Per guidarli, dovette immergersi in quella cultura viaggiando in tutta la regione. Le sue visite pastorali e il suo desiderio che il Vangelo fosse annunciato nelle lingue locali rafforzarono gradualmente il suo legame con quella terra e la sua gente”. 

Parla di vitalità dell’apostolato: “Alcuni aspetti di una diocesi sono difficili da cogliere stando seduti a una scrivania. Per questo motivo, dobbiamo assicurarci che le visite pastorali mantengano la loro vitalità”. E invita a uscire “personalmente per incontrare le nostre comunità”, per ascoltare “il nostro gregge” e cercare “coloro che raramente hanno l’opportunità di avvicinarsi al vescovo”. Ed è anche l’occasione per tratteggiare alcuni punti importanti del ministero di vescovo: “Cari fratelli, abbiamo bisogno di tornare spesso alla scuola della Croce. L’abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile, quando il comfort, la paura o l’interesse personale prevalgono sul bene dei fedeli. Il mercenario calcola ciò che potrebbe perdere; il pastore sa che deve dare qualcosa di sé per rimanere fedele”. E, seguendo sempre le orme di san Turibio de Mogrovejo, papa Leone XIV chiede di coltivare la “vita interiore” e di restare “consapevoli di essere discepoli bisognosi di conversione”. Sottolinea, inoltre, l’importanza dell’Eucaristia e chiede ai vescovi di offrire ai fedeli “il tempo e lo spazio per rimanere davanti a Lui”. Un invito anche alla comunione nella Chiesa: “L’altare ci ricorda che la comunione è al centro stesso della nostra missione”.

Si reca quindi in Cattedra, dove viene letta la Lettera Apostolica – la Bolla papale con cui il Romano Pontefice lo ha nominato pastore di quella particolare Chiesa. Il vescovo non si è auto-attribuito questa missione; l’ha ricevuta e la esercita in comunione con la Chiesa, unito al Successore di Pietro e al Collegio episcopale. L’insegnamento che offre dalla Cattedra non deriva da una sua parola imposta dall’alto. Ha accolto la fede della Chiesa ed è chiamato a «custodire il buon tesoro», ad approfondirlo e a renderlo comprensibile a coloro che gli sono affidati (cfr. 2 Tim 1,13-14). San Turibio comprese bene questa responsabilità. La sua accoglienza del Concilio di Trento, dei concili provinciali, dei sinodi diocesani e la sua opera catechetica testimoniano il suo desiderio di trasmettere la fede nella sua interezza e di renderla accessibile a coloro che lo hanno preceduto. In un tempo in cui tante voci pretendono di avere autorità sulle coscienze dei fedeli, è dovere del vescovo offrire un insegnamento chiaro, paziente e radicato in questa comunione, per aiutare il suo popolo a riconoscere la voce dell’unico Pastore.

Immancabile, infine, un’esortazione alla formazione sacerdotale. Importante, fondamentale, il sostentamento dei sacerdoti. “La paternità episcopale si riconosce spesso quando un sacerdote sa di poter bussare con fiducia alla porta della residenza del vescovo” così chiosa il pontefice. E, tra i molti doveri dei vescovi, quello di “annunciare la Buona Novella” sottolinea papa Leone XIV. Il ritratto del “Buon Pastore” continua: “Il vescovo, come ogni sacerdote, presta la sua voce e le sue mani a Cristo, Sommo Sacerdote eterno, che agisce attraverso il suo ministero. Ciò che egli celebra deve essere esteso anche alla sua stessa vita, che si unisce sempre più all’offerta del Signore, finché tutta la sua esistenza diventi, in Cristo, un’offerta al Padre”.

Annovera, infine, i vescovi dell’America Latina, nella storia, che hanno tracciato il cammino: Antonio Maria Claret, Ezechiele Moreno, Raffaele Guízar e Oscar Romero, e i beati Juan de Palafox, Jacinto Vera, Mamerto Esquiú, Enrique Angelelli, Jesús Jaramillo ed Eduardo Pironio. 

L’America Latina è fra gli impegni prossimi del pontefice. La Lettera, giunge, infatti, poche ore dopo  la visita “ad limina” di ieri con i vescovi dell’Uruguay.  Dopo essere stati ricevuti nei diversi Dicasteri della Curia romana, i presuli sono stati accolti da papa Leone XIV nel Palazzo Apostolico vaticano. Tra i gesti più significativi dell’incontro – raccontano ai media vaticani – vi è la presentazione al Papa di un documento collettivo che raccoglie le voci di persone provenienti da diverse parti dell’Uruguay in vista del prossimo viaggio apostolico: il materiale, diviso in due volumi, è stato integrato da un riassunto dei temi principali. Scopo del tutto,  dare al pontefice una panoramica delle esperienze e delle speranze del popolo dell’Uruguay. Tanti i temi affrontati nell’incontro riportano i Media vaticani: dal secolarismo  all’ evangelizzazione, poi anche i temi della famiglia, la violenza, il traffico di droga e la pace. E ora i vescovi dell’Uruguay attendono il viaggio apostolico in America Latina che prevede la prima tappa proprio in Uruguay il 6, 7 e 8 novembre prossimi.

LETTERA DI SUA SANTITÀ LEONE XIV
AI VESCOVI DELL’AMERICA LATINA E DEI CARAIBI
IN OCCASIONE DEL TERZO CENTENARIO DELLA CANONIZZAZIONE
DI SAN TORIBIO DI MOGROVEJO

[ Multimedia ]

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Cari fratelli nell’Episcopato:

Accogliendo la richiesta dei Vescovi peruviani e in occasione del terzo centenario della canonizzazione di San Toribio de Mogrovejo, patrono dei vescovi dell’America Latina, vi saluto con affetto nel Signore e vi ringrazio per il servizio che rendete ogni giorno. Mentre vi rivolgo queste parole, il mio cuore è colmo di gratitudine per il privilegio di aver esercitato il ministero episcopale in Perù. Lì ho conosciuto intimamente la fede di un popolo dal quale ho ricevuto molto e ho maturato una comprensione più profonda di cosa significhi essere un pastore. Questa esperienza mi ha avvicinato in modo particolare a San Toribio, che anch’egli giunse da lontano in una terra che alla fine fece sua attraverso la carità pastorale.

I miei predecessori si sono soffermati a lungo sulla figura dell’«esaltato Metropolita di Lima», [1] ricordando il suo zelo evangelizzatore, [2] il suo impegno per l’edificazione e il rinnovamento della vita ecclesiale ,[3] e la sua vicinanza ai più poveri e vulnerabili. [4] Senza tornare ora alla sua biografia, vorrei contemplare il suo ministero alla luce di un segno che ci riporta all’origine stessa della nostra missione: l’accoglienza del vescovo nella sua cattedrale. [5] Un rito simile è prescritto per la visita pastorale a una comunità, [6] quasi che la Chiesa volesse condurre il prelato, più e più volte, al significato di quel primo ingresso. Ciò che la liturgia esprime in pochi gesti, l’Apostolo delle Ande lo ha vissuto per tutti i suoi anni di pastore. Il modo migliore per onorare la sua memoria sarà quello di lasciarci interpellare dal modo in cui ha vissuto il ministero che anche noi abbiamo ricevuto, e di imitarlo.

Il rito inizia alla porta della cattedrale. Lì, il nuovo vescovo viene accolto dalla Chiesa alla quale è stato inviato. Giunge in una comunità che lo precede, una comunità che ha percorso un cammino di fede e nella quale lo Spirito Santo era già all’opera. Varcando quella soglia, entra in una storia che non inizia con lui e si lega, attraverso il suo ministero, a un popolo specifico. Il santo arcivescovo è giunto in una terra di cui conosceva poco i popoli e le culture. Per guidarla, ha dovuto immergersi in quella realtà, e così ha viaggiato in lungo e in largo. Le sue visite pastorali e la sua sollecitudine affinché il Vangelo fosse annunciato nelle lingue locali hanno rafforzato il suo legame con quella terra e la sua gente. All’interno di una diocesi ci sono realtà difficili da cogliere stando seduti a una scrivania. Perciò, sforziamoci affinché la visita pastorale conservi tutta la sua forza: andiamo personalmente incontro alle nostre comunità, ascoltiamo il nostro gregge e cerchiamo coloro che raramente hanno l’opportunità di avvicinarsi al vescovo. Il ministero di un successore degli apostoli richiede di vivere con il cuore in cielo e i piedi per terra.

Ancora sulla soglia, il vescovo riceve un crocifisso e lo bacia. La Chiesa gli pone davanti Colui che amò i suoi fino alla fine. Questo gesto racchiude una promessa di donazione di sé. Il suo ministero potrebbe condurlo su strade inaspettate e richiedergli sacrifici mai immaginati. La croce gli ricorda che deve rimanere con il gregge nei momenti difficili e che proteggere le pecore può costare caro al pastore stesso. Toribio estese quel bacio alla carne sofferente del Signore nei suoi viaggi e nelle sue fatiche, difendendo le popolazioni indigene, correggendo gli abusi e rimanendo vicino ai poveri e ai sofferenti. Cari fratelli e sorelle, abbiamo bisogno di tornare spesso alla scuola della croce. L’abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile, quando il comfort, la paura o l’interesse personale prevalgono sul bene dei fedeli. Il mercenario calcola ciò che potrebbe perdere; il pastore sa che deve dare qualcosa di sé per rimanere fedele (cfr. Gv 10,12-13).

Il vescovo riceve quindi l’acqua santa, si asperge e asperge i presenti. Questo gesto lo riconduce alla fonte comune del Battesimo. Prima di essere pastore, è discepolo; prima di presiedere il Popolo di Dio, si annovera tra i battezzati, resi figli in Cristo. La santità del pastore non può essere data per scontata (cfr. 1 Tim 4,16). San Toribio poté chiedere una vita ecclesiale più fedele al Vangelo perché iniziò lasciandosi misurare proprio da questa esigenza. Chi ha ricevuto il mandato di santificare continua ad aver bisogno di essere santificato; chi annuncia la misericordia vive anche di essa. Prendiamoci dunque cura della nostra vita interiore e manteniamo la consapevolezza di essere discepoli bisognosi di conversione.

Il rito conduce poi il vescovo al Tabernacolo, dove si inginocchia e adora. Prima di iniziare il suo ministero, si sofferma in silenzio davanti al Santissimo Sacramento. I vescovi muoiono, Cristo rimane (cfr. Eb 13,8). I pastori cambiano, sorgono nuove esigenze e si intraprendono progetti, ma la Chiesa vive nel Signore. Perciò, vorrei invitarvi a fare dell’adorazione eucaristica una priorità pastorale. L’amore di Toribio per l’Eucaristia si manifestava nel suo desiderio di avvicinare tutti a Gesù. Offriamo ai nostri fedeli tempo e spazio per rimanere davanti a Lui e incoraggiamo un’adorazione prolungata. Sono convinto che la santa presenza del Signore, ricevuta e adorata fedelmente, sostenga ciò che le nostre forze non possono realizzare e apra strade che nessun progetto potrebbe prevedere. È il Suo amore che trasformerà le nostre diocesi.

Dopo aver indossato le vesti liturgiche, il vescovo si avvicina all’altare e lo bacia. È lo stesso Signore, davanti al quale si è appena inginocchiato, che ora viene contemplato come colui che raduna la sua Chiesa attorno a sé e la rende un solo corpo (cfr. 1 Cor 10,17). Il santo prelato ha servito una Chiesa vasta e diversificata, sforzandosi di mantenerla unita. Anche a noi spetta il compito di far sì che la diversità delle nostre diocesi trovi la sua unità in Cristo. L’altare ci ricorda che la comunione appartiene al cuore stesso della nostra missione.

Poi si reca alla cattedra e vengono lette le Lettere Apostoliche – la bolla con cui il Romano Pontefice lo ha nominato pastore di quella particolare Chiesa. Il vescovo non si è auto-attribuito questa missione; l’ha ricevuta e la esercita in comunione con la Chiesa, unito al Successore di Pietro e al Collegio dei Vescovi. L’insegnamento che offre dalla cattedra non scaturisce da parole proprie che egli deve imporre. Ha ricevuto la fede della Chiesa ed è chiamato a «custodire il buon deposito», ad approfondirlo e a renderlo comprensibile a coloro che gli sono affidati (cfr. 2 Tim 1,13-14). San Toribio comprese bene questa responsabilità. La sua accoglienza del Concilio di Trento, dei concili provinciali, dei sinodi diocesani e la sua opera catechetica testimoniano il suo desiderio di trasmettere la fede nella sua interezza e di renderla accessibile a coloro che lo hanno preceduto. In un tempo in cui tante voci rivendicano autorità sulla coscienza dei fedeli, spetta al vescovo offrire un insegnamento chiaro e paziente, radicato in quella comunione, per aiutare il suo popolo a riconoscere la voce dell’unico Pastore.

In seguito, il clero e i fedeli si avvicinano a “manifestare obbedienza e riverenza” [7] . La riverenza ricevuta diventa una responsabilità per il vescovo, e l’obbedienza offerta esige da lui un ruolo paterno. Ciò è particolarmente evidente nel suo rapporto con i sacerdoti, uniti a lui in modo unico nell’unico sacerdozio e nella missione affidata alla Chiesa particolare. Toribio vegliò sulla loro formazione, fu esigente nell’ammissione agli Ordini sacri, visitò i suoi sacerdoti e sostenne la disciplina ecclesiastica, consapevole che la vita del clero ha ripercussioni su quella del popolo. Cari fratelli, restiamo vicini ai nostri sacerdoti. Prendiamoci cura in modo particolare del seminario e dei primi anni di ministero, promuoviamo una fraternità autentica e assicuriamoci che nessun sacerdote si senta libero di rivolgersi al vescovo solo quando c’è un problema da risolvere. La paternità episcopale si riconosce spesso quando un sacerdote sa di poter bussare con fiducia alla porta della residenza episcopale.

Dopo il Vangelo, il vescovo si rivolge per la prima volta al suo popolo. Fino a quel momento, la liturgia li ha preparati a ricevere e ad ascoltare, conducendoli al silenzio dell’adorazione. Solo allora egli parla. Questo semplice ordine racchiude una lezione che dovremmo sempre tenere a mente. Tra le tante responsabilità che riempiono la nostra giornata, siamo stati inviati ad annunciare la Buona Novella. Come gli Apostoli, siamo chiamati a perseverare «nella preghiera e nel ministero della parola» ( Atti 6,4). San Toribio fece della sua vita una predicazione continua, e il suo messaggio fu credibile perché aveva permesso al Vangelo di plasmare prima la sua esistenza. Che nessuna urgenza o compito pastorale, per quanto necessario, releghi la preghiera al ruolo di preludio alla predicazione. Dedichiamo sempre il tempo necessario all’ascolto della Parola e prepariamo con cura come offrirla al nostro popolo.

Una volta completati i riti di accoglienza e celebrata la Liturgia della Parola, giunge il momento di presentare l’offertorio. In questo offertorio possiamo intravedere in anticipo tutto ciò che il vescovo deporrà, giorno dopo giorno, nelle mani del Signore: il suo lavoro, i progetti che intraprenderà, le decisioni che dovrà prendere, il popolo che gli è affidato, le sue preoccupazioni e le sue speranze. Ci saranno momenti in cui vedrà chiaramente la via e altri in cui si sentirà insignificante: tutto questo trova posto sulla patena. Sta al vescovo abbandonarsi fedelmente; il frutto, in definitiva, appartiene a Dio (cfr. 1 Cor 3,6-7).

La celebrazione stessa rivela la fonte di questa fecondità. Nella Santa Messa, l’unico sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo si rende sacramentalmente presente, mentre il suo Popolo si unisce all’offerta del Signore. Da questo Santo Sacrificio scaturisce la grazia per cui la Chiesa vive e attraverso la quale Cristo continua a radunarla e santificarla nel corso della storia. Il vescovo, come ogni sacerdote, presta la sua voce e le sue mani a Cristo, Sommo ed eterno Sacerdote, che agisce attraverso il suo ministero. Ciò che egli celebra deve estendersi anche alla sua stessa vita, sempre più unita all’offerta del Signore, finché tutta la sua esistenza diventi, in Cristo, un’offerta al Padre.

La geografia spirituale della Chiesa in America Latina è segnata da pastori che hanno reso visibile questa unione tra altare e vita. La figura di San Toribio, quindi, non è sola. Nel corso dei secoli e in diverse regioni del continente, si è formata una vera e propria costellazione di vescovi che la Chiesa venera come santi e beati. Accanto al grande Arcivescovo di Lima, troviamo i Santi Antonio María Claret, Ezequiel Moreno, Rafael Guízar e Óscar Romero, e i Beati Juan de Palafox, Jacinto Vera, Mamerto Esquiú, Enrique Angelelli, Jesús Jaramillo ed Eduardo Pironio, tra tanti altri illustri vescovi. Approfondiamo il ministero e gli scritti di questi pastori e facciamoli conoscere nelle nostre Chiese locali. La loro testimonianza può aiutarci a comprendere meglio la missione del vescovo ed è di particolare interesse per la formazione di seminaristi e sacerdoti. Le loro vite dimostrano come la stessa missione possa assumere forme diverse a seconda dei tempi e delle circostanze, e costituiscono una scuola di pastori nata dalla nostra storia ecclesiale. I santi continuano a formare altri santi (cfr. Eb 13,7).

Affidiamo alla Madonna di Guadalupe il nostro desiderio di vivere con rinnovata fedeltà la missione che abbiamo ricevuto. Agli albori dell’evangelizzazione di quel continente tanto amato, ella volle che san Juan Diego portasse la sua richiesta al vescovo, affinché egli potesse discernere e accogliere ciò che il Signore stava compiendo per mezzo di un umile messaggero. Quell’incontro continua ad essere un invito per noi pastori: ad essere attenti all’azione di Dio, che spesso si manifesta in modi inaspettati e si serve di coloro che meno ci aspettiamo. Per intercessione della Madre di Dio, chiediamo la grazia di conoscere, servire e amare le Chiese che ci sono state affidate, affinché, quando verrà il momento di rendere conto al Signore del nostro ministero, possiamo udire: «Bene, servo buono e fedele… entra nella gioia del tuo padrone» ( Mt 25,21).

Con affetto fraterno, vi benedico di cuore.

Città del Vaticano, 8 settembre 2026, Natività della Beata Vergine Maria.

LEÓN PP. XIV

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[1]  Pio XII, Messaggio radiofonico al quinto congresso interamericano di educazione cattolica , 12 gennaio 1954.

[2]  Cfr. San Giovanni Paolo II, Incontro con i membri dell’Episcopato del Perù , 2 febbraio 1985.

[3]  Cfr. Benedetto XVI, Messaggio in occasione del quarto centenario della morte di san Toribio , 23 marzo 2006.

[4]  Cfr. Francesco, Incontro con i vescovi a Lima , 21 gennaio 2018.

[5] Cfr. Cerimoniale Episcoporum, 1141-1144.

[6] Cfr. Ibid ., 1180.

[7] Ibid ., 1143.

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