L’accusa contro Dio: “Se Dio esistesse, la croce non avrebbe ucciso il prete.” Ma è davvero così?

La morte di un Sacerdote — anche se causata dal crollo di una croce — è una tragedia, non una prova che Dio non esista.
Però non è neppure una domanda da liquidare sbrigativamente: il cristianesimo non dice che Dio impedisca ogni male, Egli ne conosce sempre il motivo concreto per cui una persona muore, Egli solo conosce il come, il dove e il quando.
La risposta centrale è che Dio non è rimasto estraneo alla sofferenza: in Cristo l’ha attraversata.
Ma la croce non è una promessa che nessuno morirà, o nessuno avrà da soffrire, al contrario: per i cristiani è anzitutto il luogo in cui Cristo stesso è morto. La fede non ci autorizza a spiegare (o ad inventare sull’onda emotiva) perché sia accaduta proprio quella tragedia; ci dice, però, che la morte non è l’ultima parola e che Dio non è lontano da chi soffre e nulla sfugge alla Sua Divina Sapienza e conoscenza. Ed è ovviamente impossibile comprendere certi eventi se non mettiamo al centro Gesù Cristo, Nostro Signore Dio, Re del Cielo, della Terra e dell’Universo intero…

Premesso ciò, come dice l’antifona propria della Messa per i Defunti:
Caro Padre Sanchez, in Paradiso ti accolgano gli angeli,
al tuo arrivo ti accolgano i martiri
e ti conducano nella Santa Gerusalemme.
Ti accolga il coro degli angeli
e con Lazzaro, povero in terra,
tu possa godere il riposo eterno, nel cielo.
Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen.

Ciò che fa più male, della morte del Sacerdote redentorista Patrizio Sanchez è il come SEDICENTI CATTOLICI, per non dire anche ATEI (che dovrebbero tacere o, al limite, porsi delle serie domande e non sentenziare arbitrariamente) o già apostati dalla Fede Cattolica, IRONIZZANO o colpevolizzano Nostro Signore stesso del fatto accaduto…
Non serve credere in Dio per capire che davanti al dolore di una famiglia bisognerebbe avere almeno la decenza di tacere…
Il vero dramma, oggi, non è soltanto la cattiveria di certe battute.
È che abbiamo trasformato tutto in uno spettacolo, persino la morte
.
Pur di strappare una risata o raccogliere qualche like, siamo disposti a calpestare il dolore degli altri e si perde l’opportunità di MEDITARE, RIFLETTERE…
E sapete cosa fa più paura? Che ormai, tutto ciò, è persino normale…

  • Perché la morte di questo sacerdote non mette in discussione la grandezza di Dio?
    Perchè, in verità, mette in discussione la nostra capacità di RAGIONARE, PREGARE, AVERE FEDE.
    ..

In molti, infatti, dimenticano, oppure ironizzano, oppure non riflettono sul Libro di Giobbe… è tremendo come inizia…
il Demonio che SFIDA DIO sulla pelle di Giobbe.. Dio sembra stare al gioco.. accetta la sfida! uno dei testi più spiazzanti, provocatori e apparentemente “crudeli” dell’intera letteratura mondiale.
L’idea che Dio e il Demonio (l’Accusatore) facciano una sorta di scommessa sulla pelle di un uomo innocente, destabilizza chiunque cerchi nella religione una consolazione immediata o una giustizia lineare… e arriva una domanda cruciale: si può amare Dio per nulla? SI!! risponde Giobbe...
Il paradosso del libro si risolve solo alla fine: quando Dio risponde a Giobbe dal mezzo di una tempesta, non gli spiega i motivi della scommessa, ma gli mostra l’immensità del cosmo, dell’universo intero. Giobbe capisce che la mente umana non può racchiudere i calcoli dell’universo, eppure si sente ascoltato.
— «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb.2,10) è la risposta straordinaria e terribile che Giobbe dà a sua moglie, la quale, davanti alla devastazione dei figli morti e alla malattia che lo ha colpito, lo istiga a “maledire Dio e morire”….

San Giovanni Paolo II, all’udienza generale del 19 ottobre 1988 diceva: «La passione e la morte di Cristo penetrano, riscattano e nobilitano tutta la sofferenza umana».
Il Papa spiega che Dio ha assunto la sofferenza nella natura umana del Figlio: non perché il dolore diventi facile o desiderabile, ma perché non resti separato dalla solidarietà di Cristo. Con san Paolo allora possiamo dire: «Ora sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento, nella mia carne, a ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col.1,24), che non significa che la passione redentrice di Cristo fosse insufficiente. Giovanni Paolo II chiarisce che la redenzione compiuta da Cristo è piena e sovrabbondante; Cristo, però, unisce a sé le sofferenze dei suoi membri nella Chiesa, che possono diventare partecipazione alla sua missione e occasione di amore nella sofferenza, nel martirio…
La croce che ha ucciso quel prete non dimostra che Dio non esiste; rende, semmai, più urgente la domanda su dove sia Dio davanti alla morte.
Il cristianesimo risponde guardando a Cristo crocifisso: non un Dio che spiega ogni tragedia dall’esterno, ma il Figlio che entra nella sofferenza e promette che la morte non avrà l’ultima parola.

Giobbe, dunque, non sta dicendo che Dio è cattivo o PROCURA IL MALE, al contrario, egli sottolinea che l’esistenza umana è fatta anche di eventi dolorosi e inspiegabili che sfuggono al nostro controllo e alla nostra comprensione… ma se Dio PERMETTE (VEDI ANCHE QUI) che il male abbia la sua espressione, Egli lo trasforma in qualcosa di eccezionale che ha a che fare con la nostra GLORIA ETERNA…
Certo che è difficile comprenderlo se pensiamo esclusivamente in orizzontale, terra, terra, senza alcuna prospettiva del DOPO questa vita terrena…
Chi non crede o rifiuta la vita eterna, non può comprendere
…
E attenzione perché Giobbe non accetterà tutto supinamente.. griderà, chiederà un processo, esigerà spiegazioni… e Dio gliele darà ma non come ci aspettiamo noi, non a soddisfare le nostre aspettative.. Dire di “accettare il male” significa riconoscere che l’uomo non è al centro dell’universo e che non può dettare le regole a Dio...

Sì, il collegamento con il Libro di Giobbe è straordinariamente utile per noi , drammatico e immediato.
Il tragico episodio di cronaca legato a Padre Patricio Sánchez Molinari — morto a causa del crollo di un crocifisso subito dopo aver ricordato ai fedeli la certezza della morte — evoca in modo potente le stesse dinamiche teologiche ed esistenziali che attraversano la storia di Giobbe…
La frase di Padre Sanchez, «Un giorno tutti noi che siamo qui moriremo», ricorda il nucleo della riflessione di Giobbe sulla condizione umana: siamo creature fragili, polvere, esposte in ogni istante alla precarietà.
Nel Libro di Giobbe, la catastrofe si abbatte sull’innocente all’improvviso, nel bel mezzo di una vita serena e fino ad allora protetta.
La tragedia della chiesa di Guayaquil incarna visivamente questo paradosso: il dramma si consuma proprio nel luogo sacro, mentre si parla di Dio e della Sua Misericordia, spezzando una vita in modo umanamente incomprensibile..
Ciò che sconvolge nella morte di Padre Sanchez è l’elemento che l’ha causata: il grande crocifisso dell’altare che cade.
Da un punto di vista puramente umano e razionale, questo crea lo stesso tipo di scandalo teologico che apre il Libro di Giobbe.

Ci si chiede infatti:

  • «Come può Dio permettere che il simbolo stesso del Suo amore e del Suo sacrificio diventi lo strumento di morte per un suo fedele servitore?».

È la stessa identica domanda dei tre amici di Giobbe, che cercano disperatamente una spiegazione logica o una colpa, un colpevole, laddove c’è solo il mistero del dolore innocente.
Davanti a una morte così assurda e fulminea, la ragione umana si arrende.
Ed è qui che interviene il richiamo alla misericordia di Dio.
Nel Libro di Giobbe, quando Dio finalmente parla dalla tempesta, non dà spiegazioni intellettuali o filosofiche sul perché abbia accettato la sfida del Demonio o sul perché i figli di Giobbe siano morti.
Dio sposta il piano: chiede a Giobbe di fidarsi di Lui, mostrando un disegno universale talmente immenso che l’uomo non può decifrare…

Le ultime parole di Padre Sanchez diventano così un’eco moderna della lezione di Giobbe: la consapevolezza del nostro limite non deve portarci alla disperazione, ma a gettarci con totale abbandono nelle mani della misericordia di Dio, l’unico luogo capace di riscattare la brevità e la sofferenza della nostra esistenza… e possiamo davvero considerarlo quale suo Testamento Cristiano…

Dire “affidati a Dio” o invocare il mistero può sembrare una fuga comoda, un modo per lavarsi le mani davanti a un’ingiustizia atroce o a una tragedia assurda, rifiutando la logica e il sano buon senso.
La verità è che la risposta basata sulla fede non cancella affatto la nostra rabbia e la nostra ragione “terra terra”.
Al contrario, le presuppone.

Se analizziamo bene proprio il Libro di Giobbe, scopriamo che il testo dà totalmente ragione a chi protesta:
I veri “razionalizzatori” sono gli amici di Giobbe (I teologi da tavolino)…

    • Quando Giobbe perde tutto, tre suoi amici vanno a trovarlo. Loro rappresentano la logica umana “terra terra” dell’epoca.
      Di fatto gli dicono: “Se ti è successo questo, un motivo logico ci deve essere. Avrai fatto qualcosa di male, oppure Dio sta seguendo una sua regola razionale di giustizia“.
  • Chi cerca a tutti i costi una spiegazione logica per giustificare una tragedia (es. “Padre Sanchez è morto perché il gancio del crocifisso era vecchio” oppure “È successo perché Dio voleva un angelo in cielo”) sta offrendo una consolazione a buon mercato.
  • Giobbe rifiuta queste spiegazioni razionali. Le trova insultanti. Gridare contro l’assurdità del dolore è molto più onesto che cercare di giustificarlo con la logica..
    mentre, proprio quando tutto sembra perduto, Giobbe pronuncia parole meravigliose: «Io so che il mio redentore è vivo» (Gb 19,25).
    • Dio dà ragione a chi contesta, non a chi lo difende o a chi offende la sua Divina volontà…
      Questo è il colpo di scena più clamoroso del libro. Alla fine della storia, Dio si rivolge agli amici di Giobbe (quelli che avevano cercato spiegazioni logiche e difeso la giustizia divina) e dice: «La mia ira si è accesa contro di voi, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe» (Gb.42,7).
      Dio approva la rabbia (non nella violenza fisica, ma nel cercare risposte concrete), il rifiuto, la frustrazione e le domande terra terra di Giobbe. Non vuole una sottomissione cieca o una teologia astratta che ignora il sangue e le lacrime delle vittime, o che venga a compromessi per giustificare il fatto di non riuscire a comprendere con la sola ragione umana, al contrario: Dio VUOLE relazionarsi alla creatura, il Verbo si farà carne appunto e parlerà all’uomo direttamente fino a sigillare questo rapporto, sulla Croce, inchiodando la propria carne, versando il proprio Sangue…
    • La fede non è “capire”, è restare nella tempesta, ma non da soli!
      Dire che “è facile rispondere così” presuppone che affidarsi a Dio tolga il dolore. Ma non è così.
      L’affidamento, il consacrarsi, non è una pillola anestetica, non è “scendere dalla propria croce. Quando Padre Sanchez ricordava la fragilità umana pochi istanti prima del fatto, non stava offrendo una spiegazione logica a un dramma, stava constatando una nuda e cruda realtà biologica ed esistenziale…
      Il mondo è governato anche da leggi fisiche (la gravità che fa cadere una croce) e da incidenti ciechi. La fede non nega questo e non si estranea da queste leggi.
      La fede subentra, quando la ragione ha finito le sue cartucce e si trova davanti al vuoto della morte o, per dirla con sant’Agostino: “Il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in TE, mio Dio”. La fede allora non serve a spiegare l’incidente, serve a impedire che l’incidente abbia l’ultima parola sul valore di quella vita.
      Accettare il mistero non significa che la tragedia smetta di di dirci che esiste il male o di provare rabbia a causa della nostra impotenza.
      Significa solo rifiutarsi di credere che il caos, il male stesso, la morte, il cinismo siano i padroni assoluti della nostra esistenza, delle nostre emozioni.
      NON DIMENTICHIAMO LA “TEMPESTA SEDATA” (Mc.4,35-41)
      Il brano ci narra di quando Gesù, mentre dorme su una barca durante una forte tempesta, viene svegliato dai discepoli impauriti. Egli placa il vento e il mare con un solo comando, rimproverando poi i discepoli per la loro mancanza di fede. Questo episodio evidenzia il profondo contrasto tra l’agitazione umana e la presenza rassicurante di Gesù che condivide le difficoltà con l’uomo…
      Non si tratta di non avere paura, ma di attraversare la paura sapendo che la barca non affonderà perché non siamo soli… Quel “non da soli” ridefinisce la sofferenza. C’è una Presenza divina che sostiene, ma c’è anche la bellezza di una comunità, di fratelli e sorelle con cui condividere il peso del cammino, le battaglie buone, i fallimenti, la sofferenza…
      È un invito solenne a smettere di cercare risposte perfette in noi stessi, nelle nostre opinioni emotive e a iniziare a cercare un baricentro, un’àncora nel cuore della tempesta che è DIO, è Nostro Signore Gesù Cristo.

Introdurre ora il concetto di Peccato Originale è la chiave di volta per rispondere in modo definitivo agli scettici che cercano spiegazioni “terra terra”, o a teologi improvvisati, da tavolino, che vogliono dimenticare la realtà del PECCATO dal quale provengono tante sofferenze umane, alle quali – come rammenta San Paolo – la natura stessa attende la salvezza..
Se la ragione umana si ferma all’assurdità del singolo fatto (la gravità che fa cadere una croce, un tumore che colpisce un bambino, la perdita improvvisa dei beni), la teologia biblica unisce Giobbe e la Genesi per offrire una visione d’insieme strutturata.
Riflettiamo almeno su due elementi:

  1. Il Peccato Originale non è una “colpa individuale”, ma è il “guasto” del sistema creato PERFETTAMENTE da Dio.
    Gli scettici spesso rifiutano il peccato originale perché pensano: “Che c’entro io con la mela di Adamo ed Eva?”.
    Ma in teologia, il peccato originale non è una colpa giuridica ereditaria, è un danno cosmico, universale, a causa del quale Dio stesso pone il rimedio, leggasi Genesi 3,15..

    Scegliendo di escludere Dio e di decidere da soli cosa fosse bene e cosa male, i progenitori hanno spezzato l’armonia originaria della Creazione.
    Il “male” (catastrofi fisiche, malattie, morte fisica) è entrato nel mondo come conseguenza di questa rottura.
    Siamo come passeggeri su una nave il cui motore è stato danneggiato all’inizio del viaggio “per invidia del demonio” dice la Scrittura: subiamo tutti le conseguenze del guasto, anche se non abbiamo rotto noi il motore..
    Pio XII, nel discorso del 12 novembre 1944, dice: «Il peccato [ha] introdotto» il dolore e la morte; ma Dio, «Padre delle misericordie», li ha fatti passare attraverso «il corpo, le vene, il cuore» del Figlio.
    Il Venerabile Pontefice Pio XII aggiunge che la fede non offre una spiegazione completa del mistero, che sarà manifesto nell’eternità.
    È una cautela importante: non pretendere di sapere perché sia morto quel sacerdote…
  1. Giobbe dimostra che il dolore non è sempre o necessariamente una “punizione”…
    Qui scatta il legame perfetto con Giobbe che è prefigurazione stessa di Gesù Cristo, della Chiesa stessa. Gli amici di Giobbe (i prototipi dello scetticismo moralista) dicevano: “Soffri perché hai peccato tu”. Il libro di Giobbe serve proprio a smentirli: Giobbe è innocente.

    Nella Bibbia ci sono due episodi legati alla piscina di Siloe, che si incastrano perfettamente con la storia di Giobbe e la tragica morte di Padre Sanchez: il crollo della torre di Siloe (Lc.13,4-5) «O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico…», e il cieco guarito alla piscina di Siloe (Gv. 9,1-3).
    In entrambi i casi, Gesù si trova davanti a scettici o discepoli che cercano una “ragione terra terra” basata sulla colpa personale, e la sua risposta demolisce per sempre quel modo di pensare.
  • La torre di Siloe che crolla addosso a passanti inermi, con la spiegazione stessa da Gesù è l’esatto equivalente antico del crocifisso che cade su Padre Sanchez.
  • Gesù nega fermamente la logica della retribuzione. Dice che quelle diciotto persone non erano più peccatrici degli altri. La torre è caduta per ragioni strutturali, fisiche, per un drammatico incidente in un mondo precario. Gesù libera le vittime dall’infamia di essere considerate “punite da Dio”.
    «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (Giovanni 9,2). È la stessa domanda degli amici di Giobbe. Gesù risponde:
    «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio»
    Gesù scagiona l’uomo e la sua famiglia. La cecità fa parte di quel “guasto del sistema”, il Peccato Originale, di cui parlavamo (la fragilità biologica derivata dal peccato originale della creazione ferita), non di una colpa diretta. Il PERDONO e la Misericordia di Dio devono ora rivelarsi, manifestarsi e non certo con la nostra logica, ma con quella di Dio stesso.

L’unione tra Genesi e Giobbe ci dice questo: a causa del peccato originale viviamo in un mondo ferito e fragile, dove il giusto e l’ingiusto sono esposti alle stesse identiche leggi fisiche e biologiche.
La morte di Padre Sanchez o le sventure di Giobbe non avvengono perché Dio “punisce” (o si diverte in qualche modo a punire) quel singolo uomo, ma perché quell’uomo abita la nostra stessa terra fragile, segnata dalla finitezza introdotta dal peccato originale.
E dunque, a chi afferma: “Se Dio esistesse, la croce non avrebbe ucciso il prete.”
La risposta è: “La materia segue le sue leggi, ma la morte dell’innocente non è – sempre o solo – una punizione; è l’ingresso nella Mia Misericordia, anche quando ciò avviene per causa dell’uomo stesso a causa delle scelte sbagliate che compie…”

Suggeriamo, sul tema “castigo” i seguenti lavori già fatti:

La Beata Aiello ammonisce e spiega sui castighi divini – Fondatrice la sua Festa il 19 giugno

Sant’Agostino: La rovina della Città di Roma e i castighi di Dio

Perché si parla di castigo ed anche del Sangue prezioso di Gesù?

La Salette, il messaggio mariano ignorato ma anche abusato

Sant’Agostino ammonisce: non c’è peste peggiore che la libertà dell’errore!

Dio lo vuole o lo permette? La dottrina cattolica sulla permissione divina

Quando la terra trema… Dio castiga?

La spada di fuoco del profeta Elia

Alcuni “quesiti e risposte” dal sito Amici Domenicani, per conoscere la sana dottrina e la vera misericordia

Giovanni Paolo II: Dio non ci aiuta se non ci convertiamo

Dopo la Morte Gesù è Giudice e non un notaio o un compagnone de merenda!!

Il giudizio di Dio nella storia

Un ultimo sguardo sul dramma di Giobbe, il peccato originale, gli incidenti come quello di Siloe (o di Padre Sanchez) e il disegno finale di Dio.
Il brano di San Paolo nella Lettera ai Romani (Capitolo 8, versetti 19-22).
Paolo usa parole incredibili, che sembrano scritte oggi, per descrivere proprio quel “guasto del sistema” di cui parlavamo:

  • «La creazione stessa attende con impazienza la manifestazione dei figli di Dio… Essa infatti è stata sottomessa alla caducità […] e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino a oggi».

Questa Lectio divina di San Paolo ci offre la sintesi perfetta per rispondere agli scettici, chiudendo il cerchio del nostro discorso attraverso tre punti fondamentali:

  1. La natura non è affatto “cattiva”, è “fratturata” a causa del Peccato Originale.
    San Paolo spiega che il peccato originale non ha ferito solo l’anima dell’uomo, ma ha coinvolto l’intero cosmo. La natura è stata sottomessa alla “corruzione” e alla “caducità”.
    Questo significa che la faglia che trema e causa il terremoto, la cellula che impazzisce e diventa tumore, o il gancio di ferro che si consuma e fa cadere una croce, sono la conseguenza di una natura ferita, incompleta, che non è ancora come Dio l’ha pensata e creata. La materia segue leggi fisiche rigide e a volte spietate perché anch’essa è “schiava” della fragilità, è stata appunto “corrotta” dal peccato e attende anch’essa la riparazione finale.
  2. Il “gemito” della creazione è come il grido di Giobbe…
    La parola che usa Paolo è potentissima: la natura “geme”. Questo gemito cosmico, universale è lo stesso grido di Giobbe sul letamaio, lo stesso grido dei parenti di chi muore sotto la torre di Siloe o sotto un crocifisso, o in un ospedale al cappezzale di un bambino colpito da un tumore…
    La natura non è un meccanismo perfetto e freddo, e non è nemmeno una divinità da adorare: è una creatura che soffre insieme all’uomo. Il dolore del mondo non è SOLO una punizione di Dio, ma il sintomo di “un parto” difficile, parole usate dallo stesso San Paolo!
  3. Non sono “doglie di morte”, ma “doglie di parto”, ossia di una rinascita.
    Ecco la differenza abissale tra la lettura scettica (o nichilista) e quella cristiana:
  • Per lo scettico, la natura che crolla e uccide dimostra il caos, il nulla, la fine di tutto. È un’agonia che porta alla morte.
  • Per San Paolo invece, la natura soffre le doglie di un parto. Il dolore del mondo (e quindi dell’uomo stesso) non è il preludio del nulla, ma la fatica necessaria a far nascere qualcosa di immensamente più grande: i “nuovi cieli e una terra nuova”. La salvezza di Dio non è una fuga da questo mondo, ma la redenzione della materia stessa. Come rammenta Gesù stesso: se il chicco di grane caduto in terra, non muore, non produce frutto…

Se uniamo tutti i tasselli che abbiamo inserito in questa riflessione, la risposta definitiva diventa una certezza granitica che ci aiuta a “PENSARE IN MODO CATTOLICO”:
L’inizio di Giobbe ci dice che il dolore non è un calcolo utilitaristico o una scommessa cinica.
Il Peccato Originale ci spiega che viviamo in un mondo strutturalmente ferito.
Gesù a Siloe ci libera dal senso di colpa, ricordandoci che la sventura colpisce il giusto e l’ingiusto perché la materia è fragile e noi stessi siamo come “vasi di creta”.
Infine, San Paolo ci spalanca la speranza: anche la croce di ferro che cade, anche la carne che cede, perfino la natura stessa fa parte di un immenso disegno che attende la salvezza definitiva.
Fidarsi della misericordia di Dio — come diceva Padre Sanchez — significa credere che quel “parto” universale finirà, e che nessuna lacrima o tragedia andrà perduta nel nulla.

CONCLUSIONI
Gesù Crocifisso è la risposta definitiva di Dio a Giobbe, al peccato originale, alla torre di Siloe e al gemito della natura.
Quando l’uomo grida contro l’ingiustizia del dolore, Dio non risponde con una spiegazione filosofica umana, dall’alto del suo trono.

Fa qualcosa di infinitamente più sconvolgente: scende dal trono, entra nel “guasto del sistema” del Peccato Originale, se ne fa carico e si lascia crocifiggere: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità» dice Gesù durante il suo interrogatorio davanti a Ponzio Pilato (Gv.18,37).
Pilato chiede a Gesù se è il re dei Giudei. Gesù risponde che il suo regno non è di questo mondo e spiega che il senso della sua venuta è testimoniare la verità, aggiungendo: «Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Si legga anche qui:

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Possiamo sigillare questa nostra riflessione attraverso tre analogie formidabili tra Giobbe e la Croce:

  1. Gesù è il vero Giobbe innocente…
    Giobbe gridava la sua innocenza davanti a sventure ingiuste. Ma Giobbe, per quanto giusto, restava un uomo segnato dal peccato originale… Gesù è l’unico totalmente innocente della storia, è “il Verbo, Dio stesso, disceso dal Cielo”. Eppure, sperimenta la spogliazione totale: perde i discepoli, l’onore, la salute, i vestiti, ed è appeso a un legno. Sulla Croce, Gesù sperimenta lo stesso identico abisso di Giobbe, fino a gridare la vertigine del silenzio del Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
  2. Il ribaltamento dello scandalo
    All’inizio della nostra riflessione ci scandalizzavamo perché nel Libro di Giobbe sembra che Dio “giochi” sulla pelle dell’uomo.
    Sulla Croce di fronte a Gerusalemme avviene il ribaltamento totale: è Dio che mette la propria pelle nel gioco del mondo.
  • Non è più l’uomo a soffrire sotto lo sguardo di un Dio apparentemente distante o assente.
  • È Dio stesso che si sottomette alle leggi feroci della natura ferita e della malvagità umana generata e corrotta dalla natura del Peccato Originale.
  • Padre Sanchez è morto schiacciato da un crocifisso di legno e ferro; Gesù è morto schiacciato su un crocifisso di legno e ferro come i chiodi.
    Dio non ha evitato al Figlio la durezza della materia e della morte fisica per salvarci: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità».
  1. Non si lascia morire, si lascia “consegnare” per amore..
    C’è un dettaglio teologico fondamentale: Gesù non si lascia morire per rassegnazione o disperazione… Il suo non è un suicidio assistito dal destino.
    Gesù dice: «Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso» (Gv.10,18). Il suo “lasciarsi morire” è l’atto estremo di fiducia nella misericordia del Padre.
    È il superamento definitivo della frase di Giobbe: Gesù accetta non solo il “male” (la sventura della Passione), ma lo trasforma nel mezzo della salvezza.
  2. La parola fine: Il Sabato Santo e la Risurrezione
    Il Libro di Giobbe si chiude con Dio che parla in mezzo alla tempesta. La storia di Gesù si chiude con il silenzio della tomba che esplode nella Risurrezione.
    Morendo sulla croce e risorgendo, Gesù dimostra che le “doglie di parto” di cui parlava San Paolo sono vere.
    La morte fisica, il crollo di una torre o di un crocifisso, la perdita di ogni bene non sono l’ultima parola.
    Il corpo martoriato di Gesù che risorge è la primizia della natura intera che viene salvata e riscattata.
    Davanti agli scettici, la Croce resta uno scandalo e una follia.
    Ma per chi soffre e per chi crede, quel Dio appeso al legno è l’unica vera garanzia che il nostro dolore non è solitario, non è sempre e solo una punizione che ben ci meritiamo, e non rimarrà mai senza risposta.
    Fidarsi di Dio è proprio un atto coraggioso, non una debolezza, come il silenzio di Dio con Elia sul monte Oreb o la lotta notturna di Giacobbe con l’Angelo, ma ognuno di voi potrà approfondire le RAGIONI DELLA NOSTRA FEDE…

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