Celibato, consiglio di Dio divenuto necessità

Riflessioni su un dono celeste da custodire e non da sottovalutare.

di mons. Nicola Bux

Capita a non pochi sacerdoti di occuparsi di molte cose che non sono loro proprie e di trascurare il servizio sacerdotale in primis dell’eucaristia e della penitenza.

Pian piano cresce la solitudine e l’attenzione alle mode del mondo che albergano anche in mezzo ai cristiani e li porta a dire “il prete deve sposarsi, anche lui è un uomo”. Allora a scadenza periodica qualcuno mette in discussione il celibato sacerdotale ricorrendo alle obiezioni alle quali il magistero ha già risposto; ricordiamo Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica dopo il sinodo del 1990: “Il Sinodo non vuole lasciare nessun dubbio nella mente di tutti sulla ferma volontà della Chiesa di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all’ordinazione sacerdotale nel rito latino” (Pastores dabo vobis, 29). Qual è il motivo di tale fermezza? Essenzialmente il significato cristico e apostolico del celibato.

Se non fosse diventato il centro affettivo di tutta la sua esistenza, Paolo non avrebbe lavorato e non sarebbe vissuto per Gesù, non avrebbe sofferto e non sarebbe morto per lui. L’avrebbe potuto fare se si fosse sposato? Egli stimava le donne, Damaris, Febe, Priscilla e non indugiava a far conoscere Gesù che egli amava sopra ogni cosa e per questo credeva al Vangelo e non si risparmiava nel diffonderlo. Non avrebbe affrontato tre viaggi avventurosi e un quarto da prigioniero se non per Gesù Cristo. L’attrattiva di Cristo che non si era sposato per rendere vicino il regno di Dio fu decisiva. Inoltre lo affascinava la forma di vita apostolica.

E Pietro? Egli era sposato. Non si parla della moglie negli scritti neotestamentari, forse era già morta al momento in cui ospitava Gesù nella casa di Cafarnao: di lui si prendeva cura la suocera, una donna laboriosa, se la prima cosa che chiese a Gesù fu di sollevarla dalla febbre, altrimenti… non si mangiava (cfr. Mc1, 30).

Si è ritenuto pure che Pietro avesse lasciato la moglie per seguire il Signore (cfr. Lc 18, 28). Anche Pietro affrontò uno o due viaggi a Roma; come avrebbe potuto il pescatore immaginare di abbandonare la Galilea senza il suo grande amore a Cristo? Gli aveva giurato: “Tu sai tutto, tu lo sai che ti amo”. Con Cristo accade la verginità del cuore prima che della carne: “Chi ama il padre e la madre… più di me non è degno di me” (Lc 14, 26 e paralleli; 18, 29 e paralleli; Mt 19, 12). In questi detti non è mai menzionata la moglie di Pietro. Così gli altri apostoli, se avevano lasciato tutto, persone e cose, per seguirlo — una radicalità della sequela incomprensibile nel giudaismo — lo hanno fatto per un amore più grande al Signore. L’attrattiva della grazia di Gesù Cristo sul cuore di molti era tale che non conveniva più sposarsi.

Ricerche recenti dimostrano che il celibato risale a molto prima di quanto permettono di riconoscere le fonti del diritto solitamente citate. I padri interpretavano le Scritture ritenendo che quegli apostoli che fossero stati sposati, erano passati a praticare il celibato (cfr. C. Cochini, Les Origines Apostoliques du célibat sacerdotale, Paris 1981).

Senza questa premessa nessuna legge cristiana avrebbe senso. Per questo la “legge” del celibato non è che la forma di quel contenuto cristico e apostolico, in tal senso più cogente. Una forma che si è delineata ben presto e pian piano diventata normativa, attestandosi in specie nello stato di vita dei vescovi, perché i presbiteri all’inizio non avevano ancora compiti personali.

Nel e mediante il sacerdote, Gesù Cristo fa nuove tutte le cose, trasforma il mondo e fa crescere la Chiesa. Il celibato è la novità che, dall’altro mondo ove non ci sarà moglie né marito, viene in questo mondo dove si diventa pescatori di uomini, cioè partecipi della missione di vita nuova che Cristo è venuto ad inaugurare. Se si parla di vita eterna che in Cristo ha fatto irruzione nel tempo, l’escatologia, ecco il celibato ne è segno: se ogni legge ecclesiastica non servisse a promuovere la novità cristiana, non salverebbe gli uomini e quindi non servirebbe a nulla. Per la radicalità del regno l’esigenza posta da Cristo poteva giungere anche ad esigere la rottura dei legami familiari e matrimoniali. Non era meno scandaloso di altre richieste. Certo tale richiesta rendeva “incapaci” ad affezionarsi a persone e cose della terra (cfr. Mt 19, 12). Il prete normale questo lo sperimenta: il distacco dagli affetti “secondo la carne” per scegliere la forma di vita degli apostoli, che dalla relazione con Cristo passa a quella con i fratelli sacerdoti per giungere a tutti coloro che attendono il vangelo. Così il celibato è l’amore più grande che dà la vita per gli amici, il “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).

Chi obietta che si tratti di una legge ecclesiastica, che in Oriente solo i vescovi sono celibi mentre i presbiteri possono sposarsi, quindi che il nesso tra celibato e sacerdozio non sia necessario, trascura il fatto che proprio lo stato celibe dei vescovi, conservato in Oriente e Occidente, contraddice tale opinione. Inoltre è falso dire che i preti orientali possano sposarsi, questo non è permesso; al contrario si consente che uomini già sposati siano ordinati preti; chi poi rimanesse vedovo, non può risposarsi. Dunque, in Oriente il candidato si muove all’interno di questo quadro canonico per chiedere l’ordine; analogamente in Occidente il candidato sa che la sua richiesta presuppone il dono della castità nel celibato. Questa precisazione dimostra quindi che il celibato è una forma di imitazione della vita di Cristo e degli apostoli, ritenuta quanto mai conveniente per chi vuole seguire il Signore.

L’idea del celibato come “legge ecclesiastica” ha bisogno di approfondimento e in certo senso di superamento: essa è, di più e prima, un consiglio del Signore — direbbe Paolo — un consiglio evangelico che la Chiesa apostolica ha sperimentato come necessaria all’efficacia della missione ad imitazione di Cristo. Poiché la missione del vangelo è affidata primieramente ai successori degli apostoli, i vescovi, e ai loro preziosi collaboratori, nella storia lo stato celibe o vergine è stato ritenuto sempre più conveniente per i presbiteri che vivono dell’eucaristia e della penitenza, ma anche per i diaconi, i ministri e i fedeli laici che ad essi si sono liberamente associati (cfr. Mc 3, 14).

Il celibato risulta connesso con l’esercizio di quella “intima fraternità sacramentale” (Presbyterorum Ordinis, 8) che lega tra loro mirabilmente i sacerdoti: non può essere segno di Cristo se vissuto in modo solitario: questa è la risposta a chi obietta che il sacerdote celibe sperimenta la solitudine proveniente dalla carne. No, il celibato non dà tregua alla vita di comunione perché a partire da quella col Signore, passando per quella dei confratelli, giungendo ai fedeli generati nella fede dal sacerdote, non lascia spazio per la solitudine mondana!

Il prete che vuole vincere la solitudine col matrimonio, deprezza il matrimonio e non ha compreso il celibato, che è una solitudine feconda, che viene dallo Spirito perché è lo stare solo con Dio anche quando si è circondati dalla comunione.

Il celibato sacerdotale non sussiste senza l’apostolica vivendi forma: il modo di vivere degli apostoli. “L’amicizia autentica ha in Cristo la sua sorgente: “Vi ho chiamati amici” (Gv 15, 15)” (M. Marini, Il celibato sacerdotale. Apostolica vivendi forma, Siena 2005, p. 63). Su questa amicizia gli apostoli hanno puntato tutto; così Paolo ha incontrato Timoteo, che divenne suo grande compagno di missione e amico, e poi Luca. In duemila anni questa compagnia è stata replicata più volte da Benedetto a Francesco e Domenico, da Teresa d’Avila a Ignazio, a Francesco Saverio fino a Teresa di Calcutta e don Giussani. Questa amicizia è all’origine del noi della Chiesa e del vangelo. Ma la ragione delle ragioni del celibato è una sola: chi è chiamato ad essere sacerdote di Gesù deve cercare di vivere come lui (ivi, p. 86). È la fonte della gioia che comincia quaggiù e si compie in cielo. Un amore e una gioia innanzitutto umani, vissuti con cuore d’uomo, e poi soprannaturale perché vissuti col cuore divino di Cristo. Il celibato: una obbedienza e povertà che aiuta ad essere perfetti come il Padre celeste, una scelta che è “segno e stimolo della carità” (Lumen gentium, 42).

Dunque, a ragione, Benedetto XVI con i Padri sinodali ha potuto affermare: “Il fatto che Cristo stesso, sacerdote in eterno, abbia vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo proposito” (Sacramentum caritatis, 24).

© L’Osservatore Romano (26 ottobre 2008)