I cattolici di oggi con i sensi di colpa

Tempo fa una rivista riportava un breve saggio dove si spiegava il concetto di una “nuova forma di cattolicesimo dai sensi di colpa”… e attenzione, non i sensi di colpa del Cattolicesimo, la differenza è tanta! Ossia, si spiegava come una certa esplosione modernista (o implosione visto che è interna alla Chiesa) si è avuta a causa dei sensi di colpa di molti cattolici (preti, frati, vescovi, laici e suore) i quali, ignorando il proprio passato e schiavi di una certa propaganda ottocentesca anticlericale, massonica e pure protestante, si vergognavano della Chiesa interpretando e salutando così l’avvento del Concilio come un “voltare pagina e ricominciare tutto di nuovo, con una nuova Chiesa ripulita da un certo passato per loro scomodo”…

L’articolo era molto convincente poiché riportava anche fatti concreti, già prima del Concilio, testimonianze e opinioni di molte di queste persone, anche di vescovi fra i quali vi erano discussioni sulle opportunità o meno di atti pontifici che includessero certe aperture e meno dottrine, e che magari riportassero una chiara condanna alle Crociate, all’Inquisizione ed alla gestione ecclesiale in certe epoche storiche come anche l’invasione del Vecchio mondo nel Nuovo.

C’è del vero in tutto questo scenario e lo vedemmo quando uscì fuori il Mea Culpa del quale il Papa dovette modificare il testo come racconta il card. Biffi nel suo libro “Memorie di un cardinale italiano”… e che impegnò il card. Ratzinger per una spiegazione e chiarimento sul senso e sul significato, per evitare che si potesse pensare ed interpretare che la Chiesa (in quanto: una , santa, cattolica ed apostolica) fosse giunta a doversi “pentire della dottrina, dell’etica e della morale”, sempre difesa, per la quale certo cattolicesimo spingeva (e spinge) affinché venisse modificata con la scusa del “Mea Culpa”….

La verità risiede in ben altro: molti Cattolici non amano il proprio passato, si vergognano di questo passato, si vergognano della propria Madre! Molti altri se ne vergognano ma non conoscono affatto la sua storia, o la rifiutano, o si accontentano di come la dipingono certi falsi maestri.

sensi-di-colpa5_543f87ef02d92Basti pensare a come viene dipinto il Concilio di Trento, un evento del quale vergognarsi, e con la pretesa che l’ultimo Concilio lo abbia così cancellato. Per molti il Vaticano II è stato il “cavallo di Troia” attraverso il quale fondare una “nuova” chiesa appoggiata sui loro sensi di colpa, una chiesa a misura d’uomo, una chiesa ad personam, una chiesa libera da dogmi e precetti colpevoli e responsabili di tanta frustrazione.

Altri si rifiutano perfino di approfondire questo passato ma pretendendo di conoscere i fatti, altri ancora pensano che la Chiesa sia esclusivamente quella narrazione anticattolica estrapolata dalle Crociate e dall’Inquisizione, rifiutando di aggiornare le proprie conoscenze attraverso saggi odierni sulle rivisitazioni di storici credibili con l’apprendimento di nuovi documenti o semplicemente con i chiarimenti come, per esempio, si prefigge di fare da tempo con dovizia di onestà, la rivista Il Timone.

Molti sacerdoti non sono da meno, anzi molti di loro credono di poter fare del bene quanto più presentassero “una Chiesa nuova, aperta, senza l’obbligo delle dottrine, senza i vincoli dei dogmi”….le dottrine sono viste come lacci, come impedimenti alla propria libera creatività missionaria, lacci di una Chiesa del passato, una Chiesa matrigna!

Già molti secoli fa un estensore del Talmud osservava: “una ferita all’amor proprio equivale a spargimento di sangue”.

La colpevolizzazione è il metodo usato, di regola senza rendersene conto, per far sentire sbagliato qualcuno.

Ma il concetto di “nuova Chiesa” è quanto più di diabolico possa essere uscito non dal Concilio, ma dalla sua strumentalizzazione… e se è vero per altri che Paolo VI non avrebbe dovuto fare nessuna riforma liturgica in quel momento delicato nel quale i seminari si stavano svuotando, come gli Ordini Religiosi, e dove la contestazione sull’etica e sulla morale alimentavano i nuovi nemici della Chiesa, e che del resto una riforma Liturgica l’aveva fatta Giovanni XXIII e quant’altro, cambiare la Liturgia, la Messa, vietando quella di sempre, non fece altro che confermare in molti cattolici la convinzione di essere nel giusto, la convinzione che “una nuova pentecoste aveva rifatto una nuova Chiesa cominciando da lì, dal Concilio quale super dogma che avrebbe dovuto cancellare con il tempo i residui di un passato scomodo”… ed è naturale che una “chiesa NUOVA necessita di nuove dottrine”, e “una nuova Chiesa comincia con una nuova Liturgia”.

sensi-di-colpa2_543f88ffaf670Attenzione però, perché Paolo VI al tempo stesso ammoniva con insistenza che le cose non stavano così. Mercoledì del 12 gennaio 1966 diceva all’Udienza generale:

“Bisogna fare attenzione: gli insegnamenti del Concilio non costituiscono un sistema organico e completo della dottrina cattolica; questa è assai più ampia, come tutti sanno, e non è messa in dubbio dal Concilio o sostanzialmente modificata; ché anzi il Concilio la conferma, la illustra, la difende e la sviluppa con autorevolissima apologia, piena di sapienza, di vigore e di fiducia. Ed è questo aspetto dottrinale del Concilio, che dobbiamo in primo luogo notare per l’onore della Parola di Dio, che rimane univoca e perenne, come luce che non si spegne, e per il conforto delle nostre anime, che dalla voce franca e solenne del Concilio sperimentano quale provvidenziale ufficio sia stato affidato da Cristo al magistero vivo della Chiesa per custodire, per difendere, per interpretare il «deposito della fede» (cfr. Humani generis, A.A.S., 1960, p. 567).

– dice ancora il Papa –

“Non dobbiamo staccare gli insegnamenti del Concilio dal patrimonio dottrinale della Chiesa, sì deve vedere come in esso si inseriscano, come ad esso siano coerenti, e come ad esso apportino testimonianza, incremento, spiegazione, applicazione. Allora anche le «novità» dottrinali, o normative del Concilio appariscono nelle loro giuste proporzioni, non creano obbiezioni verso la fedeltà della Chiesa alla sua funzione didascalica, e acquistano quel vero significato, che la fa risplendere di luce superiore.
Perciò il Concilio aiuti i fedeli, maestri o discepoli che siano, a superare quegli stati d’animo – di negazione, d’indifferenza, di dubbio, di soggettivismo, ecc. – che sono contrari alla purezza e alla fortezza della fede. Esso è un grande atto del magistero ecclesiastico; e chi aderisce al Concilio riconosce ed onora con ciò il magistero della Chiesa; e fu questa la prima idea che mosse Papa Giovanni XXIII, di venerata memoria, a convocare il Concilio, come Egli ben disse inaugurandolo: «ut iterum magisterium ecclesiasticum . . . affirmaretur»; «fu nostro proposito, così si esprimeva, nell’indire questa grandissima assemblea, di riaffermare il magistero ecclesiastico» (A.A.S. 1962, p. 786).

«Ciò che più importa al Concilio ecumenico, Egli continuava, è questo: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia più efficacemente custodito ed esposto» (ibid. p. 790).
Non sarebbe perciò nel vero chi pensasse che il Concilio rappresenti un distacco, una rottura, ovvero, come qualcuno pensa, una liberazione dall’insegnamento tradizionale della Chiesa, oppure autorizzi e promuova un facile conformismo alla mentalità del nostro tempo, in ciò ch’essa ha di effimero e di negativo piuttosto che di sicuro e di scientifico, ovvero conceda a chiunque di dare il valore e l’espressione che crede alle verità della fede. Il Concilio apre molti orizzonti nuovi agli studi biblici, teologici e umanistici, invita a ricercare e ad approfondire le scienze religiose ma non priva il pensiero cristiano del suo rigore speculativo, e non consente che nella scuola filosofica, teologica e scritturale della Chiesa entri l’arbitrio, l’incertezza, la servilità, la desolazione, che caratterizzano tante forme del pensiero religioso moderno, quand’è privo dell’assistenza del magistero ecclesiastico”. (1)

Così come disse Benedetto XVI nella sua Lettera ai Vescovi:

“Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive”. (2)

E’ utile meditare su quanto segue:
“Mi domandate che penso dell’avvenire? Penso che dipenderà dal presente e, cioè, che se noi ci lasciamo istruire dall’esperienza e ritorniamo cristiani fedeli, il nostro avvenire potrà ricostituirsi su solide basi. Ma se ci si limita a rendere omaggi esteriori alla religione senza farla penetrare nelle leggi, nei costumi, nell’educazione, nelle dottrine e soprattutto nei cuori, semineremo solo vento, e raccoglieremo nuove tempeste”.
a dire questo è P. M. Théodore Ratisbonne, l’ebreo convertito da Maria Santissima, 23 luglio 1848.

sensi-di-colpa3_543f8ae2be15bPer giungere all’oggi dove, durante i lavori di questo infausto – per ora – Sinodo il presidente dei vescovi della Polonia, l’arcivescovo di Poznan Stanisław Gadecki, non ha esitato a dire che la relazione riassuntiva della prima settimana di lavori del Sinodo sulla famiglia, presentata ieri mattina dal cardinale Peter Erdo, non solo si discosta dall’insegnamento di Giovanni Paolo II sulla famiglia e perfino che in esso si possono riscontrare tracce di un’ideologia anti-famiglia, ma ha anche sottolineato che: « Si ha l’impressione che l’insegnamento della Chiesa sia stato senza misericordia fino ad ora, e che la misericordia inizi solo ora».

I sensi di colpa si nascondono spesso dietro una profonda e vasta incapacità nell’affrontare “qualcosa”, finendo spesso per rifugiarsi dietro frasi del tipo “no questo non mi interessa” oppure “no non mi piace” o “no questo non mi va”, o come “io seguo la mia coscienza”… da qui, se non ci si corregge subito, se non si alimenta una “retta coscienza”, comincia ad alimentarsi la superbia, la presunzione, l’orgoglio, l’amor proprio, l’opinione assunta come verità, e la verità è che quel “qualcosa” non ci va poiché il solo ipotizzarla scontenta il soggetto che non può ammettere a se stesso questa sua debolezza, o una idea errata.
Da qui si comprende anche perché molti fedeli vivono i “no” della Chiesa come una frustrazione fino a giungere all’apostasia come sorta di liberazione del proprio ego.

L’allora cardinale Ratzinger rispondeva:
“la Chiesa si ridurrà numericamente? Quando ho fatto questa affermazione, mi sono piovuti da tutte le parti rimproveri di pessimismo. E oggi tutti i divieti paiono caduti in disuso, tranne quello riguardante ciò che viene chiamato pessimismo e che spesso non è altro che sano realismo. Nel frattempo i più ammettono la diminuzione della percentuale di cristiani battezzati nell’Europa di oggi (..) I dati statistici mostrano tendenze inconfutabili. In questo senso si riduce la possibilità di identificazione tra popolo e Chiesa in determinate aree culturali, ad esempio da noi. Dobbiamo semplicemente prenderne atto (…) La Chiesa di massa può essere qualcosa di molto bello, ma non è necessariamente l’unica modalità di essere della Chiesa. La Chiesa dei primi tre secoli era una Chiesa piccola senza per questo essere una comunità settaria. Al contrario, non era chiusa in sé stessa, ma sentiva di avere una responsabilità nei confronti dei poveri, dei malati, di tutti. Nel suo grembo trovavano posto tutti coloro che da una fede monoteista traevano alimento nella loro ricerca di una promessa. ” (3)

La soluzione non è certo una Chiesa di massa nella quale i coraggiosi “NO” che la rendono quel segno di contraddizione nel mondo e nella battaglia contro le tenebre, possono diventare dei “si” a seconda delle mode del momento o perché le chiese nelle varie diocesi si svuotano.

Nella primavera del 2009, il Vescovo mons. Andrea Gemma rispondeva così ad un libello provocatorio del vaticanista di Repubblica: “La Chiesa dei no”.
Un libello laicista e naturalmente contro Benedetto XVI per i suoi magistrali “no” a certe pretese innovative.
Vale la pena di leggere la risposta di un vescovo coraggioso:
– Forse il nostro “vaticanista” di turno non sa, o non vuole sapere, che la Chiesa cattolica si è sempre distinta proprio per i suoi “no” che hanno segnato la storia. Il primo “no” è uscito dalla bocca stessa degli Apostoli, i quali all’ingiunzione categorica del sinedrio di Gerusalemme di non predicare più Gesù e il suo Vangelo, opposero immediatamente un secco: “Noi non possiamo tacere …” (At 4,20).
Non bastarono i flagelli e la prigione a far recedere gli Apostoli da questo “no”.
Un altro celeberrimo “no” è quello che oppose il vescovo di Milano, Sant’Ambrogio, nientemeno che all’Imperatore Teodosio. A costui, che si era macchiato di un terribile delitto di strage e pretendeva, come al solito, di assistere ai Sacri Riti, Ambrogio oppose il suo irremovibile “no”, obbligandolo a lasciare il tempio, impedendogli la partecipazione al rito che il vescovo presiedeva.
Un altro “no” la storia recensisce sulle labbra del Papa Clemente VII, il quale, richiesto ripetutamente dal re d’Inghilterra Enrico VIII di emettere a suo favore una sentenza di divorzio, oppose il “no” da cui scaturì quello scisma d’Inghilterra che perdura tutt’ora.
Potremmo aggiungere il celebre “non possumus” del beato Pio IX, il quale rifiutò di riconoscere, come legittima, l’invasione dello Stato Pontificio e la dichiarazione di Roma capitale d’Italia, dando così origine a quella “questione romana” che solo nel 1929 il Papa Pio XI coraggiosamente dichiarò conclusa.
E continua mons. Gemma:
Sì – è una gioia riconoscerlo -, la Chiesa cattolica è sempre stata la Chiesa del “no” e non potrebbe non esserlo ora che sul soglio di Pietro siede un meraviglioso e prudentissimo Pastore, il quale, in fatto di dottrina e di morale, è illuminato come pochi.
Sì, la Chiesa di Gesù dice di no a quell’orrida pedagogia di morte (..) per difendere ad oltranza, rimanendo spesso da sola, il diritto alla vita di ogni essere umano, dal suo inizio al suo naturale compimento.
La Chiesa dice di no a quella indegna ecatombe di embrioni umani congelati e fatti servire – orrore! – alla cosiddetta “ricerca scientifica”.
La Chiesa dice di no a tutto ciò che in qualsiasi maniera leda la dignità di ogni essere umano, per quanto piccolo ed umile esso sia. La Chiesa di Gesù dice di no all’oppressione dei deboli da parte dei potenti e dei forti.
La Chiesa di Gesù dice di no alla indegna violazione dell’innocenza dei piccoli, per i quali è spalancato il regno dei cieli.
La Chiesa dice di no ad ogni ingiusta discriminazione, in nome della razza, del colore della pelle, del censo, della religione, della nazionalità.
La Chiesa dice di no a quella planetaria ingiustizia che mentre vede i pochi gavazzare nell’abbondanza e nello spreco, lascia morire di fame e di epidemie milioni di esseri umani.
La Chiesa dice di no allo sfascio della famiglia monogamica e indissolubile.
La Chiesa dice di no ad ogni forma di corruzione e di lesione della giustizia fondata sulla divina legge.
La Chiesa, in definitiva, dice di no, sempre e comunque, a tutto ciò che è male riconosciuto tale secondo la divina legge e la coscienza bene informata, contro ogni relativismo di comodo. Questa e non altra è la Chiesa che Gesù ha voluto e fondato. Questa è la Chiesa sapientemente guidata, oggi, da Benedetto XVI. Questa è la Chiesa a cui gioiosamente apparteniamo – .

Quanto abbiamo letto ci chiarisce profondamente quel dissenso e quell’allergia a questi “no” e ci riporta a mente il severo monito paolino:
«Ti scongiuro davanti a Dio e a Gesù Cristo, che deve giudicare i vivi e i morti e per la sua venuta e per il suo regno: predica la parola, insisti a tempo e fuor di tempo, riprendi, minaccia, esorta con tutta pazienza e dottrina. Perché verrà un tempo in cui gli uomini non sopporteranno più la sana dottrina, ma sollecitati ad ascoltare cose piacevoli, si circonderanno di una folla di dottori secondo i loro capricci e, distogliendo l’orecchio dalla verità, si volgeranno a favole. Quanto a te, sii vigilante in tutto, paziente nelle sofferenze, fa’ opera di vero evangelizzatore, compi bene il tuo ministero» (2 Tim. 4. l-5).

San Paolo qui dice addirittura di “minacciare”, termine che letto correttamente nella sua etimologia, significa proprio: sporgente, sollevarsi, innalzarsi, incutere negli altri il timore verso il male per scongiurare una punizione altrettanto grave quanto il male compiuto…

Ecco allora la linea della Chiesa che ci libera da inutili sensi di colpa attraverso i quali si è sviluppata, invece, una teologia moderna, il modernismo, o progressismo con tutto ciò che ne consegue.
Questa linea che non è, come qualcuno vorrebbe con intenti ideologici, una somma di “no” alla libertà degli individui, che non è una chiusura alla “modernità” (non al modernismo che è ben altra cosa), vera o presunta, e appurato che con il concetto di modernità si pretende la scristianizzazione mascherata dalla laicità.
Questa linea della Chiesa si muove appunto dalla grande questione della autentica modernità, e del sano progresso che è la questione dell’uomo che nei fondamenti della sua dignità umana ha il dovere e il diritto di conoscere i parametri del suo essere e divenire, dell’essere redento, dell’essere salvato, amato da Dio, questa linea è “la via della Chiesa”, è la sua specifica missione.
Questi “no” devono essere riletti come dei “Sì” a Dio, a partire da quel Sì della Vergine Maria che coinvolge ogni uomo e in ogni tempo, credente o non credente!
Quando “non ci va” di fare qualcosa che la Chiesa ci chiede, occorre non pretendere che Essa modifichi le sue dottrine, ma rimuovere dal profondo il proprio disagio, la personale inquietudine; così come scaricare le proprie inquietudini con tre o quattro Rosari al giorno, secondo alcuni studi condotti dall’università di Pavia, sembra funzionare, eppure è almeno da 800 anni che la Chiesa nei suoi Santi suggerisce l’uso del Rosario per affrontare mille problemi personali e sociali.

In definitiva per lavorare sui sensi di colpa è necessario :

– innanzi tutto “vederli”, prendere coscienza che il problema non è la Chiesa, ma che nella Chiesa sono le membra che recano problemi soprattutto quando si vergognano di un passato che porta in sé migliaia di pagine gloriose;
– affrontare i problemi attuali con determinazione e costanza non con le proprie opinioni ma attraverso il Magistero della Chiesa, la cartina tornasole non dovranno essere i miei “si o no o i pareri” ma il Magistero, i suoi si e i suoi no devono diventare “nostri”, devono diventare la nostra e la mia opinione;
– ridurre sempre più le strategie e gli strumenti difensivi personali messi in atto contro il sentire della Chiesa in quanto Madre e Maestra, aiutandosi con la Preghiera, con i Sacramenti, con le buone letture, con le virtù specialmente l’umiltà, l’obbedienza, il silenzio, la mortificazione del proprio “io” quando questo va a discapito della Madre Chiesa.
Questo non significa rinunciare a parlare, non significa rinunciare ai propri carismi, non significa tacere sulle cose che non vanno, al contrario, ogni forma di libertà verrà così educata e volta al vero Bene e non lasciata in balia dei nostri limiti e dei nostri difetti, non in balia del nostro relativismo, ma diventerà un sentire ecclesiale, universale, cattolico;

– infine, ma non meno importante: per-donare e sentirsi per-donati, donati-per! Non in base alle nostre opinioni, o al vago perdonismo, ma attraverso il Sacramento della Confessione nel quale la prima revisione da farsi è quella di denunciare “ciò che non va in noi”, seguendo lo schema della sana Dottrina, dei Comandamenti, dei consigli dei Santi, per poi denunciare ciò che non va nella comunità.

Dalla Chiesa dobbiamo imparare a sentirci “perdonati” – quando riconosciamo le nostre colpe le confessiamo al sacerdote, è infatti la Chiesa ad avere questa autorità: “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv. 20, 19-23), dal canto nostro e come diciamo nel Pater Noster: “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori…”
Un perdonare che non è il “perdonismo” di questo tempo scaturito dal pacifismo, il perdono di Dio esige la conversione, il pentimento, la confessione e la penitenza! Esige la famosa battaglia insegnata da San Paolo che non è contro le persone, ma contro gli spiriti delle tenebre, della menzogna.
Se passassimo il tempo ad affrontare i temi da svolgere per ottenere la Vita Eterna nel Paradiso, non avremmo più tempo per inutili sensi di colpa tanto da pretendere di modificare la Dottrina pensando di ottenere benefici, ci rammenta infatti il Cristo: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6, 33), e non si può comprendere la giustizia di Dio e il Suo Regno se non si accoglie la Sposa di Cristo e da Lei apprendere la via, la verità e la vita, anziché pretendere di modificarla a seconda delle mode del momento.

E’ un pò come in Famiglia nella quale i Genitori non sono più visti come gli “educatori” i legislatori del piccolo nucleo, ma come “amici” dei propri figli perdendo la giusta autorevolezza educatrice e questo a causa di certi sensi di colpa che hanno reso fragile il compito genitoriale, o come quando si ritiene opportuno non dire più dei “no” al proprio figlio perché spesso figlio unico e quindi accontentabile in tutto ciò che chiede.
Se tale pretesa era naturale che dilagasse nel mondo il cui principe è Satana, non è affatto naturale che la si appoggi e la si sostenga nella Chiesa! Così come è chiaro che anche nelle Famiglie, specialmente se Cattoliche, i Genitori, proprio perché tali devono avere piena coscienza di aver assunto una grande responsabilità educatrice e formativa nei confronti dei propri figli che nessuno Stato al mondo, nessun Governo, può loro impedire di realizzare.

sensi-di-colpa4_543f8aaed5778Vogliamo concludere auspicando che ogni Cattolico e che tale dir si voglia, a rimuovere inutili sensi di colpa per assumersi le proprie responsabilità in quelle Promesse Battesimali che ci rammentano la rinuncia che abbiamo fatto di servire Satana e tutte le sue opere, ma nessuno riflette più sull’offesa che si fa a Dio quando queste promesse vengono calpestate!

Non si riflettono le parole della Vergine a Fatima: “Molte anime vanno all’inferno perché non c’è chi preghi per la loro conversione”, nessun senso di colpa per quante Anime si stanno dannando, san Domenico di Guzman passava la notte pregando e piangendo supplicando Dio: “Cosa ne sarà dei peccatori?”, si piangono i morti quando muoiono, ma non ci preoccupiamo di spingerli a salvarsi l’anima quando sono in vita, non meditiamo sul monito del Profeta Ezechiele cap.3,17
– “Figlio d’uomo, io t’ho stabilito come sentinella (..) Se io dico all’empio: “Certamente morirai” e tu non l’avverti e non parli per avvertire l’empio di abbandonare la sua via malvagia perché salvi la sua vita, quell’empio morirà nella sua iniquità, ma del suo sangue domanderò conto a te. Ma se tu avverti l’empio, ed egli non si ritrae dalla sua empietà e dalla sua via malvagità, egli morirà nella sua iniquità, ma tu avrai salvato la tua anima. Se poi un giusto si ritrae dalla sua giustizia e commette iniquità, io gli metterò davanti un ostacolo ed egli morirà; poiché tu non l’hai avvertito egli morirà nel suo peccato, e le cose giuste da lui fatte non saranno più ricordate, ma del suo sangue domanderò conto alla tua mano. Se però tu avverti il giusto perché non pecchi e non pecca, egli certamente vivrà perché è stato avvertito, e tu avrai salvato la tua anima”.

L’anima corre come un cavallo sfrenato – dice santa Caterina da Siena – di grazia in grazia velocemente e di virtù in virtù, ‘ché non ha alcun freno che la trattenga dal correre, perché ha tagliato in se ogni disordinato appetito e desiderio della propria Volontà, i quali sono i freni e i legami che non lascian correre le anime degli uomini spirituali e li soffocano in inutili sensi di colpa”.

Ogni nevrosi diventa così il tentativo di liberarsi da un sentimento di inferiorità al fine di acquistare un sentimento di superiorità.
L’uomo si sente in colpa quando, pur avendone la possibilità, non realizza se stesso per non affrontare le difficoltà e i rischi che alcune scelte di vita comportano, questo perché l’ideale dell’Io è quello di “essere capace”. Se non si sente capace si sente in colpa, e il contenuto della capacità è grande e vario e risente dei molti fattori presenti in una cultura, anche in conflitto tra loro, fino a scegliere ciò che è peccato anziché perseguire ciò che è bene, oppure capovolgerne gli aspetti come ben dice il Profeta Isaia: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro” (5,20).

Alcuni ritengono che il senso di colpa sia inevitabile perché connaturato all’uomo. Farebbe cioè parte della sua costituzione originale, giungendo inevitabilmente a cancellare il Peccato Originale, la dottrina che lo spiega e con l’annessa condanna dell’Inferno quale spauracchio per gli uomini.

In realtà, nel senso di colpa, ciò che può essere connaturato all’uomo è soltanto il tipo di reazione dell’organismo, ossia, quando c’è una ferita all’amor proprio e la sconfitta dell’Io. Questo sì, il tipo di risposta, fa parte immutabile della natura umana, ma gli avvenimenti che la provocano no.

Non è dunque un Concilio che può provocare i sensi di colpa, ma quella sconfitta dell’Io generata dal fatto che il Concilio non fece nascere nessuna Chiesa “nuova”, né inventò dottrine nuove annullando quelle esistenti, questo avvenimento scatenò la natura umana indebolita già dal peccato a delle reazioni che, provocando i sensi di colpa, pretesero la rifondazione di una Chiesa fatta ad immagine non più di Dio, ma dell’uomo, scaricando sulla Chiesa del passato l’immagine di una Chiesa matrigna, corrotta, incapace di restare al passo coi tempi.
In una parola si è scaricato sulla Chiesa del passato tutta una serie di insuccessi e di insoddisfazioni delle mode di questi tempi.

Concludiamo con una riflessione dell’allora cardinale Ratzinger.
Nel 1989 nel suo libro “Guardare a Cristo, alle pag.35-39, l’allora cardinale Ratzinger, nel raccontare un episodio avvenuto agli inizi degli anni ’70, spiegò la descrizione di una Chiesa apparentemente felice a discapito di una realtà devastante, con la copertura dell’OTTIMISMO, una sorta di “senso di colpa esorcizzato” e disse a riguardo:
” La vera sorpresa del rendiconto fu però la valutazione conclusiva: a dispetto di tutto, una Chiesa grandiosa, perché non c’era da nessuna parte pessimismo, tutti andavano incontro al futuro pieni di ottimismo. Il fenomeno dell’ottimismo generale faceva dimenticare ogni decadenza e ogni distruzione; bastava a compensare ogni negativo.
Feci le mie riflessioni in silenzio. (…)
L’ottimismo poteva essere semplicemente una copertura, dietro la quale si nascondeva proprio la disperazione che si cercava in tal modo di superare. Ma poteva trattarsi anche di peggio: questo ottimismo metodico veniva prodotto da coloro che desideravano la distruzione della vecchia Chiesa e che, senza tanto rumore con il mantello di copertura della riforma, volevano costruire una Chiesa completamente diversa, di loro gusto, che però non potevano iniziare per non scoprire troppo presto le loro intenzioni. Allora il pubblico ottimismo era una specie di tranquillante per i fedeli, allo scopo di creare il clima adatto a disfare possibilmente in pace la Chiesa e acquisire così dominio su di essa.
(…) L’ottimismo sarebbe alla fine la maniera di liberarci della pretesa, fattasi ormai ostica, del Dio vivente sulla nostra vita. Quest’ottimismo dell’orgoglio, dell’apostasia, si sarebbe servito dell’ottimismo ingenuo dell’altra parte, anzi l’avrebbe alimentato, come se quest’ottimismo altro non fosse che speranza certa del cristiano, la divina virtù della speranza, mentre era in realtà una parodia della fede e della speranza. (..)
Era possibile che un simile ottimismo fosse semplicemente una variante della fede liberale nel progresso perenne: il surrogato borghese della speranza perduta della fede.
Giunsi infine al risultato che tutte queste componenti agivano insieme, senza che si potesse facilmente decidere quale di esse, e quando e dove, avesse il peso prevalente.”

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Note
1) Paolo VI Udienza generale dicemebre 1966
2) Benedetto XVI Lettera ai Vescovi
3) J.Ratzinger nel libro-intervista “Dio e il mondo”, 2001, Pag. 403-406


Riportiamo un aggiornamento all’argomento che conferma quanto esposto nell’articolo.

negri-1_543f8cbc54f54Mons. Negri: «I cristiani che si vergognano delle Crociate sono succubi del laicismo dominante»

Recentemente, aprile 2014, su IlSussidiario.net è apparso un articolo di don Federico Pichetto che condanna le Crociate, di cui i cristiani – dice sostanzialmente Pichetto – dovrebbero vergognarsi perché sono un tradimento del cristianesimo. Il giudizio non riguarda solo l’evento storico in sé ma più in generale la posizione che un cristiano deve avere di fronte alle vicende del mondo, anche oggi. Giudizi gravi che meritano, seppure a distanza di tempo, una replica puntuale e autorevole.

Caro don Pichetto,

ti scrivo queste righe cercando di rispondere al tuo intervento sulle Crociate.

In effetti tu parli di Crociate che non sono mai esistite: Crociate sostenute dalla nascente borghesia, che come ognun sa, alla fine dell’XI secolo – quando la prima Crociata fu bandita – non c’era nella società europea, o comunque era una minoranza con un potere limitatissimo.
E poi riprendi le Crociate come progetto di imposizione violenta del Cristianesimo a popolazioni straniere.
Non tocca a me rifare il punto su questa vicenda secolare su cui la migliore storiografia, e non solo quella cattolica, ha dato un contributo decisivo.
Per dirla con il mio grande amico Franco Cardini, le Crociate sono state un grande «pellegrinaggio armato», protagonista del quale fu, nei secoli, il popolo cristiano nel suo complesso.
Una avanguardia di santi, una massa di cristiani comuni e, nella retroguardia, qualche delinquente.

Non so quale avvenimento della Chiesa possa sfuggire a una lettura come questa.

Sta di fatto che noi – cristiani del Terzo millennio – alle Crociate dobbiamo molto.
Dobbiamo che non si sia perduta la possibilità dei grandi pellegrinaggi in Terrasanta: nei luoghi della vita storica di Gesù Cristo e della nascita della Chiesa.
Alle Crociate dobbiamo che si sia ritardata la fine della grande epopea della civiltà bizantina di almeno due secoli, e si sono soprattutto salvate dalla dominazione turca le regioni della nostra bella Italia, che si affacciano sul mare Adriatico, Tirreno e Ionio, falcidiate da quelle sistematiche incursioni di corsari e di turchi che hanno depauperato nei secoli le nostre popolazioni.

Anche la tua bella Liguria ha dovuto costruire parte dei suoi paesi e delle sue piccole città a due livelli – il livello del mare e il livello della montagna – per poter sfuggire a queste invasioni che hanno fatto morire nel buio della cosiddetta civiltà araba e islamica centinaia e migliaia di nostri fratelli cristiani, a cui era stata tolta anche la dignità umana e di cui noi facciamo così fatica a fare memoria.

Nessuna realtà cristiana esprime la perfezione della fede che è solo in Gesù Cristo, ma nessuna esperienza cristiana è invincibilmente diabolica. Passare dalla fede alle opere è compito fondamentale del cristiano di ogni tempo.

Ora, per recuperare questa bellezza della storia cristiana bisogna guardare la realtà secondo tutta l’ampiezza cattolica. La mia generazione e quella di molti amici dopo di me – che per l’intelligenza e l’apertura di monsignor Luigi Giussani hanno potuto dialogare personalmente per esempio con Regine Pernoud, con Leo Moulin, con Henri de Lubac, con Hans Urs von Balthasar, con Joseph Ratzinger, con Jean Guitton e molti altri – hanno un sano orgoglio della nostra tradizione cattolica.

Per questo sentono in modo assolutamente negativo desumere acriticamente l’immagine della Chiesa dalla mentalità laicista che cerca di dominare la nostra coscienza e il nostro cuore.

Certo, l’essenza di questa tradizione cattolica – e che, quindi, comprende anche le Crociate – è il desiderio di vivere il rapporto con Cristo e di annunziarlo nella concretezza del suo popolo che è la Chiesa, nelle grandi dimensioni che rendono il cristiano autenticamente uomo: la dimensione della cultura, della carità e della missione. È questo il Cristo che sta all’origine di tante iniziative del passato e del presente. Nessuna iniziativa lo esprime adeguatamente, ma l’assenza di qualsiasi capacità di presenza nel mondo e di giudizio sulla vita degli uomini e sui problemi degli uomini fa dubitare che esista una fede autenticamente cattolica.

La fede in Cristo può rischiare di ridursi a essere spunto per mozioni soggettive e spiritualistiche da cui metteva in guardia il santo padre Benedetto XVI all’inizio della sua splendida enciclica Deus Caritas Est: un Cristo che rischia di stare acquattato nel silenzio della coscienza personale, che non diventa fattore di vita e di cultura, che non tende a creare una civiltà della verità e dell’amore. Ricordo ancora con commozione quando facevo la terza liceo una lezione di Giussani in cui disse letteralmente: «La comunità cristiana tende a generare inesorabilmente una civiltà».

Nella mia esperienza pastorale e culturale ho sempre sentito come punto di riferimento sostanziale la grande certezza di Giovanni di Salisbury che diceva: «Noi siamo come nani sulle spalle di giganti». È perché siamo sulle spalle di giganti che vediamo bene il presente e intuiamo le linee del futuro. È questo che rende così appassionata la nostra responsabilità, senza nessuna dipendenza dagli esiti, con la certezza di portare il nostro contributo, piccolo o grande che sia, alla grande impresa del farsi del Regno di Dio nel mondo, che come dice il Concilio Vaticano II coincide con la Chiesa e la sua missione.

Un cordiale saluto

Monsignor Luigi Negri + Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Abate di Pomposa

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