Catechist’s mail: Dio “abita” nel peccatore?

In uno scritto viene asserito che Dio si nasconde anche nel più grande peccatore.

Cara catechista buongiorno!

Avrei un grande quesito da porti di natura teologica che ha turbato non poco la mia coscienza. Spero di non essere inopportuna e se non hai tempo ti ringrazio ugualmente… La questione è questa: in uno scritto che ho trovato viene asserito che Dio si nasconde anche nel più grande peccatore. Io, agli amici che mi decantavano le lodi di quella riflessione ho obiettato che Dio non vive nel cuore dell’empio e che il peccato scaccia Dio dal nostro cuore. Ho inviato loro la bella riflessione di Radaelli dove questo tema viene chiarito molto bene (all’interno della sua critica all’enciclica di Papa Francesco). Mi si replica che siamo all’interno dell’opinabile dove i teologi sono in ricerca… Se questo è vero mi sento un pò confusa…

06-sono-io-sono-1_55c1b8c755a63Questa è la riflessione che ha suscitato le mie perplessità…

Grazie a Francesco di Assisi che ha purificato ed incanalato la giusta dimensione dell’amor cortese gridando per le campagne di Assisi, tra Assisi e S. Maria degli Angeli, piangendo “L’Amore non è amato, l’amore non è amato”, che culmina nella preghiera dell’Absorbeat, abbiamo avuto Jacopone da Todi: “Troppo perd’l’tempo, chi ben non t’ama, dolce amor Jesu sovr’ogni amore”
L’amore di Dio ti rende oggetto di totale donazione, di attenzione, di unico sguardo, nel noi dei fratelli e delle sorelle, e tu diventi il dio di Dio.
Il Suo Amore inenarrabile, infinito per te, che è costato nell’eternità il dono del Figlio, ti rende il Suo dio.
Chi è piccolo questo lo comprende.
Anzi più diventi piccolo, più ti abbandoni, più ti arrendi e più cogli che colui che serve non sei tu ma è Lui.
E’ Lui che ti lava i piedi, ti serve, ti cura, pro-vede, sei oggetto dei suoi occhi e della Sua contemplazione.
Con sguardo perenne si perde nei tuoi occhi.
Con infinito Amore, e dolore se fosse possibile, ti corregge.
E’ proprio riconoscendo il valore corretto, nel Timor di Dio, che Lui è Dio e non ve ne sono altri, riconoscendo la tua piccolezza e nullità, come Francesco (Chi sei Tu Signore e chi sono io disutile vermine della terra?) che comprendi, intimamente, per dono di Scienza e poi di Intelletto che diventi dio di Dio.
La Sapienza ti dona di gustare quello che Dio gusta.
Come Francesco che a nominare il nome di Gesù, si lecca le labbra.
Ora, con il Battesimo, tocca a te fare il dio di Dio.
Non è consapevolezza soggettivistica e narcisistica.
Anzi più sei nudo, spogliato, umile, consapevole, l’ultimo, reso e sereno, immerso nel Noi che è la Chiesa, e più sei chiamato ad essere il dio di Dio dove lui si nasconde.
Persino nel più grande peccatore.
Che mistero questo, senza nessuna connivenza con il peccato, Egli è li, nel carcerato, nel lebbroso (affetto da ogni lebbra), nel bambino, nel piccolo, nell’anziano, nel genitore che ora diventa figlio, nel sacerdote poverello, nel coniuge che si separa, nei meccanismi strutturati di egoismo, nelle ipocrisie.
“Nascosto”, ma non confuso. Ma non dentro e dietro queste strutture di miseria e di peccato, che ci sono e vanno riconosciute, chiamate per nome.
Ma oltre, “misteriosamente nascosto”.
Nessuno, finché vive, è confermato nel male. La seconda morte non è sopraggiunta.
La speranza e la tua semina non è mai vana se coglie la radicalità del tuo discendere con Cristo. Nel rinunciare con Lui, e tanto più dopo di Lui, ad ogni privilegio. Ad ogni diritto. Ai piedi.

Questo non abbassi la tua vigilanza, non sia, per te, occasione di connivenza con il male ed il peccato; non sia per te assumere una parola equivoca, non sia per te conformarsi alla mentalità del mondo. Nè sia per te occasione di seguire il peccato e di giustificarlo. Anzi.
Più sei fermo e chiaro e nel contempo armato di infinita tenerezza e più porti a compimento ciò che sei.
Diventi dio di Dio.
Ti fai carico di Lui, lo custodisci, lo proteggi, lo ami, lo rispetti, vedi come Lui, senti come Lui, hai il suo sangue, la sua stessa vita, il Suo spirito.
Lo scovi dove nessuno pensava di trovarlo.
“Ecco ora i miei occhi ti vedono! Taccio e sto in silenzio.”
Ecco, l’Amore, rende possibile quello che, giustamente, è negato ad ogni profonda ontologia.
Beati noi se lo vediamo,
beati noi se lo scrutiamo,
beati noi se lo assaporiamo,
beati noi se diventa opera delle nostre mani..
“L’opera delle nostre mani rafforza, Signore.”
Beati noi, diventeremmo realmente poveri e… minori.

Grazie e buona giornata!
M.

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06-sono-io-sono-2_55c1b9b0887a2Carissima M.

innanzitutto grazie per avermi coinvolta nelle “cose di Dio” come ci insegnano gli Apostoli e tutti i Santi.

Veniamo subito ad una tua prima osservazione: ” in uno scritto che ho trovato viene asserito che Dio si nasconde anche nel più grande peccatore”…. l’affermazione è ambigua perchè c’è del vero in questo, ma va appunto spiegato bene e il testo che mi hai riportato lo spiega benissimo.

Non ho trovato in rete il testo integrale e la fonte originale, ma prendendolo così come è riportato, possiamo fare una piccola analisi.

La prima espressione che, immagino, possa averti confusa è la seguente: ” diventi dio di Dio..”

In effetti può stonare male ma metaforicamente parlando, l’espressione non è del tutto errata, se ben spiegata.
Dante dice della Vergine Maria: “Figlia del Tuo Figlio…” e qui sappiamo bene quanto ciò sia vero, circondato da un immenso alone prodigioso attraverso il quale Dio “si prepara una casa”, una dimora, la custodisce e “giunta la pienezza del tempo” (Gal.4,4-7), Dio abitandola ne diventa anche Figlio.
Per noi è diverso, sì, ma attenzione, attraverso il nostro “fiat” noi diventiamo, spiritualmente (mentre Maria lo divenne carnalmente) “dimora Santa di Dio, Tempio Santo, Casa di Dio”.
Certo, il termine più consono è che noi diventiamo “fratelli” di Cristo, in Cristo e per Cristo – e figli addottivi come vedremo – e il testo si premunisce di scrivere minuscolo quell’attributo “dio” di Dio.
Tuttavia, misticamente parlando, il termine ci può stare perchè Dio ci ha tanto amati non solo da mandare il proprio Figlio a morire per noi per salvarci, ma grazie a questo Amore per farci anche “diventare come Lui” sempre in Cristo, per Cristo e con Cristo. La nostra meta finale è diventare “come Dio – Cristo Gesù Risorto -, simili a Lui” (e vivremo in Dio) in quella trasformazione che vivremo con la risurrezione finale (attualmente noi sperimentiamo questa unione mistica attraverso l’Eucaristia, quando è presa in stato di grazia naturalmente), i Santi in Paradiso già vivono gran parte di questa promessa divina, solo alla Beata Vergine Maria è stato dato di vivere in completezza e pienezza questa gloria: Assunta in Cielo in anima e corpo. Ma non siamo certo ad un essere noi o diventare “dio di Dio”.

Le espressioni attribuite a San Francesco sono corrette, il problema principale è come interpretarle dal momento che il Santo non ha mai affermato, però, che diventiamo “dio di Dio” e il testo, mi sembra corretto quando specifica: “Questo non abbassi la tua vigilanza, non sia, per te, occasione di connivenza con il male ed il peccato; non sia per te assumere una parola equivoca, non sia per te conformarsi alla mentalità del mondo. Nè sia per te occasione di seguire il peccato e di giustificarlo. Anzi.
Più sei fermo e chiaro e nel contempo armato di infinita tenerezza e più porti a compimento ciò che sei.
Diventi dio di Dio…”

06-sono-io-sono-3_55c1ba185f3edQuesta specificazione non fa dire assolutamente che: “viene asserito che Dio si nasconde anche nel più grande peccatore”, bisogna intendere appunto se il peccatore deve restare peccatore e allora sarebbe una bestemmia, mentre il testo specifica che tale abitazione: ” non sia, per te, occasione di connivenza con il male ed il peccato; non sia per te assumere una parola equivoca, non sia per te conformarsi alla mentalità del mondo. Nè sia per te occasione di seguire il peccato e di giustificarlo. Anzi.

Ci sono due aspetti di questa “abitazione di Dio” che vanno chiariti:

1) si diventa vero Tempio Santo di Dio, Casa di Dio quando, dopo il Battesimo e rispettando, vivendo in pienezza gli altri Sacramenti quali la Confessione e l’Eucaristia, facciamo entrare Dio vivo e vero dentro di noi con il nostro “fiat” : “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Apoc. 3,20)

2) “Ma a tutti che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome” (Gv. 1,12), la Scrittura parla chiarissimamente di figliolanza e di eredità: ” Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?” (Gc.2,5) e tanti altri passi paolini.

e non dimentichiamo la bellissima espressione paolina: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20) ed anche: ” Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.” (Gal.4,4-7)

Ma allora da dove esce questo “diventare dio di Dio”?

Lo possiamo definire come una “licenza poetica”, a patto che con questo ardire non si vada oltre i canoni della Scrittura e aiutino la persona a comprendere quanto sia folle e totale questo Amor Divino.

Seguendo la letteratura dei Santi, infatti, troviamo interpretazioni della Scrittura in forme poetiche e sublimi, meglio conosciuta come mistica. La stessa Santa Teresa di Avila è stata fatta oggetto di scherno e di manipolazione attraverso alcuni suoi scritti definiti “erotici” nei quali la Santa esprime invece un concetto di orgasmo mistico, di “baci divini sulla bocca di Gesù” da lei riportati in forma poetica e sublime.

Santa Caterina da Siena, altro esempio, non arriva ad esprimersi in questi modi tuttavia la sua passione per il Sangue di Cristo la inebria, si sente, scriverà, come “ubriacata”… e arriva a pretendere il matrimonio mistico con Cristo davanti al quale la Vergine Santa come testimone le darà l’anello mistico….

In un certo senso sì, noi diventiamo “dio di Dio” perchè Dio si è lasciato annientare da noi, si è lasciato crocifiggere ma anche amare da noi; per redimerci Dio si è abbassato a noi e per compiere il Suo progetto attende ora il nostro “sì”. Quale Dio ha mai fatto questo per la sua creatura?

In un canto liturgico diciamo: “Dio si è fatto come noi, per farci come Lui….” ed è questo ciò che fa in noi la stessa Eucaristia assunta nello stato di grazia: Dio ci fa come Lui e non il contrario.

Il farci e il divenire come Lui non annienta certo la supremazia di Dio, basti vedere e studiare il ruolo di Maria Santissima per comprenderne il senso vero, ma all’uomo – il nostro Dio – ha dato poteri divini….

In un certo senso, misticamente parlando, l’umiliazione e l’abbassamento di Dio verso di noi, ci ha permesso di elevarci alla Sua dignità divina e nell’attendere da noi il “fiat”, in un certo senso siamo noi quel “dio” al quale l’Onnipotente OBBEDISCE, è fedele a noi mentre noi Lo tradiamo spesse volte, ci tratta quasi fossimo “noi un dio” al quale Egli presta tutta la sua attenzione, a noi ha dato la Sua vita, per noi si è fatto cibo di vita eterna.

E’ certo e sicuro che Dio non obbedisce, non asseconda al peccatore in quanto tale! nè “abita” in lui quando il peccatore è felice di rimanere nello stato di peccatore, chi affermasse il contrario è un povero illuso che si inganna e inganna il prossimo il quale va amato come si deve amare se stessi, ossia nella Verità.

Dio essendo l’Onnipotente è l'” IO SONO” e non aveva e non ha certo altri con cui confrontarsi o discutere o obbedire, ma per obbedienza al Padre Cristo si è fatto così piccolo da dover essere accudito dagli uomini appena nato, si è messo nelle nostre mani fino ad essere crocifisso dagli uomini ma, come spiegherà poi l’apostolo, la vittoria è assicurata e non solo per Lui ma anche per coloro che lo seguiranno. Pensiamo alla Vergine Maria alla quale Dio non dice mai di no! Lei è la nostra Avvocata e Regina, una creatura elevata alla massima potenza e dignità nel Regno di Dio, una Regina davanti alla quale il Figlio Divino china la testa ed obbedisce alle sue invocazioni e raccomandazioni, intercessioni per noi “miseri peccatori”, davanti alla quale tremano gli abissi dell’inferno, l’unica creatura umana davanti alla quale Satana trema.

PECCATORI

Veniamo all’ultimo aspetto: “Dio non vive nel cuore dell’empio e che il peccato scaccia Dio dal nostro cuore….”

verissimo, ma infatti il testo in questione chiarisce bene questo dettaglio, come abbiamo visto sopra. Anche qui il concetto del peccatore va chiarito:

1) «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc.2,17), va da se che chiunque si ritenga “sano” sentirà anche di poter fare a meno di Cristo e questa si chiama superbia, l’antico peccato che ci ha condotti a quel peccato originale e a quell’allontanamento da Dio, ma per questo Dio si è fatto uomo, perchè da peccatori che siamo, veniamo da Lui sanati e perchè molti sono coloro che sanno di avere bisogno di Lui, è per questi che Dio è venuto.

2) il peccato ci allontana da Dio e Cristo stesso afferma che non è venuto per chi non sa riconoscere il proprio stato di peccatore. E’ verissimo che Dio non abita nel cuore dell’empio, ma è anche vero che Dio è venuto per i peccatori e non per gli empi! La differenza è sottile ma il significato è enorme. L’empio è colui che pecca sapendo di peccare e pecca con l’intenzione di non volersi convertire, nella Bibbia l’empio è una persona dal cuore malvagio e che spesso non ha alcuna speranza di salvarsi se Dio non intervenisse con qualche miracolo. Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso terrestre è vero, ma non vennero abbandonati da Dio, non erano “malvagi”, peccarono sì, ma non erano empi, infatti la dottrina della Chiesa li riconosce salvati dal Cristo.

Caino e Abele, Dio abita nel cuore di Abele non certo in quello di Caino e cerca di farlo ragionare: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? (..) Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn.4 e ss), così risponde l’empio. Il vero peccatore risponderebbe: « O Dio, abbi pietà di me peccatore…» e che davanti a tanta umiltà Gesù afferma:  « Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc.18,10-14).

3) Il peccatore siamo tutti noi, tutti noi nasciamo con il peccato ed anche dopo il Battesimo la battaglia contro il peccato inizia, non termina, ma il peccatore generico non è affatto detto che sia un malvagio! Si può peccare per ignoranza, per pigrizia, per vanità, per errore, per insubordinazione, e tanti altri motivi, ma pur peccando non si è malvagi per nascita ma piuttosto lo si diventa (per essere empi ci vuole un atto di volontà consapevole) e si diventa ignoranti, pigri, vanitosi, ecc…

Un esempio concreto è la conversione del peccatore Levi che sarà poi San Matteo evangelista: nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì (Mc.2,14), e anche quando afferma: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc.1,15).

In questi casi Dio, pur non abitando dentro di noi, non ci lascia, non ci abbandona, ci è vicini in attesa di un nostro cedimento: “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Apoc. 3,20), per entrare Dio attende non che siamo perfetti e immacolati, ma che diciamo “sì! voglio che Tu mi salvi Signore”, sbloccato questo lucchetto e seguendo le indicazioni di Dio, sarà Lui a farci puri, santi e immacolati, facendoci riacquistare la santità perduta ed introducendoci nel Suo regno di Santi.

Sarà la nostra risposta – pro o contro – a determinare la abitazione di Dio in noi o l’abbandono vero e proprio.

Un ultima frase del testo sopra approfondito e che, effettivamente, lascia perplessi è quella sul finale: ” beati noi se diventa opera delle nostre mani..”… bè no! se questa frase fosse vera cadrebbe tutto il resto, cadrebbe il Vangelo stesso, cadrebbe l’Incarnazione di Dio. Dio si è fatto uomo e non il contrario, non è un uomo che si è fatto o è diventato Dio, qui nessuna vena poetica potrebbe giustificare questa frase detta con tutte le buone intenzioni di questo mondo, ma falsa e ingannatrice. E quando dopo citando il Salmo riporta: “L’opera delle nostre mani rafforza, Signore.” occorre essere chiari, qui il Salmo non dice che “Dio è opera delle nostre mani…” e che diventa una beatitudine quanto maggiore diventa l’opera.

E quando leggiamo: ” Ti fai carico di Lui “, anche qui non dobbiamo dimenticare che è Cristo che si è fatto carico di noi, è Dio che sempre “ci precede” e ci viene incontro per primo ed è fondamentale non dimenticare questa successione, onde evitare che in quel “ti fai dio di Dio” non diventi il superbo “io sono un dio”….. e Cristo non diventi il dio di una nostra immagine personalizzata.

Purtroppo è questo il tempo in cui si sta verificando una profezia dell’allora cardinale Ratzinger: “Se vedo bene, in futuro ci si misurerà proprio con questo interrogativo: come si « legge » propriamente la Scrittura?

(..) la Chiesa resta viva soltanto se attinge alla totalità, alla multiforme unità tra Antico e Nuovo Testamento, tra Scrittura, tradizione e vivente realizzazione, nel credente, della parola di Dio” – vedi qui -.

06-sono-io-sono-4_55c1bae73b27cPer concludere:

Giustamente mi fai osservare che: “Mi si replica che siamo all’interno dell’opinabile dove i teologi sono in ricerca…  Se questo è vero mi sento un pò confusa…”

bè, fai bene a sentirti confusa perchè è un ottimo campanello d’allarme che ci dice che i conti non tornano! Infatti che siamo “all’interno dell’opinabile dove i teologi sono in ricerca…” ciò è vero, ma non è vero e non è detto che le loro ricerche siano nel giusto e ciò che dicono delle loro ricerche sia poi dottrinalmente corretto, per questo abbiamo la Sacra Scrittura ed il Catechismo, specialmente quello detto Romano, che la spiega e ci aiuta a comprendere i passi più difficili.

Chiarito il fatto che, esprimendosi con mistiche parole i Santi vanno spesso oltre ciò che è scritto letteralmente nella Scrittura, va da se che vista la posizione che hanno guadagnato con i meriti del Cristo, ciò che di poeticamente hanno scritto è pienamente accettabile, Dio lo accetta perchè ama quando l’Uomo mette ai Suoi piedi i propri pensieri di Amore puro.

I teologi possono fare tutte le ricerche che vogliono le quali però, se approdano nella vanagloria e nella superbia di farsi dio di se stessi, naufragano miseramente.

Spero di aver chiarito i tuoi dubbi e ringraziandoti per questa condivisione, non mollare mai, il Rosario quotidiano (ed anche una bella lettura del Catechismo) ci aiuterà sempre a far luce nei Misteri di Cristo e della nostra esistenza e divenire.

Fraterni saluti in Gesù e Maria


ECCO L’ESEMPIO GIUSTO:

Ecco che cosa intendeva San Paolo quando disse di consegnare un tale a Satana a motivo del suo peccato

Quesito

Caro Padre Angelo,
Volevo qualche spiegazione su quanto dice San Paolo ai Corinzi condannando l’immoralità compiuta da alcuni; e cioè quando dice: “questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore.” (1 Cor 5,5).
Che significa questo versetto? Che nonostante i peccati commessi con il corpo, un giorno potrà essere redento?
La ringrazio.
Davide


Risposta del sacerdote

Caro Davide,
1. ti rispondo riportando quanto ha scritto F. Prat, gesuita e grande biblista nella sua monumentale opera intitolata La teologia di san Paolo.
Quella del padre Prat è una parola autorevole a motivo della sua competenza.
Ecco quanto scrive:

2. “Erano avvenuti a Corinto due fatti scandalosi dei quali si era resa complice tutta la comunità, con la sua troppo tollerante indulgenza.
Venere, patrona di Corinto, vi era onorata con un culto in cui l’impudicizia dell’Afrodite greca si alleava con le turpitudini dell’Astarte orientale. Nel suo tempio mille hieroduli apertamente facevano traffico del proprio corpo, a suo profitto e onore: la prostituzione sacra era innalzata all’altezza di un sacerdozio. I costumi pubblici erano per conseguenza anch’essi di una deplorevole rilassatezza, e vivere alla corinzia era, anche per i pagani, un’ignominia. In quell’atmosfera avvelenata, alcuni cristiani avevano subito il contagio, e uno di essi viveva in concubinato con sua matrigna, certamente vedova o divorziata.
Si parla di fornicazione tra voi, e di tale fornicazione quale neppure tra i Gentili, talmente che uno ritenga la moglie del proprio padre. E voi siete gonfi: e non piuttosto avete pianto, affinché fosse tolto di mezzo a voi chi ha fatto tal cosa! (1 Cor 5,1-2).
Non si tratta di commercio passeggero, ma di una unione stabile, come quella di Erode Antipa con Erodiade, moglie del suo fratello Filippo. La legge romana, così larga in materia di matrimoni, proibiva tali unioni, e gli esempi che la storia profana ne poteva offrire, erano riprovati dal sentimento pubblico, d’accordo in questo con l’istinto naturale. Ora i fedeli di Corinto non sembravano commuoversene troppo: continuavano a frequentare il colpevole e lo ammettevano nelle loro assemblee. Forse si lasciavano illudere da questa falsa massima, che il battesimo fa del cristiano un essere nuovo, libero da tutti i suoi vincoli antecedenti ed esente da qualsiasi proibizione legale. Così agli occhi dei rabbini la conversione al giudaismo rompeva tutte le relazioni di parentela, e Maimonide insegna espressamente che è lecito al proselito sposare la sua matrigna.
L’indignazione di Paolo fu al colmo. Era sua pratica costante il sottoporre tutti gli scandalosi a una specie di scomunica la quale portava con sé la cessazione anche delle relazioni di convenienza e di civiltà. Egli aveva minacciato questa pena agli arruffoni e agli scioperati di Tessalonica, se non avessero obbedito ai suoi ordini; più tardi imporrà a Tito di evitare l’eretico ostinato, cioè il fautore di divisioni e di disordini. Nella lettera ai Corinzi, che andò perduta, ingiungeva loro espressamente di troncare ogni relazione con gli impudichi (cfr 2 Ts 3,14)). Qual è dunque ora il suo dolore nel vedere che tollerano l’infame! Presto! si allontani l’incestuoso, affinché non siano contaminati da lui. Si era, a quanto pare, verso la Pasqua, e veniva molto a proposito questa esortazione: Non sapete che un poco di lievito fa fermentare tutto l’impasto? Togliete via il vecchio fermento, affinché siate una nuova pasta, come siete senza fermento; perché il nostro agnello pasquale Cristo è stato immolato. Solennizziamo dunque la festa non col vecchio lievito, né col lievito della malizia e della malvagità, ma con gli azzimi della purità e della verità… Togliete di mezzo a voi il cattivo (1 Cor 5,6-8).
Queste ultime parole che contengono la sentenza definitiva di Paolo, sono un’allusione al Deuteronomio (17,7) il quale stabilisce la pena di morte per certi delitti. La scomunica, specie di morte simbolica, nel Vangelo sostituisce la morte reale dell’antica Legge. Egli aveva prima pensato a una pena assai più grave e più proporzionata all’enormità del delitto.
Io però assente corporalmente, ma presente in ispirito, ho già come presente giudicato che colui il quale ha attentato tal cosa – congregati voi e il mio spirito nel nome del Signor nostro Gesù Cristo – con la potestà del Signore nostro Gesù, sia dato questo tale nelle mani di Satana per morte della carne, affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo (1 Cor 5,3-5).
I canonisti, desiderosi di trovare qui un esempio di scomunica maggiore secondo le forme attualmente in uso nella Chiesa, si domandano come mai Paolo abbia potuto fulminarla e dare ordine ai Corinzi di fulminarla in nome suo, senza istruzione del processo, senza citazione nè interrogatorio. Ma sono tutte questioni superflue: Paolo non pronunzia la sentenza e non impone ai Corinzi di pronunziarla; egli esprime soltanto il suo parere su la pena dovuta all’incestuoso notorio; forse insinua il castigo rigoroso che egli è risoluto di infliggere, nel caso in cui i fedeli non facessero nulla da parte loro. Per quello che lo riguarda, egli crede giusto e conveniente di abbandonare il colpevole a Satana, ma non dice quali formalità si dovrebbero osservare se si dovesse venire a tale castigo.
Questo castigo terribile evidentemente supponeva la scomunica, cioè l’esclusione della Chiesa con la privazione delle grazie e degli aiuti di cui la comunione dei santi è il canale; ma comprendeva pure qualche cosa di più spaventevole. Gli Apostoli che avevano ricevuto dal Signore il potere d’incatenare i demoni, avevano pure il potere di scatenarli. Il delinquente colpito da questa condanna più grave che la scomunica, veniva abbandonato alla vendetta dell’eterno nemico degli uomini e diventava preda e zimbello di Satana. Ma, siccome tutte le pene inflitte dalla Chiesa sono medicinali, lo scopo finale era sempre la conversione e la salvezza del peccatore. Almeno una volta nella sua vita, Paolo si servì di questo terribile potere: egli abbandonò a Satana Imeneo e Alessandro per insegnare loro a non più bestemmiare (1 Tm 1,20), o piuttosto perchè lo imparassero a loro spese quando fossero abbandonati, senza protezione e senza scampo, alla tirannia del demonio. Con l’incestuoso di Corinto egli è meno rigoroso; si accontenta dell’esclusione del colpevole e, se per un momento ha pensato ad un castigo più severo, lo ha fatto sempre per salvare l’anima del peccatore, affliggendo la sua carne” (F. Prat, La teologia di san Paolo, parte prima, pp. 92-95).

3. Lo stesso concetto emerge in un Commentario biblico:
Sia dato, ecc. Dare nelle mani di Satana, significa separare uno dalla comunione della Chiesa, ossia escluderlo dalla partecipazione di tutti quei beni di cui la Chiesa ha l’amministrazione. L’incestuoso scacciato così dal regno di Gesù Cristo verrà a cadere nuovamente sotto il dominio di Satana, per morte della carne, per essere cioè tormentato nel suo corpo da Satana, per mezzo di malattie e di altri dolori, in modo che nel suo cuore si sveglino buoni sentimenti.
Affinché lo spirito sia salvo. La pena, benché gravissima, è tuttavia medicinale, perchè destinata all’emendazione del reo, a reprimere la petulanza della sua carne, a indurlo a pentirsi del male fatto e a riconciliarsi con Dio, per essere salvo nel giorno del giudizio. Si osservi che l’Apostolo, dando l’incestuoso nelle mani di Satana, per morte della carne, non solo gli infligge la scomunica separandolo della Chiesa, ma lo consegna ancora a Satana affinché lo affligga e lo tormenti. Dicono infatti i Padri che gli Apostoli avevano non solo potestà di cacciare i demoni dagli ossessi, ma anche di consegnare i grandi colpevoli al demonio, perché venissero tormentati, e fossero così condotti a penitenza. Nella Scrittura infatti il demonio viene spesso rappresentato come la causa dei mali, che affliggono l’uomo nel corpo, nell’anima e nelle sue sostanze. Sono noti gli esempi di Giobbe (Gb 2,7-8), di Anania (Atti 5,1ss), di Elimas (At 13,8ss), e i vari fatti del Vangelo nei quali il demonio rende muti, sordi, furiosi, ecc., coloro dei quali si è impossessato”.

4. La Bibbia di Gerusalemme commenta: “Spesso a proposito di questo versetto si parla di «scomunica, ma la parola come tale è assente dalla Bibbia (non corrisponde esattamente ad «anàtema».
Pene di esclusione erano in uso nell’Antico testamento, nel giudaismo, a Qumran. Il Nuovo Testamento presenta diversi casi in cui però i motivi e i modi di eseguire la pena non sono uguali. Talvolta il colpevole era tenuto per qualche tempo in disparte dalla comunità (5,2.9-13; 2 Ts 3,6-l4; Tt 3,10; cfr l Gv 5,16-17; 2 Gv 10), talvolta era «consegnato» (qui; 1 Tm 1,20 a Satana, privato del sostegno dello Chiesa dei santi e, per ciò stesso, esposto al potere che Dio lasciò al suo avversario (2 Ts 2,4; cfr. Gb 1,6); anche in questi casi estremi si sperano il pentimento e la salvezza finale (qui; 2 Ts 3,15; ecc.).
Una tale disciplina suppone un certo potere della comunità sui suoi membri (cfr Mt 18,15-18).

5. Come si vede, anche nella Chiesa primitiva – che godeva della Divina Rivelazione – si usava misericordia.
Ma i metodi erano diversi dai nostri. Quello che a quei tempi era un caso isolato, oggi è un fatto purtroppo comune.
Indubbiamente la consegna a satana era terribile, ma salutare.
La salvezza dell’anima era l’obiettivo più urgente.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore ti benedico.
Padre Angelo