Catechist’s mail: Risposte sul sacerdozio

Perché la Chiesa “impone” il celibato ai preti e perché non ordina le donne?

… gli apostoli erano quasi tutti sposati, gli evangelisti ci parlano persino della suocera di Simon Pietro, il primo papa. Ho letto che nel primo secolo molti vescovi e sacerdoti erano sposati, addirittura alcuni papi. Allora perché la Chiesa impone il celibato ai suoi sacerdoti? Non sarebbe meglio che fosse una scelta personale anziché un obbligo, così molti preti ci penserebbero due volte a lasciare l’abito. E poi cos’è peggio, un buon prete sposato o un cattivo prete celibe? Meglio il primo, non credi? Ti ringrazio.

Nicola P.

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01-prima-serie-risposte-5a_54ccb526d0962Gentile Nicola,

innanzi tutto non c’è alcuna “imposizione”. Nella scelta della Chiesa, che predilige il celibato, il seminarista ha ben cinque anni di tempo per fare la sua scelta, non c’è alcuna imposizione, a meno che non vuole, pretende, di avere tutto o la botte piena e la moglie ubriaca. La scelta è infatti personale perché nessuno è obbligato o costretto.

L’obbligo se lo è imposto la Chiesa perché ha ritenuto che questa fosse la strada giusta come del resto la storia ci insegna nei suoi tanti Santi Sacerdoti. Si chiama infatti “scelta” della Chiesa che un domani potrebbe anche cambiare ma che per ora non intende, giustamente, modificare. I perché sono tanti e non ci è possibile affrontarli tutti qui, suggerisco per l’approfondimento la lettura di questo spazio web.

Nella Chiesa Ortodossa, presa erroneamente a modello, avviene in questo modo: se uno vuol farsi prete può sposarsi prima di diventarlo, ma una volta prete non può sposarsi; il prete sposato non può diventare Vescovo.

Nella Chiesa Cattolica c’è anche il clero ortodosso sposato, quella parte ortodossa in comunione con Roma, perciò se uno vuole  diventare prete nella Chiesa di rito latino (Roma) deve accettare la disciplina che ha scelto, altrimenti può sempre diventare prete cattolico ma di rito orientale. Come vediamo la scelta c’è.

Ora le farò un esempio forse un pò stupido ma che aiuta a comprendere: ha mai sentito qualcuno pretendere di cambiare le regole durante la partita a scacchi, alle carte, al golf, a calcio e quant’altro?

La vita è come una partita le cui regole del gioco sono state ricavate dai Vangeli, il celibato è un consiglio tratto dal Vangelo che la Chiesa ha scelto di perseguire.

E’ vero, nei Vangeli si parla dei Discepoli sposati, ma non risulta che il Signore abbia fuso insieme i due Sacramenti, anzi in Matteo 19 li leggiamo separatamente: il Sacramento del Matrimonio e l’invito a farsi eunuchi per il regno dei Cieli, che diventerà il Sacramento dell’Ordine.

In tutto il primo millennio e anche dopo, nella Chiesa il celibato del clero era propriamente inteso come “continenza”. Cioè come completa rinuncia, dopo l’ordinazione, alla vita di matrimonio, anche per chi si fosse precedentemente sposato. L’ordinazione di uomini sposati, infatti, era una prassi comune, documentata anche dal Nuovo Testamento. Ma nei Vangeli si legge che Pietro dopo la chiamata ad apostolo “lasciò tutto” (Matteo 19, 27). E Gesù disse che per il Regno di Dio c’è chi lascia anche “moglie o figli” (Luca 18, 29).

Dalla percezione che i preti cattolici sono tutti celibi si è diffusa l’idea corrente che il celibato del clero consista nella proibizione di sposarsi. E quindi che il “superamento” del celibato consista sia nell’ordinare preti degli uomini sposati consentendo loro di continuare a vivere la vita matrimoniale, sia nel permettere ai preti celibi di sposarsi.

Ma questo è un equivoco enorme per non dire che ha una motivazione falsa e deformata, non si entra nel seminario solo per restare celibi! Il celibato ha senso in una prospettiva più vasta, il servizio alla Chiesa, l’amore per Cristo, il seminarista “sposa” la Chiesa come Cristo è Sposo della Chiesa.

L’equivoco è lo stesso che sta causando da anni il crollo e il fallimento dei matrimoni: non ci si sposa per fare sesso! Non è perché si è sacerdoti che non si ha una sessualità! È una scelta di vita e un modo per dare un senso alla propria sessualità in un progetto che la trascende senza negarla. A essere in gioco è il fatto di vivere la propria sessualità in modo liberatorio:  nella scelta del celibato c’è una dimensione di libertà. Ma attenzione, la sessualità, sia per una persona celibe sia per l’uomo e la donna uniti sacramentalmente nel vincolo del matrimonio, è un equilibrio sempre da costruire, nel corso dell’intera vita.

Alle domande: “E poi cos’è peggio, un buon prete sposato o un cattivo prete celibe? Meglio il primo, non credi?”

Non dobbiamo rispondere con il concetto del male minore e neppure associare il fallimento di un prete al suo essere celibe, sarebbe come incolpare altri – o la vita sessuale – quando un matrimonio fallisce.

Se uno non sa mantenere delle promesse, non sarà cambiando il ruolo che imparerà a rispettarle e a viverle. Si potrebbe solo affermare che in quella persona non c’era una vera vocazione, per questo la Chiesa prepara il candidato al sacerdozio per ben cinque lunghi anni aiutandolo a fare discernimento sulla propria scelta personale. La Chiesa Ortodossa che ammette i preti sposati da sempre riconosce che questa scelta non è mai diventata la maggioranza, non è mai cresciuta e non è mai dilagata, deve farci pensare il fatto che questa discussione è esplosa soltanto nell’ultimo secolo e – guarda il caso – dalla rivoluzione sessuale del sessantotto!

Spiega il cardinale Walter Brandmüller : “…. quando Marco (10,29) scrive: “In verità, vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia che non riceva cento volte tanto…”.

Ancora più preciso è Luca (18,29 ss): “In verità, io vi dico: chiunque abbia abbandonato per il Regno di Dio casa o moglie, fratelli, genitori o figli, riceverà già ora, in cambio molto di più, e nel mondo futuro la vita eterna”, Gesù non rivolge queste parole alle grandi masse, bensì a coloro che manda in giro “ai suoi”, affinché diffondano il suo Vangelo e annuncino l’avvento del Regno di Dio.

Per adempiere a questa missione è necessario liberarsi da qualsiasi legame terreno e umano. E visto che questa separazione significa la perdita di ciò che è scontato, Gesù promette una “ricompensa” più che appropriata.

A questo punto viene spesso rilevato che il “lasciare tutto” si riferiva solo alla durata del viaggio di annuncio del suo Vangelo, e che una volta terminato il compito, i discepoli sarebbero tornati alle loro famiglie. Ma di questo non c’è traccia.

Il testo dei Vangeli, accennando alla vita eterna, parla peraltro di qualcosa di definitivo.”

Per concludere:

«Il celibato sacerdotale, che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma, conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo, caratterizzato da una profonda trasformazione di mentalità e di strutture. Ma nel clima dei nuovi fermenti si è manifestata anche la tendenza, anzi l’espressa volontà di sollecitare la Chiesa a riesaminare questo suo istituto caratteristico, la cui osservanza secondo alcuni sarebbe resa ora problematica e quasi impossibile nel nostro tempo e nel nostro mondo.

Noi dunque riteniamo che la vigente legge del sacro celibato debba ancora oggi, e fermamente, accompagnarsi al ministero ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella sua scelta esclusiva, perenne e totale dell’unico e sommo amore di Cristo e della consacrazione al culto di Dio e al servizio della Chiesa, e deve qualificare il suo stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella profana». (Paolo VI – Lettera enciclica “Sacerdotalis Caelibatus”, 10 ottobre 1965)

La Chiesa si realizza pienamente in tutti i suoi Sette Sacramenti, basta nasconderne uno solo per non essere più seriamente cattolici, insegna Benedetto XVI nella Sacramentum Caritatis, e il Matrimonio e l’Ordinazione sacra sono due Sacramenti ben distinti, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, o l’uno o l’altro, il sacerdozio è una vocazione così come è vocazione la vita matrimoniale, vocazione e doni distinti.

Mi creda, lasciamo che queste ideologie restino all’interno di certe pellicole di questo tempo inquieto e confuso nel mentre noi, figli della Luce mediante il Battesimo e i Sacramenti, ci impegniamo piuttosto alla realtà del Vangelo usando anche la ragionevolezza.

Con la speranza di esserle stata di aiuto, incontriamoci nella preghiera quotidiana, specialmente del Rosario.

Fraterni saluti, sia lodato Gesù Cristo.


…. e allora non capisco perché le donne non possono diventare preti? La chiesa non sarebbe meno maschilista con le donne ai vertici e, perché no, un domani anche una donna papa? che male ci sarebbe?

Alessandra N.

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01-prima-serie-risposte-5_54ccb72598fccGentile Alessandra,

per l’approfondimento all’argomento suggerisco questo link che raccoglie argomenti ufficiali sul tema, qui cercherò di sintetizzare la risposta.

Innanzi tutto la Chiesa non è maschilista ma è già essa stessa una sposa, la Sposa del Cristo, cerchiamo quindi di avere l’umiltà nell’usare termini e concetti verso la Chiesa di Cristo trattandola con decoro e la dignità che Dio le ha dato, in questo modo sarà anche più facile comprendere il suo ruolo e dunque anche le sue leggi le quali non provengono dai capricci umani, ma dalla Bibbia. Non nascondo io stessa che in molti casi le membra gerarchiche della Chiesa hanno avuto atteggiamenti misogini nei confronti delle donne, ma questi sono peccati umani, delle membra e non peccati della Chiesa in quanto tale: una, santa, cattolica ed apostolica.

Se noi donne avessimo avuto l’autorità di raggiungere i vertici della Chiesa, l’avremmo trasformata in una lobby femminista! Ringraziamo Iddio che sa quello che fa e ben sapeva cosa faceva quando consegnava le chiavi a Pietro!

Lasciamo alla fanta-religione e ai film mitologici, come agli ambienti protestanti il vedere una donna papa o papessa o vescovessa, o pretessa, per parlare di questi argomenti è necessario vivere con i piedi per terra e la testa ben salda sul collo, assicurandosi che la testa sia collegata al cervello, ossia alla ragione. Non si tratta di pensare che sarebbe “un male” una donna nelle vesti del sacerdote, del vescovo o del papa, ma più semplicemente che esistono ragioni teologiche perchè ciò non avvenga.

Il fatto che questa idea malsana diventi “il male” è invece la concreta risposta a quanti vorrebbero imporre questi cambiamenti nella Chiesa, e questo perchè ciò implicherebbe un cambiamento teologico e dottrinale al significato che, tali incarichi affidati agli uomini, comporterebbe.

Cio’ che e’ certo e’ che la questione non puo’ essere facilmente risolta attraverso un compromesso con un femminismo che si polarizza lungo linee aspre e ideologiche. Non e’ solo il fatto che alcune persone reclamano un diritto per le donne di essere ammesse al sacerdozio nella sua forma estrema. E’ la stessa fede cristiana che rischia di essere compromessa – ha sottolineato Papa Wojtyla – Sfortunatamente questo tipo di femminismo e’ incoraggiato da alcune persone nella Chiesa, comprese alcune religiose i cui atteggiamenti, convinzioni e comportamenti non corrispondono a cio’ che il Vangelo e la Chiesa insegnano” (San Giovanni Paolo II – 1993 in visita negli Stati Uniti).

“…i Vangeli e gli Atti degli Apostoli attestano che questa chiamata è stata fatta secondo l’eterno disegno di Dio: Cristo ha scelto quelli che egli ha voluto , e lo ha fatto in unione col Padre, «nello Spirito Santo» , dopo aver passato la notte in preghiera.

Pertanto, nell’ammissione al sacerdozio ministeriale, la Chiesa ha sempre riconosciuto come norma perenne il modo di agire del suo Signore nella scelta dei dodici uomini che Egli ha posto a fondamento della sua Chiesa.Essi, in realtà, non hanno ricevuto solamente una funzione, che in seguito avrebbe potuto essere esercitata da qualunque membro della Chiesa, ma sono stati specialmente ed intimamente associati alla missione dello stesso Verbo incarnato.Gli Apostoli hanno fatto lo stesso quando hanno scelto i collaboratori  che sarebbero ad essi succeduti nel ministero. In tale scelta erano inclusi anche coloro che, attraverso i tempi della Chiesa, avrebbero proseguito la missione degli Apostoli di rappresentare Cristo Signore e Redentore.D’altronde, il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli Apostoli né il sacerdozio ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all’ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità né una discriminazione nei loro confronti, ma l’osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell’universo…” (Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis di Giovanni Paolo II – 22 maggio 1994)

I primi a cedere alle lusinghe del mondo in questa materia sono stati gli anglicani – rispetto ai quali esiste peraltro il problema della validità di tutte le loro ordinazioni – che già a partire dagli anni Settanta discutevano animatamente se ammettere le donne al sacerdozio. Il 30 novembre 1975 Paolo VI scrisse una lettera all’arcivescovo di Canterbury Coggan, esortandolo a non erigere un nuovo ostacolo – oltre ai molti già esistenti – sul cammino verso l’unità dei cristiani.

Purtroppo, nel 1992 il sinodo anglicano – sempre più terrorizzato dalla fuga di fedeli che ha colpito i protestanti inglesi – è capitolato e ha votato a favore delle ordinazioni femminili. li primo effetto della decisione è stata un’immediata fuga di sacerdoti e laici anglicani, intere parrocchie con il relativo clero, che hanno chiesto e ottenuto di farsi cattolici.

Ma se Londra piange, Roma non ride.

Nel senso che anche fra i cattolici – come ammette esplicitamente Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis – “la questione è stata messa in discussione”. Questo stato di cose indusse già Paolo VI a incaricare la Congregazione per la Dottrina della Fede affinché si pronunciasse chiaramente in materia. Ne scaturì la Dichiarazione Inter Insignores, del 15 ottobre 1976, in cui veniva ribadita la dottrina tradizionale.

Nel rispondere a questi parametri non pochi sostengono che la scelta maschilista del Cristo fu necessaria per quei tempi andati. Ma è proprio così? No, e lo chiarisce sempre Giovanni Paolo II:

“Chiamando solo uomini come suoi apostoli, Cristo ha agito in un modo del tutto libero e sovrano. Ciò ha fatto con la stessa libertà con cui, in tutto il suo comportamento, ha messo in rilievo la dignità e la vocazione della donna, senza conformarsi al costume prevalente e alla tradizione sancita anche dalla legislazione del tempo. Pertanto, l’ipotesi che egli abbia chiamato come apostoli degli uomini, seguendo la mentalità diffusa al suoi tempi, non corrisponde affatto al modo di agire dl Cristo”. (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, n. 26).

Per concludere: le donne non possono diventare preti semplicemente perchè hanno un’altra missione ed un altro ruolo che è diverso da quello dato all’uomo nella Chiesa come nel mondo laico.

Le imposizioni culturali che vorrebbero oggi negli aggiornamenti della Chiesa, scaturiscono dalle nuove ideologie del nostro tempo e che stanno anche distruggendo la Famiglia intesa dalla legge naturale: uomo e donna = figli.

La distruzione della famiglia e del ruolo genitoriale, dei termini Madre e Padre che si vogliono abolire, si ripercuote anche all’interno della Chiesa. L’uguaglianza che si vuole imporre è, in verità, una devastazione della dignità specifica del ruolo sia della donna quanto dell’uomo. L’uguaglianza sta nella dignità delle persone, non nei ruoli che ognuno di essi deve svolgere.

Sicuramente si possono approfondire ancora di più i motivi per cui la chiesa non ha la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale; motivi già esposti, ad esempio, nella dichiarazione Inter insigniores (15 ottobre 1976), della Congregazione per la dottrina della fede, approvata da Paolo VI, e in vari documenti di Giovanni Paolo Il (come l’esort. ap. Christi fideles laici, 51, e la lett. ap. Mulieris dignitatem, 26). nonché nel Catechismo della chiesa cattolica, n. 1577.

Ma in ogni caso non si può dimenticare che la chiesa insegna, come verità assolutamente fondamentale dell’antropologia cristiana, la pari dignità personale tra uomo e donna, e la necessità di superare ed eliminare “ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali” (Cost. past. Gaudium et spes, 29).

Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.”  (Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis di Giovanni Paolo II – 22 maggio 1994)

Alla luce di questa verità si può cercare di capire meglio l’insegnamento secondo il quale la donna non può ricevere l’ordinazione sacerdotale. Una corretta teologia non può prescindere né dall’uno né dall’altro insegnamento, ma deve tenerli insieme; soltanto così potrà approfondire i disegni di Dio circa la donna e circa il sacerdozio – e quindi, circa la missione della donna nella chiesa, così come il suo ruolo materno anche nel mondo laico. Se invece si dovesse asserire l’esistenza di una contraddizione tra le due verità, lasciandosi condizionare troppo dalle mode o dallo spirito del tempo, si verrebbe a smarrire il cammino del progresso nell’intelligenza della fede e della ragione stessa.

ad maiorem Dei gloriam.

Sia lodato Gesù Cristo