Ratzinger docet: la Chiesa di Cristo non è un partito

La Chiesa è la Sposa di Cristo, non il suo “partito”.

di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI*

La lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi che abbiamo appena ascoltato è di un’attualità davvero sconcertante. Certo, Paolo parla alla comunità di Corinto di quel tempo, rivolgendosi alla coscienza dei fedeli a proposito di tutto quello che colà si poneva in contraddizione con la vera esistenza cristiana.

Eppure noi avvertiamo immediatamente che non si tratta solo di problemi di una comunità cristiana appartenente a un lontano passato, ma che ciò che fu scritto allora riguarda anche noi qui e ora. Parlando ai Corinzi, Paolo parla a noi e mette il dito sulle piaghe della nostra vita ecclesiale di oggi. Come i Corinzi, così anche noi rischiamo di dividere la Chiesa in una disputa di parti, dove ciascuno si fa una sua propria idea di cristianesimo.

Così l’aver ragione diventa per noi più importante delle giuste ragioni di Dio a nostro riguardo, più importante dell’essere giusti davanti a lui. La nostra propria idea ci nasconde la parola del Dio vivente, e la Chiesa scompare dietro i partiti che nascono dal nostro personale modo d’intendere. La somiglianza tra la situazione dei Corinzi e la nostra non può essere ignorata. Ma Paolo non vuole semplicemente descrivere una situazione, bensì scuotere la nostra coscienza e ricondurci nuovamente alla dovuta integralità e unità dell’esistenza cristiana.

Sicché dobbiamo chiedergli: Cosa ce di veramente falso nel nostro comportamento? Che cosa dobbiamo fare per divenire non il partito di Paolo o di Apollo o di Cefa, o un partito di Cristo, bensì Chiesa di Gesù Cristo? Qual è la differenza tra un partito di Cristo e la sua Chiesa vivente? Tra un partito di Cefa e la giusta fedeltà alla pietra su cui è edificata la casa del Signore?

Cerchiamo quindi in primo luogo di comprendere che cosa succede di fatto in quel tempo a Corinto e, a causa dei pericoli sempre uguali per l’uomo, minaccia di ripetersi continuamente di nuovo nella storia. La differenza di cui si tratta, potremmo forse riassumerla molto sinteticamente in questa affermazione: se io mi schiero per un partito, allora esso diventa con ciò il mio partito, ma la Chiesa di Gesù Cristo non è mai la mia Chiesa, bensì sempre la sua Chiesa. L’essenza della conversione consiste appunto in questo, che io non cerco più il mio partito, quello che salvaguarda i miei interessi e corrisponde alla mia inclinazione, ma mi metto invece nelle mani di Gesù Cristo e divento suo, membro del suo corpo, della sua Chiesa.

Vediamo di chiarire ancor più da vicino questo pensiero.

I Corinzi vedono nel cristianesimo una interessante teoria religiosa, conforme ai loro gusti e alle loro aspettative. Essi scelgono ciò che va loro a genio, e lo scelgono nella forma che riesce loro simpatica. Ma là dove sono decisivi la volontà e il desiderio personali, allora la rottura è già presente in partenza, in quanto i gusti sono tanti e contrapposti. Da una simile scelta ideologica può nascere un club, un circolo di amici, un partito, non già una Chiesa che trascenda i contrasti e riunisca gli uomini nella pace di Dio. Il principio in base al quale si forma un club è inclinazione personale; ma il principio su cui poggia la Chiesa è l’obbedienza alla chiamata del Signore, come leggiamo nel vangelo di oggi: «Li chiamò ed essi all’istante, abbandonata la barca con il padre, lo seguirono» (Mt 4,2ls).

0012-la-chiesa-spiegata-da-ratzinger-2_5708c323ac152Con questo, siamo giunti al punto decisivo: la fede non è la scelta di un programma che mi soddisfi o l’adesione a un club di amici fra i quali mi senta compreso; la fede è conversione, che trasforma me e anche i miei gusti, o almeno fa sì che i miei gusti e desideri passino in seconda linea.

La fede arriva a una profondità totalmente diversa dalla scelta che mi lega a un partito. La sua capacità di cambiamento giunge a tal segno che la Scrittura la chiama una nuova nascita (cfr. 1Pt 1,3.23). Con ciò siamo in presenza di una intuizione importante, che dobbiamo approfondire ancora un poco perché è in questo punto che si nasconde il nucleo centrale dei problemi che dobbiamo oggi affrontare nella Chiesa. A noi riesce difficile pensare la Chiesa secondo un modello diverso da quello di una società che si autogestisce, che con i meccanismi di maggioranza e minoranza cerca di darsi una forma che sia accettabile da tutti i suoi membri. Ci riesce difficile pensare la fede come qualcosa di diverso da una decisione per una cosa che mi piace e per la quale, dunque, vorrei impegnarmi.

Ma in questo modo, siamo sempre e solo noi stessi ad agire. Noi facciamo la Chiesa, noi cerchiamo di migliorarla e di sistemarla come una dimora confortevole. Noi vogliamo proporre programmi e idee che riescano simpatici al più gran numero possibile di persone. Il fatto che Dio stesso sia all’opera, che Egli stesso agisca, nel mondo moderno non costituisce più in alcun modo un presupposto. Ma è proprio così facendo che noi ci comportiamo come i Corinzi: scambiamo la Chiesa per un partito e la fede per un programma di partito. Il cerchio del proprio io rimane chiuso.

Forse ora possiamo comprendere un po’ meglio la svolta rappresentata dalla fede, la quale implica una conversione, un cambiamento di rotta.

Io riconosco che Dio stesso parla e agisce; che non ce solo ciò che è nostro, ma anche ciò che è suo. Ma se questo è vero, se non siamo solo noi che decidiamo e facciamo qualcosa, ma lui stesso dice e fa qualcosa, allora tutto cambia. Allora io devo obbedirgli e seguirlo anche se mi conduce dove io non vorrei (Gv 21,18). Allora diviene ragionevole, anzi necessario lasciare da parte ciò che è di mio gusto, rinunciare ai miei desideri e andare dietro a Colui che solo può indicarmi la via della vera vita, giacché egli stesso è la vita (Gv 14,6). È questo che vuol dire il carattere sacrificale della sequela che Paolo alla fine mette in rilievo come risposta ai partiti che dividevano i Corinzi (1Cor 10,17): io abbandono quello che è di mio gusto e mi sottometto a Lui. Ma proprio così io divento libero, perché la vera schiavitù è l’essere prigionieri dei nostri propri desideri.

Tutto questo lo comprenderemo ancor meglio osservandolo dall’altro versante, non più basandoci su di noi, ma partendo dall’azione stessa di Dio. Cristo non è il fondatore di un partito né un filosofo della religione, come, ancora una volta, Paolo fa rilevare incisivamente nella nostra lettura (1Cor 10,17). Non è qualcuno che escogiti idee di ogni sorta per le quali cerchi di reclutare dei sostenitori. La lettera agli Ebrei descrive l’ingresso di Cristo nel mondo con le parole del salmo 39: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato» (Sal 39,7; Eb 10,5). Cristo è la Parola vivente di Dio stesso che per noi si è fatta carne. Egli non è solo uno che parla, ma è egli stesso la sua Parola. Il suo amore, nel quale Dio si dona a noi, va sino alla fine, sino alla croce (cfr. Gv 13,1). Se noi acconsentiamo a lui, noi non scegliamo solo delle idee, ma poniamo la nostra vita nelle sue mani e diveniamo «creatura nuova» (2Cor 5,17; Gal 6,15).

Perciò la Chiesa non è un club, non è un partito, e neppure una sorta di stato religioso, ma un corpo, il corpo di Cristo. E perciò la Chiesa non è fatta da noi, ma è lui stesso a costruirla purificandoci con la parola e il sacramento e facendo così di noi le sue membra.

Naturalmente ci sono molte cose nella Chiesa che dobbiamo fare noi stessi, in quanto essa penetra profondamente in situazioni umane di carattere pratico. Non intendo qui spendere parole per nessun tipo di falso soprannaturalismo. Ma ciò che vi è di peculiare nella Chiesa non può venire dalla nostra volontà o da una nostra decisione, «né da volere di carne, né da volere di uomo» (Gv 1,13); deve venire da lui. Quanto più siamo noi a darci da fare nella Chiesa, tanto meno essa diventa abitabile, perché tutto ciò che è umano è limitato e ogni cosa umana si contrappone ad un’altra. La Chiesa sarà tanto più per gli uomini la patria del cuore, quanto più noi le presteremo ascolto e quanto più in essa sarà centrale ciò che viene da lui: la parola e i sacramenti che egli ci ha dato. L’obbedienza a Lui è la garanzia della nostra libertà.

Tutto ciò ha delle importanti conseguenze per il ministero del sacerdote. Egli deve prestare grande attenzione a non costruirsi una sua Chiesa. Paolo esamina ansiosamente la propria coscienza, e si chiede come abbiano potuto alcuni arrivare al punto di fare della Chiesa di Cristo un partito religioso di Paolo. E assicura se stesso e quindi i Corinzi di aver fatto di tutto per evitare legami che avrebbero potuto oscurare la comunione con Cristo. Chi è convertito da Paolo non diviene un seguace di Paolo ma un cristiano, un membro di quella Chiesa comune che è sempre la stessa, «si tratti di Paolo o di Apollo o di Cefa» (1Cor 3,22). Sia questo o quello, «voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (3,23).

0012-la-chiesa-spiegata-da-ratzinger-3_5708c435b7368Vale la pena di rileggere e considerare accuratamente ciò che Paolo ha scritto sull’argomento, perché nelle sue parole prende risalto l’essenza del ministero sacerdotale con una chiarezza che, al di là di tutte le teorie, ci dice quel che dobbiamo fare e quello che dobbiamo evitare. «Ma chi è Apollo, chi è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede… Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora, né chi pianta né chi irriga è qual-che cosa, ma chi fa crescere: Dio. Chi pianta e chi irriga sono una cosa sola… Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1Cor 3,5-9).

C’erano e ci sono in Germania chiese protestanti dove è d’uso indicare negli avvisi liturgici il nome di chi celebra la messa e quello di chi tiene l’omelia. Dietro quei nomi si nascondono spesso correnti religiose: ciascuno vorrebbe seguire le celebrazioni della propria corrente. Purtroppo qualcosa di simile succede ora anche nelle parrocchie cattoliche; ma questo vuol dire che la Chiesa è scomparsa dietro i partiti e che noi in definitiva diamo ascolto a opinioni umane e non più alla comune parola di Dio che è al di sopra di tutti e di cui è garante l’unica Chiesa. Solo l’unità della sua fede e il suo carattere vincolante per ciascuno di noi ci permettono di non seguire delle opinioni umane e di non parteggiare per fazioni con pretese autonomiste, ma di essere dalla parte del Signore e di obbedire a lui.

È grande oggi per la Chiesa il pericolo di disgregarsi in partiti religiosi raggruppati attorno a singoli maestri o predicatori. E allora ecco di nuovo: io sono di Apollo, io di Paolo, io di Cefa, e così anche Cristo diventa un partito. Il metro del ministero sacerdotale è il disinteresse che si pone come norma la parola di Gesù: «La mia dottrina non è mia» (Gv 7,16). Solo se possiamo dire questo con piena verità, noi siamo «collaboratori di Dio» che piantano e irrigano e divengono partecipi della sua stessa opera. Se degli uomini si rifanno al nostro nome e contrappongono il nostro cristianesimo a quello di altri, ciò deve sempre diventare per noi motivo di un esame di coscienza. Noi non annunciamo noi stessi, ma Lui. Questo esige la nostra umiltà, la croce della sequela.

Ma è proprio questo che ci libera, che rende fecondo e grande il nostro ministero. Poiché se noi annunciamo noi stessi, restiamo rintanati nel nostro povero io e vi trasciniamo anche altri. Se annunciamo lui, diverremo «collaboratori di Dio» (1Cor 3,9), e che cosa potrebbe esserci di più bello e di più liberante?

Vogliamo pregare il Signore perché ci faccia provare nuovamente la gioia di questa missione. Allora anche tra noi diverrà vera la parola del profeta, che sempre si adempie nelle contrade attraversate da Cristo: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce… Gioiscono al tuo cospetto come si gioisce alla mietitura, come si esulta quando si divide la preda» (Is 9,1-3; cfr. Mt 4,15s). Amen.

* Omelia tenuta nel Seminario di Filadelfia il 21 gennaio 1990, tratta dal volume: “La Chiesa. Una comunità sempre in cammino” (LEV 2006; Ed. sanpaolo 2008, pag.171) 


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