Pastor Aeternus la dottrina sulla vera infallibilità del Pontefice

“Allo scopo di adempiere questo compito pastorale, i Nostri Predecessori rivolsero sempre ogni loro preoccupazione a diffondere la salutare dottrina di Cristo fra tutti i popoli della terra, e con pari dedizione vigilarono perché si mantenesse genuina e pura come era stata loro affidata. È per questo che i Vescovi di tutto il mondo, ora singolarmente ora riuniti in Sinodo, tenendo fede alla lunga consuetudine delle Chiese e salvaguardando l’iter dell’antica regola, specie quando si affacciavano pericoli in ordine alla fede, ricorrevano a questa Sede Apostolica, dove la fede non può venir meno, perché procedesse in prima persona a riparare i danni…. (…) Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede.” [Pastor Aeternus – Costituzione dogmatica del beato Pio IX].

Seguiranno a breve due video che accompagneranno la lettura degli articoli postati a seguire.

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Roberto de Mattei

Roberto De Mattei – da Cristianità n. 43 novembre 1978

A un secolo dalla morte del servo di Dio Pio IX

IL PAPA DEL VATICANO I E DELLA INFALLIBILITÀ

Mentre la setta liberale si accingeva a espropriare la Città eterna alla Cristianità, la Chiesa cattolica convocava il Concilio Vaticano I per difendere l’integrità della fede dagli errori moderni. La lotta scatenata dai cattolici liberali contro il dogma della infallibilità pontificia dimostra la lenta incubazione dell’eresia modernista all’interno della Chiesa. La necessità di porvi rimedio restaurando i fondamenti della fede con l’aiuto della retta ragione. I caratteri e le condizioni della infallibilità pontificia così come sono definiti nella stessa costituzione apostolica che la proclamò durante il Concilio Vaticano I.

Tre secoli erano trascorsi dal Concilio di Trento, quando Pio IX, il 6 dicembre 1864, due giorni prima della promulgazione della Quanta cura e del Sillabo, confidò a un gruppo di cardinali il suo progetto di convocare un nuovo concilio ecumenico, come rimedio più efficace ai gravissimi mali del tempo (1).

La stessa intenzione fu manifestata dal Pontefice nel concistoro segreto del 26 giugno 1867 agli oltre 500 vescovi giunti a Roma per celebrare il centenario del martirio degli apostoli Pietro e Paolo. Infine, il 29 giugno 1868, in occasione della stessa ricorrenza, il Papa, con la promulgazione della bolla Aeterni Patris, annunciò ufficialmente al mondo la indizione di un nuovo grande «Sacro concilio ecumenico e generale», che avrebbe dovuto aprirsi l’8 dicembre 1869, quindicesimo anniversario della Immacolata Concezione e tenersi nella basilica del Vaticano.

La bolla di convocazione del concilio chiariva che suo fine era quello di «porre rimedio ai mali del secolo presente nella Chiesa e nella società». Il concilio avrebbe dunque esaminato con la maggior cura e determinato «quel che conviene fare in tempi così calamitosi, per la maggior gloria di Dio, per l’integrità della fede, per lo splendore del culto, per la salvezza eterna degli uomini, per la disciplina e la solida istruzione del clero regolare e secolare, per l’osservazione delle leggi ecclesiastiche, per la riforma dei costumi, per l’educazione cristiana della giovinezza, per la pace generale, la concordia universale».

L’invito venne indirizzato a tutti i patriarchi, arcivescovi, vescovi, abati generali degli ordini monastici, abati nullius e ai superiori degli ordini religiosi. Due lettere apostoliche, dell’8 e del 13 settembre 1868, invitavano inoltre i prelati scismatici d’Oriente, i protestanti e gli anglicani a tornare alla unità romana, allo scopo di partecipare al concilio (2). A differenza di Trento, l’invito non fu invece esteso ai capi degli Stati cattolici, a causa della situazione di separazione della Chiesa dallo Stato in pressoché tutto il mondo.

CATTOLICI LIBERALI E MASSONERIA IN ALLARME

Nella bolla Aeterni Patris non si faceva menzione del problema della infallibilità pontificia, che già appassionava l’opinione pubblica; fu, tuttavia, attorno a questo tema che si polarizzarono subito le prime polemiche.

Quando, il 6 febbraio 1869, un articolo della Civiltà Cattolica, stampato con l’approvazione del Pontefice, avanzò infatti la possibilità che il concilio ratificasse solennemente la dottrina enunciata nel Sillabo (3) e arrivasse a definire la infallibilità del Papa «per acclamazione», i cattolici liberali decisero di uscire allo scoperto. Il primo a scendere in campo contro la Civiltà Cattolica fu mons. Dupanloup (4), vescovo di Orléans, con due articoli pubblicati il 18 e il 19 marzo dal giornale Français. L’11 novembre appariva sotto il suo nome un opuscolo intitolato Observations sur la controverse soulevée relativement à la definition de l’infallibilité au futur concile, in cui, pure non negando la verità della infallibilità, ne sosteneva la «inopportunità», lanciando così il tema attorno al quale si sarebbe raccolta la minoranza antinfallibilista. Malgrado la abilità diplomatica del vescovo di Orléans, che aveva compreso come una posizione antinfallibilista attestata sul piano dottrinale avrebbe condotto all’isolamento, era evidente l’influenza e il collegamento del Dupanloup con chi negava al Papa la prerogativa della infallibilità sul piano dei principi: in Francia mons. Maret (5), decano della facoltà di teologia di Parigi, che nel volume Du Concile général riproponeva le tesi già condannate del conciliarismo e del gallicanesimo; in Germania Ignaz von Döllinger (6), rettore della università di Monaco, che nel marzo 1869 pubblicava sull’Allgemeine Zeitung, sotto lo pseudonimo di Janus, una serie di articoli, poi raccolti in volume con il titolo Der Papst und der Konzil, in cui respingeva il dogma della infallibilità, giungendo a definire il papato «un tumore che rende deforme la Chiesa».

La Massoneria internazionale, a sua volta, su proposta del deputato Giuseppe Ricciardi, aveva deciso di rispondere all’iniziativa del Pontefice con la celebrazione di un anticoncilio massonico da aprirsi a Napoli lo stesso giorno. «I morti stessi vi parteciperanno», scriveva lo storico giacobino Jules Michelet, chiedendo che alla presidenza dell’anticoncilio venissero chiamate le ombre di Huss, di Lutero, di Galilei (7). «L’infallibilità papale è una eresia. La religione cattolica romana è una menzogna, il suo regno è un delitto» (8), scriveva il Gran Maestro dell’Oriente Torinese Timoteo Riboli; e Garibaldi, da Caprera, così si rivolgeva a Ricciardi: «Rovesciare il mostro papale, edificare sulle sue rovine la ragione e il vero […] Conclusione: eliminare il prete-bugiardo e sacrilego insegnatore di Dio – ed ostacolo primo all’unità morale delle nazioni, con la formula: Io sono della religione di Dio. Accenno e non insegno, e lascio alla sagacia dell’Anticoncilio il decidere» (9).

LA SOLENNE APERTURA DEL CONCILIO

In questo clima arroventato dalle polemiche, l’8 dicembre 1869, nel corso di una cerimonia durata quasi sette ore, alla presenza di circa 700 Padri e di oltre ventimila pellegrini, venuti da ogni parte del mondo, il Papa apriva solennemente in San Pietro il ventesimo concilio ecumenico della Cristianità (10).

La preparazione del concilio era stata meticolosa. Fin dal 1865 Pio IX aveva costituito un’apposita commissione cardinalizia e, su consiglio di questa, varie sottocommissioni o deputazioni, scegliendo come consultori i teologi più autorevoli nelle diverse discipline. La procedura fu fissata dallo stesso Pontefice nella costituzione Moltiplices inter.

Le assemblee generali dei Padri furono distinte in congregazioni generali, aventi per oggetto la discussione e il voto provvisorio degli schemi, e in sessioni pubbliche, aventi per oggetto il voto definitivo dei decreti.

Le sessioni pubbliche erano presiedute dal Papa in persona; la presidenza delle Congregazioni generali venne invece riservata da Pio IX a cinque cardinali da lui scelti: i cardinali de Luca, Bizzarri, Bilio, Capalti e von Reisach; quest’ultimo, morto all’inizio del concilio, fu sostituito dal cardinale De Angelis.

Le cinque deputazioni preparavano gli schemi da distribuire ai Padri prima della discussione nelle congregazioni generali. Quando uno schema, dopo le eventuali modifiche scaturite dal dibattito, era approvato nella congregazione generale, veniva portato alla sessione pubblica, e, dopo un nuovo voto dei Padri, promulgato dal Pontefice. Il concilio tenne 86 congregazioni generali e quattro sessioni pubbliche: la prima, l’8 dicembre 1868, in occasione dell’apertura; la seconda, il 6 gennaio 1870, dedicata alla professione di fede prescritta da Pio IV, che i padri vennero a fare ai piedi del Papa; la terza, il 24 aprile, in cui si promulgò la costituzione dogmatica Dei Filius; la quarta, il 18 luglio, in cui fu definita l’infallibilità pontificia.

Dal 28 dicembre 1869 al 10 gennaio 1870, le riunioni plenarie furono dedicate alla discussione del primo schema proposto dalla commissione dogmatica preparatoria. Si trattava dello schema della costituzione intitolata De doctrina catholica contra multiplices errores ex rationalismo derivatos, compilato dai padri Franzelin e Schrader. Un nuovo testo, redatto principalmente da padre Kleutgen, fu discusso dall’1 all’11 marzo e presentato nuovamente all’assemblea generale. La discussione sul nuovo schema, iniziata il 18 marzo, occupò quindici sedute, fino alla votazione del 12 aprile, per appello nominale. Il risultato fu di 515 placet e 83 placet juxta modum. Finalmente, nella terza sessione pubblica, il 24 aprile, l’unanimità dei presenti si pronunziò per il placet e la costituzione dogmatica fu solennemente promulgata. È la celebre costituzione De fide catholica, detta Dei Filius dalle parole iniziali (11).

La costituzione si apre con un ampio e importante prologo in cui si identifica e si colpisce come errore capitale il razionalismo, o naturalismo, nato dalle eresie proscritte dal Concilio di Trento, «che mettendosi su tutti i punti in opposizione con la religione cristiana, a causa del carattere soprannaturale di questa istituzione, si sforza in tutti i modi a bandire Gesù Cristo, nostro unico Signore e Salvatore, dal pensiero degli uomini, dalla vita e dal costume dei popoli, per stabilire il regno di quel che viene chiamata la pura ragione o la natura».

Il primo capitolo della costituzione dogmatica, dedicato a Dio creatore di ogni cosa, afferma che «la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana crede e confessa un solo Dio vero e vivo, Creatore e Signore del Cielo e della terra, onnipotente, eterno, immenso, incomprensibile, infinito in intelligenza, volontà e ogni perfezione, che essendo una sostanza spirituale unica per natura, assolutamente semplice e immutabile, deve essere dichiarato distinto dal mondo per realtà ed essenza, beatissimo in sé stesso e per sé stesso e ineffabilmente superiore a ogni cosa che è e può concepirsi al di fuori di lui» (12).

Il secondo capitolo, sulla Rivelazione, è di estrema importanza. In esso il concilio definisce, infatti, la possibilità per la ragione umana di arrivare alla certezza della esistenza del vero Dio: «La Santa Chiesa ritiene e insegna che con la luce naturale della ragione umana, Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza per mezzo delle cose create: perché “le perfezioni invisibili di Dio, fin dalla creazione del mondo, sono rese visibili all’intelligenza degli uomini, per mezzo degli esseri che Egli stesso ha fatti” (Rom. I, 20), e che tuttavia è piaciuto a Dio, per la sua sapienza, e la sua bontà, di rivelare Sé stesso e gli eterni decreti della sua volontà, per un’altra via, via soprannaturale» (13).

Il terzo capitolo, sulla fede, la definisce come «una virtù soprannaturale, con la quale, prevenuti e aiutati dalla Grazia di Dio, noi crediamo vere le cose rivelate da Lui, non a causa della loro verità intrinseca, percepita col lume naturale della ragione, ma a causa dell’autorità di Dio rivelante, il quale non può essere ingannato né ingannarci» (14): tratta quindi del dovere di credere, degli appoggi razionali della fede e della sua necessità per la giustificazione e la salvezza.

Il quarto capitolo è dedicato, infine, ai rapporti tra la fede e la ragione, che non solamente «non possono mai essere in contrasto tra loro, ma anzi si aiutano vicendevolmente; infatti la retta ragione dimostra i fondamenti della fede, e, dal lume di questa illustrata, coltiva la scienza delle cose divine; e la fede, da parte sua, rende libera e sicura dagli errori la ragione e l’arricchisce di molte cognizioni» (15).

Seguono quindi diciotto canoni dogmatici che scomunicano chiunque sostenga gli errori opposti alle verità definite. «Pertanto – conclude il Pontefice – eseguendo il dovere del supremo Nostro ufficio pastorale, scongiuriamo – per le viscere di Gesù Cristo, tutti i fedeli di Cristo, specialmente quelli che presiedono o hanno l’ufficio di insegnare: e inoltre domandiamo loro, con l’autorità dello stesso Dio e Salvatore nostro, che mettano il loro studio e l’opera loro per allontanare ed eliminare questi errori dalla Santa Chiesa, e per spandere la luce della più pura fede».

LA LOTTA ALL’INTERNO DEL CONCILIO

Il primo schema De Ecclesia Christi fu distribuito ai Padri il 21 gennaio 1870. Questo progetto, in 15 capitoli e 21 canoni, trattava della Chiesa, del Papa, dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato. La sua indiscreta comunicazione alla stampa sollevò, tuttavia, un nugolo di polemiche. Lo schema fu rifuso e limitato a due costituzioni, l’una relativa alla Chiesa, l’altra al Papa: solo quest’ultima fu oggetto della discussione e del voto finale (16).

Attorno allo schema De Romano Pontefice ejusque infallibili magisterio, nelle trentaquattro congregazioni generali che precedettero la votazione, si sviluppò l’aspra campagna della minoranza antinfallibilista, in cui, accanto a Dupanloup e a Maret, emersero l’arcivescovo di Parigi mons. Darboy, l’arcivescovo di Vienna Rauscher, l’arcivescovo di Praga Schwarzenberg. L’ispiratore di questo vero e proprio partito organizzato continuava a essere, tuttavia, Döllinger che, grazie alle informazioni dei suoi agenti a Roma, pubblicava sull’Allgemeine Zeitung, questa volta con lo pseudonimo di Quirinus, le sue Roemische Briefe, una distorta «cronaca» del concilio.

Sul fronte infallibilista spiccavano figure illustri come mons. Pie, vescovo di Poitiers, mons. Manning, arcivescovo di Westminster, mons. Martin, vescovo di Paderborn, mons. Plantier, vescovo di Nimes, mons. Senestrey, vescovo di Ratisbona, fiancheggiati dai migliori teologi dei tempo, come i padri gesuiti Giovan Battista Franzelin, teologo papale, Matteo Liberatore, teologo dell’arcivescovo di Westminster, Joseph Kleutgen, teologo del vescovo di Paderborn, Henri Ramière, teologo del vescovo di Beauvais.

Dopo un lungo dibattito, in cui lo schema originario subì numerose modifiche e miglioramenti (furono presentati e discussi a uno a uno centosettantasette emendamenti), si arrivò alla votazione finale. Nella congregazione generale del 13 luglio, 451 prelati si pronunciarono per il placet, 88 per il non placet, 62 per il placet iuxta modum. Due giorni dopo, una delegazione di vescovi dell’opposizione si recò dal Pontefice per supplicarlo di esprimere nella costituzione che il Pontefice è infallibile per la testimonianza delle Chiese, «nixus testimonio Ecclesiarum». Pio IX volle invece ritoccare in senso opposto lo schema, facendo aggiungere alla formula «ideoque eiusmodi Romani Pontificis definitionis esse ex se irreformabiles» l’inciso «non autem ex consensu Ecclesiae», a chiarire definitivamente, contro le pretese gallicane, che l’assenso della Chiesa non costituiva assolutamente condizione per l’infallibilità.

Il 18 luglio, nel corso di una solenne sessione pubblica, alla presenza di una immensa moltitudine che affollava la basilica, i Padri conciliari furono chiamati a esprimere il voto definitivo. Il testo finale della costituzione apostolica Pastor aeternus fu approvato con 535 voti favorevoli e 2 contrari. Cinquantacinque membri della opposizione, alla vigilia del voto, avevano annunciato la loro astensione in una lettera al Papa. Immediatamente dopo il voto Pio IX promulgò solennemente, come regola di fede, la costituzione apostolica Pastor aeternus.

Una tempesta scuoteva in quelle ore Roma. Nel momento in cui Pio IX intonò il Te Deum, il sole, squarciando improvvisamente le nubi, illuminò la basilica, lasciando cadere un suo raggio sul volto commosso del Papa. Il giorno successivo, 19 luglio, la Prussia dichiarava guerra alla Francia. Si metteva in moto il processo di avvenimenti che si sarebbe concluso con la interruzione del concilio e con il 20 settembre.

LA SCONFITTA DEI CATTOLICI LIBERALI E LA COSTITUZIONE PASTOR AETERNUS

La costituzione apostolica Pastor Aeternus intende proporre «la dottrina da credersi e tenersi da tutti i fedeli, secondo l’antica e costante fede della Chiesa universale, sopra l’istituzione, la perpetuità e la natura del sacro Primato apostolico, in cui sta la forza e la solidità di tutta la Chiesa; e di proscrivere e condannare gli errori contrari, tanto dannosi per il gregge del Signore» (17). Preceduta da una breve introduzione, consta di quattro capitoli, con quattro canoni che esprimono la definizione vera e propria.

Il primo capitolo è dedicato alla istituzione del primato apostolico nel beato Pietro. Il canone relativo stabilisce che «chiunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non fu costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli, e Capo visibile di tutta la Chiesa militante, oppure ch’egli ricevette dal medesimo Signore nostro Gesù Cristo direttamente e immediatamente un Primato solamente di onore, ma non una vera e propria giurisdizione: sia scomunicato».

Il secondo capitolo è dedicato alla perpetuità dei primato del beato Pietro nei Romani Pontefici. «Pertanto – stabilisce il canone – chi afferma che non è per istituzione di Cristo Signore in persona, ossia che non è per diritto divino, che il beato Pietro ha perpetui successori nel Primato su tutta la Chiesa; oppure che il Romano Pontefice non è il successore del beato Pietro nel medesimo Primato: sia scomunicato».

Il terzo capitolo tratta della forza e natura del primato del Romano Pontefice. «Pertanto, chi affermerà che il Romano Pontefice ha soltanto incarico di ispezione o di direzione, ma non piena e suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa, non soltanto nelle cose che riguardano la fede e i costumi, ma anche nelle cose che riguardano la disciplina e il governo dalla Chiesa sparsa per tutto il mondo; oppure chi affermerà che il Romano Pontefice ha soltanto le parti più importanti, ma non tutta la pienezza di questa suprema potestà: oppure chi dirà che questa sua potestà non è ordinaria e immediata, sia su tutte e singole le Chiese, sia su tutti e singoli i pastori e fedeli: sia scomunicato».

Il quarto capitolo, infine, è quello dedicato al Magistero infallibile del Romano Pontefice e si conclude con la solenne definizione: «Quanto Noi aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta nei primi tempi della fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della religione cattolica ed a salute dei popoli cristiani, approvante il Sacro Concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato: che il Romano Pontefice, quando parla ex Cathedra, cioè quando adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i Cristiani, in virtù della sua suprema Autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede ed i costumi, da tenersi da tutta la Chiesa: in virtù della divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, è dotato di quella infallibilità, della quale il divino Redentore volle che fosse fornita la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede o ai costumi; e che perciò tali definizioni del Romano Pontefice, per sé stesse, e non già mediante il consenso della Chiesa, sono irreformabili».

«Se poi alcuno oserà, che Dio non lo permetta!, di contraddire a questa Nostra definizione – conclude il canone – sia anatema!».

LE CONDIZIONI DELLA INFALLIBILITA’ PONTIFICIA

La costituzione Pastor Aeternus stabilisce chiaramente quali sono le condizioni della infallibilità pontificia. Il Papa deve, in primo luogo, parlare come Dottore e Pastore universale; deve usare della pienezza della sua autorità apostolica; deve manifestare l’intenzione di «definire»; deve trattare, infine, di fede o di costumi, res fidei vel morum.

Queste condizioni, oggi conosciute da tutti i cattolici (18), furono ampiamente illustrate da mons. Vincenzo Gasser, relatore ufficiale della commissione della deputazione della fede, nel suo intervento dell’11 luglio, che può essere considerato l’interpretazione autentica della definizione (19).

Mons. Gasser si soffermò, tra l’altro, particolarmente sul soggetto della infallibilità: la persona, cioè, del Romano Pontefice. In che senso occorre dire, infatti, che la infallibilità è personale? Nel senso – spiegò mons. Gasser – che essa è prerogativa di tutti e singoli i Romani Pontefici, nessuno escluso (20); la infallibilità, precisò tuttavia il relatore, non compete al Pontefice in quanto persona privata, ma solo ed esclusivamente nella sua qualità di persona pubblica (21), in forza, cioè, del suo «ufficio di pastore e dottore di tutti i cristiani», che lo mette in relazione con la Chiesa universale.

Mons. Gasser distingue, a questo proposito, la dottrina della Chiesa da «l’opinione estrema di Alberto Pighi» (22) secondo cui «il Papa come persona particolare o come dottore privato potrebbe errare per ignoranza, ma non potrebbe mai cadere nell’eresia o insegnare l’errore». L’assistenza è, in realtà, accordata alla persona mentre esercita la funzione. «In altre parole il Papa è infallibile solo in quanto Papa, e più specialmente nell’adempimento del suo ufficio di maestro universale, cioè quando parla ex-cathedra» (23).

La proclamazione, da parte di Pio IX, del privilegio della infallibilità – nelle condizioni definite dal concilio – costituì il culmine del suo Pontificato e la solenne conferma di fronte al mondo della indefettibilità della cattedra di Pietro, contro tutti i tentativi della Rivoluzione di assalire e distorcere il deposito rivelato.

Si compiva così un voto, ardentemente auspicato da tanti valorosi difensori della causa cattolica, da san Roberto Bellarmino a Joseph de Maistre. «Quando nel 1820 De Maistre pubblicò il suo libro Du Pape – disse padre d’Alzon commentando l’avvenimento – questo ebbe una tiratura di 200 esemplari di cui molti restarono a lungo presso l’editore. Nel 1830, eravamo più numerosi, ma dopo tutto solo un pugno. Ora l’infallibilità è un dogma» (24).

«Oh santa Chiesa di Roma! – aveva scritto colui che il cardinale Pie definì “il veggente di Israele” – finché avrò lingua me ne varrò per celebrarti. Ti saluto, madre immortale del sapere e della santità. Salve magna parens! […] Saranno ben presto i tuoi Pontefici universalmente proclamati agenti supremi dell’incivilimento, creatori delle monarchie e della unità europea, conservatori delle scienze e delle arti, fondatori, proteggitori della civile libertà, distruggitori della schiavitù, nemici dal dispotismo, sostegni instancabili della sovranità, benefattori dei genere umano. Se talvolta hanno essi dato prova di esser uomini: si quid illis humanitus acciderit, ciò non fu che per brevi momenti: un vascello che solca le onde lascia minimi vestigii del suo tragitto, e niun trono del mondo arrecò giammai più gran saggezza, più sapere e più virtù. In mezzo a tutti i rovesci immaginabili, Dio ha costantemente invigilato sopra di te, o Città Eterna! Tutto ciò che poteva annientarti si è riunito a tuoi danni, e tu stai; e come fosti già il centro dell’errore, tu sei da diciotto secoli in poi il centro della verità» (25).

ROBERTO DE MATTEI

NOTE

(1) La migliore storia del Concilio Vaticano I resta quella di THEODOR GRANDERATH, Histoire du Concile du Vatican depuis sa première annonce jusq’à sa prorogation d’après des documents authentiques, Librairie Albert Dewit, Bruxelles 1913, 5 voll. Per le fonti cfr. GIOVANNI DOMENICO MANSI, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, H. Welter, Arnhem e Lipsia 1923-1927, voll. 49-53, (continuati da LUDOVICO PETIT) e Acta et decreta Sacrosanti Oecumenici Concilii Vaticani, in Collectio Lacensis vol. VII, Herder, Friburgo in Brisgovia 1892.

(2) Nel breve Per ephemerides accepimus, all’arcivescovo di Westminster, che aveva chiesto al Pontefice se i dissidenti avrebbero potuto presentare i loro argomenti al concilio, il Papa chiariva ulteriormente che «Noi non abbiamo voluto invitare i non-cattolici ad una discussione, ma solo li abbiamo esortati “ad approfittare dell’opportunità offerta da questo Concilio, in cui la Chiesa cattolica, alla quale i loro antenati appartenevano, dà una nuova prova della sua intima unità e della sua invincibile vitalità, ed a provvedere così ai bisogni delle loro anime, abbandonando una situazione nella quale non possono essere sicuri della loro salvezza”. Quando, per opera della divina grazia, essi venissero a conoscere il pericolo in cui sono, e cercassero Dio con tutto il loro cuore, non sarebbe loro difficile liberarsi da tutte le opinioni preconcette ed avverse; lasciando da parte ogni desiderio di disputa, ritornerebbero al Padre, da cui per mala sorte si sono allontanati da tanto tempo» (PIO IX, Breve Per ephemerides accepimus, a mons. Enrico Edoardo Manning, arcivescovo di Westminster, del 4-9-1869, in La Chiesa, insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., Edizioni Paoline, Roma 1967, vol. I, p. 260). In un successivo breve allo stesso Manning il Papa concesse ai dissidenti di esporre le loro difficoltà a una commissione di teologi cattolici, ma al di fuori del concilio.

(3) Ci aiuta a penetrare le reali intenzioni del Pontefice l’importante diario di padre GIOVANNI GIUSEPPE FRANCO S. J., Appunti storici sopra il Concilio Vaticano, a cura di Giacomo Martina S. J., Università Gregoriana Editrice, Roma 1972. In data 12 gennaio 1870 Franco riferisce di un incontro del Papa con padre Piccirillo, direttore della Civiltà Cattolica: «Disse anche [Pio IX] essere sua intenzione che il Sillabo passasse nel Concilio e tutto intero; e che quando fosse passato questo e il decreto sulla infallibilità, la Civiltà Cattolica avrebbe riportato un pieno trionfo. A che, dicendo il P. Piccirillo, il trionfo essere del papa e di Santa Chiesa – Eh via, neanche a voi, soggiunge, non dispiacerà» (p. 161).

(4) «Un vescovo francese, Mgr. Pie, mi disse che la lettera famosa del Dupanloup [si riferisce alle Observations, cit., n.d.a.] era stata lavorata sopra un quinterno di note avute da un dottore tedesco, le quali parvero meravigliose al Dupanloup, perché uomo di pochi studi ecclesiastici. Questo spiegherebbe come varii opuscoli tutti colle stessissime idee, e talvolta colle stesse parole sieno comparsi in Inghilterra, Francia, Spugna, Italia. Le note passarono alle mani di varii uomini del partito che le lavorarono a modo loro, ma ritennero la sostanza. Ciò fece conoscere che vi era partito e cospirazione. Nocque moltissimo alla reputazione del Dupanloup il concerto di laudi, onde l’onorarono i giornali ostili alla chiesa, e gli empii dichiarati. Fu chiamato De-pavone-lupus» (GIOVANNI GIUSEPPE FRANCO S. J., op. cit., p. 79).

(5) Padre Franco nel suo diario, in data 30 dicembre 1869, riferisce questo giudizio di Pio IX, a proposito di una udienza chiesta da Maret: «Parlò di Mgr. Maret, e disse di non averlo voluto ricevere perché era un’anima fredda, ma una vipera, e che lo giudicava scismatico: se lo riceveva cortesemente, se ne sarebbe fatto un aroma per nuocere: se lo riceveva con avvertirlo del suo mal fare, si sarebbe ostinato nella sua malizia» (G. G. FRANCO S. J., op. cit., p. 137).

(6) «Il suo nome resterà nella storia legato al Concilio Vaticano, come quelli di Ario, di Nestorio, di Eutiche, restano legati rispettivamente ai Concilii di Nicea, di Efeso, di Calcedonia» (EMILIO CAMPANA, Il Concilio Vaticano. Il clima del Concilio, Grassi, Lugano-Bellinzona 1926, vol. I, p. 159). Campana riscontra punti di contatto tra Döllinger e Tertulliano: «Vivido ed ardente in entrambi l’ingegno, vasta l’erudizione, immensa la venerazione per il passato, congiunta ad una sfrenata indipendenza di giudizio nei riguardi del presente, indomabile l’ardire, casta la vita, ma sconfinato l’orgoglio, ed implacabile il puntiglio per la ferita suscettibilità dell’amor proprio. Anche il recente dotto tedesco, come l’antico apologista africano, del cattolicesimo fu traditore freddo e impassibile, accanito e irremovibile, dopo di esserne stato uno dei soldati più coraggiosi ed attivi, dei più illuminati e dei più temuti dell’avversario» (ibid., p. 161).

(7) Cfr. ALDO ALESSANDRO MOLA, Storia della Massoneria italiana dall’Unità alla Repubblica, Bompiani, Milano 1976, n. 114.

(8) Cit. in ROSARIO F. ESPOSITO, La Massoneria e l’Italia dal 1800 ai nostri giorni, Edizioni Paoline, Roma 1969, p. 133.

(9) Ibid., p. 134. L’Anticoncilio massonico, apertosi il 9 dicembre al teatro San Ferdinando, si concluse con una mozione, varata il 16 dicembre su proposta di Ricciardi, in cui si chiedeva: 1) libertà religiosa e dei modi per renderla piena e sicura; 2) separazione assoluta tra Chiesa e Stato: 3) necessità di una morale indipendente dalle credenze religiose: 4) ordinamento di una associazione internazionale che promuovesse il benessere economico e morale del popolo. A un secolo di distanza tali obiettivi sembrano essere stati tutt’altro che disattesi; non si comprende, dunque, come Esposito voglia minimizzare come «buffa adunata» e «chitarronata» (cfr. op. cit., nn. 134-135) la sinistra iniziativa.

(10) «In data 14 dicembre 1869, vale a dire otto giorni dopo la seduta di apertura, si contavano residenti o venuti a Roma e riuniti nell’Aula conciliare: 51 cardinali, 9 patriarchi, 653 primati, arcivescovi, vescovi e abati nullius, 21 abati mitrati, 28 generali di ordini, ossia 762 Padri conciliari. […] La ripartizione dei Padri per nazioni era la seguente: 224 italiani, 81 francesi, 40 spagnoli, 43 austro-ungheresi, 16 tedeschi, 27 inglesi, 19 irlandesi, 40 americani degli Stati Uniti, 9 canadesi, 30 americani dell’America del Sud, 19 europei di piccoli Stati, 42 orientali, 112 vescovi in partibus, ecc. […]. (J. BRUGERETTE e E. AMANN, voce Vatican (Conc. du), in Dictionnaire de Théologie catholique, col. 2549).

(11) Sulla costituzione Dei Filius è fondamentale lo studio di JEAN-MICHEL-ALFRED VACANT, Etudes théologiques sur les constitutions du Concile du Vatican d’après les actes du Concile, Delhomme et Briguet, Parigi-Lione 1895, 2 voll. «La Costituzione Dei Filius è come una eco delle dichiarazioni che la Santa Sede opponeva da cinquant’anni alle aberrazioni dello spirito moderno. È un secondo Sillabo» (VACANT, op. cit., I, pag. 39).

(12) DENZ. 1782.

(13) DENZ. 1785. Il giuramento antimodernista prescritto da Papa Pio X col Motu proprio Sacrorum antistitum, del 1° settembre 1910 (DENZ. 2145), ha spiegato e precisato questa definizione affermando «Ammetto fermamente e ritengo (firmiter amplector et recipio) tutte le verità che sono state definite, confermate e dichiarate dal magistero infallibile della Chiesa, e in particolare i punti della dottrina che si oppongono direttamente agli errori del nostro tempo. E anzitutto professo (profiteor) che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto in modo certo e anche dimostrato con la luce naturale della ragione per mezzo degli esseri ch’egli ha fatti, cioè per mezzo delle opere visibili della creazione, come la causa è conosciuta e si dimostra dai suoi effetti».

(14) DENZ. 1789. «In particolare per i rapporti fra ragione e fede il Concilio ha solennemente dichiarato: 1. L’esistenza di un duplice ordine di conoscenza, l’uno facente capo alla ragione naturale, l’altro alla divina Rivelazione (DENZ-U, 1795 e 1816). 2. La ragione naturale può giovare alla fede mostrando il nesso che hanno fra loro i misteri della fede e le analogie con le verità create, pur rimanendo inaccessibili nella loro intima natura (DENZ-U, 1976). 3. È impossibile quindi un’opposizione reale fra fede e ragione, avendo ambedue per comune principio Dio stesso (ibid., 1797-98 e 1817). 4. Anzi fede e ragione si possono insieme aiutare, la ragione preparando l’adesione della fede e la fede preservando la ragione dall’errore. 5. Il senso genuino dei dogmi della fede è custodito dal magistero della Chiesa e non abbandonato alle mutevoli vicende della ragione e della scienza (ibid., 1808)» (CORNELIO FABRO, voce Fede, in Enciclopedia Cattolica, vol. V, coll. 1100-1101).

(15) DENZ. 1799.

(16) Per l’andamento del dibattito, si rimanda al GRANDERATH, cit. sulla elaborazione dottrinale della costituzione Pastor Aeternus interessanti contributi in AA. VV., De doctrina Concilii Vaticani primi, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 1969.

(17) Testo italiano in La Chiesa, insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, cit., p. 281.

(18) Su questo punto, esemplare per chiarezza, ARNALDO VIDIGAL XAVIER DA SILVEIRA, Qual è l’autorità dottrinale dei documenti pontifici e conciliari, in Cristianità, anno III, n. 9, gennaio-febbraio 1975, pp. 3-7.

(19) Per la relazione di Mons. Passu cfr. Collectio Lacensis, cit., coll. 388-422. Cfr. anche T. GRANDERATH, op. cit., pp. 90-118. Il Granderath la definisce «un des rapports le plus remarquables qu’in ait intendus au Concile» (p. 91).

(20) «L’infallibilità è nel Papa prerogativa personale, non perché come persona privata egli sia garantito da errore o da eresia, questione libera, ma nel senso che è infallibile ciascuno dei successori di Pietro, senza eccezione, e non la sola serie, o la Sede Romana, considerata come ente morale, secondo le pretese di certi gallicani» (FEDERICO DELL’ADDOLORATA, voce Infallibilità, in Enciclopedia Cattolica, vol. VI, col. 1923).

(21) «Hinc non loquimur de infallibilitate personali, quamvis personae romani pontificis eam vindicemus, sed non quatenus est persona singularis, sed quatenus est persona Romani Pontificis, seu persona publica» (MANSI, col. 1213 A). «Ma in che senso l’infallibilità è inerente alla persona del Papa? Diciamo subito che essa non ha niente a che fare con l’immunità da errore in quanto persona privata, in forza della quale egli sarebbe impeccabile di diritto (impeccabilità) o di fatto (santità). E sebbene ripugni al pio sentire dei fedeli, non è un’esigenza della fede escludere che in questa condizione egli possa cadere anche in eresia, perché ciò non sarebbe altro che ritenere il Papa impeccabile in questo genere di colpe» (UMBERTO BETTI O. F. M., Dottrina della Costituzione Dommatica “Pastor Aeternus”, in De doctrina Concilii Vaticani primi, cit., p. 346). «Si deve anche tener presente – aggiunge in nota Betti – che l’infallibilità si riferisce soltanto al magistero che fa del Papa il vertice della Chiesa docente. Essa quindi lo preserva dal proporre una dottrina eretica perché in questo caso il suo errore macchierebbe tutta la Chiesa. Ma di per sé non è data per preservarlo anche dalla negazione di un domma già definito, perché in ciò il Papa appartiene alla Chiesa discente come ogni altro fedele, e tutti in questo caso disporrebbero dei criteri sicuri per giudicare del suo errore». «L’infallibilità – nota ancora, a sua volta, padre Federico dell’Addolorata – non è dunque l’onniscienza, l’impeccabilità, la taumaturgia abituale del Papa, né l’unzione ipostatica di tutti i vescovi con lo Spirito Santo come non raramente viene presentata dai protestanti» (ibidem).

(22) Alberto Pighi, teologo olandese del secolo XVI, nella sua opera Hierarchiae ecclesiasticae assertio, sembra essere stato il primo difensore della opinione secondo cui Dio non permetterebbe mai che un Papa cada nell’eresia. Durante il concilio si discusse del caso di Papa Onorio, condannato dal terzo concilio di Costantinopoli (680-681) e successivamente da Papa san Leone II per avere favorito l’eresia monotelita: «Noi condanniamo pure Onorio il quale non ha cercato di far risplendere con la dottrina apostolica la Chiesa di Roma, ma ha lasciato col suo tradimento che questa Chiesa senza macchia fosse esposta al sovvertimento» (MANSI, II, col. 733). L’ipotesi teologica del Papa eretico è comunemente ammessa dai più vigorosi sostenitori della infallibilità, come san Roberto Bellarmino.

(23) Cfr. U. BETTI, op. cit., p. 347.

(24) R. P. SIMON VAILHE, Vie du P. Emmanuel d’Alzon, Maison de la Bonne Presse, Parigi 1934, vol. II, p. 566.

(25) JOSEPH DE MAISTRE, Del Papa, prima trad. it. di Girolamo Papotti imolese, con note di monsignor Giovanni Marchetti, presso Giuseppe Benacci, Imola, vol. II, pp. 228-229.


 

 

SI LEGGA ANCHE QUI: “Correggere” il Papa? Sì, si può. Lo spiega il padre domenicano Spiazzi

Correggere i superiori? A volte è carità

di Padre Raimondo Spiazzi, O.P.

D’altra parte, se esclude il timore servile, afferma anche in questo caso la necessità del timore reverenziale, che ispira anche il “debito modo” nel fare la correzione fraterna (che anzi si direbbe filiale) a chi è costituito in autorità: “Essa cioè non va fatta con insolenza né con durezza, ma con mansuetudine e con rispetto”. San Paolo diceva: “Come a un padre” (1Tim 5,3). Paolo VI raccomandava: “Con amore, senza amarezza”.

Cattura-27La critica nella Chiesa e alla Chiesa ha preso negli ultimi decenni toni di amarezza e di arroganza che difficilmente sono conciliabili con la legge della carità che comanda la correzione fraterna (e filiale). Oltre la conformazione allo spirito e alle mode del secolo, denunciata a suo tempo, da padre Henri de Lubac, in molti casi — anche ben noti — era ed è presente un fattore di patologia psicologica che porta ben oltre l’esercizio dell’opera di misericordia e può comportare errori teologici e falli di ordine spirituale oggettivamente gravi.

In particolare occorre riflettere sulla necessità dell’amore filiale e del timore reverenziale nei confronti del “prelato” – Papa, vicario di Cristo nella Chiesa che è tutta “sub uno”, come dice San Tommaso (cfr.II-II, q.39,a1) e commenta il Gaetano: ” Sono scismatici coloro che vogliono costituire per conto proprio una Chiesa particolare” (cfr. San Tommaso in IV Sent. D.13, q.2, a.1, ad 2); oggi si potrebbe dire una Chiesa parallela, o dei gruppi cristiani a sé stanti contestativi per principio. C’è da chiedersi se persone e gruppi del dissenso non si muovano su questa linea, che non è quella della carità.

Certo, non vi è uomo di Chiesa che già in terra possegga la perfezione. Forse nemmeno i Santi riconosciuti dalla Chiesa hanno superato tutti i difetti, tutte le imperfezioni derivanti dalla natura, mentre erano in terra, nemmeno San Pio X!

Il nostro maestro di noviziato ci spiegava che l’importante era che non ci fosse in loro (e in noi tutti) il peccato veniale deliberato, mentre poteva ancora esserci quello semideliberato, ossia dovuto a una non pronta resistenza a un moto della natura (per esempio in un atto di impazienza o di golosità). Lasciamo stare.

Il Gaetano pone una questione ben più ardua: quella di un papa che, come persona, è in conflitto col suo ufficio, col suo dovere di papa (cfr. in II-II, q.39, a,1, n.6).

Charles Journet, in quel monumento di sapienza teologica, di ecclesiologia, di spiritualità che è la sua opera L’Eglise du Verbe Incarnè, esamina le ipotesi di un “papa cattivo, ma ancora credente” (vol. I, pag. 547 ss.), di un “papa eretico” (pag. 625), di un “papa scismatico” (vol. II, pag. 839 ss.). Ed applica a questi casi la dottrina del Gaetano, secondo il quale è lecito correggere anche in pubblico i superiori in due casi: quando errano nella fede e insegnano i propri errori agli altri; e quando scandalizzano gravemente il popolo con i loro costumi. “E a questo sono tenuti sia i prìncipi della Chiesa sia quelli del mondo civile, quando il papa scandalizzasse la Chiesa, e ammonito privatamente con rispetto, non desse segni di resipiscenza” (in II-II, q.33, a.4).

Cattura-28In caso, dunque, di pervicacia.

Oggi si tratta di ipotesi teoriche, delle quali nemmeno i più accaniti antipapisti e antiromani oserebbero seriamente asserire l’attuazione nella Chiesa contemporanea. Le critiche odierne sembrano aver di mira l’abbondanza o sovrabbondanza del Magistero centrale, che porterebbe alla riduzione dei limiti nel campo della ricerca e, come si diceva ai tempi di San Tommaso, della disputa teologica.

Forse sarebbe utile ricordare, con lo stesso Aquinate, che esistono due tipi di dispute. Una è quelle che tende a rimuovere i dubbi circa l’esistenza di una verità (an sit verum); e in tale disputa teologica bisogna servirsi al massimo delle autorità ammesse dalla controparte (Bibbia, Padri e Dottori della Chiesa). È chiaro che il Magistero centrale e locale ha una funzione essenziale soprattutto in questo campo, dove è sempre più intervenuto per l’insorgenza dei problemi di fede e di morale e il disorientamento prodotto spesso nei fedeli da maestri inidonei o ambigui.

“L’altro tipo di disputa è quello magistrale, volto non tanto a rimuovere l’errore, ma ad istruire gli uditori (o lettori) e portarli alla penetrazione della verità che si intende spiegare, per far capire la ragionevolezza di ciò che si dà (quomodo sit verum): altrimenti, se il maestro determina la questione con la sua autorità, l’uditore (o il lettore) verrà a sapere che quella è la verità (secondo la Chiesa) ma non acquisterà nulla dal punto di vista scientifico e se ne tornerà vuoto (vacuus abscedet)…” (Quodlibetum IV, q.9, n.3).

Qui è l’immenso campo di lavoro per il teologo, il quale però, come ogni credente, non potrà non tener conto “dell’autorità della Chiesa universale (…) la quale autorità risiede principalmente nel Pontefice” (II-II. q.11, a.2, ad 3).

Se poi si desse il caso di una correzione fraterna (o filiale) nei confronti dell’autorità della Chiesa, l’atto di carità non potrà non essere accompagnato dall’umiltà (cfr. II-II q.33, a.4, ad 3).

San Paolo nel “resistere in faccia a Pietro davanti a tutti” (Gal 2,14), non si presentava con presuntuosa superbia, ma con lealtà, tanto più che “in qualche modo era pari di Pietro in difesa della fede. E pur essendo anche suo suddito, lo rimproverò pubblicamente per il pericolo di scandalo nella fede. Sicché Sant’Agostino commenta: “Pietro stesso diede l’esempio ai superiori di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capita di allontanarsi dalla giusta via” (in Gal 2,14)” (II-II q,33, a.4, ad 2).

In questa linea di Sant’Agostino anche l’Aquinate conduce la sua analisi e spiegazione del comportamento di Paolo nel commento alla Lettera ai Galati (cfr Lectio III, vv. 11,14).

30Giorni – giugno 1992 n.6


Ed è severa la stessa santa Ildegarda, Dottore della Chiesa vedi qui, con gli uomini, fosse anche il Papa.

Infatti ci va giù pesante quando scrive al papa Anastasio IV, che denuncia apertamente:

  • «O uomo accecato dalla tua stessa scienza, ti sei stancato di por freno alla iattanza dell’orgoglio degli uomini affidati alle tue cure, perché non vieni tu in soccorso ai naufraghi che non possono cavarsela senza il tuo aiuto? Perché non svelli alla radice il male che soffoca le piante buone?… Tu trascuri la giustizia, questa figlia del Re celeste che a te era stata affidata. Tu permetti che venga gettata a terra e calpestata… Il mondo è caduto nella mollezza, presto sarà nella tristezza, poi nel terrore… O uomo, poiché, come sembra, sei stato costituito pastore, alzati e corri più in fretta verso la giustizia, per non essere accusato davanti al Medico supremo di non aver purificato il tuo ovile dalla sua sporcizia!… Uomo, mantieniti sulla retta via e sarai salvo. Che Dio ti riconduca sul sentiero della benedizione riservata ai suoi eletti, perché tu viva in eterno!».

 

COSTITUZIONE DOGMATICA
PASTOR AETERNUS*
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO IX

Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio, con l’approvazione del Sacro Concilio. A perpetua memoria.

Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si ritrovassero uniti nel vincolo di una sola fede e della carità. Per questo, prima di essere glorificato, pregò il Padre non solo per gli Apostoli, ma anche per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui attraverso la loro parola, affinché fossero tutti una cosa sola, come lo stesso Figlio e il Padre sono una cosa sola. Così dunque inviò gli Apostoli, che aveva scelto dal mondo, nello stesso modo in cui Egli stesso era stato inviato dal Padre: volle quindi che nella sua Chiesa i Pastori e i Dottori fossero presenti fino alla fine dei secoli.

Perché poi lo stesso Episcopato fosse uno ed indiviso e l’intera moltitudine dei credenti, per mezzo dei sacerdoti strettamente uniti fra di loro, si conservasse nell’unità della fede e della comunione, anteponendo agli altri Apostoli il Beato Pietro, in lui volle fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento della duplice unità: sulla sua forza doveva essere innalzato il tempio eterno, e la grandezza della Chiesa, nell’immutabilità della fede, avrebbe potuto ergersi fino al cielo [S. Leo M., Serm. IV al. III, cap. 2 in diem Natalis sui]. E poiché le porte dell’inferno si accaniscono sempre più contro il suo fondamento, voluto da Dio, quasi volessero, se fosse possibile, distruggere la Chiesa, Noi riteniamo necessario, per la custodia, l’incolumità e la crescita del gregge cattolico, con l’approvazione del Sacro Concilio, proporre la dottrina relativa all’istituzione, alla perennità e alla natura del sacro Primato Apostolico, sul quale si fondano la forza e la solidità di tutta la Chiesa, come verità di fede da abbracciare e da difendere da parte di tutti i fedeli, secondo l’antica e costante credenza della Chiesa universale, e respingere e condannare gli errori contrari, tanto pericolosi per il gregge del Signore.

Capitolo I – Istituzione del Primato Apostolico nel Beato Pietro

Proclamiamo dunque ed affermiamo, sulla scorta delle testimonianze del Vangelo, che il primato di giurisdizione sull’intera Chiesa di Dio è stato promesso e conferito al beato Apostolo Pietro da Cristo Signore in modo immediato e diretto. Solamente a Simone, infatti, al quale già si era rivolto: “Tu sarai chiamato Cefa” (Gv 1,42), dopo che ebbe pronunciata quella sua confessione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo”, il Signore indirizzò queste solenni parole: “Beato sei tu, Simone Bariona; perché non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli: e io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legata anche nei cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli” (Mt 16,16-19). E al solo Simon Pietro, dopo la sua risurrezione, Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e di guida su tutto il suo ovile con le parole: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore” (Gv 21,15-17). A questa chiara dottrina delle sacre Scritture, come è sempre stata interpretata dalla Chiesa cattolica, si oppongono senza mezzi termini le malvagie opinioni di coloro che, stravolgendo la forma di governo decisa da Cristo Signore nella sua Chiesa, negano che Cristo abbia investito il solo Pietro del vero e proprio primato di giurisdizione che lo antepone agli altri Apostoli, sia presi individualmente, sia nel loro insieme, o di coloro che sostengono un primato non affidato in modo diretto e immediato al beato Pietro, ma alla Chiesa e, tramite questa, all’Apostolo come ministro della stessa Chiesa.

Se qualcuno dunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non è stato costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, o che non abbia ricevuto dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo un vero e proprio primato di giurisdizione, ma soltanto di onore: sia anatema.

Capitolo II – Perpetuità del Primato del Beato Pietro nei Romani Pontefici

Ciò che dunque il Principe dei pastori, e grande pastore di tutte le pecore, il Signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato Apostolo Pietro per rendere continua la salvezza e perenne il bene della Chiesa, è necessario, per volere di chi l’ha istituita, che duri per sempre nella Chiesa la quale, fondata sulla pietra, si manterrà salda fino alla fine dei secoli. Nessuno può nutrire dubbi, anzi è cosa risaputa in tutte le epoche, che il santo e beatissimo Pietro, Principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: Egli, fino al presente e sempre, vive, presiede e giudica nei suoi successori, i vescovi della santa Sede Romana, da lui fondata e consacrata con il suo sangue [Cf. Ephesini Concilii, Act. III]. Ne consegue che chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Non tramonta dunque ciò che la verità ha disposto, e il beato Pietro, perseverando nella forza che ha ricevuto, di pietra inoppugnabile, non ha mai distolto la sua mano dal timone della Chiesa [S. Leo M., Serm. III al. II, cap. 3]. È questo dunque il motivo per cui le altre Chiese, cioè tutti i fedeli di ogni parte del mondo, dovevano far capo alla Chiesa di Roma, per la sua posizione di autorevole preminenza, affinché in tale Sede, dalla quale si riversano su tutti i diritti della divina comunione, si articolassero, come membra raccordate alla testa, in un unico corpo [S. Iren., Adv. haer., I, III, c. 3 et Conc. Aquilei. a. 381 inter epp. S. Ambros., ep. XI].

Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale, o che il Romano Pontefice non sia il successore del beato Pietro nello stesso Primato: sia anatema.

Capitolo III – Della Forza e della Natura del Primato del Romano Pontefice

Sostenuti dunque dalle inequivocabili testimonianze delle sacre lettere e in piena sintonia con i decreti, chiari ed esaurienti, sia dei Romani Pontefici Nostri Predecessori, sia dei Concili generali, ribadiamo la definizione del Concilio Ecumenico Fiorentino che impone a tutti i credenti in Cristo, come verità di fede, che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice detengono il Primato su tutta la terra, e che lo stesso Romano Pontefice è il successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, il vero Vicario di Cristo, il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i cristiani; a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il pieno potere di guidare, reggere e governare la Chiesa universale. Tutto questo è contenuto anche negli atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni.

Proclamiamo quindi e dichiariamo che la Chiesa Romana, per disposizione del Signore, detiene il primato del potere ordinario su tutte le altre, e che questo potere di giurisdizione del Romano Pontefice, vero potere episcopale, è immediato: tutti, pastori e fedeli, di qualsivoglia rito e dignità, sono vincolati, nei suoi confronti, dall’obbligo della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza, non solo nelle cose che appartengono alla fede e ai costumi, ma anche in quelle relative alla disciplina e al governo della Chiesa, in tutto il mondo. In questo modo, avendo salvaguardato l’unità della comunione e della professione della stessa fede con il Romano Pontefice, la Chiesa di Cristo sarà un solo gregge sotto un solo sommo pastore. Questa è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno può allontanarsi senza perdita della fede e pericolo della salvezza.

Questo potere del Sommo Pontefice non pregiudica in alcun modo quello episcopale di giurisdizione, ordinario e immediato, con il quale i Vescovi, insediati dallo Spirito Santo al posto degli Apostoli, come loro successori, guidano e reggono, da veri pastori, il gregge assegnato a ciascuno di loro, anzi viene confermato, rafforzato e difeso dal Pastore supremo ed universale, come afferma solennemente San Gregorio Magno: “Il mio onore è quello della Chiesa universale. Il mio onore è la solida forza dei miei fratelli. Io mi sento veramente onorato, quando a ciascuno di loro non viene negato il dovuto onore” [Ep. ad Eulog. Alexandrin., I, VIII, ep. XXX].

Dal supremo potere del Romano Pontefice di governare tutta la Chiesa, deriva allo stesso anche il diritto di comunicare liberamente, nell’esercizio di questo suo ufficio, con i pastori e con i greggi della Chiesa intera, per poterli ammaestrare e indirizzare nella via della salvezza. Condanniamo quindi e respingiamo le affermazioni di coloro che ritengono lecito impedire questo rapporto di comunicazione del capo supremo con i pastori e con i greggi, o lo vogliono asservire al potere civile, poiché sostengono che le decisioni prese dalla Sede Apostolica, o per suo volere, per il governo della Chiesa, non possono avere forza e valore se non vengono confermate dal potere civile.

E poiché per il diritto divino del Primato Apostolico il Romano Pontefice è posto a capo di tutta la Chiesa, proclamiamo anche ed affermiamo che egli è il supremo giudice dei fedeli [Pii VI, Breve Super soliditate, d. 28 Nov. 1786] e che in ogni controversia spettante all’esame della Chiesa, si può ricorrere al suo giudizio [Conc. Oecum. Lugdun. II]. È evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia [Ep. Nicolai I ad Michaelem Imperatorem]. Si discosta quindi dal retto sentiero della verità chi afferma che è possibile fare ricorso al Concilio Ecumenico, come se fosse investito di un potere superiore, contro le sentenze dei Romani Pontefici.

Dunque se qualcuno affermerà che il Romano Pontefice ha semplicemente un compito ispettivo o direttivo, e non il pieno e supremo potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, non solo per quanto riguarda la fede e i costumi, ma anche per ciò che concerne la disciplina e il governo della Chiesa diffusa su tutta la terra; o che è investito soltanto del ruolo principale e non di tutta la pienezza di questo supremo potere; o che questo suo potere non è ordinario e diretto sia su tutte e singole le Chiese, sia su tutti e su ciascun fedele e pastore: sia anatema.

Capitolo IV – Del Magistero Infallibile del Romano Pontefice

Questa Santa Sede ha sempre ritenuto che nello stesso Primato Apostolico, posseduto dal Romano Pontefice come successore del beato Pietro Principe degli Apostoli, è contenuto anche il supremo potere di magistero. Lo conferma la costante tradizione della Chiesa; lo dichiararono gli stessi Concili Ecumenici e, in modo particolare, quelli nei quali l’Oriente si accordava con l’Occidente nel vincolo della fede e della carità. Proprio i Padri del quarto Concilio di Costantinopoli, ricalcando le orme dei loro antenati, emanarono questa solenne professione: “La salvezza consiste anzitutto nel custodire le norme della retta fede. E poiché non è possibile ignorare la volontà di nostro Signore Gesù Cristo che proclama: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, queste parole trovano conferma nella realtà delle cose, perché nella Sede Apostolica è sempre stata conservata pura la religione cattolica, e professata la santa dottrina. Non volendo quindi, in alcun modo, essere separati da questa fede e da questa dottrina, nutriamo la speranza di poterci mantenere nell’unica comunione predicata dalla Sede Apostolica, perché in lei si trova tutta la vera solidità della religione cristiana” [Ex formula S. Hormisdae Papae, prout ab Hadriano II Patribus Concilii Oecumenici VIII, Constantinopolitani IV, proposita et ab iisdem subscripta est]. Nel momento in cui si approvava il secondo Concilio di Lione, i Greci dichiararono: “La Santa Chiesa Romana è insignita del pieno e sommo Primato e Principato sull’intera Chiesa Cattolica e, con tutta sincerità ed umiltà, si riconosce che lo ha ricevuto, con la pienezza del potere, dallo stesso Signore nella persona del beato Pietro, Principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è successore, e poiché spetta a lei, prima di ogni altra, il compito di difendere la verità della fede, qualora sorgessero questioni in materia di fede, tocca a lei definirle con una sua sentenza”. Da ultimo il Concilio Fiorentino emanò questa definizione: “Il Pontefice Romano, vero Vicario di Cristo, è il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i Cristiani: a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il supremo potere di reggere e di governare tutta la Chiesa”.

Allo scopo di adempiere questo compito pastorale, i Nostri Predecessori rivolsero sempre ogni loro preoccupazione a diffondere la salutare dottrina di Cristo fra tutti i popoli della terra, e con pari dedizione vigilarono perché si mantenesse genuina e pura come era stata loro affidata. È per questo che i Vescovi di tutto il mondo, ora singolarmente ora riuniti in Sinodo, tenendo fede alla lunga consuetudine delle Chiese e salvaguardando l’iter dell’antica regola, specie quando si affacciavano pericoli in ordine alla fede, ricorrevano a questa Sede Apostolica, dove la fede non può venir meno, perché procedesse in prima persona a riparare i danni [Cf. S. Bern. Epist. CXC]. Gli stessi Romani Pontefici, come richiedeva la situazione del momento, ora con la convocazione di Concili Ecumenici o con un sondaggio per accertarsi del pensiero della Chiesa sparsa nel mondo, ora con Sinodi particolari o con altri mezzi messi a disposizione dalla divina Provvidenza, definirono che doveva essere mantenuto ciò che, con l’aiuto di Dio, avevano riconosciuto conforme alle sacre Scritture e alle tradizioni Apostoliche. Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori ortodossi venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”.

Questo indefettibile carisma di verità e di fede fu dunque divinamente conferito a Pietro e ai suoi successori in questa Cattedra, perché esercitassero il loro eccelso ufficio per la salvezza di tutti, perché l’intero gregge di Cristo, distolto dai velenosi pascoli dell’errore, si alimentasse con il cibo della celeste dottrina e perché, dopo aver eliminato ciò che porta allo scisma, tutta la Chiesa si mantenesse una e, appoggiata sul suo fondamento, resistesse incrollabile contro le porte dell’inferno.

Ma poiché proprio in questo tempo, nel quale si sente particolarmente il bisogno della salutare presenza del ministero Apostolico, si trovano parecchie persone che si oppongono al suo potere, riteniamo veramente necessario proclamare, in modo solenne, la prerogativa che l’unigenito Figlio di Dio si è degnato di legare al supremo ufficio pastorale.

Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa.

Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema.

Dato a Roma, nella pubblica sessione celebrata solennemente nella Basilica Vaticana, nell’anno 1870 dell’Incarnazione del Signore, il 18 luglio, venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

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*U. Bellocchi (a cura di), Tutte le Encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, vol. IV: Pio IX (1846-1878), pp. 334-340, 1995, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano.