Breve guida per i Laici davanti a Sacerdoti che scandalizzano sia in dottrina quanto in morale

“… il sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia che lui stesso ha inventato, ha trovato o che gli piace; il sacerdote non parla da sé, non parla per sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito; non dice cose proprie, proprie invenzioni, ma, nella confusione di tutte le filosofie, il sacerdote insegna in nome di Cristo presente, propone la verità che è Cristo stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare avanti.
Per il sacerdote vale quanto Cristo ha detto di se stesso: “La mia dottrina non è mia” (Gv, 7, 16); Cristo, cioè, non propone se stesso, ma, da Figlio, è la voce, la parola del Padre. Anche il sacerdote deve sempre dire e agire così: “la mia dottrina non è mia, non propago le mie idee o quanto mi piace, ma sono bocca e cuore di Cristo e rendo presente questa unica e comune dottrina, che ha creato la Chiesa universale e che crea vita eterna”.
Questo fatto, che il sacerdote cioè non inventa, non crea e non proclama proprie idee in quanto la dottrina che annuncia non è sua, ma di Cristo, non significa, d’altra parte, che egli sia neutro, quasi come un portavoce che legge un testo di cui, forse, non si appropria. Anche in questo caso vale il modello di Cristo, il quale ha detto: Io non sono da me e non vivo per me, ma vengo dal Padre e vivo per il Padre. Perciò, in questa profonda identificazione, la dottrina di Cristo è quella del Padre e lui stesso è uno col Padre.
Il sacerdote che annuncia la parola di Cristo, la fede della Chiesa e non le proprie idee, deve anche dire: Io non vivo da me e per me, ma vivo con Cristo e da Cristo e perciò quanto Cristo ci ha detto diventa mia parola anche se non è mia.
La vita del sacerdote deve identificarsi con Cristo e, in questo modo, la parola non propria diventa, tuttavia, una parola profondamente personale. Sant’Agostino, su questo tema, parlando dei sacerdoti, ha detto: “E noi che cosa siamo? Ministri (di Cristo), suoi servitori; perché quanto distribuiamo a voi non è cosa nostra, ma lo tiriamo fuori dalla sua dispensa. E anche noi viviamo di essa, perché siamo servi come voi” (Discorso 229/E, 4).
(Benedetto XVI – Udienza Generale Anno Sacerdotale 14 aprile 2010)

I munera del Sacerdote, le tre imponenti catechesi di Benedetto XVI per l’Anno Sacerdotale 2009-2010

Cari Amici, premettendo le parole appena lette di Benedetto XVI sul comportamento del Sacerdote e ricordando anche i doveri ai quali ci predispone il Diritto Canonico 212

§3. “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi [i fedeli] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone“.

… ora, da una fedele ed interessante traduzione del dott. Aldo Maria Valli, vedi qui, proponiamo uno schema molto utile ai LAICI quando ci troviamo davanti a sacerdoti che non predicano la sana dottrina e la corretta morale della Chiesa….


Cari amici di Duc in altum, nelle parrocchie, nelle scuole cattoliche o in altri ambiti non è raro il caso di fedeli laici che si rendono conto che il prete (o anche il vescovo) sta sbagliando. Il problema può essere dottrinale, morale o di altro tipo, ma la domanda è la stessa: che fare? Lasciar correre o intervenire? E, se si decide di intervenire, come comportarsi? In questo articolo del diacono James H. Toner – testo che vi propongo in una forma sintetizzata rispetto all’originale inglese (qui) – ecco alcune utili risposte.

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Come comportarsi di fronte a un prete che sbaglia? Immaginiamo di avere a che fare con un prete che:

  • tiene omelie o insegna in modi che rifiutano o ripudiano il dogma o la dottrina della Chiesa (Catechismo della Chiesa cattolica, 2037);
  • approva, sostiene o aiuta a finanziare organizzazioni o cause che negano o distorcono l’insegnamento della Chiesa;
  • vive in modo da scandalizzare (CCC 2284) i parrocchiani;
  • tollera docenti o personale della scuola parrocchiale le cui parole o i cui modi (CCC 2526) si fanno beffe dell’insegnamento della Chiesa (sappiamo, con il vescovo Sheen, che “se non ti comporti come credi, finirai per credere come ti comporti”);
  • permette il linguaggio (Efesini 5:4), l’abbigliamento (CCC 2521) o l’esempio che disonora Nostro Signore e la Sua Chiesa (Filippesi 1:27);
  • ignora o, peggio, sostiene presso la scuola parrocchiale materiali o metodi didattici in contrasto con la morale cattolica; o accetta di ammettere alla scuola i bambini i cui genitori proclamano o praticano valori manifestamente in contrasto con le dichiarazioni etiche senza tempo della Chiesa.

Che cosa devono fare i parrocchiani a fronte di questi preti (CCC 2039)?

Partiamo dal considerare le quattro ragioni principali per cui possono verificarsi questi comportamenti.

In primo luogo, il sacerdote è in aperta ribellione contro la fede che ci viene dagli Apostoli (CCC 2089). In secondo luogo, il sacerdote è poco istruito o poco formato (CCC 1783). Terzo, il sacerdote è preoccupato per la sua popolarità, che mette al di sopra di tutto (cfr Gv 12,43; Gal 1,10). Quarto, il sacerdote è immaturo, inesperto e/o pigro (CCC 2733). Queste quattro cause, per dirla nel modo più sincero, sono l’apostasia, l’ignoranza, la codardia e l’accidia.

Quando un pastore/sacerdote permette o incoraggia la turpitudine morale (direttamente o indirettamente), è consapevolmente e pesantemente peccatore, poco preparato ai suoi doveri, ossequioso alle mode morali e ai feticci del giorno, o vuole apparire giovanile, o soffre di una combinazione di questi difetti di carattere.

Allora, che fare in questa situazione? Ecco alcuni passaggi da eseguire.

Per prima cosa, chiarisci i fatti. Un sacerdote che è obbediente alla fede (Romani 1:5, 16:26), ben formato (vedi Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis [1992]), che cerca sempre di piacere a Dio davanti agli uomini (1 Tessalonicesi 2:4, At 5,29), e maturo (cfr CCC 1806) invariabilmente dispiacerà ad alcuni nella parrocchia! Tali persone scontente possono benissimo contestare la verità che sentono e vedono in un sacerdote buono e santo. Se c’è una disputa su questioni parrocchiali o scolastiche, bisogna quindi assicurarsi di avere prove credibili e ragionevolmente ottenute, non solo per sentito dire o in base a opinioni (cfr Mt 18,17) o le lamentele di coloro che smentiscono le verità della fede (cfr 2 Timoteo 3,8).

Quindi, si proceda con carità e gentilezza. Dovremmo giudicare come noi stessi vorremmo essere giudicati (Matteo 7:12, Tobia 4:14). State attenti, però, a quegli appelli alla “carità” che potrebbero essere utili per creare cortine fumogene, così da camuffare comportamenti inaccettabili. La carità non deve mai essere contrapposta alla verità; non è mai caritatevole distorcere o negare la verità. Quando qualcuno ti chiede, “in nome dell’amore”, di rifiutare la verità, ti viene chiesto di mentire. Questo non è amore. Essere chiamati a sopprimere la verità o a insabbiarla “per il bene dell’organizzazione” o del Paese o della Chiesa è un segno sicuro di corruzione. A differenza del buon vino, la menzogna non migliora con l’età (cfr Proverbi 12,19).

Quando è il momento di agire, andate in gruppi di due o tre parrocchiani e parlate gentilmente (non in modo conflittuale) con la parte in questione: un insegnante, un preside o un pastore. Il parlare calmo aiuta a respingere l’ira (cfr Proverbi 15,1). A volte le incomprensioni nascono proprio da questo e possono essere risolte con una discussione amichevole. Tuttavia, se state arrivando a un punto in cui ritieni che possano essere necessarie registrazioni e memorandum, sappiate che state rapidamente entrando in un abito legale Qui stiamo discutendo le opzioni e gli obblighi dei parrocchiani, non i processi legali o giudiziari (cfr. Zaccaria 8:16-17).

Inoltre, occorre conoscere il processo di ricorso. Se c’è un problema, diciamo, con il vicario parrocchiale, e una discussione amichevole non risolve il problema, allora deve essere consultato il parroco. Se il problema è il pastore, e una conversazione altrettanto amichevole non pone fine alla difficoltà, allora deve essere informato il vescovo.

Non rifuggite dalla responsabilità di informare la gerarchia (cfr Isaia 35:3, Ebrei 12:12) su questioni preoccupanti. Se la conversazione al riguardo con il parroco si è rivelata inutile o infruttuosa, richiamare all’attenzione del vescovo qualsiasi serio problema spirituale nella parrocchia non equivale certo a giudicare in modo avventato o a calunniare (CCC 2477). I vescovi insegnano, governano e santificano (CCC 1558), e ogni buon vescovo vuole conoscere la salute morale di tutti i sacerdoti e del popolo della sua diocesi.

Supponiamo, però, che il problema sia il vescovo stesso. I genitori a quel punto devono valutare se i loro figli possono frequentare un’altra scuola cattolica (o prendere in considerazione l’homeschooling) o cercare un’altra parrocchia (presumibilmente più ortodossa) o anche un’altra diocesi (CCC 2204, 2223, 2688). Dovete prendervi cura della vostra famiglia, spiritualmente e fisicamente (1 Timoteo 5:8).

Circa le quattro caratteristiche di un prete che sbaglia, ricordare quanto segue.

Nel caso di sacerdote eterodosso, è improbabile che egli ascolti il consiglio sincero dei parrocchiani. Le prove devono essere raccolte equamente e presentate al vescovo, normalmente dopo che il sacerdote in questione è stato informato dai parrocchiani della decisione di seguire quella strada. Ma se vedete qualcosa, ditelo (con tatto) al prete.

Se sta ingannando spiritualmente le persone e alcuni se ne rendono conto, occorre intraprendere una saggia azione correttiva. Non abbiamo licenza di guardare dall’altra parte, apaticamente (cfr 2 Tessalonicesi 3,13-15). Infatti, come Neemia, siamo obbligati a dire: “Quello che stai facendo è sbagliato! Devi avere riverenza per Dio e fare ciò che è giusto” (5:9).

Il sacerdote poco istruito può rispondere alle suppliche sincere dei parrocchiani. Un prete poco formato può continuare a imparare (come tutti noi!). Può rispondere bene a suggerimenti giusti, ragionevoli e premurosi. Per lo meno, saprà dal consiglio dei parrocchiani che ci si aspetta di più da lui. Ricordate anche che, sebbene l’eccellenza accademica vada bene in un sacerdote, non sostituisce la santità e il desiderio ardente di portarci tutti a Cristo, attraverso la testimonianza morale che accompagna quel desiderio (pensate a san Giovanni Vianney, che non era uno studioso, ma un sacerdote santo e devoto e, per una buona ragione, è il santo patrono dei parroci).

Al prete adulatore, desideroso di compiacere la folla (anche a discapito della verità), si potrebbe ben ricordare che Barabba vinse il primo sondaggio d’opinione (Mt 27,20-26). Questo tipo di prete progressista raramente, se non mai, discuterà di questioni importanti (almeno non riguardanti il tesoro dell’insegnamento cattolico ortodosso), e penserà alla Chiesa come a un club sociale, non come al nostro mezzo di salvezza. Tutti noi vogliamo essere amati, ma se quel desiderio arriva al punto di tradire Nostro Signore, siamo di fronte a un patto malvagio. Farlo capire al sacerdote debole potrebbe aiutarlo a rendere più forte la sua spina dorsale presbiterale.

Il prete immaturo (probabilmente giovane, ma non necessariamente) può crescere. Come ex ufficiale dell’esercito, so che quasi tutti i colonnelli una volta erano sottotenenti. Nel caso di un sacerdote immaturo, la carità è veramente necessaria, e può essere efficace (cfr 1 Tessalonicesi 5,14). A proposito, san Paolo ci ha messo in guardia dall’essere “frettolosi” (1 Timoteo 5:22) nell’ordinare gli uomini, per timore che uomini inetti o impreparati siano chiamati prematuramente ai loro nuovi e sacri doveri.

Se la vostra parrocchia ha diaconi, potrebbero essere in grado di aiutarvi. Molto dipenderà dal carattere, dalla personalità e dall’esperienza del diacono stesso. I diaconi possono essere parte importante della soluzione, ma anche parte del problema. Un diacono che non si prende il tempo (o rischia il suo “stare” con il sacerdote) per esortare il “suo” sacerdote non vale il suo sale (cfr Mt 5,13). Se mi consentite un altro esempio militare, un buon diacono è simile all’esperto sergente di plotone che consiglia con cura il suo giovane tenente, il quale resta l’ufficiale superiore del sergente.

C’è un adagio associato all’uomo di frontiera Davy Crockett: “Assicurati di avere ragione; allora vai avanti”. Prima di consigliare, istruire o criticare, lasciate che la situazione si sviluppi (a meno che, ovviamente, non ci sia una questione di abuso, che deve essere immediatamente e completamente affrontata). Assicuratevi di avere ragione circa il caso in questione. Chiarite i fatti. Accettate consigli (Tobia 4:18). Pianificate la vostra strategia con saggezza. Chiedetevi come la vostra scelta di parole o azioni sarà percepita (o mal percepita) da coloro che consiglierete.

Ma non ci sia errore: non dovete permettere insegnamenti falsi e fraudolenti, corruzione morale o condotta vile (Matteo 7:15, Galati 1:8-9, 2 Giovanni 1:10-11, Giuda 1:4, 2 Pietro 2:1, Efesini 5:11, Colossesi 2:8). Siamo responsabili non solo di ciò che pensiamo, diciamo e facciamo, ma anche di ciò che permettiamo. Potreste non essere in grado di correggere i falsi pastori, ma non dovete arrenderti supinamente a loro o alle loro iniquità ed empietà. In breve, non cooperate con il male ( CCC 1868).

Usate la tecnica del sandwich: complimentarsi (se possibile); criticare (gentilmente ma con fermezza e chiarezza); complimentarsi ancora.

Con le loro parole, opere e testimonianze, i nostri buoni sacerdoti ci aiutano tanto. Con le nostre parole, opere e testimonianze possiamo essere in grado di aiutare loro ad aiutarci. Quando vi lamentate giustamente del peccato o dell’errore in una parrocchia o nella sua scuola, assicuratevi di avere ragione. Quindi andate avanti: complimentatevi e lodate ogni volta che potete. Criticate ogni volta che dovete. Chiedete ai sacerdoti di pregare, con fervore, per voi; e voi pregate, fervidamente, per loro.

Fonte: crisismagazine.com

Titolo originale: What to Do When You Have a Weak Priest

Foto da Shutterstock


PER RIFLETTERE ULTERIORMENTE: Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti.

Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano:

Perdona, Signore, al tuo popolo. – (Gioele 2,17)

Queste parole del profeta Gioele riecheggiano nel giorno in cui si da inizio ai presidi della milizia cristiana (cfr. testo latino della Colletta). Da queste parole possiamo accogliere un insegnamento fondamentale per la nostra vita sacerdotale. Nella Chiesa antica, come anche nella liturgia sinagogale, l’imposizione delle ceneri non veniva compiuta come oggi, durante la Messa, a suggello della Liturgia della Parola, nell’Aula liturgica, ma si faceva prima dell’Eucarestia, fuori dalla chiesa, nel cortile esterno o comunque davanti alle porte della chiesa. Tutto il Corpo Mistico del Signore riceveva il segno delle ceneri, non tanto come un mero segno che richiama la penitenza, ma come partecipazione vivente alla prima quaresima vissuta dal Signore nel deserto delle tentazioni.

Spesso nelle ricostruzioni degli studiosi di liturgia troppo facilmente si afferma che la quaresima originariamente era solo iniziazione battesimale dei catecumeni per il Sacramento che avrebbero ricevuto a Pasqua e che venuto meno l’istituto catecumenale si è voluto conservare l’itinerario di iniziazione allargandolo a tutto il popolo. Certamente è innegabile il carattere battesimale della quaresima, ma non è da sottovalutare né da ritenere come non originale il percorso penitenziale comunitario del popolo battezzato, in quanto proprio in questo percorso c’è una solida tradizione così comune a tutte le chiese e a tutti i riti che per forza di cose deve essere originaria dalla Comunità Apostolica, se non nella sua struttura attuale, nei suoi presupposti e nelle sue radici teologiche e liturgiche. Basti ricordare la radice veterotestamentaria dei 40 giorni di diluvio, delle 40 decadi della schiavitù di Israele in Egitto, dei 40 anni di purificazione di Israele nel deserto prima dell’ingresso nella terra o dei 40 giorni di ritiro e digiuno di Mosè prima del dono della Legge, dei 40 giorni di sfida di Golia ad Israele prima di essere vinto da Davide, dei 40 giorni di cammino nel deserto di Elia prima della Teofania, dei 40 giorni di espiazione di Ezechiele per Gerusalemme, dei 40 giorni di penitenza di Ninive ai tempi di Giona, immagini tutte che i padri useranno per comprendere il tempo quaresimale. Il Signore entrando nella quaresima del deserto diventa quindi modello da imitare nel triplice combattimento della preghiera, della misericordia e del digiuno. L’Epistola agli Ebrei ci insegna che il sacerdozio cristiano è di natura differente rispetto a quello aronitico.

Nella Chiesa c’è un unico Sacerdote: Cristo e un unico Sacerdozio: sempre quello di Cristo. Tutti i fedeli partecipano all’unico Sacerdozio di Cristo, ognuno però in modo diverso. Il mio essere presbitero non è una qualità mia propria ma una partecipazione alla qualità di un Altro: il Signore. Ritornando quindi alle parole di Gioele, tra il vestibolo e l’altare è il Signore che piange e prega il Padre perché perdoni il suo popolo. è Cristo che sulla Croce eleva l’eterna preghiera di intercessione offrendo il suo Corpo di Carne in favore del suo Corpo mistico. è a partire da questo mistero che bisogna comprendere il nostro essere sacerdoti, ministri del Signore, servitori della sua Parola, amministratori dei suoi Sacramenti, dispensatori della sua Grazia. La quaresima ci ricorda che in quanto sacerdoti nulla ci appartiene, tutto ci è donato e di ogni cosa che ci è stata affidata ne dobbiamo rispondere. L’ascesi sacerdotale ha quindi una natura sua propria, perché è tutta una preparazione all’inabitazione dello Spirito in noi ma non per noi. Mentre quanto il fedele prega, digiuna, opera la misericordia, lo fa principalmente per se stesso e la propria crescita personale nella fede, certamente offrendo tutto per tutti, il sacerdote no, il sacerdote non è più suo, non appartiene più a se stesso, il suo cuore, la sua anima, la sua stessa carne, il suo stesso corpo sono di Cristo e della Chiesa. Quando il sacerdote prega è la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, che prega in lui, attraverso di lui. Quando il sacerdote si muove è la Chiesa che si muove.

Azzardando un po’potremo dire che in un certo senso il sacerdote è sacramento della Chiesa e di Cristo! La quaresima del sacerdote quindi è la quaresima della Chiesa. Certamente questo non deve scadere in un clericalismo esasperato od in una esaltazione della persona, non è la persona in se stessa ma la chiamata, la vocazione, la profezia di cui quella persona è portatrice. Io sono cristiano con voi e vescovo per voi, diceva Sant’Agostino! Come uomo sono peccatore, bisognoso di salvezza, incapace di fare il bene che voglio e caduco nel fare il male che non voglio, un vaso di coccio tra vasi di ferro, diceva il caro buon vecchio don Abbondio, ma risponde San Paolo, in questi vasi di creta è stato depositato un tesoro impareggiabile e meraviglioso (Cfr. 2 Corinzi 4,7). Questo mistero quindi ci dovrebbe insegnare tanta umiltà perché è per i meriti di Cristo e non per i nostri meriti mancanti che siamo portatori di questa grazia. Concludo queste scoordinate annotazioni sulla quaresima, che più che una riflessione, vuole essere un insieme di “impressioni” spirituali, con un invito ai miei confratelli: la natura propria del Sacerdozio tanto nella religione naturale quanto nella rivelazione è quella dell’offerta. Sia questa la nostra forza: l’offrire la nostra vita, la nostra preghiera, la nostra elemosina, il nostro digiuno, la nostra penitenza per il bene del popolo che ci è affidato, per gli ammalati che sono affidati al nostro memoriale, per i peccatori bisognosi di conversione, per i nemici della Chiesa bisognosi di redenzione. Ricordiamoci sempre, addirittura il diritto canonico, ce lo rammenta, i fedeli verso di noi hanno solo diritti, noi verso di loro solo doveri. Sia questa la nostra ascesi, la buona battaglia di chi si fa tutto a tutti per salvarne ad ogni costo qualcuno (Cfr. 1 Corinzi 9,22) come ambasciatori per Cristo, per mezzo dei quali è Dio stesso che esorta: lasciatevi riconciliare (Cfr. 2 Corinzi 5,20).

Don Giacinto Torchia (Quaresima 2015)