Teologia della liberazione, non per i poveri ma per la povertà

Il prof. Julio Loredo, giornalista e scrittore, presidente dell’Associazione “Tradizione Famiglia Proprietà”, è uno dei maggiori esperti del fenomeno della “teologia della liberazione”. La Cantagalli ha pubblicato in itaiano il suo ultimo libro Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri, una delle migliori opere che — a nostro giudizio — dimostra la pericolosità di questo pensiero pseudo-teologico. Abbiamo contattato il prof. Loredo, il quale molto cortesemente ha accettato di parlarci del suo libro di spiegarci perché la teologia della liberazione è un salvagente di piombo per i poveri.

Teologia della liberazione, condannata o no?

Domanda: Prof. Loredo, prima di tutto, La ringraziamo per averci concesso quest’intervista. Cominciamo cercando di chiarire un punto fondamentale. La Chiesa ha condannato oppure no la teologia della liberazione? Glielo chiediamo perché tanti prelati sostengono che, in realtà, sono stati condannati soltanto alcuni aspetti della TdL.

Ritratto del prof. Julio Loredo.

Ritratto del prof. Julio Loredo.

Risposta: Purtroppo, la situazione non è del tutto chiara. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno condannato, esplicitamente e ripetutamente, punti fondamentali della Tdl. Non tutte le finestre sono state chiuse, però, permettendo a molti teologi della liberazione di continuare il proprio lavoro. E adesso, visto il nuovo clima ecclesiale, c’è chi proclama che la Tdl è stata ufficialmente “sdoganata” (questo il termine usato dai vaticanisti). Lo stesso padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, dichiara: “La teologia della liberazione è ormai entrata definitivamente nella normalità della vita della Chiesa”.

Non è chiaro quali aspetti della Tdl siano “entrati nella normalità della Chiesa” e quali, invece, rimangano condannati, poiché non c’è stato nessun documento ecclesiastico a riguardo.

Nel suo intervento nella III Assemblea Generale della CELAM (Conferenza Episcopale Latinoamericana), tenutasi a Puebla, Messico, nel gennaio 1979, dopo aver criticato la politicizzazione della Chiesa latinoamericana, Papa Giovanni Paolo II condannò le riletture del Vangelo che vedono “Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazareth”. Smantellando poi il nucleo della Tdl, egli dichiarò: “È un errore affermare che la liberazione politica, economica e sociale coincide con la salvezza in Gesù Cristo”.

Sembrava una sconfessione in regola della Tdl, sia nei suoi fondamenti dottrinali sia nella sua prassi politica. Tuttavia, taluni passaggi che ammettevano diverse interpretazioni, il silenzio su certi aspetti del credo rivoluzionario, sommato alla mancanza di una condanna vera e propria, fecero sì che, pur nella sua fondamentale positività, il messaggio pontificio non riuscisse a sbarrare la strada alla Tdl.

Il 6 agosto 1984, a firma del cardinale Joseph Ratzinger, la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò l’Istruzione «Libertatis Nuntius, su alcuni aspetti della teologia della liberazione», da più parti ritenuta una vera e propria condanna della Tdl. Definendo il comunismo “vergogna del nostro tempo”, il documento rimproverava alla Tdl l’uso dell’analisi marxista. Il documento impugnava, poi, alcuni punti centrali della Tdl: il falso concetto di peccato e di redenzione; l’assunzione della teoria marxista sulla prassi; l’immanentismo storicista; l’ermeneutica biblica; la visione dialettica e via dicendo. Il futuro papa Benedetto XVI concludeva accusando la Tdl di “accettare un insieme di posizioni incompatibili con la visione cristiana dell’uomo”. Anche qui, però, nel condannare solo “talune teologie della liberazione” mentre se ne ammettevano “versioni legittime”, il documento lasciava ampi spazi per le manipolazioni.

Nel 1985, la Congregazione per la Dottrina della Fede condannò severamente il libro di Leonardo Boff «Chiesa: carisma e potere» e, perciò, l’ecclesiologia della Tdl. L’ecclesiologia è, forse, l’aspetto più cattivo della Tdl. Non è questa la sede per farne una disanima. Basti dire che l’ecclesiologia della Tdl si situa agli antipodi di quella cattolica, cadendo formalmente in eresia. Per usare le parole del liberazionista Juan José Tamayo Acosta, i teologi della liberazione vogliono “far saltare in aria” la Chiesa cattolica, salvo poi “ricrearla” su basi interamente nuove. È ciò che Boff chiama “ecclesiogenesi”. Anche qui, però, la porta non fu del tutto chiusa. Al teologo brasiliano fu imposta una pena simbolica: un anno di “silenzio volontario”. Dopodiché egli continuò a scrivere come se niente fosse.

Nel 1985 venne alla luce un documento integrativo alla prima Istruzione: «Libertatis Conscientia, sulla libertà cristiana e la liberazione». Il tono era assai diverso. Abbandonando ogni censura diretta alla Tdl, il nuovo documento metteva invece in risalto gli aspetti positivi del “moderno processo di liberazione”. Non sorprende che il documento sia stato positivamente valutato dai teologi della liberazione.

La copertina del libro. Disponibile anche in ebook.

In sintesi, usando la metafora di Plinio Corrêa de Oliveira, possiamo dire che il Vaticano ha chiuso un battente della porta, lasciando l’altro aperto. Ci si aspettava che anche questo fosse chiuso. Così non è stato. Ed ecco che siamo arrivati all’odierna situazione, assai confusa, in cui alcuni dicono che perfino il battente chiuso sia stato riaperto. Serve chiarezza. Ecco il principale motivo per cui ho scritto il libro pubblicato, pochi mesi fa dalla Cantagalli, «Teologia della liberazione: un salvagente di piombo per i poveri».

Domanda: In sostanza, in cosa credono i liberazionisti? Cristo, per loro, chi è? Da cosa vogliono essere liberati?

Risposta: Impossibile riassumere in poche righe le dottrine della Tdl. Dico subito che il tanto criticato uso dell’analisi marxista è appena un “peccatuccio”, di fronte ai ben più gravi errori teologici, ecclesiologici e filosofici. In due parole: la Tdl nega che la Rivelazione pubblica si sia chiusa con l’ultimo Apostolo, e afferma invece che essa continua lungo la storia, concretamente nei processi rivoluzionari. Invece di cercare Rivelazione nelle Sacre Scritture e nella Tradizione della Chiesa, dobbiamo auscultare i processi rivoluzionari per scoprirvi la voce di Dio.

La Tdl inverte, dunque, il processo teologico: non parte dalla Rivelazione e dalla Tradizione per gettare luce sulla realtà del mondo, ma pretende partire dall’analisi concreto dei processi storici rivoluzionari dove Dio si mostrerebbe in modo immanente. Ora, per analizzare questi processi, la Tdl usa il marxismo. In altre parole, esegue un’analisi marxista delle realtà politiche, sociali, economiche e culturali, salvo poi chiamare le conclusioni “teologia”.

Specialmente analizzate dalla Tdl sono le presunte situazioni di “oppressione” politica, di fronte alle quali proclama una “liberazione”, anch’essa politica, alla quale conferisce poi un carattere religioso redentore. Per la Tdl, “liberarsi” politicamente vuol dire abolire la proprietà privata e la libera iniziativa, instaurando un regime ugualitario, cioè socialista. Il fine ultimo di tale “liberazione” sarebbe l’instaurazione del comunismo. “Il primo dovere del cristiano è fare la rivoluzione –- proclama padre Ernesto Cardenal –- dobbiamo contribuire a costruire il socialismo. Fatto questo, dobbiamo quindi impegnarci per costruire la società comunista finale. Comunismo e Regno di Dio sulla terra sono la stessa cosa”.

D’altronde, assumendo come criterio il primato della prassi, la Tdl afferma che per “fare teologia” bisogna prima impegnarsi nei processi politici rivoluzionari. “Ciò che intendiamo per teologia della liberazione è inserimento nel processo politico rivoluzionario”, proclamava il teologo peruviano Gustavo Gutiérrez, “padre” della Tdl. Ecco il cavillo che ha portato tanti cattolici latinoamericani, perfino non pochi sacerdoti, a partecipare alla lotta armata a fianco dei guerriglieri comunisti.

Più recentemente, dopo la caduta del socialismo reale, la Tdl ha cominciato a usare altri strumenti teorici per analizzare le nuove situazioni rivoluzionarie: freudismo, omosessualismo, razzismo, gender e via dicendo. Per esempio, ritenendo gli omosessuali una categoria “oppressa”, certe forme moderne di Tdl proclamano la loro “liberazione”, affermando che essa partecipa alla Redenzione di Nostro Signore Gesù Cristo. In altre parole, il movimento gay sarebbe uno strumento del Regno di Dio…

Altre correnti della Tdl usano ideologie razziste, proclamando, per esempio, la “liberazione” degli indigeni contro l’“oppressione” della cultura europea. Da questo sforzo nasce la “Teologia indigena della liberazione”, che ispira i governi socialisti di Bolivia e di Ecuador.

Altre correnti ancora hanno cominciato a usare l’ideologia ecologista, sviluppando una “eco-teologia della liberazione”: bisogna “liberare” la terra dall’“oppressione” dell’uomo.

Nata in America Latina, ma “concepita” in Europa

Domanda: In cosa consiste l’opzione per i poveri? I “nuovi poveri” sono veramente i poveri in spirito oppure ne sono una patetica caricatura?

Risposta: Questa è, forse, la più vistosa contraddizione della Tdl. Dice di difendere i poveri, però propone sistemi politici ed economici falliti, che hanno provocato soltanto miseria e oppressione, come appunto il socialismo e il comunismo. La Tdl non fa tanto un’opzione per i poveri quanto per la povertà stessa.

La Tdl non parla di “povero” nel senso evangelico, cioè il povero di spirito, né nel senso comune, cioè una persona bisognosa. Per la Tdl “povero” è chiunque si ritenga “oppresso” da qualsiasi fattore – economico, politico, sociale, culturale, religioso, psicologico. Un omosessuale può essere un “povero”, a prescindere dalla sua situazione economica. D’altronde, la Tdl parla dei “poveri in lotta”, cioè quelli impegnati in una prassi rivoluzionaria. Chiunque non sia impegnato in tale prassi, non sarebbe “povero”.

Domanda: Com’è nata la TdL? Perché si è sviluppata soprattutto in America Latina?

Risposta: La Tdl nasce dalla radicalizzazione di certe correnti della cosiddetta Nouvelle Théologie, essa stessa figlia del modernismo, condannato nel 1907 da S. Pio X. Si tratta, dunque, di una teologia con radici europee. È significativo che molti “nuovi teologi” – Chenu, Metz, De Lubac, Schillebeeck, Küng, Moltmann, Congar, Jossua, Houtart, Rahner, ecc. – abbiano appoggiato apertamente la Tdl, riconoscendone la paternità. In America Latina la Tdl acquisisce la sua forma propria negli anni ‘60-‘70. C’era allora un vasto movimento rivoluzionario che, sotto l’egida di Cuba, cercava di imporre il comunismo nel continente, sia per le vie politiche sia per quelle della violenza. La Tdl si è inserita in questo movimento, talvolta come compagno di viaggio, talvolta come forza trainante. Non è un caso che il terzo incontro internazionale dei teologi della liberazione si sia tenuto all’Avana, Cuba, nel luglio 1965 sotto l’egida di Fidel Castro, che in seguito confesserà: “La teologia della liberazione è più importante del marxismo per la rivoluzione in America Latina”.

L’espressione “teologia della liberazione” è stata lanciata nel 1968 da Gustavo Gutiérrez, che nel 1971 pubblicò il libro «Una teologia della liberazione», pietra miliare della corrente.

Gutiérrez, "padre" della TdL.

Gutiérrez, “padre” della TdL.

Domanda: Chi sono i principali esponenti della TdL?

Risposta: Oltre al già menzionato Gustavo Gutiérrez, possiamo menzionare Rubem Alves, Leonardo Boff, Clodovis Boff, Hugo Assman, Juan Luis Segundo, Jon Sobrino, Ignacio Ellacuría, Enrique Dussel, Pablo Richard e tanti altri. Poi c’è la variante argentina, chiamata “Teologia del popolo”, con persone come Lucio Gera, Rafael Tello, Justino O’Farrel, Juan Carlos Scannone e Carlos María Galli.

Domanda: Esistono diverse correnti della TdL? Può dirci quali sono?

Risposta: Sì, esistono diverse correnti, comunque tutte a forte contenuto rivoluzionario. La Tdl originale, di carattere marxista, è scemata, inghiottita dalla storia insieme al socialismo reale. Ma, già dalla fine degli anni 1980, gli stessi teologi della liberazione si davano da fare per accantonare questa ideologia, sostituendola con altre più aggiornate, cioè più consoni alla nuova stagione rivoluzionaria. Utilizzano quindi il freudismo per sondare i fattori psicologici di oppressione, il marcusianismo per smascherare l’oppressione della società industriale, l’ideologia del gender per parlare di discriminazione di sesso, il femminismo per insorgere contro l’oppressione maschilista, l’ideologia del Black Power (oppure l’indigenismo) per denunciare demagogicamente l’oppressione razzista; e ancora l’ambientalismo per lamentare la distruzione della natura. Dottrine che, in realtà, anche nella loro apparente moderatezza, possono manifestare una virulenza assai più radicale del marxismo che, tutto sommato, era una razionalizzazione che rispondeva alle esigenze del processo rivoluzionario nella seconda metà del secolo XIX.

Donde tutt’una pletora di nuove teologie della liberazione: teologia nera, teologia indigena, teologia femminista, teologia eco-femminista, teologia gay e via dicendo. Vale la pena menzionare l’eco-teologia sviluppata soprattutto da Leonardo Boff, ex frate francescano, che abbandonò l’Ordine per unirsi a una donna divorziata. Egli si vanta, infatti, che le sue idee hanno ispirato la recente enciclica «Laudato si»: “A richiesta dello stesso Papa [Francesco] gli ho inviato molto materiale sull’ecologia, visto che è da 30 anni che lavoro su questo tema. (…) Sono stato in contatto col Papa attraverso l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede. (…) Sono felice che questa prospettiva [da me suggerita] sia stata assunta, conferendo grande coerenza e unità al testo”. Infatti, chi legge l’enciclica non può non riconoscere, in molti passaggi, l’impronta della “eco-teologia della liberazione” sviluppata, appunto, da Leonardo Boff.

La teologia del popolo

Domanda: Qual è la differenza fra la TdL e la teologia del popolo? Si completano a vicenda o sono l’una l’opposto dell’altra?

Risposta: Direi che si completano a vicenda. Per rispondere alla sua domanda dovrei fare un breve excursus sulla situazione dell’America Latina nella prima metà del secolo XX. In tutti i paesi vigeva un regime repubblicano che, però, nella quasi totalità dei casi, conservava ancora l’impronta della società organica tradizionale, specie in ciò che riguarda le gerarchie sociali e il sistema di proprietà privata. Questo era soprattutto evidente nelle campagne. Ora, la visione organicamente gerarchica della società, secondo le tradizioni di ogni paese, è un punto fondamentale del Magistero sociale della Chiesa, come ha insegnato S. Pio X nell’enciclica “Fin Dalla Prima”, ribadendo l’insegnamento di Leone XIII.

Negli anni ’30 del secolo scorso sorse in America Latina una serie di movimenti “populisti”, i cui leader più in vista furono Getúlio Vargas in Brasile, Juan Domingo Perón in Argentina, e Victor Raúl Haya de la Torre in Perù. Rifuggendo il marxismo, questi movimenti si proponevano, tuttavia, la distruzione dell’ordine tradizionale e la sua sostituzione con regimi populisti. In altre parole, facevano appello al “popolo” contro le élite politiche, sociali e religiose. Cercavano di strappare il potere alle élite per trasferirlo al “popolo”, abbassando quindi tutto il tonus della vita del Paese. Perón, per esempio, andava in giro in Lambretta. Del marxismo questi movimenti rigettavano l’ateismo, l’internazionalismo e la violenza, ma non le sue concezioni sociali. Si presentavano, dunque, come movimenti rivoluzionari, ora ispirandosi al socialismo nazionalista, ora al fascismo.

Le varie “teologie del popolo” si inseriscono appieno in questo populismo. Concretamente, in Argentina si richiamano esplicitamente al peronismo, vero parametro per capire tante cose dell’attuale pontificato.

Dom Helder Câmara, il vescovo cattocomunista

Domanda: La Santa Sede ha dato il nulla hosta per l’apertura del processo di beatificazione del vescovo brasiliano Helder Câmara, suscitando entusiasmo in alcuni, scandalo in altri. Qual è la sua opinione?

Risposta: Credo che ci sia molta ignoranza riguardo Dom Helder Câmara, arcivescovo di Olinda-Recife. La stragrande maggioranza delle persone lo conosce appena attraverso la lente deformante della propaganda progressista, evidentemente di parte. Il vero Dom Helder è assai diverso. Pochi sanno, per esempio, che egli iniziò la sua carriera politica nell’estrema destra, come Segretario dell’Azione Integralista Brasiliana (AIB), il partito filo-nazista fondato da Plinio Salgado. Dom Helder fu ordinato sacerdote indossando sotto la talare la divisa delle famigerate “camicie verdi”, la truppa d’assalto dell’AIB.

Helder Câmara, perorava la causa del "povero", ma era al servizio dei potenti.

Il “vescovo rosso” Câmara: perorava la causa del “povero”, ma era al servizio dei potenti.

Da filo-nazista egli diventò filo-marxista, difendendo a spada tratta i regimi comunisti dell’URSS, Cuba e Cina. Il che gli valse l’epiteto di “arcivescovo rosso”. Sotto la sua egida fu stilato lo scandaloso Documento Comblin, un progetto di rivoluzione comunista per l’America Latina, con tanto di violenza sindacale, tribunali popolari, abolizione delle Forse Armate, censura della stampa, sovversione nella Chiesa e via dicendo.

Ma le stramberie di Dom Helder non si limitano al campo politico. Anche in campo morale egli sosteneva dottrine gravemente contrarie al Magistero della Chiesa, come la contraccezione e il divorzio, aprendo perfino all’aborto. Questo per non parlare dell’ordinazione sacerdotale delle donne, punto che Giovanni Paolo II ha definito teologicamente chiuso.

Beatificare un tale personaggio mi sembra qualcosa da romanzo di fantascienza. Se canonizzano Dom Helder, dovrebbero per logica “scanonizzare” molti santi, a cominciare da Giovanni Paolo II. O ha ragione l’uno o ha ragione l’altro. Tertium non datur. Nella totale confusione in cui versa il mondo oggi, però, non mi stupisco più di niente.

Domanda: Taluni, pur riconoscendo l’eterodossia di dom Câmara, sono favorevoli alla sua beatificazione perché fu “buono e generoso con i poveri”. Seguendo questo ragionamento, allora si potrebbe beatificare anche un ateo o un apostata, purché sia “buono e generoso”. Esiste ortoprassi senza ortodossia?

Risposta: La risposta è molto semplice: santità vuol dire eroicità nella pratica delle virtù, a cominciare da quelle teologali – Fede, Speranza, Carità. Santità e ateismo, oppure apostasia, sono termini intrinsecamente contraddittori. Non esiste ortoprassi senza ortodossia. Perciò, la prima cosa che si analizzava in un processo di beatificazione – prima che la crisi mettesse sottosopra anche questo campo – erano proprio gli scritti e i discorsi del candidato. Bastava una semplice variazione riguardo al Magistero per bloccare ipso facto il processo.

Poi, il titolo di difensore della libertà si addice molto male a uno come Dom Helder, che ha inneggiato ad alcune delle dittature più sanguinarie che hanno costellato il secolo XX, prima il nazismo, e poi il comunismo in tutte le sue varianti: sovietica, cubana, cinese…

Soprattutto, però, il titolo di amico dei poveri non si addice proprio a uno che sosteneva regimi che hanno causato una povertà così spaventosa da essere stati qualificati dall’allora cardinale Joseph Ratzinger “vergogna del nostro tempo”.

Dottrina sociale vs. teologia della liberazione

Domanda: Un giornalista italiano, Indro Montanelli, scrisse: “la sinistra ama talmente i poveri che ogni volta che va al potere li aumenta di numero”. Si può qualcosa di simile per la TdL?

Risposta: Assolutamente si! Un’analisi attenta dell’America Latina — paese per paese — mostra chiaramente che, laddove sono state applicate le politiche proposte dalla TdL il risultato è stato un notevole aumento della povertà e del malcontento popolare. Laddove, invece, sono state applicate le politiche opposte, il risultato è stato un generale incremento del benessere. La Tdl non fa tanto un’opzione per i poveri quanto per al povertà stessa. In diversi convegni internazionali, i teologi della liberazione hanno difeso il “principio di povertà” come idea rettrice della società che anelano.

Domanda: La dottrina sociale della Chiesa –- il vero salvagente per i poveri –- ha solamente una dimensione orizzontale, terrena, oppure anche verticale, cioè trascendentale?

Risposta: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Alla luce di questa dottrina insegnata da Nostro Signore Gesù Cristo, il Magistero sociale della Chiesa ha sempre messo al centro gli aspetti spirituali e religiosi della cosiddetta “questione sociale”. Da Leone XIII fino a Giovanni Paolo II, l’enfasi dei Romani Pontefici è stata sempre, dapprima, la salute spirituale delle persone. Non solo perché la salute spirituale primeggia, in assoluto, su quella materiale, ma anche perché solo anime rette riescono a costruire una società retta e, quindi, anche prospera. In altre parole, il benessere materiale di una società dipende dal suo benessere spirituale. Costruire ricchezza senza Dio è il cammino più diretto al disastro, come lo dimostra la nostra moderna società, ricchissima materialmente, ma piagata da ogni sorta di malessere: droghe, violenza, aborto, malattie psichiche, divorzio, suicidi e via dicendo.

Poi, il Magistero delle Chiesa mette come fondamento della società i principi dell’ordine naturale, creato da Dio: il diritto alla vita e alla dignità, la proprietà privata, la libertà d’impressa, le gerarchie organiche, l’autorità legittima, la giustizia commutativa, quella distributiva e via dicendo.

Domanda: Infine, ringraziandoLa ancora per la sua disponibilità, vorremo chiederLe se condivide la considerazione che il miglior modo per aiutare i poveri veri consiste non nel combattere la ricchezza (altrui), ma la miseria, prima di tutto quella morale e spirituale: il peccato.

Risposta: Il miglior servizio che si può fare al prossimo è aiutarlo a raggiungere la salvezza eterna. In questo consiste, anzitutto, la vera carità. E questo vale tanto per i poveri quanto per i ricchi. Anzi, da più punti di vista, questo tipo di aiuto spirituale è più necessario per i ricchi che non per i poveri, proprio perché essi sono più esposti a situazioni nocive. Perciò, alla doverosa e sacrosanta “opzione preferenziale per i poveri”, dovremmo aggiungere una non meno doverosa e sacrosanta “opzione preferenziale per i nobili”, intendendo le élite in ogni campo.

Detto ciò, è evidente che tutti vogliamo aiutare i poveri anche materialmente, facilitando la loro uscita dalla povertà per raggiungere il benessere. La domanda è: con quali sistemi economici si crea maggiore ricchezza? Risposta: con quelli fondati sulla proprietà privata e la libera iniziativa. Questo è un dato di fatto, comprovato dall’esperienza storica del secolo XX. Il Magistero della Chiesa approva, dunque, questi sistemi che creano ricchezza, salvo poi ricordare che su di essa pesa un’“ipoteca sociale”. Le società, e soprattutto le mentalità dei cittadini, devono essere strutturate in modo da permettere che il benessere creato da tali sistemi sia condiviso dal maggior numero di persone possibile.