Che cosa è la lussuria e perché è un peccato grave?

Ci hanno proposto di approfondire queste osservazioni: “Carissima Catechista, so che cosa è la lussuria, ma vorrei capire in quale modo più semplice posso comprenderla oggi  senza rischiare di scadere nel moralismo, per comprenderla meglio e perché, dal momento che il buon Dio conosce le nostre debolezze e i nostri difetti, questo peccato è considerato così grave? E’ un peccato mortale? Grazie per la risposta che potrai anche pubblicare, se vuoi!” C.N.

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Carissima C. nel ringraziarti di cuore per questi approfondimenti cominciamo dalla tua prima attenta osservazione: quel rischiare di scadere nel moralismo. Effettivamente questi rischi di “moralizzazione” li troviamo un po’ ovunque e questo accade quando, per combattere un vizio, rischiamo appunto di moralizzare, ossia quel recriminare ma senza suscitare il vero pentimento e il vero combattimento. Il termine “moralizzazione” è stato suscitato nel XVII secolo, mentre il contesto e il senso originario di “morale” nasce e si sviluppa insieme alle norme di vita sociale e culturale degli uomini e per il bene della loro convivenza. Infatti, la morale, non è altro che quel discernimento fra ciò che è bene e ciò che è male, diventa “moralizzazione” quando viene usata per sottomettere gli uomini senza però modificare, per davvero, i vizi o, il vizio che conduce piuttosto ad affermare lecito ciò che è male. Il moralista infatti è colui che usa la morale con l’ipocrisia e il fondamentalismo, un esempio “di ieri” erano i farisei, l’esempio per l’oggi sono le ideologie. Per combattere questo rischio è necessario agire come Gesù: Il medico odia l’infermità, ma ama l’infermo; e così anche noi, se abbiamo carità, dobbiamo odiare il difetto (a cominciare dai nostri difetti), ma nello stesso tempo dobbiamo amare chi lo commette, affinché comprendendo si lasci curare e guarisca.

La lussuria, che è uno dei 7 vizi capitali che provengono dalla Sacra Scrittura, non è la semplice dedizione ai piaceri sensuali. “Alcuni peccati – spiega il domenicano Padre Angelo – che degenerano in vizi perché si esprimono con frequenti cadute, vengono detti capitali perché sono come la madre, la generatrice, la sorgente di altri peccati e vizi. Scrive San Tommaso: “Capitale deriva da capo. E capo propriamente è quella parte dell’animale che è principio ed elemento direttivo di tutto l’animale. Perciò in senso metaforico si denomina capo qualsiasi principio: anzi, si denominano capi persino gli uomini che dirigono e governano gli altri. Quindi vizio capitale deriva … in senso metaforico dal termine capo, cioè nel senso di principio e trascinatore di altri. E allora vizio capitale non solo è principio di altri, ma ne è pure la guida e in qualche modo il trascinatore… Ecco perché S. Gregorio paragona i vizi capitali ai comandanti di un esercito” (Somma teologica, I-II, 84, 3)… Alcuni vi aggiungono la superbia, che viene definita da San Tommaso la regina e inizio di ogni peccato. Infatti la superbia, che è uno disordinato desiderio di primeggiare, è all’inizio di ogni peccato.”

Conversione della Maddalena

Lussurioso è soprattutto chi si lascia rapire e cullare continuamente dalle fantasie sensuali. La lussuria diventa un vizio quando il costante volgersi del pensiero al desiderio impedisce il normale svolgimento delle incombenze quotidiane. Per questo la Chiesa ha sempre insegnato ad impegnare la mente e i pensieri alle cose sane, per questo condanna le riviste che inducono alla lussuria, per questo insegna la virtù del senso del pudore. La lussuria è infatti legata essenzialmente alla fantasia e all’immaginazione, trovando stimoli e suggestioni nei mezzi di comunicazione:  televisione, romanzi, riviste, film, oggi anche la rete. Gli stessi comportamenti tradizionalmente legati a tale vizio confermano la sua indole propriamente culturale. Dice infatti Gesù: Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo». (Mc.7,14-15), se non comprendiamo bene questo passaggio, rischiamo allora di fare del moralismo alla lunga inefficace e persino controproducente.

Lei C. è già sulla buona strada poiché inserisce la lussuria in quel concetto di “debolezza e difetto” che Dio certamente conosce in noi e proprio per questo ci ha donato i Dieci Comandamenti (nei quali la lussuria è indicato al sesto e al nono) che definiamo essere anche “legge naturale”, e ha mandato il Suo Figlio Gesù non solo per salvarci, ma anche per aiutarci, sostenerci a correggere questi difetti, queste debolezze, questi vizi, perché da soli non ne saremo mai capaci. Quindi il Buon Dio la Sua parte l’ha fatta e continua a farla, siamo noi che dobbiamo fare la nostra parte! La lussuria è un desiderio “disordinato”, spiega il Catechismo al n.2351, pertanto è nostro compito regolarci e porre ordine a questi desideri. Il libero arbitrio infatti con ci è stato dato per fare “quello che ci pare e piace”, ma per essere davvero liberi di svolgere questo discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male, tra ciò che è ordinato ad un fine e ad uno scopo nobile, da ciò che è disordinato.

Il peccato subentra nel momento in cui diamo libero sfogo a ciò che è disordinato in natura, andando ad alimentare ciò che è  difetto, facendolo diventare una costante, uno stile di vita, rifiutando e rigettando la correzione. E’ in questo rifiuto che ci allontaniamo dalla grazia, cadiamo nel peccato e se persistiamo su questa strada, siamo noi che aggraviamo il peccato facendolo diventare mortale, e se non ci convertiamo rischiamo persino la dannazione eterna. Naturalmente qui stiamo sintetizzando, poi ognuno potrà approfondire ulteriormente gli argomenti suscitati.

Fra Umberto di Romans (1254-1263 4° Maestro Generale dell’Ordine dopo san Domenico e beatificato dalla Chiesa), riguardo alla castità spiega che la virtù, proprio come l’arte della guerra, è una cosa che si impara. Bisogna conoscere le proprie forze, e quelle del nemico (il demonio, il vizio, il proprio difetto), e la conformazione del terreno (il nostro corpo). Proprio come Machiavelli raccomanda al Principe, così Umberto raccomanda ai suoi frati – nella migliore tradizione del “realismo morale” – di sterminare il nemico molto prima che diventi potente e pericoloso. E per fare questo, Umberto, in qualità di stratega della guerra spirituale, dà qualche prezioso consiglio:

“XXXII. I rimedi contro la lussuria sono di sicuro: schivare le familiarità sospette, non confidare troppo in se stessi, fuggire le occasioni di tentazione, turare i propri sensi, limitare i pensieri cattivi, domare la carne, resistere alle passioni nascenti, tenersi sempre occupati in attività virtuose. Infatti, l’antico nemico dà da fare con le sue male faccende a chi non ha nulla di meglio da fare…” (da Vitae Fratrum). Che brutta fine fa il giudizio della ragione, quando la smania di fare qualcosa lo incomincia a dominare! Una mente ossessionata, infatti, si plasma la coscienza a piacimento mentre realizza le proprie brame, trascinandovi anche il prossimo. Compiuto il fatto, questa stessa coscienza punge con amari rimorsi la mente, che, deviando verso il male, ha lasciato la strada della verità. Coloro che si preparano alle nozze eterne non desiderino abbracci mortali! Chi desidera l’abbraccio dello sposo del cielo è meglio che sia provvisto delle lampade della purezza e l’olio della gioia (Mt. 25). Se uno ama Dio e ama in modo ordinato il prossimo, non lo induce al peccato, non lo induce a peccati contro natura, non lo induce alla lussuria, all’adulterio, a rubare, ad uccidere, o ad altri vizi… vedi qui.

Ancora, spiega il beato di Romans: “XXXIII. Il cuore va custodito con ogni custodia (Prov.4), giacchè è chiaro che viene combattuto in molti modi. Nel resistere è anche necessario che siamo più guardinghi proprio lì dove sperimentiamo che gli attacchi del nemico sono più forti. Infatti il diavolo pone le trappole delle tentazioni più spesso lì dove ci percepisce più incauti; e si sforza maggiormente di vincerci lì dove sa che siamo più deboli….” La pace e la concordia sono sempre lodevoli tranne quando si combatte contro i vizi. A ciò si fa opportunamente cenno quando si ricorda che la torre di Davide fu munita di bastioni e che fu decorata con mille scudi e con tutte le armi dei forti (Cant. 4).

Non è un caso se fra le Litanie Lauretane conosciamo l’invocazione mariana: “Torre di Davide”, Turris Davidica: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc. 18,14); l’umile, cioè, sarà reso forte per virtù dello Spirito: è l’esaltazione cantata dal Magnificat della Vergine. “La Città di Davide, fortificata con solide torri – è scritto nel 1Libro dei Maccabei (1,33.34) -, divenne una fortezza inespugnabile”; da qui l’immagine di “torre (della santa Città) di Davide” riferita alla Vergine. “Turris fortitudinis a facie inimici”, “Torre salda davanti all’avversario” (Sal 60, 4): di fronte agli assalti dell’antico Avversario, il Diavolo nemico di Dio, e di fronte ai nemici della Chiesa di ogni razza e in ogni tempo. Si capisce bene perché la Chiesa insegna da secoli la fortezza del Rosario definita quale ARMA per il combattimento spirituale.

Ma come si può, oggi, insegnare ai giovani, e non, a fuggire dai vizi dal momento che nella nostra cultura la loro condanna è scomparsa? Basta fare attenzione, ed eccoli tornare, rivestiti per di più di vesti sontuose, e accettati da tutti come comportamenti lodevoli, da praticare. La gola, un’altro dei 7 vizi capitali, non è più peccato, perché è funzionale al mercato. E così succede anche per la lussuria, che oggi è diventata legittima ricerca del piacere al di là di legami affettivi e men che meno famigliari:  intorno gravitano l’industria cinematografica, molti programmi televisivi, i rotocalchi, il mondo del porno, per non parlare del turismo sessuale e dell’industria farmaceutica per i contraccettivi. Un bel business, senz’altro, che è difficile toccare, tanto che oggi la ricerca del piacere sembra addirittura essere stata inserita fra i Diritti umani con l’ideologia di genere. Ma davvero parlare di vizi e virtù è ridicolo e inutile, oltre a essere fuori moda? Insegnare le virtù ha il grosso merito di rappresentare l’essere umano come una possibilità da realizzare e da disciplinare, non un individuo già compiuto in sé, che non può migliorare… Bisogna ritornare a parlare chiaramente, chiamando ciò che è male con il suo nome. Clicca anche qui.

La lussuria è associata al SENSO DEL PUDORE, un senso che è stato assopito, oggi, dall’assordante pretesa di vivere come si vuole dando sfogo ad ogni senso disordinato e sfrenato, fuorché a questo. “La pubblicità cerca di sedurre attraverso un’immagine del “politicamente corretto”: tutti devono essere appagati ed è indubbio che siano presi in considerazione i vizi capitali. Nel 1947 Georges Bernanos affermò che i motori di scelta della pubblicità sono proprio i sette peccati capitali, per la ragione che è molto più facile puntare ai vizi dell’uomo, piuttosto che alle sue virtù…” (Cristina Siccardi su Corrispondenza Romana del 12.6.2012). “O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio…” (1Cor.6,9-11)

Vogliamo concludere cercando di capire anche il concetto di che cosa è un peccato mortale. I 7 vizi capitali, da sé non sono mortali ma possono diventarlo  a seconda di come reagiremo. Il Signore Dio ha messo nel Decalogo due comandamenti espliciti, uno che riguarda le azioni: «Non commettere atti impuri, l’adulterio» e l’altro che riguarda i pensieri: «Non desiderare la persona degli altri». Chiunque manca volontariamente contro questi comandamenti, vi persiste giustificando il proprio comportamento corrotto, commette sempre peccato mortale. La lussuria è un vizio così potente, che guai a lasciarsene dominare! La schiavitù delle impure passioni è infatti la più vergognosa ed umiliante.

E’ “mortale” perché davanti a questo vizio si sacrifica la propria dignità e si diventa peggio delle bestie senza ragione, spesso trascinando, coinvolgendo anche il prossimo in un comportamento, o amori disordinati, perversi; si sacrifica la salute e la ragione, per cui si perde la retta coscienza e con essa si rifiuta la verità, si offende la Santissima Trinità che ha fatto del nostro corpo il Suo Tempio per mezzo della Grazia del Battesimo e degli altri Sacramenti. Si sacrifica il denaro, la pace della famiglia, la pace del cuore; e in definitiva si sacrifica l’anima rendendola un tizzone d’inferno. Al tempo di Noè il Signore punì questi brutti vizi con il diluvio universale; ed al tempo di Abramo punì le città delle Pentapoli (le cinque città di Adma, Gomorra, Sodoma, Zeboim e Zoar) mandando il fuoco dal cielo, che incenerì tutti gli abitanti. Se riflettiamo bene, possiamo ragionevolmente convincerci che buona parte dei mali che oggi affliggono l’umanità sono dovuti al dilagare della disonestà e della corruzione della coscienza, che ha nella lussuria e nella superbia la sua sede trionfante.

A Fatima quando la Beata Vergine Maria fece vedere l’inferno, spiegò poi alla piccola Giacinta, prima di morire, quanto segue e da lei fedelmente riportato alla cugina Lucia: “I peccati che portano più anime all’inferno sono i peccati della carne. Verranno certe mode che offenderanno molto Gesù. Le persone che servono Dio non devono seguire la moda. La Chiesa non ha mode. Gesù è sempre lo stesso. I peccati del mondo sono molto grandi. Se gli uomini sapessero ciò che è l’Eternità, farebbero di tutto per cambiar vita. Gli uomini si perdono, perché non pensano alla morte di Gesù e non fanno penitenza. Molti matrimoni non sono buoni, non piacciono a Gesù non sono di Dio“.

I bravi Confessori, non a caso, davano come consiglio quell’esame della coscienza quotidiana fondata sulla riflessione dei 7 vizi capitali, per capire in quale si fosse caduti durante la giornata, pentirsene e studiare le penitenze adatte a combattere i vizi più forti.

Oggi purtroppo sembra che molti Sacerdoti non siano più interessati a questi argomenti, spesso ci ridono sopra incuranti del monito del Signore Dio in Ezechiele 3,16-21 “… se tu ammonisci il malvagio ed egli non si allontana dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per il suo peccato, ma tu ti sarai salvato. Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità, io porrò un ostacolo davanti a lui ed egli morirà; poiché tu non l’avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate; ma della morte di lui domanderò conto a te.”

Sia lodato Gesù Cristo

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AGGIORNAMENTO DA AMICI-DIMENICANI

Ecco che cosa intendeva San Paolo quando disse di consegnare un tale a Satana a motivo del suo peccato

Quesito

Caro Padre Angelo,
Volevo qualche spiegazione su quanto dice San Paolo ai Corinzi condannando l’immoralità compiuta da alcuni; e cioè quando dice: “questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore.” (1 Cor 5,5).
Che significa questo versetto? Che nonostante i peccati commessi con il corpo, un giorno potrà essere redento?
La ringrazio.
Davide


Risposta del sacerdote

Caro Davide,
1. ti rispondo riportando quanto ha scritto F. Prat, gesuita e grande biblista nella sua monumentale opera intitolata La teologia di san Paolo.
Quella del padre Prat è una parola autorevole a motivo della sua competenza.
Ecco quanto scrive:

2. “Erano avvenuti a Corinto due fatti scandalosi dei quali si era resa complice tutta la comunità, con la sua troppo tollerante indulgenza.
Venere, patrona di Corinto, vi era onorata con un culto in cui l’impudicizia dell’Afrodite greca si alleava con le turpitudini dell’Astarte orientale. Nel suo tempio mille hieroduli apertamente facevano traffico del proprio corpo, a suo profitto e onore: la prostituzione sacra era innalzata all’altezza di un sacerdozio. I costumi pubblici erano per conseguenza anch’essi di una deplorevole rilassatezza, e vivere alla corinzia era, anche per i pagani, un’ignominia. In quell’atmosfera avvelenata, alcuni cristiani avevano subito il contagio, e uno di essi viveva in concubinato con sua matrigna, certamente vedova o divorziata.
Si parla di fornicazione tra voi, e di tale fornicazione quale neppure tra i Gentili, talmente che uno ritenga la moglie del proprio padre. E voi siete gonfi: e non piuttosto avete pianto, affinché fosse tolto di mezzo a voi chi ha fatto tal cosa! (1 Cor 5,1-2).

Non si tratta di commercio passeggero, ma di una unione stabile, come quella di Erode Antipa con Erodiade, moglie del suo fratello Filippo. La legge romana, così larga in materia di matrimoni, proibiva tali unioni, e gli esempi che la storia profana ne poteva offrire, erano riprovati dal sentimento pubblico, d’accordo in questo con l’istinto naturale. Ora i fedeli di Corinto non sembravano commuoversene troppo: continuavano a frequentare il colpevole e lo ammettevano nelle loro assemblee. Forse si lasciavano illudere da questa falsa massima, che il battesimo fa del cristiano un essere nuovo, libero da tutti i suoi vincoli antecedenti ed esente da qualsiasi proibizione legale. Così agli occhi dei rabbini la conversione al giudaismo rompeva tutte le relazioni di parentela, e Maimonide insegna espressamente che è lecito al proselito sposare la sua matrigna.
L’indignazione di Paolo fu al colmo. Era sua pratica costante il sottoporre tutti gli scandalosi a una specie di scomunica la quale portava con sé la cessazione anche delle relazioni di convenienza e di civiltà. Egli aveva minacciato questa pena agli arruffoni e agli scioperati di Tessalonica, se non avessero obbedito ai suoi ordini; più tardi imporrà a Tito di evitare l’eretico ostinato, cioè il fautore di divisioni e di disordini. Nella lettera ai Corinzi, che andò perduta, ingiungeva loro espressamente di troncare ogni relazione con gli impudichi (cfr 2 Ts 3,14)). Qual è dunque ora il suo dolore nel vedere che tollerano l’infame! Presto! si allontani l’incestuoso, affinché non siano contaminati da lui. Si era, a quanto pare, verso la Pasqua, e veniva molto a proposito questa esortazione: Non sapete che un poco di lievito fa fermentare tutto l’impasto? Togliete via il vecchio fermento, affinché siate una nuova pasta, come siete senza fermento; perché il nostro agnello pasquale Cristo è stato immolato. Solennizziamo dunque la festa non col vecchio lievito, né col lievito della malizia e della malvagità, ma con gli azzimi della purità e della verità… Togliete di mezzo a voi il cattivo (1 Cor 5,6-8).
Queste ultime parole che contengono la sentenza definitiva di Paolo, sono un’allusione al Deuteronomio (17,7) il quale stabilisce la pena di morte per certi delitti. La scomunica, specie di morte simbolica, nel Vangelo sostituisce la morte reale dell’antica Legge. Egli aveva prima pensato a una pena assai più grave e più proporzionata all’enormità del delitto.
Io però assente corporalmente, ma presente in ispirito, ho già come presente giudicato che colui il quale ha attentato tal cosa – congregati voi e il mio spirito nel nome del Signor nostro Gesù Cristo – con la potestà del Signore nostro Gesù, sia dato questo tale nelle mani di Satana per morte della carne, affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo (1 Cor 5,3-5).
I canonisti, desiderosi di trovare qui un esempio di scomunica maggiore secondo le forme attualmente in uso nella Chiesa, si domandano come mai Paolo abbia potuto fulminarla e dare ordine ai Corinzi di fulminarla in nome suo, senza istruzione del processo, senza citazione nè interrogatorio. Ma sono tutte questioni superflue: Paolo non pronunzia la sentenza e non impone ai Corinzi di pronunziarla; egli esprime soltanto il suo parere su la pena dovuta all’incestuoso notorio; forse insinua il castigo rigoroso che egli è risoluto di infliggere, nel caso in cui i fedeli non facessero nulla da parte loro. Per quello che lo riguarda, egli crede giusto e conveniente di abbandonare il colpevole a Satana, ma non dice quali formalità si dovrebbero osservare se si dovesse venire a tale castigo.

Questo castigo terribile evidentemente supponeva la scomunica, cioè l’esclusione della Chiesa con la privazione delle grazie e degli aiuti di cui la comunione dei santi è il canale; ma comprendeva pure qualche cosa di più spaventevole. Gli Apostoli che avevano ricevuto dal Signore il potere d’incatenare i demoni, avevano pure il potere di scatenarli. Il delinquente colpito da questa condanna più grave che la scomunica, veniva abbandonato alla vendetta dell’eterno nemico degli uomini e diventava preda e zimbello di Satana. Ma, siccome tutte le pene inflitte dalla Chiesa sono medicinali, lo scopo finale era sempre la conversione e la salvezza del peccatore. Almeno una volta nella sua vita, Paolo si servì di questo terribile potere: egli abbandonò a Satana Imeneo e Alessandro per insegnare loro a non più bestemmiare (1 Tm 1,20), o piuttosto perchè lo imparassero a loro spese quando fossero abbandonati, senza protezione e senza scampo, alla tirannia del demonio. Con l’incestuoso di Corinto egli è meno rigoroso; si accontenta dell’esclusione del colpevole e, se per un momento ha pensato ad un castigo più severo, lo ha fatto sempre per salvare l’anima del peccatore, affliggendo la sua carne” (F. Prat, La teologia di san Paolo, parte prima, pp. 92-95).

3. Lo stesso concetto emerge in un Commentario biblico:
Sia dato, ecc. Dare nelle mani di Satana, significa separare uno dalla comunione della Chiesa, ossia escluderlo dalla partecipazione di tutti quei beni di cui la Chiesa ha l’amministrazione. L’incestuoso scacciato così dal regno di Gesù Cristo verrà a cadere nuovamente sotto il dominio di Satana, per morte della carne, per essere cioè tormentato nel suo corpo da Satana, per mezzo di malattie e di altri dolori, in modo che nel suo cuore si sveglino buoni sentimenti.
Affinché lo spirito sia salvo. La pena, benché gravissima, è tuttavia medicinale, perchè destinata all’emendazione del reo, a reprimere la petulanza della sua carne, a indurlo a pentirsi del male fatto e a riconciliarsi con Dio, per essere salvo nel giorno del giudizio. Si osservi che l’Apostolo, dando l’incestuoso nelle mani di Satana, per morte della carne, non solo gli infligge la scomunica separandolo della Chiesa, ma lo consegna ancora a Satana affinché lo affligga e lo tormenti. Dicono infatti i Padri che gli Apostoli avevano non solo potestà di cacciare i demoni dagli ossessi, ma anche di consegnare i grandi colpevoli al demonio, perché venissero tormentati, e fossero così condotti a penitenza. Nella Scrittura infatti il demonio viene spesso rappresentato come la causa dei mali, che affliggono l’uomo nel corpo, nell’anima e nelle sue sostanze. Sono noti gli esempi di Giobbe (Gb 2,7-8), di Anania (Atti 5,1ss), di Elimas (At 13,8ss), e i vari fatti del Vangelo nei quali il demonio rende muti, sordi, furiosi, ecc., coloro dei quali si è impossessato”.

4. La Bibbia di Gerusalemme commenta: “Spesso a proposito di questo versetto si parla di «scomunica, ma la parola come tale è assente dalla Bibbia (non corrisponde esattamente ad «anàtema».
Pene di esclusione erano in uso nell’Antico testamento, nel giudaismo, a Qumran. Il Nuovo Testamento presenta diversi casi in cui però i motivi e i modi di eseguire la pena non sono uguali. Talvolta il colpevole era tenuto per qualche tempo in disparte dalla comunità (5,2.9-13; 2 Ts 3,6-l4; Tt 3,10; cfr l Gv 5,16-17; 2 Gv 10), talvolta era «consegnato» (qui; 1 Tm 1,20 a Satana, privato del sostegno dello Chiesa dei santi e, per ciò stesso, esposto al potere che Dio lasciò al suo avversario (2 Ts 2,4; cfr. Gb 1,6); anche in questi casi estremi si sperano il pentimento e la salvezza finale (qui; 2 Ts 3,15; ecc.).
Una tale disciplina suppone un certo potere della comunità sui suoi membri (cfr Mt 18,15-18).

5. Come si vede, anche nella Chiesa primitiva – che godeva della Divina Rivelazione – si usava misericordia.
Ma i metodi erano diversi dai nostri. Quello che a quei tempi era un caso isolato, oggi è un fatto purtroppo comune.
Indubbiamente la consegna a satana era terribile, ma salutare.
La salvezza dell’anima era l’obiettivo più urgente.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore ti benedico.
Padre Angelo

 

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