“I Padri mi fecero cattolico“: così il cardinale beato, ed ora anche Santo, Newman lo dichiarava a Edward B. Pusey. Questi aveva criticato il culto cattolico a Maria, ritenendolo uno sviluppo anomalo della pietà cristiana e un grave ostacolo per l’intesa degli anglicani coi cattolici, e Newman nella nota lettera a Pusey risponderà: “Non mi vergogno di basarmi sui Padri, e non penso minimamente di allontanarmene. La storia dei loro tempi non è ancora per me un vecchio almanacco. I Padri mi fecero cattolico (The Fathers made me a Catholic), ed io non intendo buttare a terra la scala con la quale sono salito per entrare nella Chiesa“.
SULLA VITA di San Newman cliccare qui santi&beati
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Entrando nella Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani che si svolge dal 18 al 25 gennaio, giorno della memoria della conversione di san Paolo, riprendono anche i tamburi della stessa musica rimbombante, atta a far sentire quei cattolici – ancora troppo legati alla Verità – come dei veri cattivi insensibili al processo di riappacificazione in corso. A seguire il video che accompagna il testo.
SCARICA FILE Coroncina per l’Unità dei Cristiani
Un anno fa, cliccare qui, vi abbiamo proposto di approfondire le vere intenzioni della Chiesa nel promuovere questa Settimana di Preghiera, nulla a che vedere con quanto sta accadendo da anni, riportiamo questo passaggio saliente:
E’ chiaro, quindi, che la Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani aveva – e dovrebbe ancora avere – lo scopo: “per l’estirpazione delle eresie, per la conversione dei peccatori e per l’esaltazione di Santa Madre Chiesa…” e che le “presenti concessioni saranno valide anche in futuro, nonostante il parere contrario di chicchessia.…”
Quanto segue, invece, è tratto “a perpetua memoria” dal Breve Cum Catholicae Ecclesiae del 15 aprile 1916, di Benedetto XV:
“Poiché la verità della Chiesa cattolica risplende principalmente per la sua unità, nulla è più auspicabile che gli uomini strappati infelicemente dalle braccia di questa Madre ritornino finalmente a Lei, con pensieri e propositi corretti.
I Romani Pontefici Nostri Predecessori, particolarmente per quanto riguarda lo scisma d’Oriente non hanno mai cessato, in ogni tempo, sia con l’autorità dei Concili, sia con paterne esortazioni, sia anche indicendo preghiere, di adoperarsi con tutte le forze affinché quelle popolazioni Cristiane, così numerose e nobili, potessero professare con un cuore solo e un’anima sola l’antica fede dalla quale si sono miseramente separati. Pertanto abbiamo approvato con tanto fervore la preghiera che qui presentiamo e che si propone lo scopo che i popoli Cristiani d’Oriente costituiscano nuovamente un unico ovile con la Chiesa Romana e siano diretti da un unico Pastore.
Infine – conclude il Pontefice -, affinché in futuro nessuna variazione od errore possano intervenire nella preghiera sotto pubblicata, ordiniamo che un esemplare della stessa venga conservato nell’archivio dei Brevi Apostolici”. Segue la Preghiera per l’unione dei Cristiani d’Oriente alla Chiesa Romana, arricchita da tante indulgenze:
«O Signore, che avete unito le diverse nazioni nella confessione del Vostro Nome, Vi preghiamo per i popoli Cristiani dell’Oriente. Memori del posto eminente che hanno tenuto nella Vostra Chiesa, Vi supplichiamo d’ispirar loro il desiderio di riprenderlo, per formare con noi un solo ovile sotto la guida di un medesimo Pastore. Fate che essi insieme con noi si compenetrino degl’insegnamenti dei loro santi Dottori, che sono anche nostri Padri nella Fede. Preservateci da ogni fallo che potrebbe allontanarli da noi. Che lo spirito di concordia e di carità, che è indizio della Vostra presenza tra i fedeli, affretti il giorno in cui le nostre si uniscano alle loro preghiere, affinché ogni popolo ed ogni lingua riconosca e glorifichi il nostro Signore Gesù Cristo, Vostro Figlio. Così sia ».
Lo stesso argomento in questo breve video
Che fine ha fatto questa Preghiera che avrebbe dovuto essere DEFINITIVA anche in futuro contro il parere di “chicchessia”? Quale sia la situazione di oggi lo spiegava bene Benedetto XVI il 18 gennaio 2012: “…le divisioni restano, e riguardano anche varie questioni pratiche ed etiche, suscitando confusione e diffidenza…” Non bisogna dimenticare nell’ecumenismo che, l’unità visibile non c’è perché… c’è il peccato. Come diceva sant’Ireneo, dove ci sono i peccati e l’eresia c’è la moltitudine, ma non c’è l’unità. Di Ratzinger si legga anche qui: Dialogare per evangelizzare. Senza entrare in polemica sterile vogliamo ricordare quanto segue, tratto da un articolo del domenicano Padre Riccardo Barile:
“Ferma restando la necessità del dialogo ecumenico, è però importante rendersi conto che non è vero che tra cattolici e luterani ci unisce la fede e ci dividono solo delle interpretazioni teologiche. È vero invece che sui sacramenti, l’Eucarestia, l’approccio alle Scritture, il ministero sacerdotale, la Messa come sacrificio, la Madonna… è proprio la fede che ci divide.” (Fr. Riccardo Barile O.P. 8.11.2016 La Nuova Bussola Quotidiana)
San Cipriano, nel suo famoso e bellissimo testo sull’Unità della Chiesa – clicca qui – anticipa la gravità dell’eresia e degli scismi definendoli opera diabolica… Spiega come il Demonio:
“Ha inventato, cosi, le eresie e gli scismi per sovvertire la fede, per corrompere la verità, per spezzare l’unità. In questo modo, coloro che egli non può più tenere nel vicolo cieco dell’antico errore, li raggira e li inganna per una nuova via. Strappa gli uomini proprio dalla Chiesa e, mentre essi credono di essersi già accostati alla luce sfuggendo alla notte del mondo, li avvolge ancora in altre tenebre senza che essi se ne accorgano. Cosi costoro finiscono per chiamarsi cristiani senza però osservare la legge del Vangelo di Cristo; e mentre camminano nelle tenebre, pensano di stare nella luce. Tutto ciò è opera appunto dell’avversario, il quale attira con lusinghe nell’errore, e — come dice l’Apostolo (2 Corinzi 11,14) — si trasforma in angelo di luce, e spaccia i suoi ministri per ministri di giustizia: costoro chiamano giorno la notte, salvezza la morte, e insinuano la disperazione con l’appannaggio della speranza, e l’incredulità sotto il pretesto della fede, e dicono Cristo l’Anticristo, cosicché frustrano sottilmente la verità con menzogne verosimili. Ma ciò accade, fratelli carissimi, quando non ci si rifà all’origine della verità, quando non se ne ricerca il principio, quando non si osserva la dottrina del magistero celeste.” (san Cipriano da L’Unità della Chiesa, eresie, scismi)
«Prima del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica intendeva il ristabilimento dellʼunità dei cristiani unicamente in termini di ritorno dei nostri fratelli separati alla vera Chiesa di Cristo… da cui si erano disgraziatamente separati. Questa fu l’espressione che usò Pio XI nella sua enciclica “Mortalium animos” del 6 gennaio 1928. Il Concilio Vaticano II ne fece un cambiamento radicale (…). il vecchio concetto dell’ecumenismo del ritorno è stato rimpiazzato, oggi, da quello di “itinerario comune”, che dirige i cristiani verso il fine della comunione ecclesiale, compresa come unità nella “diversità riconciliata».
A dire queste parole altri non è che lui, il cardinale Walter Kasper, l’eretico per l’eccellenza dei nostri tempi bui, vedi qui, che come accade ai demoni durante un esorcismo, è costretto a dire la verità. Ciò che Kasper dice è verissimo, tuttavia è così cieco da non rendersi conto della gravità di ciò che ha espresso. Lui infatti ne parla come di un traguardo, di un successo, mentre non si rende conto (lo speriamo per lui che non vi sia il dolo) che le sue parole esprimono e mettono in luce l’opera del Demonio, alla quale egli stesso si sta prestando, e non solo lui purtroppo.
L’opera di Dio per la vera Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, sigillata dalla Preghiera e dalle parole di Benedetto XV “ affinché in futuro nessuna variazione od errore possano intervenire nella preghiera sotto pubblicata“…, per il cardinale Kasper sarebbe stato proprio il Vaticano II a mandarla all’aria, a cambiarla con un “cambiamento radicale“, a volere ben altro di quanto Dio aveva ispirato e consegnato alla Sua Chiesa mediante altri Pontefici: “il vecchio concetto dell’ecumenismo del ritorno è stato rimpiazzato”… chi rifiutasse questo stravolgimento, sarebbe oggi il vero nemico di “questa chiesa”.
Si ascolti attentamente anche questo audio:
LUTERO ALLE PORTE: RIFLESSIONI SULLA SIMPATIA DEL PAPA PER LUTERO – Matteo D’Amico
Da un articolo del 28 marzo 2009, quando l’Osservatore Romano era ancora cattolico, leggiamo:
“Mi ricordo bene – scrive il cardinale Newman – come, entrato finalmente nella comunione cattolica, baciavo i volumi di sant’Atanasio e di san Basilio con delizia, con la percezione che in essi ritrovavo molto di più di quello che avevo perduto, e come dicevo a queste pagine inanimate, quasi parlando direttamente ai gloriosi santi che le hanno lasciate in eredità alla Chiesa: Ora, senza possibilità alcuna di errore, voi siete miei, e io sono vostro“.
Il 20 maggio 2009 ecco un’altro articolo su Newman nell’Osservatore Romano:
“Godo nel dire che a un gran male mi sono opposto fin dal principio. Per trenta, quaranta, cinquant’anni anni ho resistito, con tutte le mie forze, allo spirito del liberalismo religioso, e mai la Chiesa ebbe come oggi più urgentemente bisogno di oppositori contro di esso, mentre, ahimé, questo errore si stende come una rete su tutta la terra“.
“Il liberalismo religioso è la dottrina secondo la quale non esiste nessuna verità positiva in campo religioso, ma che qualsiasi credo è buono come qualunque altro; e questa è la dottrina che, di giorno in giorno, acquista consistenza e vigore. Questa posizione è incompatibile con ogni riconoscimento di una religione come vera. Esso insegna che tutte sono da tollerare, in quanto sono tutte materia di opinione. La religione rivelata non è verità, ma sentimento e gusto, non fatto obiettivo (…) Ogni individuo ha diritto a interpretarla a modo suo (…) Si può andare nelle chiese protestanti e in quelle cattoliche; si può ristorare lo spirito in ambedue e non appartenere a nessuna. Si può fraternizzare insieme in pensieri e affari spirituali, senza avere dottrina comune o vederne la necessità. Poiché la religione è un fatto personale e un bene esclusivamente privato, la dobbiamo ignorare nei rapporti reciproci“.
Newman aggiungeva nel 1879, molto preoccupato: “La bella struttura della società che è l’opera del cristianesimo, sta ripudiando il cristianesimo”; “Filosofi e politici vorrebbero surrogare anzitutto un’educazione universale, affatto secolare (… che) provvede le ampie verità etiche fondamentali di giustizia, benevolenza, veracità e simili”; sennonché – osserva Newman – un tale progetto è diretto “a rimuovere e ad escludere la religione”, specialmente quella cattolica.
Chi non riesce a scorgere, in tutto ciò, una profetica e rovinosa attualità, è evidente che egli stesso è stato già contagiato da questo “liberalismo di uguaglianza religiosa” che noi definiamo essere la perversa ECUMANIA del nostro tempo!
“Oggi si sta esattamente e largamente avverando e diffondendo la persuasione che le religioni siano equivalenti, che sia indifferente e non pertinente la questione della loro verità, che una confessione o una Chiesa si equivalgono. E che, in ogni caso, la religione appartiene esclusivamente all’ambito privato e personale, senza riflessi sociali. A non mancare di equivocità è talora lo stesso dialogo interreligioso: quando cioè dovesse attutire la coscienza che, alla fine, a importare è la religione vera. La confusione che al riguardo si sta creando, all’interno stesso di esperienze cristiane elitarie, e “profetiche”, come le chiamano, è mirabile e singolare, ma è assolutamente contraria al Vangelo e alla tradizione ecclesiale. Parlano del Popolo di Dio e ne annebbiano le certezze.” (mons. Inos Biffi – Osservatore Romano 20 maggio 2009)
Sono trascorsi nove anni da queste denunce e da questi appelli alla Verità, e la situazione è precipitata, è peggiorata tanto da aver dovuto assistere, nell’anno 2016-2017 alla glorificazione niente meno che di Lutero, tanto da dover imporre ai cattolici un certo senso di colpa e di vergogna, contro la Chiesa del passato, per averlo “ingiustamente scomunicato”…. Questa è l’ecumania diabolica che oggi guida la neo-chiesa in questo ecumenismo di cui parliamo e di cuore denunciamo, insieme al beato cardinale John Henry Newman.
Sul finire dei suoi anni, al nipotino che – in visita con la nonna Jemima, la sorella di Newman – contravvenendo alla raccomandazione di non fare domande, gli aveva chiesto: “Chi è più grande: un cardinale o un santo?”, l’anziano zio rispose: “Vedi, piccolo mio, un cardinale appartiene alla terra: è terrestre; un santo appartiene al cielo, è celeste“.
E sempre dall’Osservatore Romano del 29 ottobre 2009, riportiamo queste informazioni preziose, che oggi mai si sognerebbero – le Comunicazioni del Vaticano – di far conoscere:
La prima caratteristica è la passione per la verità. Sin dalla sua “prima conversione” (1816) Newman cercò la luce della verità e seguì questa “luce benevola” con grande fedeltà. Promosse il Movimento di Oxford (1833) per riportare la Chiesa d’Inghilterra alla libertà e alla verità delle origini. Si convertì al cattolicesimo proprio perché trovò in esso la pienezza della verità (1845). Nel suo lavoro su Lo sviluppo della dottrina cristiana scrisse: “Vi è una verità; vi è una sola verità; l’errore religioso è per sua natura immorale; i seguaci dell’errore, a meno che non ne siano consapevoli, sono colpevoli di esserne sostenitori; si deve temere l’errore; la ricerca della verità non deve essere appagamento di curiosità; l’acquisizione della verità non assomiglia in nulla all’eccitazione per una scoperta; il nostro spirito è sottomesso alla verità, non le è, quindi, superiore ed è tenuto non tanto a dissertare su di essa, ma a venerarla (…) Questo è il principio dogmatico, che è principio di forza“.
Newman fu dominato dalla persuasione che la Verità esiste ed è “una sola”, o la Chiesa Cattolica dice e possiede questa Verità, oppure non esiste e tutti siamo stati ingannati. Solo dalla ricerca di questa verità fluisce il vero dialogo, che solo la verità ci fa autentici e liberi e ci apre la strada verso la realizzazione di noi stessi. Senza la Verità il dialogo che si pretende avanzare è FALSO, è difettato, inizia da una menzogna e finisce nel baratro delle utopie ingannatrici.
Quanto alla formazione dei fedeli laici, che gli stava molto a cuore, Newman scrisse: “Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nel parlare, non litigioso, ma fatto di uomini che conoscono la loro religione, che vi entrano dentro, che sanno benissimo dove si trovano, che sanno quello che possiedono e quello che non possiedono, che conoscono la propria fede così bene che sono in grado di spiegarla, che ne conoscono la storia tanto a fondo da poterla difendere, che sappiano metterla in pratica ed essere coerenti ad essa. Voglio un laicato intelligente e ben istruito (…) Desidero che allarghiate le vostre conoscenze, coltiviate la ragione, siate in grado di percepire il rapporto fra Verità e verità, che impariate a vedere le cose come stanno, come la fede e la ragione si relazionino fra di loro, quali siano i fondamenti e i principi del cattolicesimo (…) Sono sicuro che non diventerete meno cattolici familiarizzandovi con questi argomenti, purché manteniate viva la convinzione che lassù c’è Dio, e ricordiate che avete un’anima che sarà giudicata e dovrà essere salvata“.
In una lettera del 14 maggio 1979, indirizzata all’arcivescovo di Birmingham in occasione del centenario del cardinalato di Newman, Giovanni Paolo II scrisse: “Lo stesso Newman, con visione quasi profetica, era convinto che egli stava lavorando e soffrendo per la difesa e la promozione della causa della religione e della Chiesa non solo nel periodo a lui contemporaneo ma anche per quello futuro. La sua influenza ispiratrice di grande maestro della fede e di guida spirituale viene percepita sempre più chiaramente proprio nei nostri giorni“.
Trent’anni dopo la conversione, Newman confidò: “Dal 1845 non ho mai esitato, neppure per un solo istante, nella convinzione che fosse mio preciso dovere entrare, come allora ho fatto, in questa Chiesa cattolica che, nella mia propria coscienza, ho sentito essere divina“. E quando si sussurrava che, deluso del trattamento che gli era riservato nella Chiesa Cattolica, avesse intenzione di ritornare alla Chiesa anglicana, egli smentì con indignazione quelle voci: “Non ho mai vacillato un istante nella mia fiducia nella Chiesa Cattolica, da quando sono stato accolto nel suo grembo. Sarei un perfetto imbecille – per usare un termine moderato – se nella mia vecchiaia abbandonassi “la terra dove scorrono latte e miele”, per la città della confusione e la casa della servitù“.
In altro spazio parleremo della famosa discussione della e sulla Coscienza, il testo di Newman oggi fortemente abusato, storpiato e strumentalizzato…
“Desidero che continuiate a dirigere (la Casa di Birmingham)”, gli scrisse Leone XIII, e parlò a lungo di questo“: quella di Papa Leone non è solo benevola concessione per evitare a un uomo di veneranda età le comprensibili difficoltà di un trasferimento a Roma e i possibili inconvenienti derivanti dal lasciare la congregazione da lui fondata; è la testimonianza che il Papa aveva perfettamente colto ciò che l’Oratorio significava per Newman, il quale gli aveva detto: “Da trent’anni sono vissuto nell’Oratorio, nella pace e nella felicità. Vorrei pregare Vostra Santità di non togliermi a san Filippo, mio padre e patrono, e di lasciarmi morire là dove sono vissuto così a lungo“… fervida espressione di amore per la propria vocazione veramente cattolica.
Ciò che abbiamo imparato da Newman e che possiamo ancora imparare è il come “delle volte il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare. Normalmente la Chiesa non deve far altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, nella dottrina dei Padri e nella Verità, nella Tradizione e nei Sacramenti, stare tranquilla e attendere la salvezza di Dio.”
L’ultima prova della Chiesa, dal Catechismo della Chiesa Cattolica
- Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne.
«Adesso credete? Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv.16,31-33)
“Davvero era tempo di lavorare per il trionfo della Chiesa Cattolica.
La Croce risplende di luce
Tutto all’inizio fu bello e facile. Poi venne un periodo di grandi prove. Pose mano a grandi opere: la fondazione dell’Università a Dublino, la traduzione inglese della Bibbia, la direzione di una rivista, la fondazione di un Oratorio a Oxford per i giovani cattolici che frequentavano l’Università, sembravano fallire tutte tra le sue mani. Padre Newman si trovò solo, incompreso, considerato quasi pericoloso… Ma nulla lo scoraggiò. Fedelissimo alla Chiesa Cattolica, compì la difesa della Verità con i suoi poderosi volumi che guadagnarono al Cattolicesimo la simpatia degli anglicani e l’ammirazione degli avversari. Lui, da parte sua, non si sentiva rivale di nessuno, rispondeva con il perdono, la preghiera, il servizio ai giovani.
Nell’Oratorio di Birmingham, dove viveva, si occupava dell’educazione intellettuale, morale, integrale dei ragazzi, con uno stile di bontà e di amorevolezza, sulla scia di San Filippo Neri e come sarebbe piaciuto a un umile grandissimo contemporaneo, Don Bosco (che per la conversione degli anglicani aveva pure pregato, sofferto e operato presso Pio IX…). Ma sembrava essere un dimenticato: brillavano ora quei convertiti – Faber, Manning, Ward – cui egli aveva aperto la strada. Nel 1864, però, capitò che il dott. Kingsley, in un opuscolo, tacciò i cattolici di ipocrisia, aggiungendo che i preti cattolici sono dei bugiardi…
Padre Newman insorse con la forza del suo genio, spiegando tutti i motivi della sua conversione al Cattolicesimo. Nacque il suo capolavoro: l’Apologia pro vita sua, in cui scriveva: “Nella Chiesa Cattolica, riconobbi immediatamente una realtà nuovissima per me. Sentii che non ero io a costruirmi una Chiesa con lo sforzo del mio pensiero. Il mio spirito allora si quietò in se stesso. La contemplavo – la Chiesa – come un fatto obiettivo, di incontrovertibile evidenza”. Fu un grande trionfo che fece risuonare per tutta l’Inghilterra il nome di John Henry Newman: non era più possibile accusarlo di doppiezza e di slealtà.
Nel 1879, Papa Leone XIII lo creò Cardinale. Quando gli fu portata la notizia inattesa, pianse di gioia e disse: “Le nubi sono cadute per sempre”. Era la gioia di chi, dopo tante lotte per la Verità, vedeva che la Verità si era fatta strada ed illuminava il cammino di molti. Visse ancora undici anni nel suo romitaggio di Birmingham, in due stanze colme di libri, pregando, irradiando luce, guidando le anime alla Verità, la sua unica passione fin dall’infanzia. I suoi libri, le sue conferenze, la sua opera di educatore, rivelarono dovunque il suo genio interamente posseduto da Cristo.
L’undici agosto 1890, il Cardinal John Henry Newman, diradata ogni tenebra, andava incontro al suo Dio, “la Luce gentile” che aveva guidato sempre i suoi passi. Sulla sua tomba volle scritto solo il suo nome e la rapida sintesi della sua esistenza: “Ex umbris et imaginibus in Veritatem”, “Dalle ombre e dalle figure alla Verità”.” (Autore: Paolo Risso)
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Laudetur Jesus Christus
In questo breve video vi offriamo un breve percorso storico iniziato sotto il pontificato di San Pio X ed ancora oggi in crescendo, che va ad arricchire la Tradizione della Chiesa, assai utile per noi oggi troppo spesso immersi in una ecumania disastrosa e fuorviante per la quale, già lo stesso Giovanni Paolo II, volle bloccare attraverso il documento della Dominus Jesus… Ascoltiamo cosa dicevano sia Benedetto XV quanto Benedetto XVI in proposito, e facciamone tesoro.

Ti facciamo capire in otto punti la questione della salvezza per i non-cattolici
La Dottrina cattolica di sempre dice così:
1 La Chiesa Cattolica è la Chiesa di Gesù Cristo
2 Dal momento che la Chiesa Cattolica è la Chiesa di Cristo, senza la Chiesa cattolica non ci si può salvare (extra Ecclesiam nulla salus, frase che è stata “dogmatizzata” come afferma anche Pio XII: “Ora tra le cose che la Chiesa ha sempre predicate e che non cesserà mai dall’insegnare, vi è pure questa infallibile dichiarazione che dice che non vi è salvezza fuori della Chiesa.” (Lettera al Sant’Officio, del 8.11.1949).
3 Ciò non vuol dire che per salvarsi occorra aderire all’anima e al corpo della Chiesa, per alcuni basta aderire solo all’anima; ed è il caso di coloro che dovessero trovarsi fuori la Chiesa Cattolica per “ignoranza invincibile”.
4 Coloro che si trovano in “ignoranza invincibile” e si salvano, si salvano non perché sono non-cattolici, ma malgrado lo siano e dunque si salvano non rispettando bene i dettami delle loro false religioni, bensì seguendo la retta coscienza per quanto è loro possibile.
5 Questo fa capire che singole verità che indubbiamente esistono nelle varie religioni non cattoliche non costituiscono di per sé strumenti salvifici, ma sono solo strumenti per poter eventualmente costituire una pacifica convivenza o alimentare una coscienza retta.
6 Con alcuni documenti del Concilio Vaticano II si è passati dalla constatazione dell’esistenza di verità all’interno di false religioni, all’innalzamento di questi a valori e strumenti di salvezza. Ciò però non solo tende a contraddire i precedenti insegnamenti, ma di fatto trasforma il male in una sorta di bene-dimezzato.
7 Da qui l’attuale clima iperecumenista per cui l’evangelizzazione sembra essere diventata un optional.
8 Questo atteggiamento di non considerare più il male come male, ma come bene-dimezzato si sta riflettendo anche in campo morale.
Breve di San Pio X sull’ortodossia del Cardinale Newman
John Henry Newman (Londra, 21 febbraio 1801 – Edgbaston, 11 agosto 1890), nato nella setta anglicana e più tardi ministro di essa, si converti alla Fede Romana nel 1845 e ricevette l’ordinazione sacerdotale due anni a Roma. Benedetto da Pio IX, da questi ricevette la direzione degli Oratoriani (a cui aveva aderito) d’Inghilterra. Mente brillantissima, Leone XIII lo annoverò fra i Cardinali nel 1879. L’altezza del suo pensiero fu causa dopo la sua morte di fraintendimenti: i modernisti vi si riallacciarono e se ne proclamarono eredi. L’ortodossia del cardinale (nemico acerrimo peraltro del liberalismo religioso) fu difesa da mons. Edward Thomas, vescovo di Limerick, e fu confermata da san Pio X in persona nel breve “Tuum illud opusculum” del 10 marzo 1908 indirizzato al suddetto Prelato irlandese. Radio Spada ve lo offre in traduzione italiana.
PIUS PP. X
VENERABILI FRATRI
EDUARDO THOMAE EPISCOPO LIMERICIENSI
CIRCA SCRIPTA CARDINALIS NEWMAN
Venerabile fratello, salute e apostolica benedizione.
Con la presente ti informiamo che il tuo saggio, nel quale dimostri che gli scritti del cardinale Newman, lungi dall’essere in disaccordo con la Nostra lettera enciclica Pascendi, sono molto in sintonia con essa, è stato da Noi decisamente approvato: poiché non avresti potuto meglio servire e la verità e la dignità dell’uomo.
È chiaro che coloro di cui abbiamo condannato gli errori in quell’enciclica, avevano deciso tra loro di produrre qualcosa di loro invenzione con cui cercare elogio da parte di una persona distinta [Newman]. E così ovunque affermano con sicurezza di aver preso queste cose da questo autore, e che quindi non possiamo censurare i loro insegnamenti, senza allo stesso tempo condannare le cose che quest’autore ha insegnato.
Per quanto possa sembrare incredibile, anche se non sempre lo si realizza, ci sono uomini che sono così gonfi d’orgoglio a tal punto da sopraffare la mente, che sono convinti di essere cattolici e si spacciano per tali, mentre nelle questioni riguardanti la disciplina interna della religione preferiscono l’autorità di un dottore privato [Newman] all’autorità preminente del Magistero della Sede Apostolica. Il che non solo dimostra la loro ostinazione, ma anche la loro falsità.
Infatti, se nelle cose che [Newman] aveva scritto prima della sua professione di fede cattolica si può giustamente rilevare qualcosa che può avere una sorta di somiglianza con certe formule moderniste, hai ragione nel dire che i modernisti non possono appoggiarvisi.
Del resto, a questo proposito, il suo modo di pensare si è espresso in modi molto diversi, sia nelle parole che negli scritti pubblicati, e l’autore stesso, al momento della sua ammissione nella Chiesa cattolica, ha trasmesso tutti i suoi scritti all’autorità della stessa Chiesa affinché le emendasse ove opportuno.
Per quanto riguarda il gran numero di libri di grande importanza e influenza che scrisse come cattolico, quasi non è necessario scagionarli da qualsiasi legame con l’attuale eresia. E infatti è notorio che Henry Newman portò avanti la causa della fede cattolica con la sua prolifica produzione letteraria in modo così efficace che la sua opera fu al tempo stesso di grande beneficio per i suoi concittadini e molto apprezzata dai Nostri Predecessori: e così egli fu ritenuto degno da Leone XIII, senza dubbio astuto giudice degli uomini e delle cose, che lo nominò cardinale; e gli fu a buon diritto carissimo lungo il corso di tutta la vita.
In verità, c’è qualcosa in una così grande quantità di opere che sembra estraneo al modo consueto dei teologi, ma non si trova nulla che possa sollevare alcun sospetto sulla sua fede.
Tu affermi giustamente che – e non è da meravigliarsi – dove non erano evidenti i segnali di una nuova eresia, egli usò in certi luoghi uno stile di parlare meno cauto: ma ciò che fanno i modernisti è di prendere falsamente e ingannevolmente quelle parole fuori dall’intero contesto di ciò che intendeva dire e distorcerle per renderle consone alle loro dottrine.
Ci congratuliamo quindi con te per aver, attraverso lo studio di tutti i suoi scritti, brillantemente vendicata la memoria di quest’uomo eminentemente retto e saggio dall’ingiuria: e anche per aver esercitato al meglio delle tue capacità la tua influenza tra i tuoi connazionali, ma particolarmente tra il popolo inglese, affinché coloro che erano consueti abusare del suo nome per ingannare gli ignoranti cessassero d’ora in poi di farlo.
Vorremmo che seguissero fedelmente Newman studiando i suoi libri non secondo le loro già condannate opinioni né invocando dolosamente da essi argomenti che possano confermarle; ma facendo propri i suoi principi sinceri ed integrali, i suoi insegnamenti e il suo spirito.
Impareranno molte cose eccellenti da un così grande maestro: in primo luogo, a ritenere sacro il Magistero della Chiesa, a difendere la dottrina trasmessa inviolata dai Padri e, ciò che è di somma importanza per la salvaguardia della verità cattolica , a seguire e obbedire con la massima fede al Successore di San Pietro.

LETTERA DI SAN MASSIMILIANO MARIA KOLBE:
Carissimi Figli, nelle difficoltà, nelle tenebre, nelle debolezze, negli scoraggiamenti ricordiamoci che il Paradiso si sta avvicinando. Ogni giorno che passa è un intero giorno in meno di attesa.
Coraggio, dunque! Ella ci attende di là per stringerci al Cuore.
Inoltre, non date retta al diavolo, qualora volesse farvi credere che il paradiso non esiste, ma non per voi, perché, anche se aveste commesso tutti i peccati possibili, un solo atto di amore perfetto lava tutto al punto tale che non ci rimane neppure un’ombra.
Carissimi Figli, come desidererei dirvi, ripetervi quanto è buona l’Immacolata, per poter allontanare per sempre dai vostri piccoli cuori la tristezza, l’abbattimento interiore o lo scoraggiamento. La sola invocazione “Maria”, magari con l’anima immersa nelle tenebre, nelle aridità e perfino nella disgrazia del peccato, quale eco produce nel Suo Cuore che tanto ci ama! E quanto più l’anima è infelice, sprofondata nelle colpe, tanto più questo Rifugio di noi poveri peccatori la circonda di sollecita protezione.
Ma non affliggetevi mai se non sentite tale amore. Se volete amare, questo è già un segno sicuro che state amando; ma si tratta solo di un amore che procede dalla volontà.
Anche il sentimento esteriore è frutto della grazia, ma non sempre esso segue immediatamente la volontà. Vi potrà capitare, miei Cari, un pensiero, quasi una mesta nostalgia, una supplica, un lamento…: “Chissà se l’Immacolata mi ama ancora?”.
Figli amatissimi!
Lo dico a tutti insieme e a ciascuno in particolare nel Suo nome, notate bene, nel Suo nome: Ella ama ciascuno di voi, vi ama assai e in ogni momento senza alcuna eccezione.
Questo, carissimi Figli, ve lo ripeto nel Suo Nome.
(Lettera di S. Massimiliano Kolbe ai confratelli in Giappone il 13 aprile 1933)
La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani è una pia pratica, iniziata nel 1909 dal Padre Paolo Francesco Watson (+1940), protestante convertito.Le intenzioni, così come erano concepite nello spirito originario sono le seguenti:
- PRIMO GIORNO 18 gennaio, Cattedra di San Pietro
Pregare per la conversione di tutti coloro che sono nell’errore. - SECONDO GIORNO 19 gennaio,
Pregare per la conversione di tutti gli scismatici - TERZO GIORNO 20 gennaio, Apparizione all’ebreo Ratisbonne
Pregare per la conversione dei Luterani e dei protestanti d’Europa in genere - QUARTO GIORNO 21 gennaio, Sant’Agnese,
Pregare per la conversione degli Anglicani - QUINTO GIORNO 22 gennaio,
Pregare per la conversione dei protestanti d’America. - SESTO GIORNO 23 gennaio.
Pregare per la conversione dei cattolici non più praticanti. - SETTIMO GIORNO 24 gennaio.
Pregare per la conversione degli Ebrei. - OTTAVO ed Ultimo giorno 25 gennaio Conversione di San Paolo.
Pregare per la conversione degli islamici e di tutti i pagani
Tra le preghiere tradizionalmente approvate per tale pratica, figura la seguente CORONCINA per l’Unità. Ci si serva di una comune corona del Rosario
- Deus, in auditorium meum intende, Domine ad adiuvandum me festina
- Gloria Patri
Sui grani del Padre Nostro recitare :
- “Sacro Cuore di Gesù, abbi pietà di noi e dei nostri fratelli avvolti nelle tenebre dell’errore“,
- seguito dal Gloria Patri.
Sui grani dell’Ave Maria recitare:
- “Venga, o Signore Gesù, il tuo Regno, nell’unità della Chiesa, per mezzo della tua Santa Madre“.
Si concluda con :
- Vergine Immacolata, Tu che per singolare privilegio di grazia fosti preservata dalla colpa originale, guarda pietosa ai nostri fratelli dissidenti, che sono pure figli tuoi. Non pochi di loro, benché separati, conservano un qualche culto per Te. E Tu, generosa qual sei, ricompensali, ottenendo loro la grazia della conversione. Vittoriosa qual sei, dell’infernale serpe, fin dal principio della tua esistenza, rinnova, ora che più stringe la necessità, gli antichi trionfi, glorifica il Figlio tuo, riconducendo le pecorelle smarrite all’unico ovile, sotto la guida del Pastore universale, e sia tua gloria, o Vergine sterminatrice di tutti gli errori, aver riportato così la pace in tutto il mondo cristiano. Amen.
- Salve Regina.
- Ut omnes errantes ad unitatem Ecclesiae revocare et infideles universos ad Evangelii lumen perducere digneris: te rogamus, Domine, audi nos.
- Regina Sacratissimi Rosarii, ora pro nobis.
No nobis no nobis Domine sed nomini tuo da Gloriam, Sine sacrificio non est victoria, Pugna Filii Sancte Romanae Ecclesiae,
si ringrazia il BLOG: La Catholica Roma-perenne
(Senza sacrificio non c’è Vittoria, Combattete Figli di Santa Romana Chiesa)
Quella condanna da parte del card. Newman, così chiara e così attuale, in tempi di neomodernismo

Una bella traduzione di Aldo Maria Valli sul grande card. Newman: “Per trenta, quaranta, cinquant’anni ho cercato di contrastare con tutte le mie forze lo spirito del liberalismo nella religione. Mai la santa Chiesa ha avuto maggiore necessità di qualcuno che vi si opponesse più di oggi, quando, ahimé! si tratta ormai di un errore che si estende come trappola mortale su tutta la terra; e nella presente occasione, così grande per me, quando è naturale che io estenda lo sguardo a tutto il mondo, alla santa Chiesa e al suo futuro, non sarà spero ritenuto inopportuno che io rinnovi quella condanna che già così spesso ho pronunciato”. Luigi
Aldo Maria Valli 16-11-21
di The Wanderer
La mattina di lunedì 12 maggio 1879 il dottor Newman si recò al Palazzo della Pigna, residenza del cardinale Howard, che gli aveva prestato i suoi appartamenti per ricevervi il messaggero vaticano, con il biglietto del cardinale segretario di Stato, informandolo che in un concistoro segreto tenuto quella mattina Sua Santità, papa Leone XIII, si era degnato di elevarlo al rango di cardinale. Alle undici, le sale erano gremite di cattolici, sacerdoti e laici inglesi e americani, oltre a molti membri della nobiltà romana e dignitari della Chiesa, riuniti per assistere alla cerimonia.
Poco dopo mezzogiorno fu annunciato il messaggero vaticano. Questi consegnò il biglietto al dottor Newman, il quale, dopo aver rotto il sigillo, lo consegnò a sua volta al dottor Clifford, vescovo di Clifton, che ne lesse il contenuto. Il messaggero informò poi il neo cardinale che Sua Santità lo avrebbe ricevuto in Vaticano l’indomani alle ore dieci per conferirgli la berretta. Gli fece i complimenti e l’ormai cardinale Newman rispose con quello che è noto come il Discorso del biglietto, nel quale, tra l’altro, si dice quanto segue: “Per trenta, quaranta, cinquant’anni ho cercato di contrastare con tutte le mie forze lo spirito del liberalismo nella religione. Mai la santa Chiesa ha avuto maggiore necessità di qualcuno che vi si opponesse più di oggi, quando, ahimé! si tratta ormai di un errore che si estende come trappola mortale su tutta la terra; e nella presente occasione, così grande per me, quando è naturale che io estenda lo sguardo a tutto il mondo, alla santa Chiesa e al suo futuro, non sarà spero ritenuto inopportuno che io rinnovi quella condanna che già così spesso ho pronunciato”.
Ciò che Newman intendeva per liberalismo sarà ciò che la Chiesa chiamerà, qualche decennio dopo, modernismo: «Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo la quale non c’è verità positiva nella religione: un credo vale l’altro. [Il liberalismo religioso] è un’opinione che acquista posizione e forza giorno dopo giorno. È contrario a qualsiasi riconoscimento di una religione come vera e insegna che dobbiamo essere tolleranti con tutti, poiché tutto è una questione di opinione” (Apologia pro vita sua. Storia delle mie idee religiose).
Ecco perché colpisce così tanto che i modernisti usino il povero Newman per portare l’acqua al proprio mulino, presentandolo più e più volte come il grande promotore del Vaticano II – cosa avrebbe detto Newman di Dignitatis humanae? – e i fondamentalisti, aderendo alla menzogna dei modernisti, lo mettano sulla strada degli indagati, alla cui lettura è meglio non avvicinarsi.
Fonte: caminante-wanderer.blogspot.com
Titolo originale: Newman y el modernismo
Traduzione di Valentina Lazzari

FRATELLI SEPARATI FUORI DELLA CHIESA – di san Giovanni Bosco
“Le Chiese de’ Valdesi e de’ Protestanti e di tutti gli altri eretici non hanno i caratteri della vera Chiesa. Non sono una, perchè non hanno la medesima fede, nè la medesima dottrina, nè uno stesso capo. Anzi è difficile trovar due ministri di una medesima setta eretica, i quali vadano d’accordo sopra i punti principali di loro credenza. Quindi ne avvengono continue divisioni in cose di massima importanza. La sola Chiesa protestante, non molto dopo la sua fondazione, era già divisa in più di dugento sette.
Dove possono mai avere unità di fede?
Non sono sante, perchè rigettano tutti od in parte i Sacramenti, da cui solo deriva la vera santità; professano più cose contrarie al Vangelo, ripugnanti a Dio medesimo. In tutte le vite degli eretici, degli increduli, degli apostati, non si può citare un Santo, neppure un miracolo. Che anzi i principali autori delle sette si deturparono con vizi e delitti. Calvino e Lutero asserivano fin da’ loro tempi che i cattolici erano assai migliori dei riformati. Ed Erasmo, caldo promotore del protestantismo, ebbe a dire che tutti gli uomini illustri della Riforma, ben lungi dal far miracoli, non hanno nemmeno potuto guarire un sol cavallo zoppo.
Non sono cattoliche, perchè sono ristrette in alcuni luoghi, ed in questi luoghi medesimi cangiano la loro dottrina a seconda dei tempi. Neppure sono cattoliche riguardo al tempo, giacchè, paragonate alla Religione Cattolica, contano pochi secoli di esistenza, non oltrepassano l’epoca de’ loro fondatori, niuna si estende fino a Gesù Cristo. Non sono apostoliche, perchè non professano, anzi rigettano molte cose dagli Apostoli credute ed insegnate. Niuna delle società eretiche può vantare i suoi antecessori fano agli Apostoli. Finalmente non sono unite al Romano Pontefice che è successore di S. Pietro, Capo e Principe degli Apostoli.”
I MINISTRI PROTESTANTI IN UN LABIRINTO, di S.Giovanni Bosco.
I ministri protestanti si trovano in un vero labirinto. Nell’impossibilità di poter dimostrare che sono mandati da Dio, ricorsero alla Bibbia, e la Bibbia li condusse ad un guazzabuglio, ad un vero labirinto, in cui non possono più trovare alcuna strada onde uscire. Ciò tutto deriva dalla libera interpretazione della Bibbia.
….
Noi dimandiamo ai Protestanti: La Bibbia che voi avete, da chi l’ avete ricevuta? Essi contorcono il naso, dimenano le spalle, considerano, riflettono, e poi sono costretti di dire: L’ abbiamo ricevuta dalla Chiesa Cattolica.
Dimandiamo nuovamente: Questa Bibbia che voi avete ricevuto dai Cattolici, era giusta o falsata?
Alcuni rispondono di sì. e noi tosto loro diciamo: se questa Bibbia era giusta, non alterata, dunque la Chiesa Romana allora era la vera Chiesa; perchè dunque abbandonarla?
Altri più furbi rispondono: La Bibbia era stata alterata, e noi ci siamo occupati per correggerla.
Ottima correzione: ma chi v’insegnò il modo di correggerla? Qual originale avevate, od avete voi fuori di quelli che esistono nella Chiesa Cattolica? A questo punto i signori ministri tacciono, e non sapendo più che cosa rispondere, saltano in altra questione. – Ecco uno stradale del labirinto.
Quando poi i Protestanti leggono la Bibbia, noi possiamo loro domandare come ci spiegano le incensate, simboli della preghiera, che si offrono a’ piedi dell’ altare? Dove sono i loro candelieri, dove il loro altare, i loro turiboli, e moltissimi altri oggetti che esistono nei tempii nominati nella Bibbia? Essi non sanno mostrarcene traccia nei loro tempii; onde è che ci sono più cose che essi non potranno mai comprendere senza recarsi nelle chiese dei Cattolici.
Ho un bel fatto a raccontarvi a questo riguardo succeduto nelle missioni della China
Un catecumeno, vale a dire, un protestante che si faceva istruire per abbracciare la Religione Cattolica, un giorno incontrò un suo parente protestante, il quale, dopo alcune parole, prese a dire: Io non posso più amarti dacchè hai lasciato la nostra religione per farti Papista. – «Ed io t’amo assai, gli rispose il calecumeno; ma ti compiango ancor più, perciocchè tu ti credi illuminato, quando stai tuttavia immerso in foltissime tenebre.» Ed in tale proposito gli tenne questo singolare ragionamento, che ebbe effetto compiuto «Altra volta, diss’ egli, noi leggevamo la Bibbia, e non la intendevamo; ma nella Religione Cattolica troviamo il senso di molte cose, che prima ci erano inconcepibili. Si legge, per esempio, in S. Luca, che un Angelo apparì a Zacaria alla diritta dell’altare. In ogni luogo della Bibbia si parla dell’altare. Ove dunque sono gli altari vostri? Sapete voi quello ch’e’ siano? Ma andate dai Cattolici: presso di loro troverete un altare.» Il protestante restò muto da prima; poi disse: A VERO.
Dimandiamo ai Protestanti se la santità sia essenziale alla vera Chiesa di Gesù Cristo; e rispondono di si. Dimandiamo se nella Chiesa Cattolica ci siano stati Santi; rispondono di sì. Dimandiamo se tra tutte le chiese riformate possano vantare un solo Santo, un solo miracolo operato da qualcuno di loro setta; e sono costretti a dire: no. Dunque, conchiudiamo, dunque voi convenite che la santità c’è nella Chiesa Cattolica, senza poterci dare la minima prova che ci sia nella chiesa riformata.
…….
Dicono i Protestanti: la sola fede giustifica; perciò non occorre fare opere di penitenza: chi crede, si salva. Ma noi dimandiamo che cosa vogliono dire quelle parole del Vangelo: Se non farete penitenza, tutti similmente perirete? Quelle di S. Paolo, ove dice: Dobbiamo tutti presentarci al tribunale di Gesù Cristo, e ciascuno dovrà render conto di quel tanto di bene e di male che operò in vita sua? Che cosa vogliono dire queste parole? Tacciono, e col loro silenzio mostrano che sono in un labirinto.
…….
che cosa dicono i Protestanti per dimostrarci dove fosse la loro Chiesa prima di Calvino e di Lutero?
Incontrano gravi difficoltà a risponderci: perchè noi dimandiamo loro: questa Chiesa o era visibile, e mostrateci un uomo solo che prima dei vostri eresiarchi abbia professato il Protestantismo d’oggidì; oppure ci dicono che era invisibile: e sarebbe lo stesso che dire: la Chiesa dei Protestanti fu per 1500 anni visibile, ma andò viaggiando dalle stelle al sole, dal sole. alla luna, finchè giunse a trovare un nido, una tana, od una casa dove abitare…..
Perchè ridete?. (Dice S.Giovanni Bosco a chi gli pone domande – anche io rido, non ho potuto fare a meno – e rispondono):
F. Ridiamo, perchè la Chiesa non è una volpe, che vada a cercarsi una tana, nemmeno è un uccello, che vada in cerca del suo nido, neppure un uomo ramingo, il quale cerchi una casa ove ricoverarsi.
Continua S.Giovanni Bosco:
P. Che cosa volete voi adunque che sia questa Chiesa?
F. Questa Chiesa, la vera Chiesa di Gesù Cristo, deve essere una congregazione di fedeli cristiani, che professino la fede e la legge di Gesù Cristo sotto la condotta de’ legittimi Pastori, di cui Capo Supremo è il Romano Pontefice, stabilito da Dio per suo Vicario in terra.
P. Questa sarebbe la vera Chiesa di Gesù Cristo, la quale doveva mostrarsi visibile in ogni tempo per ammaestrare ed accogliere i fedeli di tutti i tempi.
Ma noi dimandiamo ai Protestanti dov’è la succession legittima dei vostri Pastori? Qual è il Capo visibile della vostra Chiesa, cui si possano applicare quelle parole del Vangelo: ite, docete; andate, insegnate
A queste dimande i ministri protestanti tacciono e confessano di essere in un labirinto.
F. Ma i ministri protestanti non trattano mai questi argomenti dai loro pulpiti?
P. Questi argomenti per lo più da loro si passano sotto silenzio, e se talora ne parlano, il fanno solo per fabbricare menzogne e calunnie contro alla Chiesa Romana.
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Quando i valdesi nel 1853 si insediarono a Torino con un tempio e una scuola, san Giovanni Bosco insorse e mobilitò i benefattori per costruire nelle vicinanze una chiesa cattolica e una scuola, in modo di contrastare la propaganda degli eretici. Pubblichiamo l’articolo apparso sul Bollettino Salesiano dell’epoca (anno II, n.5. maggio 1878 a firma di Don Bosco) che descrive la vicenda con un eloquente titolo.
Gli agnelletti cattolici nelle zanne dei lupi
Da qualche tempo uno scempio crudele si va facendo in molti paesi cattolici. Ministri protestanti , gente prezzolata , per lo più fuorusciti, e il rifiuto della Chiesa Cattolica, già s’insediarono in varie città e borgate d’ Italia; e coll’ oro degli Stati Uniti, o dell’ Inghilterra, o della Prussia erigono templi e cappelle, fondano asili, aprono scuole ed ospizi, e con premii e regali di fogli e di libri perversi, e bibbie falsificate , con sussidii di denaro e di pane Con pensioni e posti gratuiti vi attirano i fanciulli cattolici. Avuti che li hanno, riempiono la tenera lor mente di tutti gli errori dell’empia setta, e instillano nei vergini cuori odio e disprezzo contro la Chiesa Cattolica, i suoi ministri e le sante sue leggi. In modo siffatto i nostri giovanetti vengono poco per volta alienati dalla Religion nostra santissima, distaccati dal Capo supremo e primo Pastor della Chiesa, e infine impegnati nella eresia, e avvincolati coi ministri di lei.
Dopo breve tempo che frequentano tali congreghe e scuole, ne risentono i funestissimi effetti. Certi ragazzi traditi così mostransi tosto talmente sprezzanti delle cattoliche pratiche, e di tanti e sì gravi errori imbevuti, che fuori di un miracolo non saranno Cattolici più, nè in vita, nè in morte , e periranno naufraghi della fede. Ci è occorso di trovarci più volte al letto di morte di questi infelici; ma di rado ci fu dato di poterli ricondurre al seno della Cattolica Chiesa da loro abbandonata.
Il più delle volte i lupi che ne fecero preda, temendo che il Sacerdote cattolico loro si appressi in quell’ultima ora, li assistono sino a che hanno perduta la cognizione o la parola, facendoli così passare dai loro artigli in quelli di Satana.
Quello poi che trafigge l’anima del più acerbo dolore, si è il vedere un buon numero di parenti e genitori cattolici a prestarsi a questi maneggi ereticali, e per una vile moneta, per un tozzo di pane, per un misero sussidio consegnare i proprii figli nelle zanne dei lupi.
Taluni degli antichi Ebrei, fattisi idolatri, deponevano nelle braccia infuocate dell’idolo Moloch i proprii figliuoli, immolandoli così a quella divinità falsa e bugiarda; (1) ma questi Cattolici, se ancor lo sono, fanno di peggio. Non i corpi soltanto essi sacrificano dei figli loro, ma l’ anima insieme, dal sangue di Cristo redenta. Non li consegnano nelle mani roventi di un infame simulacro, ma nelle braccia di fuoco del re dell’inferno.
Il lettore ci condoni questo sfogo. La piena del dolore per quello che vediamo nella stessa Torino, è sì grande, che ci trabocca dal cuore. Lunghesso ad uno dei più bei Corsi di questa città, il Corso del Re, il quale congiunto con quello del Principe Amedeo si estende di tre chilometri in circa, fiancheggiato a destra e a sinistra da moltissime case, in mezzo a numerosissima popolazione cattolica i protestanti innalzarono un così detto loro tempio con ospizio, scuole ed asilo infantile.
A questa disgrazia un’ altra si aggiunge, ed è che in tutto queste spazio non trovansi né Case di beneficenza, né Chiese cattoliche vicine. Per, questo motivo e per la prossimità dello stabilimento eretico molte famiglie mandavano in questo i proprii figli, che uniti coi fanciulli protestanti, e da maestri protestanti istruiti, perdono la vera Religione, la Fede di Gesù Cristo.
Quale sciagura per un gran numero di anime! Quale cordoglio per un cattolico!
Cooperatori e Cooperatrici, è d’uopo impedire, per quanto dipende da noi, sì lagrimevoli fatti, e dove già sono succeduti, diminuirne almeno le conseguenze fittali. E in che modo! Coll’innalzare Chiese in quei siti medesimi, stabilire scuole ed ospizi di carità, e così togliere ai padri di famiglia il grave cimento d’ inviare i loro figli alle case dell’errore, sotto allo specioso pretesto che la necessità non ha leggi.
A questo religioso e benefico scopo mirano parecchie Chiese ed Istituti Salesiani o già costruiti, o che si stanno fabbricando. Tra questi è l’ Ospizio e la Chiesa di san Giovanni Evangelista in Torino, a breve distanza dal tempio protestante.
I difficili tempi che corrono , le miserie che si fanno altamente sentire, sono di certo un grande ostacolo al compimento di un’ opera tale. Ma la carità dei Cattolici non deve venir meno in tanto bisogno. Ecchè ? Ci lascieremo noi vincere in generosità dai nemici della nostra cattolica Fede?
Essi spendono e spandono a pro dell’ errore e a danno delle anime ; e noi non faremo qualche sacrifizio a sostegno della verità, e per la eterna salute dei nostri fratelli ? Tutti quelli, a cui sta a cuore la gloria di Dio, l’onor della Chiesa, la salvezza delle anime, sono quindi invitati, anzi caldamente pregati a volervi concorrere colle loro offerte e limosine.
Essi non potrebbero fare un’azione più commendevole e santa. Qui si tratta di preservare un gran numero di fanciulli, e forse anche di adulti ed intiere famiglie, dal più evidente pericolo di perdere la Fede, che è la disgrazia più grande che possa accadere ad un’ anima.
Chi si adopra, secondo le sue forze, a conservare la Religione Cattolica nel cuor dei fedeli, ha il merito degli Apostoli, che per la stessa cagione diedero il sangue e la vita.
La santità del regnante Pontefice, essendo stata pienamente informata della costruzione di detta Chiesa, scuole ed Ospizio, se ne rallegrò altamente, ed uscì a proposito in queste memorande parole:
– «Io non posso non apprezzare e sostenere queste istituzioni. In questi momenti ognuno deve fare grandi sforzi per combattere l’errore, e dove ciò non si passa direttamente, lavorare almeno per diminuirne le conseguenze. Ciò si ottiene con queste Chiese ed istituti. Si alzano così due stendardi ; l’uno della Fede, l’altro della Carità.
Il primo fa palese la Chiesa Cattolica, ne fa conoscere l’esistenza, la dottrina inalterabile; il secondo ne svela l’amore di madre nel trarre al suo seno i fanciulli , e nell’impedire che vadano a bere il veleno della eresia.
Oh ! che gran merito hanno mai quei fedeli, che impiegano le loro sostanze a sostenere queste opere di carità e di Fede !
Mi rincresce che le attuali strettezze della Santa Sede non mi permettano di concorrervi in larga proporzione ; ma farò tutto quello che posso moralmente e materialmente. »
Così l’ augusto Vicario di Dio, LEONE XIII , i cui sentimenti sono appieno concordi con quelli dell’immortale suo predecessore Pio IX.”
Abbiamo voluto riferire queste testuali parole rivolte a D. Bosco nella particolare udienza del 16 marzo, e così fare viemeglio conoscere che le opere nostre sono approvate e promosse dal Romano Pontefice, che Dio pietoso ci ha dato per nostra Guida sicura e Maestro infallibile. Noi andiamo persuasi che assai più delle nostre varranno le sue parole a stimolare ogni fedele a concorrere alla cristiana educazione ed istruzione della tenera età, e a porre una resistenza efficace alle insidie dei protestanti di tutte le sètte, i quali, sotto l’ipocrito velo della istruzione e della carità, attentano alla vita dell’ anima degli Agnelletti Cattolici.
POTETE SCARICARE QUI I TESTI INTEGRALI DI DON BOSCO IN PDF
🙏AVVISO👉 ECCO come si risponde agli scandali, comprendiamo bene e condividiamo😇 perché le chiacchiere, le opinioni personali, L’ODIO, L’ACREDINE, LA ZIZZANIA che dividono… non portano da nessuna parte se non all’inferno… da Amici Domenicani
Nella nostra parrocchia al termine di una catechesi sull’ecumenismo la pastora ha concelebrato e ha preso la comunione sotto le due specie
Caro Padre Angelo,
ho partecipato ad una giornata parrocchiale di catechesi, a cui era invitata una Pastora Battista, Proff.ssa Lidia Maggi. Al termine della catechesi il Parroco ha celebrato la messa. La Pastora ha concelebrato ed ha preso la comunione sotto le due specie.
Ma tutto ciò è consentito dalla Chiesa Cattolica?
Grazie per la risposta
Gianfranco
Caro Gianfranco,
1. sebbene si dica che al peggio non vi sia mai limite, dubito che le cose siano andate come me le hai descritte.
Mi sembra una cosa del tutto inverosimile e anche particolarmente grave.
2. In ogni caso: circa la concelebrazione va detto che la pastora non ha consacrato niente.
E questo semplicemente perché le manca la potestas ordinis, la potestà di consacrare.
3. Per consacrare il corpo e il sangue del Signore è necessario aver ricevuto questo potere soprannaturale comunicato da Cristo agli Apostoli e da questi trasmesso ininterrottamente attraverso una catena di persone che giunge fino ai nostri sacerdoti.
Ora la pastora non ha ricevuto da nessuno questa trasmissione di potere che la rende capace di consacrare.
4. Va detto anche che la Chiesa Cattolica ha dichiarato in maniera definitiva di non avere ricevuto da Cristo l’autorizzazione di trasmettere la consacrazione sacerdotale alle donne.
E pertanto anche qualora venisse compiuto il rito dell’ordinazione sacerdotale tale ordinazione è invalida.
Per cui su rimane assodato che la pastora all’altare non ha fatto nulla, non ha celebrato alcun sacramento.
5. Va ricordato anche che per chi attenta alla celebrazione di un sacramento è annessa una scomunica riservata alla Santa Sede.
Lo ricorda il canone 1378 § 2: “chi non elevato all’ordine sacerdotale attenta l’azione liturgica del Sacrificio eucaristico”.
Certo la pastora non appartiene alla Chiesa cattolica e pertanto di questa scomunica non gliene importa nulla.
Tuttavia il parroco che ha fatto una cosa del genere ha compiuto un sacrilegio.
Sono certo che la cosa sarà giunta al vescovo, il quale – me lo auguro – avrà provveduto.
6. Circa la Comunione fatta dalla pastora va ricordato quanto dice il Codice di Diritto Canonico:
Can. 844 – § 1. I ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti ai soli fedeli cattolici, i quali parimenti li ricevono lecitamente dai ministri cattolici, salve le disposizioni dei §§ 2, 3 e 4 di questo canone e del can. 861, § 2.
§ 2. Ogniqualvolta una necessità lo esiga o una vera utilità spirituale lo consigli e purché sia evitato il pericolo di errore o di indifferentismo, è lecito ai fedeli, ai quali sia fisicamente o moralmente impossibile accedere al ministro cattolico, ricevere i sacramenti della penitenza, dell’Eucarestia e dell’unzione degli infermi da ministri non cattolici, nella cui Chiesa sono validi i predetti sacramenti
§ 3. I ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, dell’Eucaristia e dell’unzione degli infermi ai membri delle Chiese orientali, che non hanno comunione piena con la Chiesa cattolica, qualora li richiedano spontaneamente e siano ben disposti; ciò vale anche per i membri delle altre Chiese, le quali, a giudizio della Sede Apostolica, relativamente ai sacramenti in questione, si trovino nella stessa condizione delle predette Chiese orientali.
§ 4. Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, urgesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente i medesimi sacramenti anche agli altri cristiani che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti”.
7. Ora il minimo che si possa dire della comunione fatta dalla pastora è che vi è realmente il pericolo di indifferentismo perché i protestanti non credono nella presenza reale Gesù nell’Eucaristia né procurano di avere lo stato di grazia attraverso la Confessione sacramentale.
8. L’ecumenismo è doveroso e la divisione degli scandali è scandalosa soprattutto per i non cristiani che si avvicinano al Vangelo.
Ma quella percorsa nella vostra comunità non è questa la via giusta.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo
SOSTA: 10 aprile del 428: Nestorio diviene Patriarca di Costantinopoli… ma cosa dice il “nestorianesimo” e perché è una gravissima eresia?
Il 10 aprile del 420 il vescovo Nestorio (381-451) s’insedia come Patriarca di Costantinopoli.
A lui si deve la gravissima eresia detta nestorianesimo.
Cosa dice questa eresia e perché è tanto grave?
Il nestorianesimo afferma l’esistenza in Cristo non solo di una duplice natura (umana e divina), il che è vero; ma anche di una duplice persona (umana e divina), il che è errato. Cristo infatti ha una sola persona, che è divina.
In tal modo, secondo il nestorianesimo, i gesti umani del Cristo non avrebbero avuto un valore infinito, perché riferiti solo al soggetto umano e non a quello divino, e pertanto questi stessi gesti non avrebbero avuto la possibilità di redimere.
Ma non solo: con il nestorianesimo si negava che la Vergine Maria fosse davvero la Madre di Dio, in quanto madre solo del soggetto umano del Cristo.
Le eresie, però, vanno sempre a fine. Dopo un certo periodo di tempo vengono sconfitte, perché la Provvidenza non può permettere che facciano eccessivo danno. Possono poi riaffiorare, questo sì, ma sono sempre a tempo. Ebbene, il nestorianesimo venne condannato nel Concilio di Efeso del 431.
Proprio ad Efeso, la città dove l’Immacolata trascorse gli ultimi anni della sua vita terrena.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Come Ratzinger scoprì il cardinale inglese venuto dall’anglicanesimo
Newman, i nazisti e l’amico Alfred
del cardinale Joseph Ratzinger
«Quando nel gennaio 1946 potei iniziare il mio studio della teologia nel seminario della diocesi di Frisinga, finalmente riaperto dopo gli sconvolgimenti della guerra, si provvide a che al nostro gruppo fosse assegnato come prefetto uno studente più anziano, il quale già prima che iniziasse la guerra aveva cominciato a lavorare a una dissertazione sulla teologia della coscienza di Newman. Durante tutti gli anni del suo impegno in guerra egli non aveva lasciato cadere dai suoi occhi questo tema, che ora riprendeva con nuovo entusiasmo e nuova energia. Fin dall’inizio ci legò un’amicizia personale, che si concentrava tutta attorno ai grandi problemi della filosofia e della teologia. Va da sé che Newman fosse sempre presente in questo scambio.
Alfred Läpple, era lui infatti il prefetto summenzionato, pubblicò poi nel 1952 la sua dissertazione, col titolo Il singolo nella Chiesa. La dottrina di Newman sulla coscienza divenne allora per noi il fondamento di quel personalismo teologico, che ci attrasse tutti col suo fascino. La nostra immagine dell’uomo, così come la nostra concezione della Chiesa, furono segnate da questo punto di partenza. Avevamo sperimentato la pretesa di un partito totalitario, che si concepiva come la pienezza della storia e che negava la coscienza del singolo. Hermann Göring aveva detto del suo capo: “Io non ho nessuna coscienza! La mia coscienza è Adolf Hitler”. L’immensa rovina dell’uomo che ne derivò, ci stava davanti agli occhi».
Dal discorso del cardinale
Joseph Ratzinger in occasione
del centenario della morte
del cardinale John Henry Newman, Roma, 28 aprile 1990
Chiesa Cattolica: la vita futura secondo il cardinale Newman
(di Cristina Siccardi da Corrispondenza Romana 7 agosto 2019)
Qualche tempo fa nelle chiese si entrava per pregare, per assistere alla Santa Messa, per adorare Gesù Eucaristia, per ricevere i Sacramenti… per espletare tutto ciò che riguarda la sacralità della vita divina (la Grazia) che si innesta con la vita delle anime. Invece, sempre più, in un’accelerazione impressionante, le belle chiese, quelle architettonicamente e figurativamente degne di questa definizione, vengono allestite per espletare tutto ciò che concerne la sfera caduca della vita materiale, ovvero: attività ludiche, artistiche, musicali, di ristorazione, di ballo, di socialità-integrazione… tutto questo grazie al beneplacito della Santa Sede che, attraverso il cardinale Gianfranco Ravasi, responsabile del dicastero del Pontificio Consiglio della cultura, ha redatto direttive rivolte a tutte le comunità ecclesiali su La dismissione e il riuso ecclesiale di chiese. Linee guida (17 dicembre 2018). Il documento, come si era già spiegato su queste colonne, Corrispondenza Romana (8 maggio 2019), senza minimamente fare alcun accenno di autocritica ecclesiastica per una Chiesa emorragica, che perde sempre più vocazioni e fedeli, impartisce disposizioni che attestano in maniera palese la volontà di rinunciare alle case di Dio come patrimonio divino, per farne patrimonio civico con evidenti scopi di lucro, turistici o sociali che siano. La stessa nefandezza nel destino delle chiese assegnato dalla Chiesa di Roma, la vivono anche le chiese rette da protestanti: ormai protestanti e “cattolici” si scimmiottano a vicenda, perdendo sempre più rispettabilità e onore.
L’ultimo caso eclatante, in ordine di tempo, di riuso delle chiese vuote di fedeli è stato quello della cattedrale di Rochester, la seconda più antica d’Inghilterra dopo Canterbury, fondata nel 604 e consacrata da sant’Agostino di Canterbury (534-604), l’apostolo d’Inghilterra inviato da papa Gregorio I nel 597 al cospetto di re Ethelbert del Kent (552 ca.-616/618). In questa chiesa, retta ormai dagli anglicani, si invitano i fedeli, in questa estate 2019, a cimentarsi nel mini-golf…. con lo scopo di far frequentare il “luogo di culto”. «Open now! Sfida i tuoi amici e la tua famiglia a una partita ad Adventure Golf a tema ponti durante le nostre attività estive gratuite!» è l’annuncio diramato sui social dai webmasters della cattedrale stessa, dove sono state collocate, nella navata centrale, nove buche per nove ponti, che riproducono quelli più importanti della nazione. Ha dichiarato la reverenda Rachel Phillips della diocesi anglicana: «Speriamo che, giocando ad Adventure Golf, i visitatori riflettano sui ponti che devono essere costruiti nella loro vita e nel nostro mondo di oggi» (fonte: Tempi). Molti pastori, “cattolici” o protestanti (e le due religioni non sono più così distanti fra di loro a motivo delle loro ecumeniche asserzioni e azioni), sono ormai divenuti dei prestigiatori da circo, delle caricature di se stessi, delle grottesche maschere che hanno perso il lume della ragione. Leaders “cattolici” e anglicani sperano di richiamare l’attenzione non verso la dottrina della fede, ma verso se stessi. Il 16 luglio u.s. il neo vescovo di Imola, Giovanni Mosciatti, ha festeggiato il suo ingresso in diocesi con un concerto personale, facendo anche un giro in autodromo. «“Più forte, più forte: fatevi sentire!”. Ai piedi della Rocca Sforzesca di Imola la rockstar incita il pubblico. Domina la scena, l’ugula non mente, il timbro della sua tromba vibra nell’aria, sicura, la croce gli danza sul petto… Aspetta, un attimo. Calma. Ma che ci fa un vescovo davanti a centinaia di persone su un palco, a cantare a squarcia gola? Chissà quanti si saranno posti la stessa domanda vedendo il nuovo pastore della diocesi d’Imola, monsignor Giovanni Mosciatti, 61 anni, originario di Fabriano, nelle Marche, a suo agio tra le note di Battisti e dell’Equipe 84. E pensare che poche ore prima si trovava sotto l’altare della cattedrale di San Cassiano a ricevere la sua consacrazione episcopale» (fonte: Il Resto del Carlino).
Il prossimo 13 ottobre papa Francesco canonizzerà il cardinale John Henry Newman (1801-1890), “Dottore della Chiesa in pectore”. La contraddizione fra un testimone della Fede e della Verità rivelata del calibro di Newman e le comparse del presente teatro ecclesiastico è sconcertante: il quadro che ci offrono gli uomini contemporanei della Chiesa terrena rimanda, cinematograficamente parlando, alle visioni felliniane (pensiamo alla passerella degli abiti ecclesiastici del film Roma del 1972), producendo una squallida rappresentazione tragicomica composta da teatranti mefistofelici. Se Newman, presto santo, assistesse alle condizioni in cui versano la dottrina cattolica, le liturgie (profanate), le chiese (profanate), i seminari, nonchéi capi dissennati, non si convertirebbe più al Cattolicesimo, come invece avvenne proprio grazie alla dottrina, alle chiese (in particolare quelle di Milano e della Sicilia, che visitò con amore e dedizione, lasciando pagine indimenticabili), alle liturgie, ai santi: «La mia anima sia con i santi! Proprio a me toccherebbe alzare la mano contro di loro? Che piuttosto la mia mano destra dimentichi ogni sua arte e si dissecchi come la mano di colui che una volta osò stenderla contro un profeta di Dio! Anatema all’intera schiatta dei Cranmer, Ridley, Latimer e Jewel! Periscano i nomi di Bramhall, Ussher, Taylor, Stillingfleet e Barrow dalla faccia della terra, prima che io mi rifiuti di prosternarmi con amore e venerazione ai piedi di coloro la cui immagine ebbi sempre davanti agli occhi e le cui armoniose parole risuonarono sempre al mio orecchio e sulle mie labbra!», così egli scrive nella sua Apologia Pro Vita Sua (Jaca Book, Milano 1995, pp. 145-146), autobiografia dove ripercorre in maniera sublime il suo sofferto, lungo e avvincente cammino di conversione d’anima e di intelletto (con i sentimenti giunse all’approdo prima di dare piena ragione al suo assenso, perché, per coerenza e onestà intellettuale, volle abbracciare la Chiesa di Roma soltanto quando arrivò al pieno sviluppo delle sue tesi teologiche senza influenze emozionali).
Nel primo sermone della sua raccolta dei Parochial Sermons (Sermoni parrocchiali), intitolato La Santità è necessaria per la beatitudine futura, Newman, in quei primi giorni del suo ministero come parroco di St. Mary the Virgin a Oxford, affermò: «quella vita futura si svolgerà alla presenza di Dio, in un senso che non si applica per la vita presente; cosicché può essere meglio descritta come una interminabile e ininterrotta adorazione dell’Eterno Padre, Figlio e Spirito Santo». Newman per il suo sermone prese le mosse da un passo della Lettera agli Ebrei di san Paolo: «La santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore» (Eb 12,14).
L’autore sostiene che in questa vita terrena le persone possono scegliere cosa fare o almeno desiderarlo, mentre in quella futura saranno certe di ottenere ciò a cui aspirano. Ma è proprio questa aspettativa che Newman intende correggere e il suo giudizio è realistico: spesso, troppo spesso, non si dà importanza e non si apprezza ciò che è necessario essere e fare per la vita dopo la morte: «Pensiamo di poterci riconciliare con Dio quando vogliamo, come se null’altro sia richiesto se non un’attenzione temporanea, un tantino più dell’ordinario, ai doveri religiosi. Pensiamo che basti una certa maggiore austerità, durante l’ultima malattia, nel presenziare alle funzioni religiose, come gli uomini d’affari sbrigano la corrispondenza prima di un viaggio o ordinano le loro carte per presentare un bilancio» (J.H. Newman, Sermoni sulla Chiesa, ESD, Bologna 2004, p. 839).
Nel Paradiso, secondo il santo Cardinale, non si fa ciò che piace alle anime impure: «Qui ognuno può fare quello che gli piace, ma lì bisogna fare quello che piace a Dio». Allora il Cielo non sarà un luogo per consolidare i propri interessi mondani, grandi o piccoli, o per estendere la propria sfera di influenza o per accrescere il proprio prestigio. «Quivi sentiamo parlare unicamente e soltanto di Dio». Allora la cosa si fa assai seria. Si dovrà dar conto di tutto, anche delle case del Signore allestite come campi da golf, restaurants, gallerie espositive e quant’altro. In una immagine davvero straordinaria, a causa del modo in cui viene elaborata, Newman afferma che essere in Cielo sarà come essere in chiesa! Lì loderemo Dio, Lo adoreremo, canteremo a Lui, Lo ringrazieremo, ci doneremo a Lui e chiederemo la Sua benedizione costante, perenne, eterna. E così, come avviene qui e ora, alcuni troveranno tutto ciò delizioso, ma altri, semplicemente, lo odieranno (come fanno i demoni) e perciò non vorranno neppure stare in Paradiso. Padre John Henry dice che non dovremmo stare in un banco di chiesa per sempre o in quale modo ci si “divertirà”, ma che saremo felici di stare in Dio se durante la nostra esistenza in terra avremmo accettato le grazie del Signore e se avremmo fatto la Sua volontà.
Il giorno dopo la sua morte il celebre quotidiano The Times pubblicò un elogio funebre che terminava con queste parole: «Di una cosa possiamo essere certi, cioè che il ricordo di questa pura e nobile vita durerà e che… egli sarà santificato nella memoria della gente pia di molte confessioni in Inghilterra, se Roma lo canonizzi o no… Il santo che è in lui sopravvivrà».
I santi si riconoscono al fiuto, non a caso si parla di «profumo della santità» e quello di Newman è essenza sopraffina che dovrebbe creare vertigini, collassi e, chissà, anche conversioni, ai commedianti di oggi se solo avessero la voglia e l’umiltà di conoscere colui che in piazza San Pietro sarà annoverato fra i campioni della perfezione cristiana.
LA PROBLEMATICA QUESTIONE DI TAIZÉ (dalla pagina ufficiale di Charlie Bunga Banyangumuka)
Attorno agli anni 60, seguendo un po’ la ventata panecumenica che, nonostante la condanna esplicita di Pio XI, si cominciò a guardare con simpatia la comunità monastica di Taizé, sorta in Borgogna qualche anno prima.

Questa suddetta comunità era formata non da cattolici bensì da protestanti che, guidati da Roger Schultz (in foto mentre riceve la comunione dalle mani dell’allora cardinal Ratzinger) decise di iniziare un progetto ecumenico, una comunità volta a superare le “divergenze” fra i vari cristiani. Innanzitutto vi fu il problema della chiesa; loro erano luterani ma volevano usare la chiesetta accanto al proprio “monastero” cattolica. Ovviamente, in teoria tale permesso non doveva essere accordato ma il Nunzio Apostolico in Francia, allora il cardinal Roncalli (e futuro Papa), diede un responso positivo alla Santa Sede e quindi, con l’aiuto del futuro Giovanni XXIII, questa comunità ebbe il proprio luogo di culto.
Divenuto Papa, Roncalli non si scordò di quei monaci protestanti anzi invitò lo stesso Roger Schulz e un suo “confratello”, Max Thurian, come osservatori al Concilio Vaticano II; Thurian stesso fu poi uno degli “osservatori” del lavoro del Consilium, organo predisposto da Paolo VI per la riforma liturgica.
Lo spirito di Taizé era molto semplice ed improntato sul tema della doppia appartenenza: si poteva essere sia buoni cattolici che buoni luterani allo stesso tempo. Il nome stesso del loro luogo di culto, la chiesa della Riconciliazione, mostrava apertamente questo indirizzo ecumenico.
Lo stesso Max Thurian diceva:” L’unità della Chiesa oggi esige che noi rinunciamo a tutti i nostri particolarismi per conservare solo la fede fondamentale che ci salva e ci unisce”.
L’idea dell’esistenza di una Fede fondamentale, quindi di articoli da credersi e altri opzionali, non solo cozza con la stessa idea di depositum Fidei ma è stata condannata fortemente da Pio XI il quale ribadì la natura “unica” della Fede, in continuità col catechismo di san Pio X che afferma come il non credere ad un solo articolo di Fede porta alla perdita della Fede per intero.
Roger Schulz, interessato appunto a creare questo ibrido cattoluterano, scrisse a Pio XII nei primissimi anni della sua esperienza monastica supplicandolo di non proclamare il Dogma dell’Assunzione: come rivelò nei suoi scritti, lo fece perché temeva che il dogma avrebbe allontanato i protestanti dal suo progetto ecumenico.
Durante tutta la sua vita mai si professò cattolico nemmeno “di facciata”; vennero pubblicate lettere da parte della comunità che però si dimostrarono erronee nella loro interpretazione.
Del resto, lo stesso Schulz disse a proposito del suo rapporto con Papa Roncalli in un dialogo riportato da Padre Trippolini:«Siamo andati da papa Giovanni XXIII esprimendo i nostri dubbi e incertezze, ma lui ci ha raccomandato caldamente di rimanere protestanti e di non fare mai alcuna conversione, perché noi e lui siamo già un’anima sola. Questo lo confidiamo a Voi, ma per il momento non sarebbe opportuno pubblicarlo»
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RIFLESSIONE BREVE: lo esplicitiamo ogni volta che ricordiamo che papa Francesco “non cade dal pero” e che quanto sta accadendo ha forti radici (nel Modernismo) ben prima del Concilio e che nel Concilio furono fatte passare come un cavallo di Troia
solo che – i Papi come GPII e BXVI – avevano cercato di porvi un freno… dei limiti che lo stesso BXVI esplicitò nel caso degli anglicani convertiti con il bellissimo documento Anglicanorum coetibus del 2009, che pone paletti e regole d’oro per certe comunioni… ma lo stesso BXVI, incontrando la comunità di Taizè da papa pose chiaramente un freno a certe richieste e del progetto iniziale non se ne fece più nulla, rimase tutto fermo… condividendo SOLO i Vespri, la Preghiera comunitaria e l’adorazione eucaristica…
comunque va detto che – AD APRIRGLI CERTE PORTE – sin dall’inizio, i fratelli RICONCILIATI con a capo appunto Roger…. tessono legami importanti con le autorità ecclesiastiche cattoliche: lo stesso anno di fondazione 1949 dalle prime professioni, il cardinale di Lione organizza per frère Roger una prima udienza a Roma con Pio XII (a questo viaggio risale anche l’amicizia con Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI), IL QUALE BENEDICE L’INIZIATIVA
… Poi avverrà tutto il resto….
Il 17 febbraio del 1842, il beato Domenico della Madre di Dio (1792-1849), passionista, aprì il primo ritiro del suo istituto in Inghilterra, precisamente ad Aston Hall.
Si racconta che fu oggetto anche di umiliazioni per la sua cattiva pronuncia dell’inglese, ma egli accettò tutto con santa pazienza.
Per il suo apostolato si attirò l’ira dei locali pastori anglicani che arrivarono perfino a prenderlo a sassate.
Fu in questo periodo che il beato Domenico intensificò la sua attività per unire alla Chiesa Cattolica il Movimento anglicano di Oxford.
Fu così che chiese di incontrare il famoso pastore anglicano John Henry Newman (1801-1890), a Littlemore. Da tempo Newman stava pensando di aderire alla Chiesa Cattolica.
Fu così che, appena il beato Domenico incontrò Newman, questi chiese immediatamente di essere confessato e di accettare il suo desiderio di farsi cattolico.
La conversione di Newman destò un tale scalpore che fu seguito da altre importanti conversioni.
A commento di questi fatti, il beato Domenico disse: “Tutto quello che ho sofferto da che ho lasciato l’Italia lo stimo ben compensato con questo felicissimo successo.”
Dio è Verità, Bontà e Bellezza Il Cammino dei Tre Sentieri
ECUMENISMO
Il non detto del Papa a Lund
Ferma restando la necessità del dialogo ecumenico, è però importante rendersi conto che non è vero che tra cattolici e luterani (in definitiva tutto il mondo protestante) ci unisce la fede e ci dividono solo delle interpretazioni teologiche. È vero invece che sui sacramenti, l’Eucarestia, l’approccio alle Scritture, il ministero sacerdotale, la Messa come sacrificio, la Madonna, ecc… è proprio la fede che ci divide.
(Fr. Riccardo Barile O.P. 8.11.2016 da la NBQ)
Molti e positivi sono stati i commenti sul viaggio ecumenico di Papa Francesco in Svezia (31 ottobre – 1 novembre u.s.) per inaugurare l’anno commemorativo del cinquecentesimo anni-versario della Riforma protestante. La positività è stata ovviamente vista nell’incontrarsi e nel prendere coscienza di un riavvicinamento nonché di un diverso contesto storico che postula un nuovo tipo di rapporto. E di prendere coscienza dell’azione dello Spirito Santo.
In parallelo si sono avute perplessità e critiche sia nei riguardi di Papa Francesco, sia per mar-care le differenze tra cattolicesimo e protestantesimo manifestando il timore di una “prote-stantizzazione” della Chiesa Cattolica, che arrecherebbe seri danni alla medesima.
Mi sembra utile proporre alcune riflessioni di metodo, cioè di “come” leggere i vari testi dell’evento. La considerazione generale è che in questi casi i grandi personaggi – politici o uomini di Chiesa – non affrontano in dettaglio le questioni. Così ad esempio avvenne nel primo dei grandi incontri “dopo il Concilio”, quello di Paolo VI con Atenagora il 25 luglio 1967: i due non discussero né del Filioque né del ruolo dei patriarchi nella struttura ecclesiale. Naturalmente tali questioni c’erano e Atenagora le avvertì, risolvendole con la famosa frase rivolta a Paolo VI e giunta attraverso una tradizione non scritta: «Noi andiamo avanti da soli e mettiamo tutti i teologi in un’isola, che pensino».
Papa Francesco sembra aver adottato esattamente questa prospettiva: poniamo un gesto ecumenico, simbolico e “profetico”, poi toccherà ai teologi mettere le cose a posto. Ma chi sta su di un’isola e legge la Dichiarazione congiunta, le omelie e gli altri interventi, subito vede ciò che i testi non dicono, cioè vede una filigrana talvolta più decisiva del testo. Ed è proprio per avviare tale metodo di lettura in filigrana – metodo che si basa più sul non detto e sul confronto tra i testi che non sull’analisi dei testi stessi – che propongo cinque suggerimenti o stimoli.
1. I due tavoli. Papa Francesco spesso – non sempre – ha giocato su due tavoli: le parole ai protestanti negli incontri ecumenici e le parole ai cattolici nella Messa allo stadio. Nelle parole ai cattolici, riferendosi alla Riforma, non ha potuto non citare i santi, che «ottengono dei cam-biamenti grazie alla mitezza del cuore», atteggiamento tipico cattolico e lontanissimo dai metodi di Lutero. E naturalmente ha citato la Vergine Maria: «Alla nostra Madre del Cielo, Regina di tutti i Santi, affidiamo le nostre intenzioni e il dialogo per la ricerca della piena comunione di tutti i cristiani, affinché siamo benedetti nei nostri sforzi e raggiungiamo la santità nell’unità», «abbiamo sempre l’aiuto e la compagnia della Vergine Maria, che oggi si presenta a noi come la prima tra i Santi, la prima discepola del Signore. Ci abbandoniamo alla sua protezione e le presentiamo i nostri dolori e le nostre gioie, le paure e le aspirazioni. Tutto poniamo sotto la sua protezione, con la certezza che ci guarda e si prende cura di noi con amore di madre». Nella Dichiarazione congiunta e negli interventi ecumenici manca invece questo accenno. Il che sembra normale, ma il teologo sull’isola vede e legge una questione in filigrana: “E se un giorno si arriverà all’unità e si giocherà su di un solo tavolo, si metterà da parte la Vergine Maria o la si farà accettare?”. E la stessa domanda si estende a tanti altri contenuti che forse, prima di essere “cattolici”, sono semplicemente “cristiani”.
2. La convergenza sull’impegno umano è un punto di forza sottolineato soprattutto nella Dichiarazione congiunta. Impegno che va dall’aiuto ai poveri, al perseguimento della giustizia sociale, all’accoglienza dei migranti sino alla custodia della casa comune. Questa base è solida e può sostenere iniziative tra protestanti e cattolici favorendo l’incontro e l’accettazione vicendevole. Ma il teologo sull’isola si domanda: “È una base definitiva?”. No, perché come Gesù Cristo non operò mai dei miracoli senza relazionarli a un ulteriore itinerario – significativo il cieco nato che, dopo la luce della vista, ricevette la rivelazione di Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te» (Gv 9,37) -, così per il discepolo di Cristo l’impegno umano è aperto a un “oltre” da proporre ai destinatari e questo “oltre” nel caso dei cattolici e dei protestanti è diverso e diviso. Che cosa proporremmo a coloro ai quali andiamo incontro: solo la base comune della lectio divina o anche il sacramento della Penitenza, l’adorazione eucaristica, il Rosario ecc.?
3. L’adozione della categoria di differenze teologiche e culturali ha permesso di ritrovare punti di convergenza verso un’unità più profonda: tra noi ci sono state e ci sono «differenze teologiche», pregiudizi «verso la fede che gli altri professano con un accento e un linguaggio diversi», ma – ieri e oggi – con «una sincera volontà da entrambe le parti di professare e difen-dere la vera fede». Ma il teologo sull’isola sospira: “Come sarebbe bello se fosse così!”. Se la fede fosse la stessa e le differenze fossero solo di teologia o di linguaggio, ognuno si terrebbe le proprie differenze e l’unità sulla fede sarebbe fatta.
Invece non ci si può limitare a differenze nella teologia: vi sono differenze nella formulazione della fede che intaccano la fede stessa, che arrivano ad un “altro” Gesù Cristo e ad una “altra” Chiesa. Il voler ridurre le differenze a sole differenze di teologia all’interno di un’unica fede è un principio troppo facile che porta a conclusioni errate. Ad esempio di recente un teologo ha ipotizzato una ospitalità eucaristica tra cattolici e luterani partendo dal fatto che la fede di entrambi circa il “Fate questo in memoria di me” è identica, anche se poi sussistono spiegazioni teologiche divergenti: non è vero, quelle spiegazioni teologiche sono una diversa fede e il risultato è che quando si celebra così l’Eucaristia non si fa il “questo” richiesto da Gesù, ma si fa “altro”.
4. Bisogna ripensare e ridire la storia. Nei vari discorsi si nota un eccessivo peso sul tale procedimento, ma il teologo sull’isola si domanda: “La storia può essere necessariamente molto diversa da quella che è stata tramandata?”. C’è una verità della Riforma cattolica che non può essere oscurata. Bisogna poi concedere e non demonizzare che da entrambe le parti un qualche appoggio se non politico per lo meno istituzionale fu inevitabile (lo è ancora oggi). Bisogna tenere conto della necessità di segni di distinzione e di identificazione delle diverse culture, per cui – naturalmente senza eccessi – è naturale che protestanti e cattolici abbiano cercato di distinguersi e molti lo facciano ancora oggi. Bisogna infine usare una qualche tolleranza senza condannare sempre tutti gli eccessi, in quanto in una certa misura sono normali e nessuna riforma è mai perfettamente equilibrata. Ecco: che la storia sia andata così è normale ed è onesto così raccontarla e… proseguirla.
5. I primi padri protestanti e i padri del Concilio di Trento furono degli sprovveduti? A fronte di affermazioni tipo che ciò che ci unisce è più di ciò che ci divide o che Lutero era alla ricerca di un Dio misericordioso e finalmente l’ha scoperto in Gesù Cristo come colui che ci giustifica precedendo la nostra risposta, a fronte di tutto questo così bello ed edificante il teo-logo sull’isola si domanda: “Possibile che i padri del Concilio di Trento fossero così ingenui e sprovveduti da non essersene accorti sino a riscrivere tutto il processo della salvezza cristiana? Possibile che i primi protestanti fossero così in malafede da non accorgersi che Trento parlava quasi come loro? Possibile che solo noi oggi siamo tanto saggi da averlo scoperto?”.
In conclusione, come è stato scritto da diverse parti, i punti di distanza tra cattolici e protestanti sono parecchi e profondi: il sacramento del ministero sacerdotale e per giunta maschile (come Papa Francesco ha ribadito nella conferenza stampa in volo), la Messa come sacrificio, la transustanziazione e il tipo di presenza eucaristica che ne deriva, il numero settenario dei sacramenti, la giustificazione come rinnovamento vero e interiore dell’uomo, l’approccio alle Scritture, la provvidenza di usare un buon sistema filosofico ecc. L’accettazione di tutto ciò, che prima di essere “cattolico” è “cristiano”, è più ipotizzabile come conversioni personali che come avvicinamento tra le due comunità, fermo restando che l’incontro continua ad avere un suo senso e va perseguito grazie a quanto resta di elementi comuni. Naturalmente ogni progresso deve avvenire non come una vittoria della Chiesa Cattolica, ma come una scoperta della vera salvezza offerta da Gesù Cristo e «questo è (quasi) impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Mt 19,26).
RICORDA CHE:
L’ecumenismo prima e dopo il concilio
Una pratica “consolidata”
Ormai siamo abituati a sentir parlare di ecumenismo e più in generale di dialogo interreligioso… Non molti sanno tuttavia che questo genere di incontri e l’ideologia confusa che vi sta dietro sono stati condannati più volte dal Magistero infallibile della Chiesa, vediamo come.
La condanna della Chiesa
Nato in ambito protestante, l’ecumenismo o “pancristianesimo” venne rifiutato da Papa Pio XI nell’enciclica “Mortalium Animos” del 1928, dedicata interamente a questo argomento. Ecco un passaggio:
“Ma dove, sotto l’apparenza di bene, si cela più facilmente l’inganno, è quando si tratta di promuovere l’unità fra tutti i cristiani. […] A tali condizioni è chiaro che la Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a siffatti tentativi; se ciò facessero, darebbero autorità ad una falsa religione cristiana, assai lontana dall’unica Chiesa di Cristo.”
Parole simili troviamo anche nella prima parte dell’enciclica “Orientalis Ecclesiae” (1944) di Papa Pio XII:
“Perciò non conduce al desideratissimo ritorno dei figli erranti alla sincera e giusta unità in Cristo, quella teoria, che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali o tutte o almeno la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d’accordo, ma bensì l’altra che, senza eccettuarne né sminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verità da Dio rivelata.”
Il cambio di rotta
Dopo il concilio Vaticano II l’ecumenismo divenne invece un caposaldo del nuovo corso, soprattutto a partire da “papa” Wojtyla e dall’incontro interreligioso di Assisi del 1986 (un gravissimo scandalo). Ma ciò che era intrinsecamente sbagliato prima, non può diventare giusto poi, quindi le condanne, chiare e definitive, del passato sono ancora pienamente in vigore!
L’ecumenismo (o ecumania)??
Cosa si intende per «ecumenismo»?
Il termine ecumenismo designa un movimento nato nell’Ottocento in seno a delle comunità non cattoliche e che ha per scopo la collaborazione e il riavvicinamento delle diverse confessioni cristiane. Questo movimento ha portato alla fondazione del «Consiglio Ecumenico delle Chiese»[1]. Con lo stesso spirito si è perseguito in seguito, sulla scia dell’ecumenismo, un avvicinamento tra tutte le religioni (anche quelle non cristiane), che si è voluto ammantare dell’espressione di dialogo interreligioso.
Da dove viene il termine «ecumenismo»?
«Ecumenico» significa «universale». Padre Boyer spiega: «L’uso innovativo della parola “ecumenico” è dovuto al fatto che i protestanti, volendo designare una universalità e non volendo usare il termine cattolico, legato alla Chiesa romana, hanno scelto il suo equivalente, cioè ecumenico»[2].
Perché i protestanti hanno sentito il bisogno di lavorare all’unità dei cristiani?
Avendo respinto l’autorità del magistero, che sola può garantire l’unità nella vera fede, i protestanti si sono rapidamente disgregati in innumerevoli confessioni. Per cercare di ritrovare una certa credibilità e frenare quelli che, tra i loro seguaci, erano attratti dall’unità della Chiesa cattolica romana, occorreva loro trovare un mezzo per riunirsi in un altro modo: a questo scopo nacque il movimento ecumenico.
Quale fu l’atteggiamento della Chiesa verso il movimento ecumenico?
La Chiesa cattolica ne prese subito con chiarezza le distanze. È soltanto in occasione del Concilio Vaticano II che l’ecumenismo vi è penetrato ufficialmente.
In che documenti il Vaticano II ha trattato dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso?
Il Vaticano II ha dedicato all’ecumenismo un decreto speciale che ha per titolo Unitatis redintegratio e ha anche promulgato la dichiarazione Nostra aetate che tratta dei rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane.
Dove possiamo trovare la posizione cattolica tradizionale sull’ecumenismo?
La posizione cattolica tradizionale sull’ecumenismo è espressa nell’enciclica Mortalium animos (1928). Il suo autore, papa Pio XI, vi descriveva gli sforzi degli «ecumenici» in un modo che resta molto attuale: «Persuasi che rarissimamente si trovano uomini privi di qualsiasi sentimento religioso, sembrano trarne motivo a sperare che i popoli, per quanto dissenzienti gli uni dagli altri in materia di religione, pure siano per convenire senza difficoltà nella professione di alcune dottrine, come su un comune fondamento di vita spirituale. Perciò sono soliti indire congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere: infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che miseramente apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la divinità della sua Persona e della sua missione»[3].
Che valutazione dava Pio XI di queste attività ecumeniche?
«Non possono certo ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo portati a Dio e all’ossequente riconoscimento del suo dominio. Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo»[4].
Cosa ne conclude il Papa?
«Chiaramente consegue che quanti aderiscono ai fautori di tali teorie e tentativi si allontanano del tutto dalla religione rivelata da Dio»[5].
Che giudizio bisogna dare, secondo la fede cattolica, sull’ecumenismo?
Essendo la Chiesa cattolica l’unica Chiesa fondata da Cristo e l’unica a possedere la pienezza della verità, l’unità dei cristiani può essere ristabilita solo dalla conversione e dal ritorno nel suo seno degli individui o delle comunità separate. Tale è l’insegnamento di Pio XI in Mortalium animos: «Non si può altrimenti favorire l’unità dei cristiani che procurando il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, dalla quale essi un giorno infelicemente si allontanarono»[6]. Si tratta semplicemente della conseguenza logica della rivendicazione da parte della Chiesa di essere la sola a possedere la verità, perché non può esistere vera unità religiosa se non nella vera fede.
Prima del Vaticano II, la Chiesa si disinteressava delle comunità separate da essa?
La Chiesa non si è mai disinteressata delle comunità separate da essa, ma al contrario si è sempre sforzata di ricondurre i loro membri all’unità del Corpo mistico di Cristo. Questi sforzi concernevano il più delle volte i singoli individui, talvolta anche la totalità delle comunità separate. In occasione dei Concili di Lione (1245 e 1274) e di Firenze (1439), per esempio, ci si è applicati a ristabilire l’unione con gli orientali separati dalla Chiesa cattolica dal 1054. Convocando il Concilio Vaticano I, nel 1869, Pio IX ha invitato i cristiani separati a porre fine allo scisma e a fare ritorno nella Chiesa cattolica[7]. Leone XIII ha rivolto un appello simile a tutte le confessioni cristiane nel 1894[8].
Questi tentativi in cosa si differenziavano dall’ecumenismo attuale?
Questi tentativi si differenziavano dall’ecumenismo attuale perché erano accompagnati dalla ferma convinzione che non era la Chiesa cattolica a dover cambiare, bensì quelli che si erano separati da essa. La Chiesa è sempre stata pronta a facilitare il loro ritorno, ma mai a detrimento della fede cattolica.
Qual è la nuova concezione dell’ecumenismo?
Col Vaticano II, gli uomini di Chiesa hanno adottato un nuovo atteggiamento, che corrisponde ad una nuova dottrina. La Chiesa cattolica non viene più presentata come l’unica società religiosa che conduce alla salvezza; le altre confessioni cristiane, e perfino le religioni non cristiane, sono considerate come altre espressioni (senza dubbio meno perfette, ma comunque valide) della religione divina, come vie che conducono realmente a Dio e alla salvezza eterna. Non si parla più di conversione dei non cattolici alla Chiesa cattolica, ma di dialogo e di pluralismo religioso.
Si può fare un esempio di questo nuovo atteggiamento?
Il decreto sull’ecumenismo impiega la parola «Chiese» (al plurale) per designare le altre comunità cristiane. Prima si evitava sempre di farlo. Quando si parlava di «Chiese», s’intendevano le Chiese locali, come per esempio la Chiesa (cioè la diocesi) di Napoli o di Milano.
La parola «Chiesa» non era usata per designare almeno gli ortodossi?
La parola «Chiesa» era talvolta usata, ma in senso lato, per designare le confessioni scismatiche che conservano la successione apostolica e la validità dei sacramenti, come gli ortodossi. Ma si credeva fermamente che non c’è se non una sola Chiesa in senso proprio, perché Gesù Cristo ne ha fondato una sola. I gruppi che si separavano dalla Chiesa cattolica venivano definiti «confessioni (o comunità) cristiane», ma non si riconosceva loro il titolo di «Chiese». Oggi, invece, questo uso è diventato del tutto comune.
Qual è il fondamento teologico di questo nuovo atteggiamento?
Il fondamento teologico di questo nuovo atteggiamento è l’espressione «subsistit in» di Lumen gentium (il documento del Concilio Vaticano II sulla Chiesa). Invece di dire che la Chiesa di Cristo è la Chiesa cattolica, il testo del Vaticano II dice che la Chiesa di Cristo «sussiste» (subsistit in) nella Chiesa cattolica[9].
Perché il Vaticano II ha introdotto l’espressione «subsistit in»?
Con l’espressione «subsistit in», il Vaticano II introduce una distinzione tra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica, mentre, per la teologia tradizionale, questi due termini hanno esattamente lo stesso significato: la Chiesa di Cristo, cioè la società soprannaturale fondata da Gesù per la salvezza degli uomini, è la Chiesa cattolica.
Cosa significa esattamente, per il Vaticano II, l’espressione «subsistit in»?
Il Vaticano II intende affermare che la Chiesa di Cristo trova senz’altro la sua realizzazione perfetta e più compiuta (la sua «sussistenza») nella Chiesa cattolica[10], ma ritiene che tra le due non vi sia una piena identità di soggetto: la Chiesa di Cristo si estenderebbe anche al di là dei confini della Chiesa cattolica, ancorché in modo imperfetto, in virtù degli «elementi di verità» presenti nelle altre confessioni cristiane.
Come si può essere certi che questa è la vera interpretazione del «subsistit in»?
Questa interpretazione è stata ufficialmente confermata dalla Congregazione per la dottrina della fede nella dichiarazione Dominus Iesus del 6 agosto 2000: «Con l’espressione “subsistit in”, il Concilio Vaticano II volle armonizzare due affermazioni dottrinali: da un lato che la Chiesa di Cristo, malgrado le divisioni dei cristiani, continua ad esistere pienamente soltanto nella Chiesa cattolica, e dall’altro lato “l’esistenza di numerosi elementi di santificazione e di verità al di fuori della sua compagine”[11], ovvero nelle Chiese e comunità ecclesiali che non sono ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica».
Cosa possiamo notare in questo testo?
Possiamo innanzitutto notare che il testo designa le comunità separate da Roma come «delle comunità ecclesiali che non sono ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica». Il che implica, a rigor di logica, che esse siano almeno in comunione parziale o imperfetta.
L’espressione «piena comunione» è nuova?
La distinzione tra comunione «perfetta» e «imperfetta» (o «piena» e «non piena») costituisce una delle innovazioni teologiche del Concilio Vaticano II[12].
Qual è l’insegnamento tradizionale della Chiesa su questo argomento?
L’insegnamento tradizionale della Chiesa è questo: per salvarsi bisogna appartenere alla Chiesa o in re (cioè realmente, attraverso il battesimo, la professione della fede cattolica e la sottomissione alla gerarchia), o almeno in voto (cioèattraverso ciò che viene chiamato battesimo di desiderio, che può essere esplicito o implicito)[13]. Di conseguenza quelli che non hanno la fede cattolica o che non sono sottomessi alla gerarchia, e che, per di più, non hanno dentro di sé nessun desiderio nemmeno implicito di cercare la verità, non possono, se perseverano in queste disposizioni, procurarsi la salvezza: è questo il senso dell’adagio extra Ecclesiam nulla salus(«fuori della Chiesa non c’è salvezza»), che dunque non esclude che ci possa salvare anche al di fuori dei confini giuridici della Chiesa cattolica, ma insegna che senza la Chiesa, cioè senza o farne parte o almeno essere ordinati ad essa con il battesimo di desiderio, gli uomini non possono conseguire la salvezza eterna.
Qual è l’innovazione del Vaticano II?
Il Vaticano II ha cercato di trovare una sorta di condizione intermedia tra l’appartenenza alla Chiesa e la non appartenenza. I cristiani non cattolici, in quest’ottica, sarebbero in «comunione imperfetta» con la Chiesa (cfr. Unitatis redintegratio, n, 3; Lumen gentium, n. 15). Questo implica, logicamente, la possibilità che i membri di comunità non cattoliche possano conseguire la salvezza eterna anche senza avere il desiderio (neppure implicito) di aderire alla verità cattolica.
In che modo, secondo il Vaticano II, le comunità dissidenti possono essere in «comunione imperfetta» con la Chiesa?
Per affermare che le comunità separate dalla Chiesa sono in «comunione imperfetta» con essa, il Vaticano II fa appello al fatto che in esse sarebbero presenti «elementi di santificazione e di verità» mediante i quali prendono parte, sia pure imperfettamente, alla comunione con l’unica Chiesa di Cristo.
Ci sono numerosi gruppi separati dalla Chiesa di Roma che continuano ad affermare verità come la divinità di Gesù Cristo, e anche alcuni che hanno ancora i sacramenti validi (come gli ortodossi): non è dunque vero che le comunità separate dalla Chiesa cattolica conservano degli elementi di verità e di santificazione?
È senz’altro vero che ci sono gruppi separati dalla Chiesa cattolica che continuano ad affermare delle verità (diverse confessioni protestanti, ad esempio, professano la divinità di Gesù Cristo) o conservano i sacramenti validi (come gli ortodossi). Ma la teologia tradizionale non ha mai qualificato queste realtà – mutuate dalla Chiesa cattolica – come «elementi di santificazione» o «elementi di verità», ma piuttosto come delle «vestigia» della vera religione.
La sostituzione del termine «vestigia» con il termine «elementi di santificazione e di verità» è tanto importante?
Questo cambiamento lessicale non è di secondaria importanza, perché la parola «vestigia» esprimeva una verità capitale: gli elementi mutuati dalla Chiesa cattolica da parte delle comunità separate cessano, per il fatto stesso di essere avulsi dalla sola società religiosa alla quale Gesù Cristo li ha conferiti, di essere una realtà vivente e, per numerosi che possano essere, sono come delle “macerie” che tali comunità ereditano dalla loro precedente appartenenza alla Chiesa.
È noto, però, che il sacramento del battesimo conferito da una comunità separata dalla Chiesa può essere valido: almeno in questo caso il termine «elemento di santificazione» non è più appropriato di quello di «maceria»?
Qui occorre introdurre un’altra distinzione della teologia tradizionale: quella tra sacramento valido e sacramento fruttuoso. Un sacramento può essere valido senza essere fruttuoso, cioè senza dare la grazia, se nell’anima incontra un impedimento a questa grazia.
Si può precisare con un esempio la distinzione tra sacramento valido e sacramento fruttuoso?
Il sacramento del matrimonio sarebbe ricevuto validamente ma non fruttuosamente da una persona in stato di peccato mortale. La persona, in tal caso, sarebbe realmente sposata, ma non riceverebbe le grazie abitualmente date dal sacramento.
In che cosa questa distinzione tra sacramento valido e sacramento fruttuoso riguarda le comunità separate dalla Chiesa cattolica?
La distinzione tra sacramento valido e sacramento fruttuoso è importante perché l’appartenenza ad una comunità separata dalla Chiesa cattolica è di per sé un impedimento alla grazia. Ciò implica che una realtà sacra, benché santa in sé stessa, non può essere un autentico elemento di santità in quanto amministrata in seno ad una comunità separata dalla Chiesa. Tale comunità è, di per sé, un impedimento all’efficacia santificante dell’elemento di cui si è impadronita.
Non c’è assolutamente nessun caso in cui i sacramenti dispensati al di fuori della Chiesa possono essere fruttuosi (cioè dare la grazia)?
I sacramenti conferiti in una comunità separata dalla Chiesa cattolica possono essere fruttuosi solo nel caso in cui la persona che li riceve non aderisca formalmente all’eresia o allo scisma professati da tale comunità (è il caso, ad esempio, dei bambini che non hanno ancora l’uso della ragione, ai quali il battesimo conferisce in ogni caso la grazia, appunto perché, non avendo ancora l’uso della ragione, non possono aderire ad alcuna professione di fede eterodossa; ed è anche il caso delle persone che sono in stato di «ignoranza invincibile», cioè senza colpa da parte loro). In tal caso, anche se il sacramento è materialmente ricevuto in seno ad una comunità separata dalla Chiesa, la persona lo riceve in modo fruttuoso per il fatto che, per via della sua intenzione interiore (in voto), si sottrae all’adesione formale a tale comunità.
Questo insegnamento è già presente nei Padri della Chiesa?
Sì. Sant’Agostino, ad esempio, spiega che tutti i beni che sono nella Chiesa possono trovarsi, in una certa misura, al di fuori di essa, salvo la grazia mediante la quale questi beni sono salvifici: «Dio nella sua unità può essere onorato fuori dalla Chiesa; la fede che è una, può incontrarsi al di fuori di essa; il battesimo, che è unico, può essere amministrato validamente fuori dal suo seno. E tuttavia, come non c’è che un Dio, una fede, un battesimo, così non c’è che una sola incorruttibile Chiesa: non quella sola in cui il vero Dio è onorato, ma quella sola in cui è onorato con pietà; non quella sola in cui la vera fede è conservata, ma quella sola in cui è conservata con la carità; non quella sola in cui esiste il vero battesimo, ma quella sola in cui esso esiste per la salvezza» (Ad Cresc., I, 29).
Si può citare, su questo argomento, un altro testo antico e autorevole?
San Beda il Venerabile, che si è formato alla scuola dei Padri della Chiesa e nelle sue opere ne ha efficacemente riassunto il pensiero, nel suo commento alla prima epistola di san Pietro esprime questa verità in modo chiarissimo. Partendo dall’analogia fatta da san Pietro tra il diluvio universale ed il battesimo (1P 3,21), spiega che per quelli che sono battezzati fuori dalla Chiesa l’acqua del battesimo non è strumento di salvezza, ma piuttosto di perdizione: «Il fatto che l’acqua del diluvio non salvi, ma uccida quelli che sono situati fuori dall’arca, prefigura senza alcun dubbio che ogni eretico, benché possieda il sacramento del battesimo, è sprofondato agli inferi non da altre acque, ma da quelle stesse che sollevano l’arca al cielo»[14].
Non è esagerato dire che il battesimo ricevuto fuori dalla Chiesa è uno strumento di perdizione?
La partecipazione attiva ad una cerimonia religiosa di una comunità eretica o scismatica è in sé, per sua stessa natura, un consenso alla professione di fede di questa comunità[15]. Anche il battesimo, quindi, in tali circostanze diventa occasione di dannazione: è per questo che san Beda il Venerabile dice che l’acqua stessa del battesimo è, in questo caso, strumento di perdizione.
Il Vaticano II si oppone a questo insegnamento?
Sì, il Vaticano II si oppone a questo insegnamento, affermando che le comunità cristiane non cattoliche sono in comunione parziale con la Chiesa, e lasciando intendere che, in esse, c’è una certa presenza , benché imperfetta, della Chiesa di Cristo.
Questa idea di una presenza imperfetta della Chiesa di Cristo nelle comunità separate dalla Chiesa cattolica è stata enunciata esplicitamente?
Sì, questo concetto è stato espresso esplicitamente. Giovanni Paolo II, ad esempio, nell’enciclica Ut unum sint afferma: «Nella misura in cui tali elementi [di santificazione e di verità] si trovano nelle altre comunità cristiane, l’unica Chiesa di Cristo ha in esse una presenza operante»[16].
Questa idea si trova espressa anche nei testi del Concilio?
Nel decreto Unitatis redintegratio, riguardo alle Chiese orientali scismatiche leggiamo: «Perciò con la celebrazione dell’eucarestia del Signore in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce, e con la concelebrazione si manifesta la comunione tra di esse» (n. 15). Una comunità che si è separata dalla vera Chiesa è quindi considerata come appartenente, anche se in modo imperfetto, alla «Chiesa di Dio».
Il Vaticano II come considera le religioni non cristiane?
Anche verso le religioni non cristiane il Vaticano II cerca di avere la visione più accomodante possibile. La dichiarazione conciliare Nostra aetate si sforza di vedere in ogni modo valori positivi nell’induismo, nel buddismo, nell’islam e nel giudaismo, tralasciando invece gli errori che li caratterizzano. Non si può non registrare in questo atteggiamento un netto cambiamento rispetto al passato.
Questo cambiamento di atteggiamento è riconosciuto pubblicamente?
Il documento Dialogo e Missione del Segretariato pontificio per i non cristiani del 4 settembre 1984 (dunque un documento ufficiale di un organo della Santa Sede) afferma esplicitamente, fin dalle prime righe: «Il Concilio Vaticano II ha segnato una tappa nuova nelle relazioni della Chiesa con i seguaci delle altre religioni. […] Questo nuovo atteggiamento ha preso il nome di dialogo» (nn. 1 e 3).
Che significa la parola «dialogo» nel linguaggio conciliare?
Il documento Dialogo e Missione, riguardo alla parola «dialogo», dice: «Indica non solo il colloquio, ma anche l’insieme dei rapporti interreligiosi, positivi e costruttivi, con persone e comunità di altre fedi per una mutua conoscenza e un reciproco arricchimento» (n. 3). E lo stesso documento fornisce, al n. 13, queste ulteriori precisazioni: «Vi è il dialogo nel quale i cristiani incontrano i seguaci di altre tradizioni religiose per camminare insieme verso la verità e collaborare in opere di interesse comune».
Cosa si può desumere da queste affermazioni?
Se si pensa che i cattolici lavorano con i non cristiani alla ricerca della verità e che si tratta di un arricchimento reciproco, si deve presupporre, a rigor di logica, che la Chiesa cattolica non è la sola a possedere la verità.
I sostenitori dell’ecumenismo conciliare hanno esplicitamente rinunciato a convertire i non cattolici?
Molti dei sostenitori dell’ecumenismo conciliare hanno rinunciato a convertire i non cattolici. Leggiamo ad esempio in un «Catechismo ecumenico», con la prefazione di mons. Degenhardt, arcivescovo di Paderborn, e vivamente elogiato da molti vescovi: «Lo scopo non è il ritorno, ma piuttosto la comunione di Chiese sorelle; unità nella diversità riconciliata; unità delle Chiese. Le Chiese rimangono, ma diventano una sola Chiesa»[17].
Perché è scorretto dire che le confessioni cristiane non cattoliche sono delle realizzazioni parziali della Chiesa di Cristo?
Le confessioni cristiane separate dalla Chiesa cattolica sono dei gruppi dissidenti che non possono ad alcun titolo appartenere alla Chiesa di Cristo, che è la Chiesa cattolica. Anche se esse conservano certe verità cristiane e, talvolta, anche la validità di alcuni sacramenti, restano comunque separate dal Corpo mistico di Cristo.
In che modo si appartiene alla vera Chiesa di Cristo?
Papa Pio XII insegna in Mystici corporis che sono necessari tre elementi per appartenere alla vera Chiesa di Cristo: il battesimo, la professione della vera fede e la sottomissione alla legittima autorità. «Tra i membri della Chiesa bisogna annoverare esclusivamente quelli che ricevettero il lavacro della rigenerazione, e professando la vera fede, né da sé stessi disgraziatamente si separarono dalla compagine di questo Corpo, né per gravissime colpe commesse ne furono separati dalla legittima autorità»[18].
Gli ortodossi, che conservano i sacramenti e sono d’accordo con la Chiesa cattolica sulla maggior parte dei punti di fede, non appartengono alla vera Chiesa di Cristo?
Gli ortodossi, anche se conservano i sacramenti e sono d’accordo con la Chiesa cattolica sulla maggior parte dei punti di fede, non sono nella vera Chiesa di Cristo: essi rifiutano, infatti, di riconoscere il primato e l’infallibilità del successore di Pietro, e Gesù Cristo ha detto che colui che rifiuta di ascoltare la Chiesa è da considerare come un pagano ed un pubblico peccatore (cfr. Mt 18,17). Inoltre, come abbiamo già visto in precedenza[19], la negazione anche di un solo dogma di fede comporta la perdita della fede soprannaturale, che non è possibile avere solo “parzialmente”.
Si può dire lo stesso delle comunità eretiche?
Se le comunità scismatiche non appartengono all’unica Chiesa di Cristo, a fortiori non vi appartengono le comunità eretiche – per esempio quelle protestanti – che si allontanano dalla vera fede in molti più punti.
Questa verità è stata messa in discussione all’interno della Chiesa?
A partire dal Concilio Vaticano II, questa verità è sistematicamente messa in discussione dagli stessi vertici della gerarchia ecclesiastica. Per esempio, il 6 maggio 1983, la commissione mista cattolico-luterana, riunita a Kloster Kirchberg nello Wurtemberg, ha dichiarato riguardo all’eresiarca Lutero: «Insieme, cominciamo a riconoscerlo come un testimone del Vangelo, come un maestro nella fede, come un araldo del rinnovamento spirituale. […] La presa in considerazione del condizionamento storico dei nostri modi di espressione e di pensiero ha contribuito ugualmente a far riconoscere largamente negli ambienti cattolici il pensiero di Lutero come una forma legittima della teologia cristiana»[20].
Le confessioni cristiane non cattoliche e le religioni non cristiane sono dei mezzi di salvezza?
Le confessioni cristiane non cattoliche e le religioni non cristiane non sono, in sé stesse, mezzi di salvezza, ma piuttosto di perdizione. Ciò non significa che nessuno dei loro seguaci potrà salvarsi: anche un protestante, un islamico o un buddista può salvarsi, se, vivendo secondo la propria coscienza e sforzandosi di compiere la volontà di Dio per quanto la conosce, riceve da Dio le virtù teologali; ma, anche in tal caso, non si salva attraverso la religione a cui materialmente appartiene, bensì malgrado gli errori che essa insegna e solo Dio sa quando ciò avviene. Noi possiamo solo dire che – senza poter in alcun modo sapere chi concretamente si salva e chi no – ci si può salvare anche nelle false religioni e nonostante esse, ma non attraverso di esse.
Le comunità non cattoliche (protestanti, per esempio) forniscono ai loro membri un certo numero di beni utili alla salvezza (battesimo, Sacra Scrittura, ecc.); non sono, almeno in questo, mezzi di salvezza?
Tutto ciò che si può trovare di vero e di buono in un contesto eretico o scismatico appartiene di diritto alla Chiesa cattolica. Anche il decreto conciliare sull’ecumenismo Unitatis redintegratio ha dovuto precisare questo punto, al n. 3, su espressa richiesta di Paolo VI.
Come fu accettata questa precisazione del Papa?
Immaginiamo senza difficoltà che i teologi liberali non ne furono soddisfatti. Rahner e Vorgrimler commentarono la cosa così: «Che questi beni appartengano di diritto (iure) alla Chiesa di Cristo, è una delle diciannove modifiche pontificie che vennero aggiunte nel novembre 1964 ad un testo che era già stato votato, e che a motivo della loro ristrettezza hanno provocato un’impressione più sfavorevole di quanto non giustifichi veramente l’insegnamento che vi è contenuto. (Noi qui alludiamo soltanto ai cambiamenti per cui i non cattolici si sono particolarmente dispiaciuti)»[21].
Il Vaticano II su questo punto si richiama, dunque, alla dottrina cattolica tradizionale?
Su questo punto il Vaticano II è rimasto in linea con la Tradizione, ma, come spesso accade nei documenti conciliari, questa asserzione tradizionale è poco dopo contraddetta da un altro passaggio. Nelle righe successive del medesimo paragrafo di Unitatis redintegratio, infatti, si può leggere: «Lo Spirito di Cristo […] non ricusa di servirsi di esse [delle comunità separate] come di strumenti di salvezza, la cui forza deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla Chiesa cattolica».
E invece le comunità separate dalla Chiesa e le religioni non cristiane non possono essere mezzi di salvezza?
Le comunità separate dalla Chiesa cattolica e le religioni non cristiane non possono ad alcun titolo essere dei mezzi di salvezza; di per sé, a rigor di termini, esse sono piuttosto degli ostacoli alla salvezza, e in certe circostanze possono tutt’al più essere delle occasioni di salvezza. Se, infatti, alcuni dei loro membri sono in stato di grazia, è unicamente perché sono nell’ignoranza invincibile e quindi non sono colpevoli della loro separazione dal corpo della Chiesa. Secondo l’insegnamento tradizionale, essi possono appartenere alla comunione dei santi e, in questo modo, ottenere la salvezza eterna: ma vi appartengono individualmente e non attraverso la loro comunità. Le comunità dissidenti, di per sé stesse, lungi dal condurre alla Chiesa cattolica, allontanano da essa, e perciò non rientrano nell’ordine dei mezzi scelti da Dio nell’economia della salvezza.
Che bisogna pensare del ragionamento secondo cui le comunità separate sono dei mezzi di salvezza a causa degli elementi di santificazione di cui sono portatrici?
Questo ragionamento è illogico, perché si basa su qualcosa che accade per accidens (accidentalmente), a causa delle disposizioni personali di tale o talaltro membro di queste comunità, e pretende di trarne una conclusione sul valore proprio (per se) di queste stesse comunità. Con lo stesso genere di ragionamento, allora, si potrebbe dire che Giuda è un santo e che ha compiuto un atto eminentemente meritorio consegnando Cristo ai suoi carnefici, poiché così ha permesso la redenzione del genere umano. Invece, a rigor di termini, si dovrà dire che il tradimento di Giuda è stato l’occasione e non la causa della redenzione.
Cosa dobbiamo pensare dei giudizi positivi che il Concilio Vaticano II formula sull’induismo, il buddismo, l’islam e il giudaismo nel suo testo Nostra ætate (il documento sulle religioni non cristiane)?
La dichiarazione conciliare Nostra ætate, su questo punto, manifesta chiaramente di non essere imparziale. Il suo relatore ufficiale dichiarò pubblicamente, presentando il testo nel corso del Concilio, che essa non aveva per scopo di dire la verità intera su quelle religioni, ma di menzionare esclusivamente gli aspetti che le potessero avvicinare al cristianesimo[22].
La dichiarazione Nostra aetate, però, non riprende la dottrina tradizionale affermando anche che la Chiesa «annuncia ed è tenuta ad annunciare il Cristo, che è “la via, la verità, la vita” (Gv 14,6) in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con sé stesso tutte le cose» (n. 2)?
Alla luce di tutto il resto del testo e di quanto è detto negli altri documenti conciliari, dire che gli uomini devono trovare in Cristo «la pienezza della vita religiosa» non è affatto incompatibile con l’idea che anche le altre religioni siano mezzi salvifici, perché lascia intendere che, se la verità si trova pienamente solo nella Chiesa di Cristo, suoi elementi si trovano anche – parzialmente ma realmente – al di fuori di essa. La Sacra Scrittura, invece, insegna che Gesù Cristo è «l’unico mediatore tra Dio e gli uomini» (1Tm 2,5), l’unico ambasciatore gradito a Dio, «così da poter intercedere in loro favore» (Eb 7,25). «Chi è il mentitore, se non chi nega che Gesù è il Cristo? Colui che nega il Padre e il Figlio è l’anticristo. Chiunque nega il Figlio, non ha neanche il Padre» (1Gv 2,22-23). E ancora: «Non c’è sotto il cielo alcun altro nome dato agli uomini dal quale possiamo aspettarci di essere salvati» (At 4,12). Ogni religione che rifiuta questa mediazione è intrinsecamente cattiva: è perciò contraddittorio pretendere di annunciare Cristo e nello stesso tempo di fare l’elogio, anche solo parziale, delle religioni che vi si oppongono.
Non tutto ciò che le religioni non cristiane affermano è falso. Ci sono quindi degli elementi positivi anche in esse: ciò non obbliga almeno ad una certa apertura verso questi valori positivi?
Per capire meglio il problema possiamo servirci di un esempio tratto dalla realtà materiale. Un alimento è giudicato buono o cattivo non soltanto in funzione degli elementi che contiene, ma nel suo complesso; infatti, la cattiva ripartizione di ingredienti che in sé, presi isolatamente, sarebbero ottimi, può bastare a danneggiare l’insieme. L’introduzione, poi, di un solo ingrediente avariato basta a rendere immangiabile tutto l’alimento; e l’aggiunta di una sola goccia di veleno può essere letale: anche il dolce più buono, nessuno si arrischierebbe a mangiarlo selezionando le parti che presuppone non avvelenate. Tutto questo, fuor di metafora, vale anche nell’ordine spirituale. Una religione non è soltanto la somma aritmetica di una serie di elementi: essa forma un insieme (così come un sistema scientifico o filosofico, una dimostrazione, ecc.). Ciò che conta è che sia buono l’insieme nel complesso, nella sua interezza. Se l’insieme non è buono perché viziato da qualche elemento negativo, tutti gli elementi buoni che eventualmente persistono in esso non potranno in alcun modo renderlo intrinsecamente buono.
Si può fare un esempio?
L’islam si presenta come una religione monoteista e questo aspetto, perfettamente vero, costituisce una parte importante della sua dottrina. Ma questo monoteismo si presenta anche come radicalmente antitrinitario. Perciò, anche se vero in sé, il monoteismo islamico viene ad essere viziato dal sistema nel quale si trova inserito.
Tuttavia, ci sono delle gradazioni nell’errore: non si può dire almeno che una religione che, benché falsa, riconosce l’esistenza di un Dio unico e impone una certa morale, sia meglio dell’ateismo e dell’immoralità assoluta?
Certamente ci sono delle gradazioni nell’errore. Ma, di per sé, non è la somma materiale degli elementi positivi che un errore contiene ancora a determinare la sua vicinanza alla verità, proprio come non è la somma aritmetica di verità su cui si è d’accordo che favorisce una conversione (se ciò fosse vero, ad esempio, un ortodosso dovrebbe convertirsi al cattolicesimo con molta più facilità di un ateo, perché ha nella sua comunità molti più “elementi di verità” dell’ateo: e invece nella maggior parte dei casi l’esperienza insegna che un ateo si converte più facilmente, perché quegli elementi veri, inseriti in un contesto acattolico, possono diventare perfino un ostacolo al ritorno alla verità).
Si può affermare, come tendenza generale, che un sistema che, nel separarsi dalla verità, ne conserva un maggior numero di elementi, può essere perfino più pericoloso di un altro che ne ha meno, perché non c’è errore più pericoloso di quello che più somiglia alla verità. Si trovano esempi di questo principio anche nell’ordine naturale: una sedia con tre gambe, che sta più o meno in piedi, è più pericolosa di una sedia con due gambe su cui a nessuno verrebbe l’idea di sedersi; una banconota falsa imitata benissimo è più pericolosa di una imitata meno bene e quindi facilmente riconoscibile.
Cosa si deve pensare del ragionamento che afferma che Dio «è operante» nelle religioni non cristiane, dato che vi si può trovare del bene che non può provenire se non da Dio?
Questo ragionamento, quando dice che Dio «è operante» nelle religioni non cristiane, non distingue sufficientemente tra l’ordine naturale e quello soprannaturale: è evidente, infatti, che quando si parla di un’azione di Dio in una religione, ci si riferisce ordinariamente ad un’operazione salvifica, si vuole dire cioè che Dio salva con la sua grazia soprannaturale. Gli elementi buoni che si trovano nelle religioni non cristiane sono solo di ordine naturale, mentre non ci sono in esse veri beni soprannaturali; Dio, quindi, senz’altro «è operante» in esse, ma a titolo di creatore (e a questo titolo, del resto, Dio «è operante» in qualsiasi cosa), in quanto cioè dà l’essere ad ogni cosa, ma non in quanto salvatore.
L’induismo allontana dalla salvezza eterna?
L’induismo, predicando la reincarnazione, toglie serietà alla vita terrena. Essa non è più la prova decisiva da cui dipende tutta l’eternità, ma una semplice tappa, dato che l’anima deve reincarnarsi – anche in un animale – altrettante volte quanto risulti necessario all’espiazione delle sue colpe. Per questa stessa ragione, l’induismo non conosce la misericordia: passa con freddezza davanti ai poveri e quelli che soffrono, ritenendo che portino giustamente il peso dei loro peccati.
Il buddismo allontana dalla salvezza eterna?
Il buddismo è una religione senza Dio. L’uomo crede di potersi salvare da solo e questa salvezza consiste nel penetrare nel «nulla», il nirvana. Il buddismo non aspetta una vita eterna di unione con Dio, ma solo la fine delle sofferenze nella dissoluzione della propria esistenza.
L’islam allontana dalla salvezza eterna?
L’islam respinge come una bestemmia la Santissima Trinità e, di conseguenza, la divinità di Cristo. Incoraggia la crudeltà (lodando l’omicidio di un cristiano come un’opera buona) e la sensualità (incoraggiando la poligamia e promettendo agli uomini un paradiso di gioie sensuali). Citiamo come esempio qualche suradel Corano: «I cristiani hanno detto: “Il Messia è figlio di Dio!”. Questo verbo gli scappa di bocca; essi imitano il verbo di coloro che non avevano creduto già prima di loro. E li annienti Dio, li annienti! Quanto sono imbecilli!»[23]. «Quando incontrate gli increduli, colpiteli alla nuca fino a domarli, poi serrate bene i ceppi, in seguito delibererete se gli dovete concedere la grazia o se dovete esigere il riscatto, fino a che la guerra non abbia deposto il suo carico d’armi»[24]. Quanto al paradiso, oltre alle «urì dagli occhi grandi, somiglianti alle perle di uno scrigno», secondo il Corano ci saranno anche dei conturbanti «immortali» efebi che «sembreranno perle disperse» e che «porteranno coppe e tazze di bevanda fresca e pura»[25].
Il giudaismo allontana dalla salvezza eterna?
Gli ebrei attuali rifiutano Gesù Cristo. Prima della venuta di Cristo, il giudaismo era la vera religione, ma ora non lo è più, poiché ha disconosciuto la sua vocazione e non ha voluto accogliere il suo salvatore. I veri ebrei si sono convertiti a Cristo, perché, alla sua venuta, la religione giudaica dell’Antico Testamento ha perduto il suo significato e la sua giustificazione. Di conseguenza è inaccettabile che un vescovo cattolico possa dire: «La Chiesa non può essere il nuovo Popolo di Dio se non mantenendo la continuità e la parentela con Israele. La rottura tra la Sinagoga e la Chiesa fu infatti la prima divisione nella Chiesa. Lo scopo dell’ecumenismo è la riconciliazione tra la Chiesa e la Sinagoga»[26].
In definitiva, cosa possiamo dire a proposito delle religioni non cristiane?
Non si può che ripetere le parole di san Pietro: «Non c’è sotto il cielo alcun altro nome [rispetto a quello di Gesù] dato agli uomini dal quale possiamo aspettarci di esser salvati» (At 4,12).
Non si deve almeno sperare che, in qualche modo, i non cristiani possano salvarsi anche senza entrare a far parte della Chiesa?
La Chiesa ha sempre ammesso che, in via di principio, dei non cristiani possono salvarsi quando hanno il battesimo di desiderio implicito (cioè se sono nell’errore senza colpa da parte loro, ricercano onestamente la verità e accettano la grazia di Dio)[27]. Ma le condizioni del battesimo di desiderio implicito sono inverificabili individualmente: non possiamo mai sapere se tale o talaltro non cristiano si salva oppure no. D’altronde, c’è invece motivo di temere che, a causa degli errori diffusi nelle religioni non cristiane e delle seduzioni del mondo, il numero di non cristiani che ricercano in modo così disinteressato la verità non sia molto elevato. È questo che spinse papa Pio IX a denunciare come un errore la seguente proposizione: «Almeno si deve bene sperare della eterna salvezza di tutti coloro che non sono nella vera Chiesa di Cristo»[28].
Le religioni non cristiane adorano il vero Dio?
Le religioni non cristiane non adorano il vero Dio. Il vero Dio, infatti, è il Dio trinitario che si è rivelato nell’Antico Testamento e, soprattutto, nel Nuovo, tramite suo Figlio Gesù Cristo. «Chiunque nega il Figlio non ha neanche il Padre» (1Gv 2,23); «nessuno viene al Padre, se non per mezzo mio», ha detto Gesù (Gv 14,6).
Non possiamo dire che gli ebrei e i musulmani hanno un’idea giusta ma incompleta di Dio, e che di conseguenza adorano il vero Dio?
Non conoscere una verità e respingerla sono due cose ben diverse. Sarebbe corretto applicare questo concetto di un’idea giusta ma incompleta di Dio agli ebrei del’Antico Testamento: ad essi, infatti, la Santissima Trinità non era stata ancora rivelata, e quindi non ci credevano esplicitamente, ma neppure la respingevano. Gli islamici (e gli ebrei di oggi) negano espressamente la Santissima Trinità rivelata da Gesù Cristo. Pregano un Dio che sarebbe una persona sola: ma un Dio del genere non esiste.
Gli ebrei e i musulmani, tuttavia, intendono onorare l’unico Dio che esiste, colui che ha creato il cielo e la terra, colui che si è rivelato ad Abramo, Isacco e Giacobbe; così facendo, non si rivolgono al vero Dio?
I non cristiani possono avere una certa conoscenza naturale di Dio in quanto autore della natura, e perfino in quanto autore di alcune rivelazioni (ad Abramo, Isacco, Giacobbe, ecc.). Ma questa conoscenza resta puramente naturale di Dio ed è falsata dagli errori che ogni falsa religione contiene. Solo la fede soprannaturale fa penetrare nell’intimità divina e permette di avere dei rapporti familiari con Lui ed apre la via alla salvezza.
Una persona che prega basandosi su una conoscenza puramente naturale di Dio non compie una buona azione?
Una simile preghiera sarebbe in sé una buona azione (benché senza valore soprannaturale) se non fosse associata a degli errori o a dei riti superstiziosi che, lungi dall’onorare Dio, lo offendono. Il musulmano che, più volte al giorno, afferma che Dio non è generato e non genera, bestemmia il Dio che crede di onorare. Certo, può essere scusato per questa bestemmia per via della sua ignoranza incolpevole, ma, oggettivamente parlando, l’atto che compie non è un atto di religione.
Queste verità fondamentali sono messe in discussione oggi, nella Chiesa, dagli esponenti della gerarchia?
Ascoltiamo, a titolo di esempio, un autorevole esponente della gerarchia ecclesiastica, l’allora cardinale Karol Wojtyla: «Questo Dio, nel suo silenzio, professa il trappista oppure il camaldolese. A Lui si rivolge il beduino nel deserto quando arriva l’ora della preghiera. E forse anche il buddista concentrato nella sua contemplazione, che purifica il suo pensiero preparando la strada al nirvana. Dio nella sua trascendenza assoluta, Dio che trascende assolutamente tutto il creato, tutto ciò che è visibile e comprensibile»[29].
Cosa possiamo dire di tali affermazioni?
Tali affermazioni sono pervase di uno spirito e di un modo di pensare del tutto estraneo alla Sacra Scrittura. L’Antico Testamento è pieno dell’ira di Dio contro le false religioni; il popolo eletto viene spesso punito perché venera dei falsi dèi.
Troviamo la stessa visione nel Nuovo Testamento?
San Paolo dichiara con formula lapidaria: «Quello che sacrificano i gentili, lo immolano ai demòni e non a Dio» (1Cor 10,20).
Un non cristiano, quindi, non può in alcun modo onorare il vero Dio?
Dio è sicuramente attento alle buone disposizioni soggettive che possono avere gli ebrei, i musulmani o i pagani quando si mettono a pregare. È anche possibile che, mossi dalla grazia, alcuni di essi onorino realmente Dio nel proprio cuore, ma ciò accade nonostante le false idee che dà loro la loro religione. La falsa religione, in quanto tale, non si rivolge al vero Dio ma ad un falso concetto di Dio che si è formata.
Cosa si deve pensare della tesi del «cristianesimo anonimo» di Karl Rahner?
Per Karl Rahner, le religioni non cristiane sono una forma di «cristianesimo anonimo». Esse sono delle vie di salvezza «per le quali gli uomini si avvicinano a Dio e al suo Cristo»[30] e quindi, anche se non professano apertamente la fede in Cristo come i cristiani, tuttavia lo cercano.
Tale opinione è assolutamente falsa. Certo, ci sono senz’altro dei non cristiani che, non aderendo a Cristo solo per ignoranza e senza colpa da parte loro, cercano Dio sinceramente. Ma le religioni non cristiane in quanto tali, al contrario, impediscono agli uomini di credere in Cristo e di farsi battezzare. Quando l’islam professa che è una bestemmia dire che Dio genera un figlio, costituisce per i suoi adepti un ostacolo ad aderire alla vera fede.
Queste nuove teorie non si appoggiano tuttavia sui Padri della Chiesa, che hanno riconosciuto che le religioni non cristiane contenevano dei «germi del Verbo» (semina verbi)?
È ciò che afferma Giovanni Paolo II, sulla scia del Vaticano II[31]. Ma le citazioni addotte sono surrettizie, perché non è questo che i Padri della Chiesa volevano dire. I testi di san Giustino e di Clemente di Alessandria che vengono invocati in questo senso, in realtà non parlano delle religioni non cristiane, ma dei sistemi filosofici e poetici nati prima del cristianesimo. Il che significa che si possono trovare, ad esempio, dei «germi del Verbo» nella filosofia di Platone o di Aristotele, nelle opere morali di Cicerone o nei versi di Publilio Siro e di Virgilio. E san Giustino precisa che questi «germi» diffusi in tutta l’umanità sono quelli della ragione naturale, che distingue accuratamente dalla grazia soprannaturale.
Gli studiosi di patrologia e di letteratura cristiana antica concordano con quest’ultima interpretazione?
Quest’interpretazione è unanimemente riconosciuta dagli studiosi. Citiamo, a titolo di esempio, uno dei maggiori patrologi del Novecento, Berthold Altaner:
«Con la sua teoria del λόγος σπερματικός Giustino getta un ponte tra la filosofia antica e il cristianesimo. In Cristo apparve, in tutta la sua pienezza, il Logos divino, ma ogni uomo possiede nella sua ragione un germe (σπέρμα) del Logos. Questa partecipazione al Logos, e conseguente disposizione a conoscere la Verità, fu in alcuni particolarmente grande; così nei profeti del giudaismo e, fra i greci, in Eraclito e Socrate. Molti elementi della verità sono passati, così egli opina, nei poeti e nei filosofi greci dell’antica letteratura giudaica, poiché Mosè era ritenuto lo scrittore assolutamente più antico. Di conseguenza i filosofi, in quanto vissero e insegnarono conformemente alle regole della ragione, furono dei cristiani, in un certo senso, prima della venuta di Cristo. Tuttavia solo dopo questa venuta i cristiani sono entrati in possesso della verità totale e sicura, priva di ogni errore»[32].
Non ci sono, dunque, «cristiani anonimi»?
Al limite, si potrebbero chiamare cristiani anonimi quelli che, nonostante le false dottrine della loro religione, sono interiormente disposti da una grazia speciale di Dio ad accogliere tutto ciò che Dio ha rivelato. Ma è chiaro che non è in questo senso che Rahner ha utilizzato quest’espressione, perché per lui ad essere anonimamente cristiani non sono singoli individui, ma le religioni non cristiane stesse. Perciò si rivela più opportuno usare l’espressione tradizionale di «battesimo di desiderio implicito» (per la quale cfr. la domanda n. 45 di questo capitolo)[33].
Se Cristo è morto per tutti gli uomini, perché è scorretto dire che tutti gli uomini sono salvi?
Cristo è morto per tutti gli uomini nel senso che tutti hanno la possibilità di ottenere la salvezza. Nessuno è escluso. Ma per salvarsi di fatto, l’uomo deve accettare la grazia che Cristo ha meritato per lui e gli offre: se la rifiuta, si preclude l’accesso alla salvezza eterna. Dunque, non è compatibile con la fede cattolica professare la cosiddetta tesi della «salvezza universale».
L’errore della salvezza universale ha trovato un certo credito nelle autorità della Chiesa a partire dal Vaticano II?
L’errore della salvezza universale, cioè la tesi secondo cui tutti gli uomini hanno ricevuto da Cristo non soltanto la possibilità di salvarsi, ma anche la salvezza de facto, si è molto diffusa tra i membri della gerarchia ecclesiastica e, pur senza essere mai esplicitamente insegnata nei documenti ufficiali della Santa Sede, trova tuttavia in certe nuove dottrine contenute in tali documenti un supporto dottrinale di rilievo. In particolare, l’insegnamento postconciliare – e specialmente quello di Giovanni Paolo II – è tutto permeato della dottrina del Vaticano II secondo cui «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo» (Gaudium et spes, n. 22).
Si può citare qualche testo di Giovanni Paolo II in cui si trova questa dottrina?
Giovanni Paolo II ha fatto dell’espressione conciliare di Gaudium et spes il perno stesso della sua prima enciclica (Redemptor hominis), citandola a più riprese, sviluppandola nelle sue conseguenze e chiarendo in che senso vada interpretata. «Si tratta», scrive, «di “ciascun” uomo, perché ognuno è stato compreso nel mistero della Redenzione, e con ognuno Cristo si è unito, per sempre, attraverso questo mistero […], è l’uomo in tutta la pienezza del mistero di cui è divenuto partecipe in Gesù Cristo, mistero del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di uomini viventi sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito sotto il cuore della madre»[34].
Che rapporto c’è tra questo insegnamento e la teoria della salvezza universale?
Senza insegnare esplicitamente la teoria della salvezza universale, la dottrina di Redemptor hominis costituisce la piattaforma teologica di base su cui si fonda questa teoria, e, per ciò stesso, ne favorisce la diffusione. D’altronde, non sorprende in questo senso il fatto che Giovanni Paolo II abbia nominato cardinale Hans Urs von Balthasar, un teologo che sosteneva la tesi che l’inferno sia vuoto, tesi che rappresenta la conseguenza logica ultima della teoria della salvezza universale.
Come possiamo sapere che l’inferno non è vuoto?
La Sacra Scrittura parla dell’inferno in numerosissimi passi. Nella sua parabola sul giudizio universale, Gesù lascia chiaramente intendere che ci sono degli uomini che andranno all’inferno: «Allora dirà a quelli di sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è preparato per il diavolo e i suoi angeli”» (Mt 25, 41). Inoltre, la ragione stessa ci dice che l’inferno non può essere vuoto, perché ciò, lungi dal costituire un esercizio della misericordia di Dio, attenterebbe alla sua infinita giustizia, perché significherebbe che tutti gli uomini, anche i peggiori criminali, e anche senza essersi mai pentiti (neppure in punto di morte), alla fine godono della stessa sorte degli uomini onesti e dei santi.
Che giudizio si può dare sull’incontro interreligioso di Assisi del 1986?
L’incontro delle religioni ad Assisi del 27 ottobre 1986[35] fu uno scandalo senza precedenti, che ha indotto molte anime in errore. Fu anche una colpa contro il primo comandamento di Dio: «Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altro Dio all’infuori di me». Mai la Chiesa è stata tanto umiliata come quando il Papa si è messo allo stesso livello dei capi di tutte le religioni e di tutte le sètte. Così ha dato l’impressione che la Chiesa cattolica non sia altro che una comunità religiosa tra le altre, che devono lavorare tutte insieme per stabilire la pace sulla terra, come se potesse esistere una pace il cui fondamento non sia Gesù Cristo. «Non unitevi a un giogo sconveniente con gli infedeli», dice invece la Sacra Scrittura, «[…] che comunanza vi è tra la luce e le tenebre? Che accordo tra Cristo e Belial? Che rapporto tra il fedele e l’infedele? Come mettere insieme il tempio di Dio e gli idoli?» (2Cor 6,14-16).
In che modo il Papa si è messo allo stesso livello dei capi di tutte le religioni e di tutte le sètte?
Quando li ha accolti nella basilica di Santa Maria degli Angeli, il Papa era seduto sullo stesso seggio dei capi delle altre religioni. Si evitò tutto quello che avrebbe potuto dare l’impressione che il Papa fosse superiore: dovevano apparire tutti uguali.
Il Papa ad Assisi non ha testimoniato la sua fede in Gesù Cristo?
Il Papa ha testimoniato la sua fede personale in Gesù Cristo; ma, nonostante l’ordine di Gesù agli apostoli di andare in missione, Giovanni Paolo II non ha neppure adombrato l’idea che i rappresentanti di quelle religioni abbiano bisogno di convertirsi a Cristo. Al contrario, li ha invitati a pregare i loro falsi dèi: «Andremo da qui ai nostri separati luoghi di preghiera. Ciascuna religione avrà il tempo e l’opportunità di esprimersi nel proprio rito tradizionale. Poi dal luogo delle nostre rispettive preghiere, andremo in silenzio verso la piazza inferiore di San Francesco. Una volta radunati in quella piazza, ciascuna religione avrà di nuovo la possibilità di presentare la propria preghiera, l’una dopo l’altra. Dopo aver così pregato separatamente, mediteremo in silenzio sulla nostra responsabilità di operare per la pace. Esprimeremo poi simbolicamente il nostro impegno per la pace. Alla fine della giornata, io cercherò di riassumere che cosa questa celebrazione che non ha precedenti avrà suggerito al mio cuore, come un credente in Gesù Cristo e come primo servitore della Chiesa cattolica»[36].
C’è stata celebrazione di culti non cristiani nella giornata di Assisi?
Non solo dei culti non cristiani furono celebrati pubblicamente, ma vennero anche messi a disposizione delle false religioni dei luoghi di culto cattolici (nella chiesa di San Pietro si è perfino permesso che una statua di Budda fosse posta sul tabernacolo per mettere ai buddisti di venerarla). Quando si pensa che una chiesa cattolica è un luogo santo consacrato unicamente al culto della Santissima Trinità, non si può non pensare all’«abominio della desolazione» annunciato da Gesù Cristo (Mt 24,15).
Il Papa non ha precisato che si trattava non di pregare insieme, ma di «stare insieme per pregare»[37]?
Questa formula sembra più una concessione temporanea fatta di fronte alle perplessità e alle opposizioni suscitate dalla riunione interreligiosa che l’espressione del vero pensiero del Papa. Fin dal 1979, infatti, nella sua enciclica inaugurale Redemptor hominis (n. 6), Giovanni Paolo II annunciava la sua intenzione di giungere alla «preghiera comunitaria» con i membri delle altre religioni. Ma, anche ammesso che fosse quello il vero scopo dell’incontro di Assisi, il semplice fatto di promuovere pubblicamente l’esercizio dei falsi culti lasciando intendere che essi siano graditi a Dio è già un enorme scandalo, anche se non vi si partecipa direttamente di persona. Dio ha più volte manifestato che ha in abominio i falsi culti e in particolare l’idolatria.
Non si può dire che Giovanni Paolo II ha incoraggiato queste preghiere e questi culti non in quanto sono falsi, ma in quanto sono delle espressioni della religione naturale?
Ad Assisi, non si trattava della preghiera individuale dell’uomo nella sua relazione personale con Dio, ma proprio della preghiera di diverse religioni in quanto tali, mediante il loro rito proprio rivolto alla loro divinità particolare. Questi culti, essendo l’espressione pubblica di credenze false, sono, in sé, delle ingiurie a Dio. D’altra parte la Sacra Scrittura, sia nell’Antico che del Nuovo Testamento, insegna che Dio gradisce solo la preghiera di colui che ha costituito come unico mediatore tra Lui e gli uomini, Gesù Cristo, e che questa preghiera si trova solo nella vera religione.
Giovanni Paolo II non ha tentato di giustificare sul piano teologico la sua iniziativa di Assisi?
Giovanni Paolo II ha tentato più volte di giustificare teologicamente la riunione di Assisi, specialmente nel discorso che rivolse ai cardinali il 22 dicembre 1986. In questo discorso la cosa che colpisce di più è che il Papa, per dare un fondamento teologico a quell’incontro interreligioso, fa riferimento per ben 35 volte al Concilio Vaticano II, senza menzionare mai nessun testo del magistero anteriore. Ed afferma a chiare lettere che «la chiave appropriata di lettura per un avvenimento così grande scaturisce dall’insegnamento del Concilio Vaticano II»[38], e che «l’evento di Assisi può così essere considerato come un’illustrazione visibile, una lezione dei fatti, una catechesi a tutti intelligibile, di ciò che presuppone e significa l’impegno ecumenico e l’impegno per il dialogo interreligioso raccomandato e promosso dal Concilio Vaticano II»[39].
In quel discorso, con quale argomento esattamente Giovanni Paolo II giustifica sul piano teologico l’incontro interreligioso di Assisi?
Oltre che con i 35 riferimenti al Vaticano II, Giovanni Paolo II giustifica l’incontro interreligioso di Assisi con questa frase di ambiguo significato: «Possiamo ritenere che ogni autentica preghiera è suscitata dallo Spirito Santo, il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo»[40].
Perché è ambiguo affermare che ogni preghiera autentica è suscitata dallo Spirito Santo?
La frase è ambigua perché la sua verità o la sua falsità dipendono dal senso che si dà alla parola «autentica». Se per «autentica preghiera» si intende una preghiera che permette di aderire realmente a Dio, la frase è incontestabilmente vera. Ma se con essa si intende «ogni preghiera sincera», essa è erronea (la preghiera del buddista davanti all’idolo di Budda, come quella dello stregone animista o del musulmano possono anche essere soggettivamente sincere, ma non per questo sono suscitate dallo Spirito Santo).
E cosa c’è di male nel dire che lo Spirito Santo «è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo»?
Nel linguaggio della teologia cattolica, come del resto nella Sacra Scrittura, l’espressione «presenza dello Spirito Santo» o «abitazione dello Spirito Santo» designa la presenza soprannaturale di Dio tramite la grazia santificante. Quindi è chiaro che, in questo senso, lo Spirito Santo non è presente nel cuore di ogni uomo[41]. Cosa vuol dire, allora, che lo Spirito Santo è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo? L’ambiguità dell’espressione lascia la porta pericolosamente aperta ad un’interpretazione eterodossa.
Cosa si può concludere da tutto questo?
Se ne può concludere con tutta evidenza che, alla base l’incontro interreligioso di Assisi del 1986, c’è una teologia incompatibile con la dottrina tradizionale della Chiesa.
Se Giovanni Paolo II, ad Assisi, ha manifestato un grande rispetto delle false religioni, queste ultime hanno manifestato un rispetto analogo verso il cattolicesimo?
I musulmani hanno utilizzato senza timore l’incontro di Assisi per professare la loro fede in Allah come l’unica via corretta. Ecco quale fu la loro preghiera per la pace: «Sei tu che adoriamo, sei tu che imploriamo. Guidaci verso la retta via, la via di quelli che tu colmi di benefici, non di quelli che ti irritano né di quelli che si smarriscono». Poi ha fatto seguito la sura II, 136 del Corano: «Noi crediamo a Dio, a ciò che egli ha rivelato, a ciò che ha rivelato ad Abramo, Ismaele, Giacobbe e alle altre tribù; crediamo a ciò è stato donato a Mosè e a Gesù, a ciò che è stato rivelato ai profeti dal Signore. Noi non facciamo differenze tra loro e siamo sottomessi nei confronti di Dio». E la preghiera dei musulmani per la pace è finita con la sura CXII, recitata in arabo da tutti i musulmani: «Inneggia: “Dio è unico! Egli è l’Assoluto! Non genera e non è generato. Nessuno gli è uguale”»[42].
Cosa si può notare in queste preghiere islamiche?
Le affermazioni: «Dio non genera e non ha generato», e «noi non facciamo differenze tra loro [i profeti]», sono dirette espressamente contro la fede cristiana che professa che Gesù Cristo non è un profeta come gli altri, ma il vero Figlio di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli.
Come hanno reagito all’incontro di Assisi i non cattolici?
Si può citare su tutti, a titolo di esempio, il significativo commento di un alto dignitario della massoneria, Armando Corona, Gran Maestro della gran loggia italiana dell’Equinozio di Primavera: «Il nostro interconfessionalismo ci è valso la scomunica ricevuta nel 1738 da parte di Clemente XI. Ma la Chiesa era certamente in errore, se è vero che il 27 ottobre 1986 l’attuale pontefice ha riunito ad Assisi degli uomini di tutte le confessioni religiose per pregare insieme per la pace. E cosa altro cercavano i nostri fratelli quando si riunivano nei templi, se non l’amore tra gli uomini, la tolleranza, la solidarietà, la difesa della dignità della persona umana, considerandosi uguali, al di sopra dei credo politici, dei credo religiosi e dei colori della pelle?»[43].
Quali sono le conseguenze pratiche dell’ecumenismo?
Le conseguenze dell’ecumenismo sono l’indifferenza religiosa e la rovina delle missioni. Oggi è opinione comunemente diffusa tra i cattolici che ci si possa salvare grazie a qualsiasi religione. L’apostolato missionario quindi non ha più alcun senso, e succede anche abbastanza spesso che, in nome dell’ecumenismo, si rifiuti di accogliere nella Chiesa dei membri di altre religioni, che, invece, lo domandano. L’attività missionaria diventa semplicemente un sussidio allo sviluppo umano. Ciò è in flagrante opposizione con l’ordine di Gesù: «Andate, dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quanto vi ho comandato» (Mt 28,19).
Si può citare un esempio di tale attuale rifiuto di convertire i non cattolici?
Se ne potrebbero citare diversi. Uno dei più clamorosi esempi di questa tendenza è la Dichiarazione di Balamand, firmata il 23 giugno 1993, a conclusione di un incontro ufficiale tra cattolici e ortodossi[44].
In che contesto ha avuto luogo questo incontro di Balamand?
Per comprendere la genesi di questo incontro occorre tener presente che, dopo lo scisma orientale del 1054, nel corso dei secoli, fino al Concilio Vaticano II, molte parti della Chiesa orientale si sono riunite a Roma (sono i cosiddetti «uniati»). Pur conservando il loro rito orientale e tutte le legittime tradizioni a loro proprie, hanno riconosciuto il primato pontificio, come faceva, prima dello scisma, tutta la Chiesa d’Oriente.
Dopo i cambiamenti politici verificatisi in Unione Sovietica nella seconda metà del Novecento, queste Chiese cattoliche orientali conobbero un grande sviluppo (molti, in effetti, in precedenza erano rimasti separati da Roma solo a causa della pressione esterna e desideravano ritornare in comunione con il Papa). A causa di questo, le autorità ortodosse minacciavano di rompere le relazioni ecumeniche avviate col Vaticano II. L’incontro di Balamand del 1993 si inserisce in tale contesto come un tentativo per salvare queste relazioni ecumeniche.
Qual è il contenuto della Dichiarazione di Balamand?
Nel paragrafo 8 della Dichiarazione, il contesto che si è creato con la creazione delle Chiese orientali cattoliche viene definito una «fonte di conflitto e di sofferenza». Si afferma che è per giustificare il suo «proselitismo» – con questo termine vengono spregiativamente qualificati gli sforzi compiuti nel passato per ricondurre gli scismatici all’unità cattolica – che «la Chiesa cattolica ha sviluppato la visione teologica secondo la quale si presentava essa stessa come l’unica depositaria della salvezza» (n. 10). Adesso, al contrario, le Chiese orientali dissidenti sono considerate come sorelle della Chiesa cattolica: «La Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa si riconoscono mutualmente come Chiese sorelle. […] Secondo le parole di Giovanni Paolo II (Slavorum apostoli, n. 27) lo sforzo ecumenico delle Chiese sorelle d’Oriente e d’Occidente, basato sul dialogo e la preghiera, ricerca una comunione perfetta e totale che non sia né assorbimento né fusione, ma incontro nella verità e nell’amore» (n. 14).
Cosa prevedono, sul piano pratico, gli accordi di Balamand?
Gli accordi di Balamand prevedono che la Chiesa cattolica rinuncia espressamente a tentare di convertire al cattolicesimo gli ortodossi (n. 12) e rinuncia anche a creare delle strutture cattoliche contro la loro volontà, laddove non ne ha attualmente (n. 29), perché «l’azione pastorale della Chiesa cattolica, tanto latina quanto orientale, non tende più a far passare i fedeli da una Chiesa all’altra; vale a dire che non mira più al proselitismo tra gli ortodossi» (n. 22), «superando l’ecclesiologia sorpassata del ritorno alla Chiesa cattolica». E la Dichiarazione conclude: «Escludendo per il futuro ogni proselitismo e ogni volontà di espansione dei cattolici a spese della Chiesa ortodossa, la Commissione spera di aver soppresso l’ostacolo che ha spinto certe Chiese autocefale a sospendere la loro partecipazione al dialogo teologico» (n. 35).
Che giudizio si può dare di questi accordi di Balamand?
Il giudizio non può che essere estremamente severo: queste dichiarazioni costituiscono un palese e clamoroso tradimento dello spirito missionario della Chiesa, dei santi e dei martiri che nel passato hanno dato la loro vita per la conversione dei non cattolici – compresi gli ortodossi – e un’applicazione della nuova dottrina sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II.
L’ecumenismo e il dialogo interreligioso non sono un’esigenza della carità fraterna?
L’ecumenismo e il dialogo interreligioso, per come sono predicati dal Vaticano II, non sono un’esigenza della carità fraterna, ma al contrario si oppongono alla carità: il vero amore, infatti, esige che si desideri e che si faccia del bene al prossimo. E, in materia religiosa, fare del bene al prossimo significa aiutarlo ad indirizzarsi verso la verità. È quindi un segno di vero amore quello che davano i missionari che lasciavano patria e amici per andare a predicare Gesù Cristo in terre lontane, in mezzo a pericoli e fatiche indicibili; molti vi persero la vita, uccisi dalla malattia o dalla violenza. L’ecumenismo e il dialogo interreligioso, al contrario, lasciano gli uomini nei loro errori. Se questo atteggiamento è più comodo rispetto all’apostolato missionario, non è certo un segno di carità, ma piuttosto di indolenza e di mancanza di coraggio evangelico.
Pur opponendosi alle interpretazioni eccessivamente sincretiste della dottrina sull’ecumenismo e sul dialogo interreligioso, non se ne possono conservare almeno le espressioni e sviluppare così una teologia cattolica dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso?
Una «teologia cattolica dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso», di fatto, verrebbe a coincidere con ciò che la Chiesa ha sempre insegnato sulla necessità del ritorno all’unità cattolica dei membri delle comunità separate da Roma e la conversione dei non cristiani. È vero che prima del Concilio alcuni teologi parlavano, in questo senso, di un «ecumenismo cattolico» per contrapporlo al «falso ecumenismo»; ma l’origine acattolica di queste espressioni e l’impiego in senso eterodosso che ne è fatto oggi su larga scala ne sconsigliano l’impiego da parte dei cattolici, perché, come insegna san Tommaso, «le nostre espressioni non devono avere niente in comune con quelle degli eretici, in modo che non sembrino favorire il loro errore»[45].
Fonte: Dal Catechismo della crisi nella Chiesa, don Mathias Gaudron FSSPX, edizione italiana disponibile su: https://edizionipiane.it/
[1] Questo Consiglio si definisce come «una comunità di Chiese, che riconoscono Cristo come Dio e Salvatore». Le confessioni religiose che ne fanno parte restano indipendenti. Il Consiglio non ha alcuna autorità su di loro; esse possono accettare o rifiutare come vogliono le sue decisioni. Non è neppure necessario che ognuno dei membri riconosca le altre comunità come Chiese in senso stretto. La Chiesa cattolica non ne ha mai fatto parte.
[2] C. Boyer, Articolo «Oecuménisme chrétien» nel Dictionnaire de théologie catholique. Il termine «ecumenico», nel suo significato primitivo («universale») era usato soprattutto per designare i concili ecumenici della Chiesa, distinti così dai concili particolari (cfr. la domanda n. 19 della presente pubblicazione). Ma, rispetto ad allora, la parola ha assunto, nel contesto delle relazioni tra le diverse religioni, una nuova connotazione.
[3] Pio XI, Enciclica Mortalium animos (6 gennaio 1928).
[4] Ib.
[5] Ib.
[6] Ib.
[7] Pio IX, Lettera Iam vos omnes, 13 settembre 1868 (DS 2998).
[8] Leone XIII, lettera Præclara gratulationis, 20 giugno 1894.
[9] Concilio Vaticano II, Costituzione Lumen gentium (sulla Chiesa), n. 8. La stessa espressione figura nella Dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis humanæ, n. 1): «Questa unica vera religione, noi crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica».
[10] La nota 56 della Dichiarazione Dominus Iesus (6 agosto 2000) precisa che la Chiesa di Cristo ha questa realizzazione perfetta (la sua «sussistenza») solo nella Chiesa cattolica. Se però su questo punto interpreta il testo conciliare in modo più tradizionale, d’altro canto riafferma che al di fuori della Chiesa cattolica vi sono «elementi di santificazione e di verità».
[11] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, n. 8; si vedano anche Unitatis redintegratio, n. 3, e Giovanni Paolo II, Enciclica Ut unum sint, n. 13.
[12] L’espressione figura nel testo Unitatis redintegratio, n. 3; si veda anche il n. 14 di Lumen gentium, che parla di «piena incorporazione».
[13] Quelli che non sono incorporati alla Chiesa in re (realmente) attraverso il battesimo, possono esserlo in voto, il che significa che pur non appartenendo, in senso stretto, alla Chiesa, appartengono alla comunione dei santi, attraverso ciò che la teologia chiama il «battesimo di desiderio». Il battesimo di desiderio può essere esplicito (per esempio in un catecumeno che si prepara al battesimo) o anche implicito (per esempio in una persona che si trova fuori dalla Chiesa cattolica senza sua colpa e non ha gli strumenti per discernere che la Chiesa cattolica è l’unica vera religione, ma ha delle disposizioni d’animo tali per cui, se avesse la possibilità di operare tale discernimento, lo farebbe, e si sforza di agire in modo conforme alla legge naturale, lo Spirito Santo può condurla alla fede soprannaturale ed alla contrizione perfetta di suoi peccati per giungere così alla salvezza). Chiaramente, il battesimo di desiderio implicito fa appello a delle condizioni che sono inverificabili in modo certo al foro esterno, e quindi la Chiesa non può mai giudicare se una persona non battezzata abbia realmente dentro di sé queste disposizioni d’animo: solo Dio scruta nei cuori. Di qui la necessità imprescrittibile per la Chiesa di «andare a istruire e battezzare tutti i popoli» (cfr. Mt 28,19).
[14] Quod ergo aqua diluvii non salvavit extra arcam positos, sed occidit, sine dubio præfigurat omnem hereticum, licet habentem baptismatis sacramentum, non aliis, sed ipsis aquis ad inferna mergendum, quibus arca sublevatur ad coelum (San Beda il Venerabile, Commentosu 1P 3,21, in PL 93, col. 60).
[15] Nel dire questo, evidentemente, facciamo riferimento al valore oggettivo dell’atto e non alle disposizioni soggettive dei singoli individui che prendono parte a tali cerimonie, che sono del resto inverificabili in quanto riguardano il foro interno.
[16] Giovanni Paolo II, Enciclica Ut unum sint, n. 11.
[17] H. Schütte, Glaube im ökumenischen Verständnis Ökumenischer Katechismus, Paderborn 1994, p. 33.
[18] Pio XII, Enciclica Mystici corporis (29 giugno 1943).
[19] Cfr. cap. 2, domanda n. 10: «Qual è la conseguenza della negazione di un dogma?».
[20] La Documentation Catholique, n. 1855 (1983), pp. 694-695.
[21] K. Rahner – H. Vorgrimler, Kleines Konzilskompendium. Sämtliche Texte des Zweiten Vatikanums, Herder, Friburgo 1986, p. 220.
[22] Cfr. Acta Synodalia Sacrosanti Concilii Œcumenici Vaticani II, volumen IV, periodus quarta, pars IV (Typis polyglottis Vaticanis, 1977), p. 698 (risposta al secondo modus) e p. 706 (risposta al modus 57).
[23] Il Corano, Sura IX, 30, Mondadori, Milano 1979, p. 274.
[24] Ib., Sura XLVII, 4, p. 700.
[25] Ib., Sure LVI, 22-23, p. 750; LVI, 17-18, p. 750; LXXVI, 19, p. 851.
[26] Mons. K. Koch (vescovo di Basilea), intervistato dal giornale di Zurigo Tagesanzeiger, 29 ottobre 1996, p. 2.
[27] Cfr. la domanda n. 45 del presente capitolo.
[28] Proposizione XVII condannata dal Sillabo (DS 2917).
[29] Card. K. Wojtyla, Segno di contraddizione, Gribaudi, Torino 2005, p. 28. Il libro fu pubblicato nella sua prima edizione poco tempo prima (1977) che diventasse Papa.
[30] K. Rahner, Schriften zur Theologie, t. III, Benzinger, Einsiedeln 1978, p. 350.
[31] Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptor hominis, (4 marzo 1979): «Giustamente i Padri della Chiesa vedevano nelle diverse religioni quasi altrettanti riflessi di un’unica verità come “germi del Verbo”». In nota si riferisce a san Giustino e a Clemente Alessandrino, ma soprattutto ai testi del Vaticano II che hanno lanciato questa idea: Ad gentes, n. 11 e Lumen gentium, n. 17.
[32] B. Altaner, Patrologia, Marietti, 7a ed., Torino 1977, pp. 70-71.
[33] Si può ricordare, a questo proposito, ciò che diceva san Gerolamo: Ex verbis inordinate prolatis incurritur hæresis, «se si parla senza precisione si cade nell’eresia» (PL 39, col. 1998). San Tommaso, nel citare questo passaggio, commenta: «Perciò le nostre espressioni non devono avere niente in comune con quelle degli eretici, in modo che non sembrino favorire il loro errore» (Summa theologiæ, III, q. 16, a. 8, corpus).
[34] Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptor hominis, n. XIII, 3.
[35] Cfr. cap. IV, domanda n. 21.
[36] Giovanni Paolo II, Allocuzione del 27 ottobre 1986 nella basilica di Santa Maria degli Angeli.
[37] Lo disse nell’Angelus del 28 settembre 1986.
[38] Giovanni Paolo II, Discorso alla curia romana per gli auguri di Natale, 22 dicembre 1986.
[39] Ib.
[40] Ib.
[41] Se così non fosse, non avrebbero alcun senso le parole che la Chiesa fa dire al sacerdote nell’amministrazione del sacramento del battesimo: Exi ab eo, immunde spiritus, et da locum Spiritui Sancto Paraclito (dal rituale del battesimo dei bambini), «esci da lui, spirito immondo, e lascia entrare lo Spirito Santo Paraclito».
[42] Cfr. La Documentation Catholique, n. 1929 (1986), pp. 1076-1077.
[43] A. Corona, in Hiram (rivista del Grande Oriente d’Italia), aprile 1987.
[44] Il testo è stato reso pubblico il 15 luglio 1993 dal Consiglio pontificio per l’unità dei cristiani. Cfr. La Documentation Catholique, n. 2077 (1993), pp. 711-714.
[45] San Tommaso d’Aquino, Summa theologiæ, III, q. 16, a. 8, corpus.
RICORDA CHE:
La presenza reale, quante incertezze e divisioni tra i protestanti
I riformatori protestanti – da Lutero a Calvino, da Zwingli a Carlostadio – avevano in comune solo il rifiuto della dottrina cattolica. Ma su come tradurre l’idea della “sola Scriptura”, le divisioni erano enormi: basti pensare ai tentativi di sostituire la verità della transustanziazione.
(di Luisella Scrosati – 19 gennaio 2025)
Lutero non credeva alla presenza reale del Signore Gesù nell’Eucaristia. È più o meno questa l’idea che il cattolico medio – almeno di quello, raro, che si pone il problema – si è fatto della posizione dell’anima della “Riforma” protestante sull’Eucaristia come sacramento. Ma le cose non sono affatto così semplici: il mondo protestante ha conosciuto – e conosce ancora oggi – diverse posizioni relative al modo di presenza del Signore nell’Eucaristia, così che si può in tutta tranquillità affermare che se l’Eucaristia è stata un elemento di divisione tra Lutero e la Chiesa cattolica, lo è stato ancora di più tra i protestanti stessi.
Si deve infatti ricordare che Huldrych Zwingli (1484-1531) e Johannes Heussgen, conosciuto come Oecolampadius (1482-1531), ruppero con Lutero proprio sul punto della presenza reale, portando l’ex monaco a definirli persino eretici. I due riformatori svizzeri, ma anche amici di Lutero della prima ora, come Andreas Karlstadt (Carlostadio, 1480-1541), sostenevano infatti la presenza sacramentale di Gesù nell’Eucaristia, intesa nel senso che il pane e il vino erano rappresentazioni simboliche del corpo spezzato del Signore e del suo sangue immolato, ma non mediazioni della sua presenza reale. Il sacramentarismo (o sacramentismo) fu combattuto con tutte le forze da Lutero, il quale invece, come vedremo tra poco, riteneva una sovversione dei Vangeli la negazione della presenza reale del Signore nel pane e nel vino benedetti durante la Cena.
Jehan Cauvin (Calvino, 1509-1564) cercò di correggere la posizione sacramentarista, affermando che la presenza del Signore doveva essere “in qualche modo” reale nel pane e nel vino, sebbene in modo ineffabile, propendendo per una comunicazione sostanziale del Signore Gesù nella comunione. Come la presenza sacramentale di Zwingli, anche quella sostanziale di Calvino non deve trarre in inganno. Nel termine sostanza, Calvino non conserva alcuno “spessore” metafisico: presenza sostanziale significa per lui che nel sacramento si esprimono non solo il significato della morte e risurrezione del Signore e la certezza che il suo corpo è stato spezzato e il suo sangue versato (come per Zwingli), ma anche la loro virtù ed efficacia. La presenza del Signore si comunica veramente mediante i segni sacramentali, mantenendo così la promessa del Signore di dare il suo corpo e il suo sangue per noi, ma senza affermare che questa presenza fosse nel pane e nel vino e ancor meno per la conversione della loro sostanza.
Riguardo all’Eucaristia come sacramento (come sacrificio, rimandiamo all’articolo precedente), Martin Lutero risultava essere il più “tradizionalista” dei riformisti e per questo fu accusato di non rompere a sufficienza con la “superstizione” cattolica. Ai suoi occhi, le espressioni «questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue», non potevano che significare la presenza reale del corpo e sangue del Signore nel pane e nel vino, dato a quanti si comunicano, e ogni altra spiegazione che negasse questa verità contraddiceva quanto scritto nei Vangeli. Alle interpretazioni diverse di Lutero, Calvino, Zwingli, Heussgen e Carlostadio, andrebbero aggiunte quelle di Martin Bucer (1491-1551), Wolfgang Fabricius Köpfel (Capitone, 1478-1541), nonché quelle del grande artefice del Book of Common Prayer, Thomas Cranmer (1489-1556). Non è intento di questo articolo presentarle tutte: a noi basta prendere atto che il principio fondamentale della Riforma della “sola Scriptura” come auto-evidenza delle affermazioni bibliche, sulle quali il cattolicesimo avrebbe riversato un enorme carico di spiegazioni che ne distorcevano il senso cristallino, era già deragliato al suo nascere. Sulle parole così fondamentali che il Signore Gesù aveva pronunciato prima della sua immolazione, la Riforma si trovava frammentata, con spiegazioni differenti non solo tra un autore e l’altro, ma anche negli scritti del medesimo autore.
A fungere da mastice di tutti questi riformatori era una cosa sola: il rifiuto della dottrina cattolica. Ma come sostituire la dottrina incriminata divenne un punto di divisione che perdura fino ad oggi. Anche la Chiesa cattolica sostiene la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, ma vincolando questa comprensione a quella verità che va sotto il nome di transustanziazione, i cui elementi fondamentali possiamo così riassumere: la presenza reale del corpo e del sangue vivi del Signore, da cui la presenza anche della sua anima e divinità, nel sacramento dell’Eucaristia avvengono per la conversione totale della sostanza del pane e del vino, di modo che non vi sono più pane e vino, ma solo le loro apparenze o accidenti, che “velano” la presenza del Signore.
All’epoca di Lutero, come d’altra parte anche oggi, le critiche che piovevano su questo insegnamento non riguardavano direttamente l’Eucaristia, ma una presunta invasione della filosofia nella fede: si obbediva ad Aristotele, non alla Bibbia, il cui insegnamento chiaro veniva così piegato alle esigenze di un sistema filosofico. Si è già accennato a come di fatto la rimozione di questa supposta sovrastruttura filosofica abbia tutt’altro che unificato i cristiani attorno al significato “evidente” delle Scritture; ma non si può tacere un altro errore di fondo di Lutero, non meno grave: la dottrina della transustanziazione non è stata una deduzione in ambito teologico del sistema aristotelico e nemmeno l’adozione di una particolare filosofia posta a servizio della Rivelazione. La transustanziazione non è né più né meno che la ragione umana qua talis che, illuminata dalla fede, ricerca l’intelligenza della verità rivelata; detto altrimenti: la transustanziazione è la spiegazione più conforme a quel “è” presente nelle parole della consacrazione. Dire del pane che esso “è il mio corpo”, significa, appunto, che esso è corpo e non (più) pane, perché l’essere si attribuisce in modo proprio alla sostanza. E questo non è Aristotele, ma la ragione umana a comprenderlo; tutti noi cogliamo, se vi riflettiamo anche solo per qualche secondo, la differenza del significato del verbo essere nell’affermazione “quest’uomo è giapponese” e “questo è un uomo”. L’essere giapponese è infatti qualità di qualcosa o qualcuno, di una sostanza appunto, mentre essere un uomo non è una qualità ma l’indicazione di ciò che uno sostanzialmente è. Nel contempo, è altrettanto evidente che i sensi umani non esperiscono il Signore, ma il pane e il vino. E dunque è chiaro che la conversione della loro sostanza lascia invece inalterati gli accidenti, quelle apparenze che effettivamente continuiamo ad esperire.
La pretesa luterana di liberare la teologia da Aristotele, oltre a rinnegare la storia della Chiesa fin dai primissimi secoli – risulta forse a Lutero che l’omoousios per esprimere la consustanzialità del Figlio con il Padre fosse presente nella Bibbia? – fu pertanto una finzione, ma una finzione devastante, perché insieme ad un presunto sistema filosofico venne spazzata via l’intelligenza stessa della Rivelazione. Lo stesso Lutero non poté sottrarsi dal rispondere all’ovvia domanda di come dev’essere dunque intesa la presenza reale del Signore nell’Eucaristia, dal momento che si doveva rifiutare la cosa più ovvia, ossia che il pane non fosse più pane ma il Signore. Nei suoi scritti si notano molte fluttuazioni espressive, che cercano di costruire quella dottrina che va sotto il nome di impanazione, o ancor meglio di consustanziazione: Cristo è realmente presente nel pane e nel vino o con il pane e con il vino, senza che avvenga la conversione della sostanza. Una dottrina che non emerge affatto più evidentemente dai Vangeli di quella della transustanziazione; semmai il contrario. Perché il Signore non ha detto “qui c’è il mio corpo”, che avrebbe certamente espresso una concomitanza, ma “questo è il mio corpo”, espressione che indica chiaramente una trasformazione.
La dottrina della consustanziazione venne semplicemente costruita in contrapposizione a quella cattolica, costringendo però Lutero e il suo seguito a ricorrere comunque al concetto di sostanza, sebbene per negarne la conversione. Segno che dalla ragione umana non ci si può liberare nel momento in cui si cerca di comprendere ciò che è rivelato, nemmeno in nome di una più diafana e impossibile purezza.
