Il servo di Dio don Divo Barsotti (1914-2006) studiò attentamente il Concilio Vaticano II, i suoi documenti, e ne rimase turbato — pur non mettendone mai in discussione la legittimità –, come scrisse nei suoi diari.
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Se c’è qualcuno che non può essere accusato di “turpe” tradizionalismo o di “becero” conservatorismo è il servo di Dio don Divo Barsotti (1914-2006), fondatore della Comunità dei figli di Dio. Anch’egli si fece travolgere dal “folle vento delle novità” fin dagli anni ’40-’50, quando cominciò ad avere vari incontri e rapporti epistolari con illustri personalità della nouvelle theologie (Henri de Lubac, Jean Danielou, Hans Urs von Balthasar, Louis Bouyer), nonché con esponenti del “cattolicesimo democratico” (Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti) e con quelli del “cattolicesimo del dissenso” (David Maria Turoldo e Ernesto Balducci), pur rimanendo indipendente da essi.
Don Divo fu infatti duramente “bastonato” dall’ex Sant’Uffizio quando fu bocciato un suo libro degli anni ’50. A differenza di molti dei nomi citati poc’anzi, egli non si mise mai contro la Chiesa, né pensò ad una ribellione “interna” e “nascosta” in attesa di tempi migliori, così – se pur con amarezza, perché riteneva che le sue ragioni e il suo pensiero non fossero stati sufficientemente esaminati – prese la penna in mano e riconobbe «[…] che alcune espressioni del libro possono indurre in errore… […] In ragione di questi errori o di quelle espressioni che possono indurre in errore, ho creduto mio dovere far ritirare dal commercio il libro»[1]. Chinando dolcemente il capo e accettando l’umiliazione, don Divo capì – dirà in seguito – «che amavo la Chiesa più di me stesso»[2]. Fu proprio per il suo sincero amore alla Chiesa che, secondo noi, il Signore lo mise al riparo da quel “folle vento delle novità” che prese il sopravvento nel mondo cattolico negli anni ’60.
Lettera e spirito del Concilio
Come fu riconosciuto dallo stesso papa Paolo VI, dopo il Vaticano II, non arrivò la “primavera” che egli e il suo predecessore, Giovanni XXIII, avevano sperato, ma un rigidissimo “inverno”[3]. Come fu possibile tutto ciò? Per molti è dovuto al fatto che ha trionfato, nel mondo cattolico, non il vero e proprio insegnamento del Vaticano II (cioè i documenti, la “lettera del Concilio”), ma il “folle vento delle novità” (ovvero il celeberrimo e nefasto “spirito del Concilio”)[4].
È davvero una “diagnosi” giusta? Lettera e spirito non sono forse le due facce della stessa medaglia?
Certamente, col Vaticano II, i novatores non ottennero tutto quello che volevano, ma il fatto che adesso occupino la Gerarchia dalla più alta cattedra significa che, da allora in poi, hanno trovato più porte aperte che chiuse.

Don Divo Barsotti studiò attentamente il Vaticano II e i suoi documenti e ne rimase turbato – pur non mettendone mai in discussione la legittimità[5] –, come scrisse nei suoi diari. «Sono perplesso nei riguardi del Concilio medesimo: la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. […]»[6]. Riguardo i documenti del Concilio aggiungerà che «[…] non sono stati impediti gli equivoci, l’ambiguità e soprattutto non è stata impedita la presunzione, non l’ambizione e il risentimento, non la superficialità e la volontà di un rinnovamento che voleva essere uno scardinamento, uno sradicamento della tradizione dogmatica, una diminuzione della tradizione spirituale»[7]. Per don Divo, il Vaticano II, «forse perché ha voluto dir troppo, non ha detto molto»[8].
Questo significa che, per il sacerdote toscano, il Vaticano II è stato un errore? «No di certo», rispose. «La Chiesa aveva bisogno di confrontarsi con la cultura del mondo, e lo Spirito Santo ha impedito che nei documenti si insinuasse l’errore; ma anche se tutto è giusto, nel Vaticano II, non è detto che tutto sia stato opportuno»[9].
Infatti, il documento che più lo allibiva era la costituzione pastorale Gaudium et Spes in quanto «l’ambiguità si manifesta evidente, ed è estremamente grave, nel fatto che il rapporto Chiesa-Mondo non si risolve nel martirio. La Croce non è al centro della teologia del Concilio, non è la soluzione e il compimento della missione della Chiesa»[10]. Da questo non può che derivarne che il Vaticano II «[…] È ben povera cosa nei confronti dei concili che l’hanno preceduto. Il numero stesso dei documenti più che dire la sua grandezza, dice la presunzione dei vescovi, dice la povertà del suo insegnamento»[11].
La presunzione dei padri e dei periti conciliari
Don Divo non ha mancato di rimproverare duramente i padri e i periti conciliari. Li mise “a nudo” affermando che «la difesa ad oltranza del Concilio dice la cattiva coscienza di chi lo difende… Se è opera di Dio, non ha bisogno di essere difeso. […]»[12].
Ai padri conciliari e ai vescovi del post-concilio rinfacciava: «Non hanno voluto condannare l’errore e hanno preteso di “rinnovare” la Chiesa, quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto»[13]. Per questo il sacerdote toscano dichiarò: «[…] Io non so che farmene di una Chiesa che nasca oggi. Se si rompe l’unità la Chiesa è già morta. La Chiesa è viva soltanto se, senza soluzione di continuità, io sono nella Chiesa uno con gli Apostoli per essere uno con Cristo»[14]. Perciò non esitò a richiamare severamente i successori degli Apostoli al loro compito più importante: confermare nella Fede. I vescovi «[…] mi dicano quello in cui devo credere e quello che devo rigettare»[15].

Con i periti conciliari e i teologi loro discepoli non fu meno tenero: «[…] Ma soprattutto mi indigna il comportamento dei teologi. Crederò loro quando li vedrò veramente bruciati, consumati dallo zelo per la salvezza del mondo. […] Tutto il resto è retorica. Soltanto la santità salva la Chiesa. E i santi dove sono? Nessuno sembra crederci più»[16]. Difatti «la novità di una teologia – ha scritto don Divo – che rinnega la teologia del passato, non è più una novità cristiana»[17].
Don Divo in particolare mise in guardia dai teologi “discepoli” del gesuita Pierre Teilhard de Chardin († 1955), poiché questi è «il pensatore che sta dietro a molti degli errori che inquinano la teologia (e la mentalità) moderna. È stato il maestro di certi periti ed esperti conciliari»[18]. Proprio verso di essi sentiva un «senso di rivolta che mi agita e mi solleva fin dal profondo contro la facile ubriacatura dei teologi acclamanti al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, un’orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico»[19].
Inoltre non riusciva a capire «come si potesse essere così duri con Lefevbre (che sbagliava, ma pur sempre sul piano disciplinare) e lasciar correre chi, come Kung, Curran, Schillebeeckx, metteva in discussione il Dogma»[20].
I responsabili e la causa della crisi della Chiesa
Per don Divo Barsotti i veri responsabili della crisi della e nella Chiesa sono i teologi[21] (oggi molti dei quali siedono in molte cattedre episcopali). Egli individuava infatti la causa di questa terribile crisi nella superba «leggerezza di aver voluto provocare e tentare il Signore»[22].
Poiché «tutti gli insegnamenti del Concilio, tutta l’azione della Chiesa, tutto è sospeso nel vuoto – ha spiegato il sacerdote toscano – se la Chiesa non ha più il coraggio di rendere testimonianza della divinità del Cristo»[23].
BIBLIOGRAFIA
Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre (P. Serafino Tognetti, Ed. San Paolo, 2012).
Sentinelle nel post-Concilio. Dieci testimoni controcorrente (Francesco Agnoli e Lorenzo Bertocchi, Cantagalli, 2011).
NOTE
[1] Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre (P. Serafino Tognetti, Ed. San Paolo, 2012, pagg. 187-191).
[2] Ibidem.
[3] «Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, d’incertezza» (Paolo VI, omelia della solennità dei Santi Pietro e Paolo del 29 giugno 1972).
[4] Posizione sostenuta da papa Benedetto XVI quando, durante il discorso alla Curia romana del 22 dicembre del 2005, parlò di due ermeneutiche conciliari: la prima è quella corretta (riforma nella continuità), la seconda è quella erronea (rottura e discontinuità).
[5] «Il Concilio era certamente legittimo, ma non aveva messo che solo delle virgole al discorso continuo della Tradizione. Ed ero incapace di capire perché si citasse quasi esclusivamente questo Concilio ultimo» (Don Divo Barsotti, Nel Figlio al Padre, pag. 257)
[6] Don Divo Barsotti, Battesimo di fuoco, pag. 58.
[7] Don Divo Barsotti, La Presenza donata, pag. 103.
[8] Don Divo Barsotti, Nel cuore di Dio. Diario 11 febbraio 1984 – 12 marzo 1985, pag. 284.
[9] Un filosofo, un mistico, un teologo suonano l’allarme alla Chiesa (Sandro Magister, 07-02-2005).
[10] Don Divo Barsotti, L’Attesa. Diario 1973-1975, pag. 213-214
[11] Don Divo Barsotti, Nel Figlio al Padre, pag. 257.
[12] Don Divo Barsotti, Battesimo di fuoco, op. cit., 272.
[13] Don Divo Barsotti, Fissi gli occhi nel sole, pag. 117.
[14] Don Divo Barsotti, Le responsabilità dei Preti. Prediche al Papa, 2010, pagg. 105-106
[15] Don Divo Barsotti, I cristiani vogliano essere cristiani, a cura di P. Canal, pag. 272.
[16] Don Divo Barsotti, Battesimo di fuoco, pag. 58.
[17] Don Divo Barsotti, Dopo il Concilio, 1970, pag. 90.
[18] Don Divo Barsotti, I cristiani vogliano essere cristiani, a cura di P. Canal, pag. 164.
[19] Don Divo Barsotti, Battesimo di Fuoco, pag. 58.
[20] Don Divo Barsotti, I cristiani vogliano essere cristiani, a cura di P. Canal, pag. 183-184.
[21] Citato in S. Albertazzi, Sull’orlo di un duplice abisso, Edizioni San Paolo, Milano 2009, pag. 37.
[22] Don Divo Barsotti, Battesimo di fuoco, pag. 27.
[23] Citato in S. Albertazzi, Sull’orlo di un duplice abisso, Edizioni San Paolo, Milano 2009, pag. 37.
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Don Divo Barsotti lo aveva compreso bene: “La Chiesa da decenni parla di pace e non la può assicurare, non parla più dell’inferno e l’umanità vi affonda senza gorgoglio. Non si parla del peccato, non si denuncia l’errore. A che cosa si riduce il magistero? Mai la Chiesa ha parlato tanto come in questi ultimi anni, mai la sua parola è stata così priva di efficacia. “Nel mio nome scacceranno i demoni …”. Com’è possibile scacciarli se non si crede più alla loro presenza? E i demoni hanno invaso la terra. La televisione, la droga, l’aborto, la menzogna e soprattutto la negazione di Dio: le tenebre sono discese sopra la terra. […]. Forse la crisi non sarà superata finché, in vera umiltà, i vescovi non vorranno riconoscere la presunzione che li ha ispirati e guidati in questi ultimi decenni e soprattutto nel Concilio e nel dopo-Concilio. Essi, certo, rimangono i “doctores fidei”, ma proprio questo è il loro peccato: non hanno voluto definire la verità, non hanno voluto condannare l’errore e hanno preteso di “rinnovare” la Chiesa quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto.”
fonte: Totò aveva ragione, è sempre la somma che fa il totale.
Estratto del Capitolo XII del libro Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre, scritto da padre Serafino Tognetti (San Paolo, 2012).
Il rapporto di don Barsotti con il Concilio Vaticano II si può schematicamente dividere in tre periodi: prima del Concilio, durante, e dopo il Concilio. Le sensazioni, i pensieri, le reazioni, furono diversificate a seconda dei momenti: le aspettative (prima), l’ascolto di quello che veniva prodotto (durante), la valutazione dei frutti (dopo).
[…]
Prima del Concilio Vaticano II don Divo manifestò spesso una certa insofferenza nei confronti di alcune rigidità e chiusure dell’istituzione ecclesiastica. Si legga per esempio quanto disse alla sua Comunità proprio poche settimane prima che, a sorpresa, il Papa Giovanni XXIII annunciasse l’indizione del Concilio:
«Che la nostra preghiera sia questa: perché tutti i popoli riconoscano la Chiesa, e la Chiesa riconosca tutti i popoli; che la Chiesa in quanto Corpo mistico del Cristo, ma anche come società di uomini (la Chiesa organizzata, strutturata attraverso una gerarchia visibile) riconosca, intenda, ascolti e senta le aspirazioni e i bisogni di ogni anima. Non voglia, la Chiesa, mortificare, soffocare le aspirazioni legittime di ogni cultura, non voglia essere sorda al bisogno di ciascun popolo di onorare Dio nel suo modo, di pensare il dogma cristiano secondo proprie categorie mentali – impresa estremamente ardua, anzi, impossibile all’uomo, se gli uomini non fossero condotti dallo Spirito Santo. Un’unità che non sia il frutto dello Spirito di Dio sarà sempre un’unità di rovina, un’unità di impero».
Don Divo sentiva che qualcosa doveva cambiare, soprattutto in ordine all’evangelizzazione dei popoli. Per lui tutto deve appartenere alla Chiesa perché tutto nella Chiesa deve essere assunto e salvato (tranne il peccato), e il compito del teologo è proprio quello di farsi interprete di tutta la realtà creata per portarla a Cristo. A don Divo pareva però che la Chiesa di quegli anni fosse lontana da orizzonti così ampi. […]
[…]
Il momento dell’apertura del Concilio ci rivela un duplice atteggiamento da parte di don Barsotti. Da una parte egli presentava l’evento conciliare ormai imminente come «un’occasione, forse la più grande che Dio abbia concesso all’umanità di oggi, per essere salvata»; dall’altra parte il Concilio potrebbe però rivelarsi «un’occasione per cui questa umanità, invece di essere salvata, potrebbe precipitare nel buio, nella tenebra, non dico in un’apostasia dichiarata, ma in uno scetticismo, in una tensione, in una disperazione che non potrebbe essere più lenita da una speranza che le venga da Cristo, che le venga dalla Chiesa, che è del Cristo la continuatrice, anzi la stessa presenza».
Questo timore di don Divo era motivato dalla percezione di un pericolo che egli scorse nascosto sotto i facili entusiasmi di molti:
«Il pericolo di un Concilio che lascia le cose come le trova, anzi le peggiora. Perché ogni grazia di Dio è per sé ambigua: se l’anima non la riceve e non la fa fruttificare, quella grazia si trasforma per te in un motivo maggiore di condanna, di rovina e di morte».
Don Divo seguì con attenzione e soprattutto nella preghiera lo svolgimento delle sedute conciliari e al termine del Concilio commentò subito i testi delle Costituzioni conciliari ai membri della sua Comunità. La sua accoglienza fu inizialmente assai positiva: nelle direttive del Concilio egli vide quasi «un frutto» di quanto il Signore aveva già operato in seno alla sua Comunità. […]
[…]
Alla chiusura del Concilio, l’8 dicembre 1965, don Divo era a Roma in piazza San Pietro […].
[…]
Don Divo condusse la Comunità a meditare via via i documenti conciliari. Certamente una delle tematiche che più lo interessava era quella relativa alla riforma liturgica. Accolse le novità con prudenza ma anche con una certa preoccupazione:
«Il primo errore che dobbiamo evitare è pensare che la riforma liturgica abbia un carattere essenzialmente e primariamente pastorale. Oltre tutto, questo non potrebbe mai essere nella Liturgia. Ha anche un carattere pastorale, indubbiamente, ma prima ancora è preghiera. La prima cosa che si impone per me, se io voglio essere ministro della preghiera liturgica, è che io preghi e che faccia pregare gli altri. Naturalmente se questa preghiera liturgica diviene per me preghiera, diviene preghiera per gli altri, non potrà esserlo che nella misura che questa preghiera rimane in qualche modo comprensibile, diviene veramente la parola che esprime una vita interiore e del popolo e del sacerdote che prega. La preghiera liturgica dunque ci forma alla preghiera e forma il popolo alla preghiera soltanto in quanto fa pregare; se non facesse pregare, non formerebbe né alla Liturgia né alla preghiera. Ed ecco una cosa importante allora che dobbiamo evitare, che cioè queste riforme siano fatte come una “prima di teatro”, come uno spettacolo».
Negli anni a seguire, don Divo sentì drammaticamente la crisi che scosse la Chiesa. Nei confronti del Concilio avvertì il pericolo di una banalizzazione dell’annuncio cristiano che sembrò perdere la dimensione soprannaturale per ridursi, nella comune prassi ecclesiale, al livello meramente sociale e umano. Si sentì nell’aria la crisi culturale che, soprattutto con il movimento del ’68, voleva mandare al macero le tradizioni. Egli continuò a favorire una formazione solida e robusta, senza la quale la Chiesa rischia di cadere nel vago senso religioso. […]
Nel 1970 Barsotti pubblicò un piccolo volume, Dopo il Concilio, in cui il suo giudizio nei confronti dell’evento conciliare continuava a mostrarsi positivo, pur con qualche riserva, soprattutto verso alcune posizione largamente diffuse nel posi concilio: stigmatizzò «la volontà impaziente» con cui si voleva cercare di realizzare quanto il Concilio aveva promulgato, gli atteggiamenti sempre più frequenti di contestazione verso l’autorità gerarchica, i limiti di un’eccessiva insistenza sul concetto di Chiesa come “popolo di Dio”, il rischio che il servizio della Chiesa ai poveri si riducesse a un impegno per la loro promozione sociale ed economica, ecc.
L’anno seguente il Papa Paolo VI lo convocò in Vaticano per predicare gli esercizi spirituali alla Curia romana, nella prima settimana del marzo del 1971. Davanti a Paolo VI, Barsotti riprese buona parte dei pensieri già espressi nella pubblicazione dell’anno precedente. Il suo richiamo all’importanza del magistero conciliare era evidente e continuo, ma egli non nascose al Papa le sue perplessità nei confronti delle carenze che riscontrava in qualche documento conciliare. Il punto su cui don Divo richiamò maggiormente l’attenzione fu l’esigenza di una nuova fioritura di santi nella Chiesa:
«Il Concilio ecumenico con la ricchezza mirabile della sua dottrina potrebbe cadere nel nulla, se non vi saranno santi che rendano il suo messaggio credibile al mondo». [5]
Proprio a motivo delle grandi ambizioni dell’ultimo Concilio è necessaria la testimonianza dei santi:
«Un Concilio ecumenico quale quello che abbiamo celebrato in questi ultimi anni è tale da esigere una santità estremamente grande. Se il Concilio di Trento ha richiesto tale fulgore di santità che anche oggi ci meraviglia e ci esalta […], quale santità dovrà richiedere il Concilio ultimo, perché esso abbia una reale efficacia di rinnovamento nella Chiesa di Dio!». [6]
Barsotti in quella circostanza non risparmiò qualche rimprovero ai teologi che «sembrano tutti aver fretta, vogliono preparare un nuovo Concilio: le parole non generano più che nuove parole […]. Il Concilio di Trento ha nutrito la teologia per quattro secoli; del Vaticano II i teologi sembrano già stanchi dopo pochi anni dalla fine». [7]
Il suo era un atteggiamento molto realista, depurato ormai da ogni facile ottimismo, di fronte alla situazione assai preoccupante che la Chiesa si trovava ad affrontare in quegli anni turbolenti. Nello stesso testo si riporta un’espressione che egli enunciò davanti al Papa Paolo VI: «Perché dopo il Concilio abbiamo assistito non a un rinnovamento, non a una Pentecoste, ma a una crisi che ci ha fatto paura?».
Ma è nelle parti pubblicate del suo diario, risalenti a quegli anni, che soprattutto troviamo espresso il travaglio interiore di don Barsotti dopo il Concilio. Nelle pagine del 1967 egli non nascose le sue difficoltà: gli facevano paura la lunghezza e il linguaggio dei documenti, che sembrano attestare una sicurezza tutta umana più che una fermezza di fede. Egli reagì soprattutto «contro la facile ubriacatura dei teologi acclamati al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, un’orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico». [8]
Barsotti si mostrò infastidito dalla continua esaltazione del Concilio che gli sembrava «frutto di cattiva coscienza»: il trionfalismo che veniva rinfacciato alla Curia romana, dopo il Concilio diveniva lo stile di chi celebrava ora i suoi presunti trionfi. Per don Divo il Vaticano II «forse perché ha voluto dir troppo, non ha detto molto». [9]
Da qui un atteggiamento teso a relativizzare la sua importanza, cercando di collocarlo sempre nel solco della Tradizione, senza mai sganciarlo dai Concili precedenti. Scrisse a questo riguardo nel diario del 1984:
«Il Concilio ultimo è legittimo, ma non ha fatto che mettere alcune virgole e qualche punto al discorso di sempre. È ben povera cosa nei confronti dei Concili che l’hanno preceduto. Il numero stesso dei documenti più che dire la sua grandezza, dice la presunzione dei Vescovi, dice la povertà del suo insegnamento». [10]
Un altro aspetto stigmatizzato nei diari fu la visione troppo ottimista della storia umana che sembra essere supposta da alcuni documenti: a questo riguardo, è nei confronti della Costituzione pastorale Gaudium et spes che egli manifesta le sue maggiori perplessità. [11]
Don Divo riconosceva l’assistenza dello Spirito Santo, che ha impedito che nei vari documenti venissero proclamati errori, ma affermò che: «[…] non sono stati impediti gli equivoci, l’ambiguità e soprattutto non è stata impedita la presunzione, non l’ambizione e il risentimento, non la superficialità e la volontà di un rinnovamento che voleva essere uno scardinamento, uno sradicamento della tradizione dogmatica, una diminuzione della tradizione spirituale». [12]
Se è dunque vero che lo Spirito Santo assicura l’infallibilità del Concilio, non ne assicura però l’efficacia: egli per questo criticò i Padri conciliari che non vollero impegnare l’infallibilità del loro magistero, pretendendo però di assicurarne l’efficacia.
Ciò che don Divo Barsotti denunciò in modo particolare fu una scelta precisa dei Padri conciliari e dei Vescovi del post-concilio:
«Non hanno voluto condannare l’errore e hanno preteso di “rinnovare” la Chiesa, quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto». [13]
Ma fondamento di un tale “rinnovamento” per don Divo non è un autentico impegno di conversione personale, come dev’essere, bensì l’orgoglio umano:
«Sono perplesso nei riguardi del Concilio medesimo: la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. […] Ma soprattutto mi indigna il comportamento dei teologi. Crederò loro quando li vedrò veramente bruciati, consumati dallo zelo per la salvezza del mondo. […] Tutto il resto è retorica. Soltanto la santità salva la Chiesa. E i santi dove sono? Nessuno sembra crederci più». [14]
Egli contestò anche l’insistenza da parte di molti teologi nel mettere continuamente in cattiva luce la situazione della Chiesa pre-conciliare, giustificando in tal modo la convocazione del Concilio, il quale, essendo l’esercizio supremo del Magistero, «è giustificato solo da una suprema necessità». [15]
Arrivò a pensare che la paurosa crisi della Chiesa post-conciliare fosse proprio derivata «dalla leggerezza di aver voluto provocare e tentare il Signore» [16], dall’aver quasi costretto Dio a parlare quando non vi era il bisogno di farlo.
Dopo un lungo travaglio interiore, nell’ultima pagina dedicata al Concilio tra le sezioni pubblicate del suo diario, don Divo sembrò arrendersi e offrire l’atto della sua obbedienza:
«La difesa ad oltranza del Concilio dice la cattiva coscienza di chi lo difende… Se è opera di Dio, non ha bisogno di essere difeso. E tuttavia debbo credere all’assistenza dello Spirito. Nel Concilio non possono essere stati insegnati errori, anche se può essere stata taciuta la verità. E se le direttive non fossero opportune, si impone tuttavia l’obbedienza». [17]
Le perplessità e le amarezze più volte manifestate da Barsotti nei confronti di certe derive post-conciliari non lo portarono però mai ad assumere posizioni di rottura nei confronti del Magistero e nemmeno ad auspicare il ripristino di forme e usi del passato. Seppur con qualche titubanza, don Divo mostrò sempre di accettare le decisioni e le riforme post-conciliari, invitando i membri della sua Comunità a fare altrettanto.
Nei confronti del Concilio il suo atteggiamento si rivela quindi obbediente ma allo stesso tempo critico; aperto e fiducioso nell’accogliere le necessarie riforme, ma anche sempre attento a indicare i rischi e i pericoli di certe scelte affrettate e spesso derivate da posizioni di inaccettabile contestazione verso la Chiesa e la sua Sapienza ispirata.
NOTE
5] D. Barsotti, La responsabilità dei preti. Prediche al Papa, Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2010,91
6] Ibidem, 91-92.
7] Ibidem, 176-177.
8] D. Barsotti, Battesimo di fuoco, op. cit., 58.
9] D. Barsotti, Nel cuore di Dio. Diario 11 febbraio 1984 – 12 marzo 1985. Introduzione di L. Russo, EDB, Bologna 1991,284.
10] D. Barsotti, Nel Figlio al Padre, op. cit., 257. Nel diario del 1988 Barsotti fa riferimento a una lettera indirizzata al Papa Giovanni Paolo II, in cui gli scriveva che «il Concilio era certamente legittimo, ma non aveva messo che solo delle virgole al discorso continuo della Tradizione. Ed ero incapace – continua – di capire perché si citasse quasi esclusivamente questo Concilio ultimo».
11] Leggiamo nel diario del 1974: «L’ambiguità della Costituzione pastorale Gaudium et spes si manifesta evidente, ed è estremamente grave, nel fatto che il rapporto Chiesa-Mondo non si risolve nel martirio. La Croce non è al centro della teologia del Concilio, non è la soluzione e il compimento della missione della Chiesa» (D. Barsotti, L’Attesa. Diario 1973-1975, op. cit., 213-214).
12] D. Barsotti, La Presenza donata, op. cit., 103.
13] D. Barsotti, Fissi gli occhi nel sole, Ediz. Messaggero, Padova 1997, 117.
14] D. Barsotti, Battesimo di fuoco, op. cit., 58.
15] Ibidem, 27.
16] Ibidem.
17] Ibidem, 222.
