Don Divo Barsotti e il Concilio Vaticano II

Il servo di Dio don Divo Barsotti (1914-2006) studiò attentamente il Concilio Vaticano II, i suoi documenti, e ne rimase turbato — pur non mettendone mai in discussione la legittimità –, come scrisse nei suoi diari.

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Se c’è qualcuno che non può essere accusato di “turpe” tradizionalismo o di “becero” conservatorismo è il servo di Dio don Divo Barsotti (1914-2006), fondatore della Comunità dei figli di Dio. Anch’egli si fece travolgere dal “folle vento delle novità” fin dagli anni ’40-’50, quando cominciò ad avere vari incontri e rapporti epistolari con illustri personalità della nouvelle theologie (Henri de Lubac, Jean Danielou, Hans Urs von Balthasar, Louis Bouyer), nonché con esponenti del “cattolicesimo democratico” (Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti) e con quelli del “cattolicesimo del dissenso” (David Maria Turoldo e Ernesto Balducci), pur rimanendo indipendente da essi.

Don Divo fu infatti duramente “bastonato” dall’ex Sant’Uffizio quando fu bocciato un suo libro degli anni ’50. A differenza di molti dei nomi citati poc’anzi, egli non si mise mai contro la Chiesa, né pensò ad una ribellione “interna” e “nascosta” in attesa di tempi migliori, così – se pur con amarezza, perché riteneva che le sue ragioni e il suo pensiero non fossero stati sufficientemente esaminati – prese la penna in mano e riconobbe «[…] che alcune espressioni del libro possono indurre in errore… […] In ragione di questi errori o di quelle espressioni che possono indurre in errore, ho creduto mio dovere far ritirare dal commercio il libro»[1]. Chinando dolcemente il capo e accettando l’umiliazione, don Divo capì – dirà in seguito – «che amavo la Chiesa più di me stesso»[2]. Fu proprio per il suo sincero amore alla Chiesa che, secondo noi, il Signore lo mise al riparo da quel “folle vento delle novità” che prese il sopravvento nel mondo cattolico negli anni ’60.

Lettera e spirito del Concilio

Come fu riconosciuto dallo stesso papa Paolo VI, dopo il Vaticano II, non arrivò la “primavera” che egli e il suo predecessore, Giovanni XXIII, avevano sperato, ma un rigidissimo “inverno”[3]. Come fu possibile tutto ciò? Per molti è dovuto al fatto che ha trionfato, nel mondo cattolico, non il vero e proprio insegnamento del Vaticano II (cioè i documenti, la “lettera del Concilio”), ma il “folle vento delle novità” (ovvero il celeberrimo e nefasto “spirito del Concilio”)[4].

È davvero una “diagnosi” giusta? Lettera e spirito non sono forse le due facce della stessa medaglia?

Certamente, col Vaticano II, i novatores non ottennero tutto quello che volevano, ma il fatto che adesso occupino la Gerarchia dalla più alta cattedra significa che, da allora in poi, hanno trovato più porte aperte che chiuse.

Don Divo Barsotti

Don Divo Barsotti studiò attentamente il Vaticano II e i suoi documenti e ne rimase turbato – pur non mettendone mai in discussione la legittimità[5] –, come scrisse nei suoi diari. «Sono perplesso nei riguardi del Concilio medesimo: la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. […]»[6]. Riguardo i documenti del Concilio aggiungerà che «[…] non sono stati impediti gli equivoci, l’ambiguità e soprattutto non è stata impedita la presunzione, non l’ambizione e il risentimento, non la superficialità e la volontà di un rinnovamento che voleva essere uno scardinamento, uno sradicamento della tradizione dogmatica, una diminuzione della tradizione spirituale»[7]. Per don Divo, il Vaticano II, «forse perché ha voluto dir troppo, non ha detto molto»[8].

Questo significa che, per il sacerdote toscano, il Vaticano II è stato un errore? «No di certo», rispose. «La Chiesa aveva bisogno di confrontarsi con la cultura del mondo, e lo Spirito Santo ha impedito che nei documenti si insinuasse l’errore; ma anche se tutto è giusto, nel Vaticano II, non è detto che tutto sia stato opportuno»[9].

Infatti, il documento che più lo allibiva era la costituzione pastorale Gaudium et Spes in quanto «l’ambiguità si manifesta evidente, ed è estremamente grave, nel fatto che il rapporto Chiesa-Mondo non si risolve nel martirio. La Croce non è al centro della teologia del Concilio, non è la soluzione e il compimento della missione della Chiesa»[10]. Da questo non può che derivarne che il Vaticano II «[…] È ben povera cosa nei confronti dei concili che l’hanno preceduto. Il numero stesso dei documenti più che dire la sua grandezza, dice la presunzione dei vescovi, dice la povertà del suo insegnamento»[11].

La presunzione dei padri e dei periti conciliari

Don Divo non ha mancato di rimproverare duramente i padri e i periti conciliari. Li mise “a nudo” affermando che «la difesa ad oltranza del Concilio dice la cattiva coscienza di chi lo difende… Se è opera di Dio, non ha bisogno di essere difeso. […]»[12].

Ai padri conciliari e ai vescovi del post-concilio rinfacciava: «Non hanno voluto condannare l’errore e hanno preteso di “rinnovare” la Chiesa, quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto»[13]. Per questo il sacerdote toscano dichiarò: «[…] Io non so che farmene di una Chiesa che nasca oggi. Se si rompe l’unità la Chiesa è già morta. La Chiesa è viva soltanto se, senza soluzione di continuità, io sono nella Chiesa uno con gli Apostoli per essere uno con Cristo»[14]. Perciò non esitò a richiamare severamente i successori degli Apostoli al loro compito più importante: confermare nella Fede. I vescovi «[…] mi dicano quello in cui devo credere e quello che devo rigettare»[15].

Il gesuita Teilhard de Chardin è stato, secondo don Divo, il “cattivo maestro” di molti periti conciliari.

Con i periti conciliari e i teologi loro discepoli non fu meno tenero: «[…] Ma soprattutto mi indigna il comportamento dei teologi. Crederò loro quando li vedrò veramente bruciati, consumati dallo zelo per la salvezza del mondo. […] Tutto il resto è retorica. Soltanto la santità salva la Chiesa. E i santi dove sono? Nessuno sembra crederci più»[16]. Difatti «la novità di una teologia – ha scritto don Divo – che rinnega la teologia del passato, non è più una novità cristiana»[17].

Don Divo in particolare mise in guardia dai teologi “discepoli” del gesuita Pierre Teilhard de Chardin († 1955), poiché questi è «il pensatore che sta dietro a molti degli errori che inquinano la teologia (e la mentalità) moderna. È stato il maestro di certi periti ed esperti conciliari»[18]. Proprio verso di essi sentiva un «senso di rivolta che mi agita e mi solleva fin dal profondo contro la facile ubriacatura dei teologi acclamanti al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, un’orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico»[19].

Inoltre non riusciva a capire «come si potesse essere così duri con Lefevbre (che sbagliava, ma pur sempre sul piano disciplinare) e lasciar correre chi, come Kung, Curran, Schillebeeckx, metteva in discussione il Dogma»[20].

I responsabili e la causa della crisi della Chiesa

Per don Divo Barsotti i veri responsabili della crisi della e nella Chiesa sono i teologi[21] (oggi molti dei quali siedono in molte cattedre episcopali). Egli individuava infatti la causa di questa terribile crisi nella superba «leggerezza di aver voluto provocare e tentare il Signore»[22].

Poiché «tutti gli insegnamenti del Concilio, tutta l’azione della Chiesa, tutto è sospeso nel vuoto – ha spiegato il sacerdote toscano – se la Chiesa non ha più il coraggio di rendere testimonianza della divinità del Cristo»[23].

BIBLIOGRAFIA

Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre (P. Serafino Tognetti, Ed. San Paolo, 2012).

Sentinelle nel post-Concilio. Dieci testimoni controcorrente (Francesco Agnoli e Lorenzo Bertocchi, Cantagalli, 2011).

NOTE

[1] Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre (P. Serafino Tognetti, Ed. San Paolo, 2012, pagg. 187-191).

[2] Ibidem.

[3] «Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, d’incertezza» (Paolo VI, omelia della solennità dei Santi Pietro e Paolo del 29 giugno 1972).

[4] Posizione sostenuta da papa Benedetto XVI quando, durante il discorso alla Curia romana del 22 dicembre del 2005, parlò di due ermeneutiche conciliari: la prima è quella corretta (riforma nella continuità), la seconda è quella erronea (rottura e discontinuità).

[5] «Il Concilio era certamente legittimo, ma non aveva messo che solo delle virgole al discorso continuo della Tradizione. Ed ero incapace di capire perché si citasse quasi esclusivamente questo Concilio ultimo» (Don Divo Barsotti, Nel Figlio al Padre, pag. 257)

[6] Don Divo Barsotti, Battesimo di fuoco, pag. 58.

[7] Don Divo Barsotti, La Presenza donata, pag. 103.

[8] Don Divo Barsotti, Nel cuore di Dio. Diario 11 febbraio 1984 – 12 marzo 1985, pag. 284.

[9] Un filosofo, un mistico, un teologo suonano l’allarme alla Chiesa (Sandro Magister, 07-02-2005).

[10] Don Divo Barsotti, L’Attesa. Diario 1973-1975, pag. 213-214

[11] Don Divo Barsotti, Nel Figlio al Padre, pag. 257.

[12] Don Divo Barsotti, Battesimo di fuoco, op. cit., 272.

[13] Don Divo Barsotti, Fissi gli occhi nel sole, pag. 117.

[14] Don Divo Barsotti, Le responsabilità dei Preti. Prediche al Papa, 2010, pagg. 105-106

[15] Don Divo Barsotti, I cristiani vogliano essere cristiani, a cura di P. Canal, pag. 272.

[16] Don Divo Barsotti, Battesimo di fuoco, pag. 58.

[17] Don Divo Barsotti, Dopo il Concilio, 1970, pag. 90.

[18] Don Divo Barsotti, I cristiani vogliano essere cristiani, a cura di P. Canal, pag. 164.

[19] Don Divo Barsotti, Battesimo di Fuoco, pag. 58.

[20] Don Divo Barsotti, I cristiani vogliano essere cristiani, a cura di P. Canal, pag. 183-184.

[21] Citato in S. Albertazzi, Sull’orlo di un duplice abisso, Edizioni San Paolo, Milano 2009, pag. 37.

[22] Don Divo Barsotti, Battesimo di fuoco, pag. 27.

[23] Citato in S. Albertazzi, Sull’orlo di un duplice abisso, Edizioni San Paolo, Milano 2009, pag. 37.


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