Come la Chiesa cadde nelle mani dei neomodernisti

Studio breve: dalla teologia cattolica alla (a)teologia della neochiesa.

Dopo l’articolo di mons. Livi, L’eresia al potere, i laudatores di papa Bergoglio e delle sue “aperture” hanno cantato vittoria: secondo essi ciò prova che il magistero del pontefice regnante sia nel giusto, perché viene attaccato anche quello dei suoi predecessori. Le cose, in realtà, non stanno così. Ciò che mons. Livi denuncia è che un magistero “non dottrinale” ma squisitamente pastorale come quello di papa Francesco è l’effetto, non la causa, del fatto che la Gerarchia della Chiesa, dal Vaticano II in poi, ha voluto abbandonare la metafisica tomista, lasciando campo libero all’ambiguità… Mons. Livi, il più grande tomista italiano, spiega che (come già fece in tempi non sospetti[1]) il magistero di Benedetto XVI, come quello di Giovanni Paolo II, sono assolutamente ortodossi, in quanto non contraddicono il dogma; tuttavia, non avendo potuto — o voluto — tornare alla prassi pastorale di condannare le espressioni della falsa teologia, che rifiuta le premesse razionali della fede e la legge morale naturale, è stato facile per i modernisti impossessarsi dei posti di potere nella Chiesa e da queste posizioni diffondere l’eresia in tutte le sue forme. In questo link troverete la risposta che gentilmente lo stesso mons. Livi ci ha inviato per Voi, cari Lettori del nostro sito.

In questo articolo vogliamo, invece, approfondire con voi la dinamica dei fatti mantenendo come “cartina tornasole” l’enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907) di San Pio X che ha condannato il modernismo. Questo ci permetterà di entrare dentro certe problematiche sollevate proprio dall’ignoranza di certe persone che usano i social networks e i massmedia per dividere il gregge e portare scompiglio al suo interno, sempre più confuso.

Il sussidiario e “vatican-insipient”, i due quotidiani on-line che hanno ignobilmente attaccato mons. Livi, dunque, hanno scoperto l’acqua calda, dimostrando di non aver mai conosciuto il vero teologo Joseph Ratzinger, ma neppure sanno cosa è accaduto nella Chiesa in questi ultimi cinquant’anni, se non prima, oppure fingono di non sapere. Se avrete la pazienza di leggere fino in fondo, per non fraintendersi, vi aiuteremo a capire che cos’è accaduto ieri, e quali ripercussioni stiamo subendo oggi.

Fa molto discutere, infatti, come Il sussidiario ha riportato la correctio alla teologia di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI da parte di mons. Antonio Livi, a confronto con il testo postato integralmente da Sandro Magister, L’eresia al potere. Nel primo caso l’interpretazione data da Il sussidiario alle parole di mons. Livi è stata molto discutibile mentre, leggendo direttamente il testo integrale, si comprendono molti aspetti per nulla nuovi o inediti, e non c’è stata affatto da parte di mons. Livi una accusa di eresia a qualcuno in particolare.

Il sussidiario, come lo stesso “vatican insipient”, hanno abilmente strumentalizzato una corretta critica da parte del professor Radaelli (il libro in questione[2]) e dello stesso mons. Livi dal momento che fu lo stesso Ratzinger, a suo tempo, a sottolineare l’”innovazione della mia teologia” e delle critiche che questa “innovazione” avrebbe suscitato. Il sussidiario quanto “vatican-insipient” dimostrano semplicemente di non conoscere affatto Ratzinger e di usare oggi queste critiche, strumentalizzarle, semplicemente per rendere vane le critiche che si fanno al pontificato regnante.

La loro logica è la seguente: se il professor Radaelli (vedi qui) e mons. Antonio Livi criticavano ieri Bergoglio ed oggi Ratzinger, dimostrano di non essere affatto credibili, perché si contraddicono; se Bergoglio è in errore non lo dovrebbe essere Ratzinger – per loro – ma se ora anche Ratzinger è “un eretico” allora sbagliano loro.

La questione è molto più complessa della loro misera logica… e bisognerebbe che sia il sussidiario, quanto “vatican-insipient” si andassero a studiare queste opere del prof. Radaelli e di mons. Livi:

Lorsignori dovrebbero altresì studiare i seguenti testi sul Vaticano II e sulla sua “eminenza grigia”, il gesuita Karl Rahner (1904-1984), per comprendere davvero il lavoro del prof. Radaelli e quello di mons. Livi, scritti da altrettanti illustri autori:

Rahner, tra l’altro, era gesuita come Teilhard de Chardin, i due principali propugnatori e propagatori della “nuova teologia” di stampo modernista; perciò vi invitiamo anche a tenere a mente il nostro lungo studio svolto qui, per comprendere tutta questa valanga, tutta questa deriva della quale Bergoglio non è affatto la causa, ma la conseguenza. Se poi preferite parlare di “frutti” come indica il Vangelo, la pastorale di oggi non è invenzione di Bergoglio, ma è il frutto di tutta questa deriva che in questi libri è stata ben spiegata. Ci sono anche tanti altri testi, a voi cercare gli autori giusti.

A questa deriva hanno contribuito, chi più chi meno, chi in modo consapevole o meno, un poco anche tutti gli ultimi Papi dopo che San Pio X ebbe il coraggio di denunciare la gravità del MODERNISMO, perché è da questa denuncia che i “modernisti” cominciano ad uscire allo scoperto anno dopo anno, papa dopo papa… Incoraggiati dal presbitero Ernesto Buonaiuti (1881-1946), che si vantava di farsi conoscere come “prete modernista”, appassionato dell’esplorazione storico-religiosa, fu infatti il rappresentante più autorevole e noto del modernismo in Italia. Modernismo che, “pur nell’apprezzabile proposito di offrire l’immagine di un cattolicesimo più aderente o corrispondente ai bisogni del tempo, sconfinò in tralignamenti, anche gravi, in campo non solo dottrinale ma di fede”, constata oggi chi lo difende e lo vorrebbe riabilitare. Per farla breve: “Fino ad oggi – spiegava Buonaiuti – si è voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma. Bisogna riformare Roma con Roma; fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati. Ecco il vero ed infallibile metodo; ma è difficile. Hic opus, hic labor”.[3]

Non sottovalutate tutto questo percorso perché è fondamentale per comprendere non soltanto come mai gli stessi Pontefici, già lo stesso Pio XII, non seppero metter freno alla deriva modernista, perché la questione sfuggì loro di mano prima del Concilio… e come mai già con Giovanni XXIII abbiamo da allora tutti Pontefici se non proprio modernisti di certo simpatizzanti di certo modernismo? Inconsapevoli o meno, in buona fede o meno, è lo stesso Ratzinger che nella sua esperienza da seminarista prima e da presbitero poi, teologo al Concilio, racconta e spiega come questa “ventata di nuovo aveva contagiato tutti”

Inoltre è lo stesso Benedetto XVI che nell’ultimo libro-intervista Ultime conversazioni[4], nel settimo capitolo, racconta eventi non inediti, ma situazioni che man mano hanno portato a maturazione il suo percorso teologico: «Dopo la guerra si ricominciava daccapo e in quella nuova situazione si cercava la fede in modo nuovo… A Monaco eravamo maturati nutrendoci di filosofia moderna. Alcuni professori ci avevano accompagnati verso il nuovo e ce l’avevano dischiuso. Io avevo assimilato questo accento cercando di svilupparlo secondo le mie possibilità».

Il concetto di “NUOVO” fu quel sentimento molto pericoloso e rischioso che animò e investì tutta la Chiesa durante, specialmente, il boom economico degli anni Cinquanta, o se preferite, ebbe poi l’apice nelle innovazioni culturali e sociali, etiche, morali e pure religiose, nel fatidico Sessantotto, si veda anche qui, pilotato dai Gesuiti.

Ma Ratzinger aveva le sue idee chiare, anche se non nascondeva questo desiderio di “nuovo” attraverso il quale, comunque, far comprendere che la Verità (=Dottrina cattolica) non teme il confronto e che in un modo o in un altro a lei si ritorna sempre, e lo spiega sempre in Ultime Conversazioni: «Solo più tardi si creò la divisione tra chi rifiutava il magistero e andava per la propria strada e chi affermava che si poteva fare teologia solo dentro la Chiesa. Allora eravamo ancora tutti consapevoli che la teologia possiede naturalmente una sua libertà e un suo compito, e che per questo aspetto non è completamente sottomessa al magistero, ma sapevamo anche che la teologia senza la Chiesa finisce per parlare a proprio nome e quindi perde significato. Io ero considerato un giovane che apriva nuove porte, percorreva nuove vie, cosicché giungevano da me proprio le persone critiche verso l’autorità…».

Seguiamo anche questo passaggio dal testo-intervista citato:

Domanda. Si dice che la sua amicizia con Hacker (ex luterano convertito al cattolicesimo e abbastanza conservatore in un primo periodo) fosse ricca di tensioni. Alla fine ci fu un grave disaccordo?

Risposta. Non direi. All’epoca in cui ero a Ratisbona, quando lui era diventato decisamente critico verso il Concilio, gli scrissi una lettera molto dura per dirgli che così non andava bene. Poi tornammo a intenderci.

D.È vero che lei, su sua insistenza, ha portato con sé al Concilio un suo scritto sulla riforma della Chiesa (Gedanken zur Reform der Kirche)?

R. No.

D. In questo testo Hacker parla di una pseudoecumene e mette in guardia dalla protestantizzazione della Chiesa cattolica. A lei rimproverò che la sua mariologia fosse troppo velata.

R. Mi ha rimproverato varie cose, tra amici è giusto, si può. Era un convertito e come tale aveva un atteggiamento ancora molto critico nei confronti di Roma. Col passare del tempo cambiò sempre di più, la sua critica si rivolse contro Rahner e divenne sempre più parziale, più estremista nei suoi giudizi. Rimase una persona stimolante, ma non bisogna per forza pensarla in tutto e per tutto come la pensava lui.

Per comprendere che lo “spirito” che animava il pre-concilio era quello delle innovazioni, del progressismo, delle novità (“spirito” che, per altro, Ratzinger condannerà da Romano Pontefice[5]).

Leggiamo le risposte date da Benedetto XVI a queste domande:

D. 19 novembre 1961: è il giorno dello storico discorso di Genova, che avrebbe impresso un nuovo orientamento al Concilio, deviando il corso che gli era stato dato dalla curia. Frings era invitato a parlare sul tema Il Concilio e il pensiero moderno. Il cardinale tenne il discorso ma il testo era suo. Le aveva dato delle direttive precise?

R. No, mi aveva lasciato piena libertà.

D. Il segretario di Frings all’epoca era il vescovo Hubert Luthe, che lei conosceva dai tempi in cui studiavate insieme a Monaco. Mi ha raccontato come si svolse il famoso incontro tra il cardinale e Giovanni XXIII. Dopo il discorso di Genova dovette recarsi diverse volte a Roma insieme con Frings, alla Commissione preparatoria. Lì, un giorno ricevette una telefonata: papa Giovanni desiderava parlare con il cardinale Frings. «Passai a prendere il cardinale intorno a mezzogiorno», racconta Luthe. «Mi chiese di portargli la mantellina dicendomi: “Signor cappellano mi metta la mantellina rossa, forse è l’ultima volta”.» L’incontro con il papa si svolse invece in modo completamente diverso da quanto temuto. «Eminenza», disse Giovanni XXIII, «devo ringraziarla. Questa notte ho letto il suo discorso. Che fortunata sintonia di idee». Frings aveva detto tutto quello che lui pensava e avrebbe voluto dire, ma che non poteva esprimere così. Frings rispose: «Santo padre, non sono stato io a scrivere il testo, ma un giovane professore». E il papa: «Signor cardinale, anche la mia ultima enciclica non l’ho scritta io. Quel che conta è il messaggio che si comunica». Lei, come ha saputo di questo episodio?

R. Dell’incontro con papa Giovanni mi parlò lo stesso Frings. Mi disse che era stato chiamato dal pontefice, della sua inquietudine. Altrimenti non ho sentito di altre reazioni.

C’è una curiosità importante alla seguente specifica domanda: «Henri de Lubac Quali prospettive le aveva aperto, per esempio, con il suo “Cattolicesimo” e con altri libri che, prendendo le mosse dalla tradizione, avevano posto un nuovo accento sulla portata salvifica universale della Chiesa cattolica, contribuendo a fondare la Nouvelle théologie?».

Attenzione: Benedetto XVI non risponde alla domanda! Ecco le sue parole: «In realtà non voleva che gli si facesse percepire la sua grandezza. Era una persona molto semplice e incredibilmente laboriosa…». E non nasconde di essere un progressista, ma mettendo dei paletti ad un certo progressismo lassista:

D. Di quale schieramento si considerava parte, di quello progressista?

R. Direi di sì. All’epoca essere progressisti non significava ancora rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e viverla in modo più giusto, muovendo dalle origini. Allora credevo ancora che tutti noi volessimo questo. Anche progressisti famosi come Lubac, Daniélou e altri avevano un’idea simile. Il mutamento di tono si percepì già il secondo anno del Concilio e si è poi delineato con chiarezza nel corso degli anni successivi.

L’allora Ratzinger aveva compreso che un conto era governare una diocesi obbedendo al Signore e al Papa attraverso il magistero dottrinale, altra cosa quando all’interno di un Concilio si è chiamati a lavorare insieme al Papa assumendosi la responsabilità che non consiste più «nell’obbedienza al magistero papale, bensì nel chiedersi cosa deve essere insegnato oggi e come». È lo “spirito” innovativo che aveva pervaso un poco tutti, ma dove tutti cercavano di usarlo con molta parsimonia e, comunque, con molta attenzione, come spiegano bene il professor de Mattei e padre Lanzetta nei testi sopra citati, uno “spirito” che però fu usato da altri, pochi per la verità ma assai influenti, e che imposero la linea progressista del Concilio.

Del resto, il padre barnabita Giovanni Scalese, in tempi assolutamente non sospetti, in un articolo del 2010, aveva fatto notare che Joseph Ratzinger non era affatto il conservatore che sembrava. «Benedetto XVI non è il Papa tradizionalista – scriveva padre Scalese – che veniva dipinto sia da destra che da sinistra, ma continua a essere il teologo progressista che ha preso parte attiva al Concilio Vaticano II. Certo, da allora ne è passata di acqua sotto i ponti; le posizioni di Ratzinger si sono progressivamente evolute, ma senza mai mettere in discussione l’atteggiamento liberale di fondo». Per padre Scalese è stato il superiore della FSSPX, mons. Bernard Fellay, a “fotografare” correttamente la personalità di Ratzinger, quando in una conferenza del 9 luglio del 2010 disse che «il Papa è un uomo con la testa progressista, ma col cuore cattolico, amante della Tradizione».

Dunque, testa a “sinistra” e cuore a “destra”? Infatti, Ratzinger si è sempre trovato ai limiti e spesso in mezzo tra  protestanti – il cui pensiero, purtroppo, lo affascinava – e cattolici o eretici come Hans Kung dal quale prese chiaramente le distanze, arrivando anche a perdere il posto di insegnate pur di non cedere ai compromessi dottrinali che gli offriva, o cattolici non proprio eretici ma di certo teologicamente discutibili quali de Lubac, von Balthasar, dei quali non solo lui ma lo stesso giovane arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, ne erano affascinati a tal punto che quest’ultimo, una volta divenuto papa Giovanni Paolo II, li nominò cardinali. Questo a dimostrazione che TUTTI i prelati e teologi dell’epoca furono coinvolti in queste innovazioni e chi rimaneva fermamente aderente alla “vecchia teologia” veniva confinato, disturbato, isolato, estraniato…

La tragica verità è che i progressisti in buona fede, come Ratzinger, erano dei neomodernisti, ma non se ne resero conto, purtroppo per loro e per tutta la Chiesa[6].

Possiamo portare un altro esempio, quando Ratzinger espresse una grande lectio su “La Chiesa” al famoso Meeting di Rimini del 1990 (vedi qui il testo ed anche il video originale dell’intervento). Ratzinger sembra in un certo senso correggere tutte quelle derive avanzate, in fin dei conti, proprio da quei gesuiti e teologi sopra ricordati, che lui stesso, però, aveva sostenuto e apprezzato… Ma c’è dell’altro. La questione “Chiesa” affrontata da Ratzinger era una saggia risposta alle derive della “nuova teologia” di de Lubac, nonché di un certo Walter Kasper, sulla visione della “nuova chiesa”, sì, proprio lui, il teologo tedesco più protestante della serie che si è sempre contrapposto a Ratzinger, eppure Ratzinger… lo ha sempre “promosso” e mandato avanti, perché?

È di questi anni tutta una serie di interventi atti a difendere la vera dottrina sulla Chiesa, a suon di dibattiti, interviste, articoli su L’Osservatore Romano. Era prevalso il monito del concilio di non condannare più il pensiero eretico, ma di discuterlo, farlo ENTRARE IN DIALOGO… esaminare, trattenere ciò che c’era di buono e andare avanti in fraternità. Era purtroppo prevalsa la prospettiva del filosofo francese Jacques Maritain, secondo cui era possibile e doveroso “incorporare” ciò che vi era di buono nel pensiero anti-cristiano-cattolico nella futura nuova cristianità[7].

Per quanto riguarda la vicenda Kasper, potremo trattare l’argomento a parte, tanto è lunga e coinvolgente per comprendere i danni portati dal suo pensiero eretico, prepotentemente imposto oggi alla Chiesa. Ma ciò non toglie che fu Ratzinger a promuovere la carriera ecclesiastica di Kasper, a fidarsi di lui e a promuoverlo davanti a Giovanni Paolo II, fino ad averlo come Prefetto per l’Unità dei Cristiani e a dire di lui è un dono prezioso per la Chiesa” … Lettera del card. Ratzinger, a 30giorni, maggio 1989.

Questo modo di procedere, ossia predicando delle lectio ortodosse e avanzando con almeno tre pontificati (gli ultimi) con una prassi discutibile e ambigua (vedi il caso dell’incontro interreligioso di Assisi del 1986; o prima ancora la battaglia di Paolo VI sull’etica e sulla morale, sulla Liturgia che non doveva assolutamente cambiare, ed altro ancora), non fa altro che riportarci a quell’appello lanciato da mons. Livi (vedi qui) laddove specifica: «… dico che nessun Papa è finora incorso in eresia, e nessun documento conciliare contiene dottrine formalmente eretiche. Negli atti del Vaticano II e dei papi che si sono susseguito dal 1965 ad oggi ci sono molti insegnamenti di carattere dogmatico, anche se di intonazione pastorale: non sono nuovi dogmi ma sviluppano in modo omogeneo i dogmi del tempo pre-conciliare. Così anche nelle encicliche di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Ma tutto ciò non toglie che l’eresia dilagante non abbia trovato nei documenti del Concilio e negli atti pontifici successivi una sanzione esplicita e una condanna formale, ma anzi abbia trovato molta accondiscendenza nelle idee e nelle persone. Questo è indubbiamente vero, è documentato già abbondantemente e può esserlo ancora di più, e farlo umilmente notare a chi potrebbe fare qualcosa di più e di meglio non è offensivo né eversivo dell’ordine costituito nella Chiesa».

Questi i fatti raccontati brevemente e sinteticamente per sollecitare ed invitare il sussidiario e vatican-insipient – e quanti affezionati a Ratzinger-Benedetto XVI – si sono scandalizzati delle parole di mons. Antonio Livi. Studiare tutti i fatti e le stesse parole di Ratzinger, si capisce bene che mons. Livi non ha detto alcuna novità.

Tanto per fare un’altro esempio e capire come lavorava Ratzinger prendiamo il libro Episcopato e Primato, scritto a quattro mani, a capitoli alternati con il gesuita Karl Rahner. Ratzinger non ama dare dell’eretico a nessuno e neppure ama “affermare gli errori altrui”, il suo metodo consiste nel partire da ciò che condivide con l’altro per poi proseguire per la sua strada. In questo caso il libro sembra procedere in comune accordo con il pensiero di Rahner, ossia non affrontano in verità problemi inerenti all’episcopato e al primato da un punto di vista della correzione di chi la pensa diversamente dalla dottrina cattolica. Entrambi affrontano l’argomento esclusivamente da un punto di vista in sé pacifico e storico, dottrinale e teologico e Ratzinger chiude il libro con una ampia spiegazione sulla collegialità avanzata dal Vaticano II.

Abbiamo fatto questo esempio perché – ed è fondamentale sottolinearlo – quando poi Ratzinger diventa Prefetto della CdF, continuerà a lavorare con lo stesso concetto usato durante il concilio che quando si è chiamati a lavorare insieme al Papa assumendosi la responsabilità che non consiste più: “nell’obbedienza al magistero papale, bensì nel chiedersi cosa deve essere insegnato oggi e come…”. Un esempio chiarissimo sono alcuni Documenti che Giovanni Paolo II gli commissionò: la famosa Dominus Jesus e la Communionis notio, proprio sulla collegialità per frenare quelle derive progressiste che, nel nome di questa collegialità, pretendevano un rapporto con il Papa alla pari, dottrina di stampo ortodosso e protestante.

Se san Paolo ritenne importante fare una raccomandazione solenne al figliolo spirituale Timoteo, un motivo ci sarà!

«Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero» (2Tim 4,1-5).

Occorre, per tanto, comprendere bene cosa sta dicendo mons. Livi qui, perché non ha detto alcuna cosa nuova, se non per i non addetti ai lavori, per chi NON conosce affatto Ratzinger o che di, Benedetto XVI, ne ha fatto una icona inversa per esempio allo stesso Bergoglio, oggi Papa Francesco, come accade anche a Il sussidiario e a vatican insipient, come a tutta l’ala modernista e progressista al comando.

Anche se per Bergoglio il percorso teologico ed ecclesiale è stato completamente diverso da quello fatto da Ratzinger (dallo stesso Wojtyla o se volete anche dallo stesso Montini, per come poi sono andati i lavori al concilio), e qui troverete anche parte della sua storia legata inesorabilmente al preposto gesuita Pedro Arrupe, ieri, e al gesuitismo modernista che continua sempre più spavaldo con Arturo Sosa oggi, nella sostanza TUTTI hanno percorso il medesimo fine: INNOVAZIONE DELLA CHIESA, modernizzazione della teologia e, di conseguenza, della liturgia e pastorale… La maggior parte dei pastori dell’epoca, del Clero stesso, dei teologi, degli esegeti, chi in buona fede e chi meno, TUTTI hanno contribuito a quella SVOLTA MAGISTERIALE ED ANTROPOLOGICA che ebbe in loro una evidente allergia per la dottrina metafisica-tomista! È Ratzinger che lo dice (leggete qui)!

Lo spieghiamo con un altro esempio offrendovi un vero inedito. L’allora arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, futuro Papa Giovanni Paolo II, nel 1964 in pieno lavoro per i risvolti del concilio, il 21 marzo presso la chiesa di sant’Anna a Cracovia, tenne una lectio su Il rinnovamento della Chiesa[8], ciò che espresse ha dell’incredibile e non certo in senso positivo…. ecco le sue parole: «Non ci sarebbero il sacramento della Penitenza, della Confessione, della Santa Comunione. La Chiesa quindi condiziona tutto ciò che si è compiuto qui in ciascuno di voi singolarmente e tutti insieme nel corso di questa settimana. Si può dire che la Chiesa sia una realtà già istituita, qualcosa in cui siamo immersi e da cui attingiamo, ma non è ancora tutta la risposta alla domanda circa la natura della Chiesa. Nel contempo, miei cari, essa è qualcosa che noi creiamo, qualcosa che si crea in noi. Non solo da ciascuno di noi, ma da tutti noi. Da ciascuno e da tutti al tempo stesso. La Chiesa si crea in ogni uomo e da ogni uomo. Si può dire: la Chiesa è creata da ciascun Battesimo ricevuto da un neonato, da ciascuna Cresima, da ciascuna Confessione, da ciascuna conversione interiore. Da quanto hai vissuto qui, su cui hai lavorato interiormente, da ciascuna preghiera, da ciascuna buona azione – da questo si crea la Chiesa. Quella Chiesa, il Corpo mistico di Cristo – così diciamo continuamente di lei – è creato anche da noi. Si crea da Cristo in noi ed è creata da noi in Cristo. Questa è la Chiesa: il Corpo mistico di Cristo. (…) Cristo ci crea. Nel contempo noi creiamo Cristo. Tra l’uno e l’altro c’è una stretta dipendenza. Più Cristo ci crea, più permettiamo a Cristo di crearci, e più a nostra volta creiamo Cristo. Noi permettiamo a Cristo di crearci attraverso gli esercizi spirituali, attraverso l’ascolto dell’insegnamento, attraverso la Confessione, attraverso la Santa Comunione, la preghiera, attraverso ogni buona azione. In modo particolare ci crea attraverso i sacramenti, specialmente attraverso l’Eucarestia. Più Egli ci crea, più noi creiamo Lui in senso comunitario. Più noi creiamo il suo Corpo mistico, più siamo la Chiesa».

Ora qui nessuno di noi darà dell’eretico a Giovanni Paolo II per questo, tuttavia è onesto dirlo, in mezzo a queste parole c’è quella “innovazione dottrinale” che proviene dall’ansia insita in quella “nuova teologia” modernista… Infatti è verissimo che “noi battezzati” in qualche modo siamo quelle Membra che danno carattere alla Chiesa MILITANTE, offrendo al mondo stesso una immagine TEMPORALE di generazione in generazione che, appunto la caratterizza, ma MAI saremo “noi” a “creare la Chiesa e addirittura creiamo Cristo!”… È probabile che quando Giovanni Paolo II affermava che “Più Cristo ci crea, più permettiamo a Cristo di crearci, e più a nostra volta creiamo Cristo… intendeva senz’altro qualcosa di cattolico e di teologico che stava chiaro nella sua testa, ma è inevitabile che questo pensiero così espresso… non deriva certo dalla patristica (infatti non ci sono citazioni magisteriali, ma spesso citazioni di teologi protestanti) e neppure dal magistero dei Papi e dei Dottori o dei Santi della Chiesa Cattolica… sono INNOVAZIONI che partono proprio da quella “allergia” tomista e cattolica, per formulare una “nuova pastorale” attraverso altre vie teologiche, magari “meno dottrinali” e più “moderne”, come andava di moda all’epoca.

NON SIAMO NOI A CREARE “LA CHIESA”, noi siamo “la Chiesa” in quanto MEMBRA, diventate tali per mezzo del DONO del Battesimo che non ci diamo da noi stessi, ma è LA CHIESA a darcelo… Sembra di fare il gioco del “chi è nato prima: l’uovo o la gallina?” E’ la Chiesa che santifica noi, o siamo “noi” a santificare la Chiesa per mezzo delle nostre attività, azioni e dottrine aggiornate? Capite dove si arriva, e dove si è arrivati? Si arriva, e si è arrivati, a RIBALTARE la Chiesa stessa e a farla dipendere non da Dio, ma dall’uomo! Il movimento eretico nato nel post-concilio del “Noi siamo chiesa” lo esprime candidamente, così come lo stesso Ratzinger ebbe a denunciare l’uso di questo termine altrettanto chiaramente, ma nei fatti non si è fatto nulla per frenare l’eresia, e il ribaltamento è ancora in piena attività.

Quando si apre il Vaticano II vari gesuiti, a titolo diverso, vi sono presenti, schierati in due diverse linee di pensiero. Accanto a padre Tromp della Gregoriana per esempio, che sosteneva strenuamente gli schemi preparati dalla Commissione preparatoria – di stampo notoriamente più conservatore – c’erano i gesuiti come Henri De Lubac, Jean Daniélou e Karl Rahner, rappresentanti di quel rinnovamento teologico, conosciuto poi come “Nuova Teologia” che aveva fatto scattare la condanna e l’apprensione al profetico Pio XII nell’Humani Generis che infatti denunciò: «Le false affermazioni di siffatto evoluzionismo, per cui viene ripudiato quanto vi è di assoluto, fermo ed immutabile, hanno preparato la strada alle aberrazioni di una nuova filosofia che, facendo concorrenza all’idealismo, all’immanentismo e al pragmatismo, ha preso il nome di “esistenzialismo” perché, ripudiate le essenze immutabili delle cose, si preoccupa solo della “esistenza” dei singoli individui. Si aggiunge a ciò un falso “storicismo” che si attiene solo agli eventi della vita umana e rovina le fondamenta di qualsiasi verità e legge assoluta sia nel campo della filosofia, sia in quello dei dogmi cristiani…».

Chiarissimo il riferimento, e la condanna, all’essenza di ciò che sarà invece la “teologia di Karl Rahner”, imposta oggi alla Chiesa e nei seminari. Dunque, alla Chiesa si cambiavano i connotati, in quel concilio usato come un “Cavallo di Troia” per farvi entrare il modernismo per mezzo della “nuova teologia”…

Leggiamo un’altra parte di quel discorso tenuto da Wojtyla sopra citato: «Giovanni XXIII non molto tempo fa, l’anno scorso, proprio prima di morire, scrisse l’enciclica sulla pace, Pacem in terris. Tale enciclica è colma di contenuti. Non sono solo parole vuote. In essa la pace è presentata come frutto del grande sforzo dell’umanità in vista di un sistema di forze equo nei rapporti tra le persone, i popoli, i paesi. Tutto quello sforzo, orientato in differenti direzioni, è proprio il compito dinanzi al quale si trova la Chiesa. Occorre che sappiate di questa Chiesa. Occorre che guardiate alla Chiesa in questo modo. Ancora una cosa: dovete rendervi conto che in quest’enorme sforzo, sforzo dello spirito, che ha lo scopo di unificare tutto quello che per natura è buono per l’umanità, specialmente per opera della grazia – che in questo sforzo conta ogni sforzo dell’uomo. Ogni sforzo per essere buono, diventare migliore, più nobile, ogni sforzo di questo genere conta. Ogni sforzo di questo genere contribuisce a unificare quello che la Chiesa ritiene essere il suo compito […]».

Ancora una volta sono “mischiate” verità e ambiguità, nuovi concetti… È vero infatti che la Pace (quella vera) dipende anche da ogni sforzo dell’uomo verso questa direzione e che, tutto ciò che è buono deve essere preso in considerazione, “trattenuto” come afferma lo stesso san Paolo: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Tess 5, 19-22), ma al tempo stesso è fuorviante non parlare mai DELLA CONVERSIONE DELL’UOMO A CRISTO vera Pace! Ossia, lo sforzo che l’uomo deve fare per avere questa Pace, non è dato dalle sue inventive, iniziative, buoni propositi e quant’altro, ma DALLA PROPRIA CONVERSIONE al Cristo. E di questa conversione, da dopo il Concilio se ne parlò sempre meno, fino a ribaltare il senso di colpa e di peccato (vedi qui).

“Occorre che sappiate di questa Chiesa. Occorre che guardiate alla Chiesa in questo modo…”, è ovvio che sono parole e pensieri di grande innovazione, una spinta verso una “nuova immagine di Chiesa” che il gesuita Papa Francesco sta portando, oggi, alle estreme conseguenze. Compito PRIMARIO della Chiesa, infatti, non è affatto quello di UNIFICARE “ogni sforzo UMANO” per ottenere la pace che vuole… piuttosto è quello di predicare al mondo l’urgenza della conversione al Cristo senza “sé e senza ma… è qui che alberga tutta quella ambiguità che dal Vaticano II è diventata una sorta di NORMA dottrinale (Ratzinger stesso parlò dei difensori del concilio come di coloro che ne volevano fare un super-dogma[9] e giustamente criticandoli!) che ha preso il posto non soltanto della teologia tomista (troppo disciplinare, lineare, chiara e cattolica), ma anche il posto del Magistero bimillenario della Chiesa. E sì che Giovanni Paolo II era “tomista”, ma era anche filosofo e di quella “filosofia moderna” a cui accennava Ratzinger, mentre il “teologo” che lo aiutava nel suo pontificato, come sappiamo, era Ratzinger… ma con una teologia non tomista, tanto per essere chiari. Questo nulla toglie al magistero di Giovanni Paolo specialmente in molte encicliche come Fides et ratio attraverso la quale, lo stesso Ratzinger, arrivò ad abbandonare molte delle sue idee errate.

Tornando così al pensiero di Ratzinger, che noi stessi definiamo qui il grande Defensor Fidei del nostro tempo, avendo noi dedicato anche una sezione e il titolo stesso del sito tratto dal suo motto episcopale, non abbiamo mai nascosto la sua tendenza “modernista e progressista”, si legga anche qui. Tuttavia ciò che noi abbiamo sempre apprezzato di Ratzinger è quella fatica nel tendere ad esplorare il pensiero protestante (che da una parte lo ha sempre affascinato) per arrivare, attraverso le sue “nuove capacità e innovazioni”, ad un pensiero comunque sia cattolico, se non altro cattolico alla fine nella dottrina essenziale.

Infatti, quando Kasper contestò, e fu uno dei vescovi guida della contestazione, il documento Communionis notio accusando il testo di essere “un rifiuto della nuova ecclesiologia e un tentativo di restaurazione teologica del centralismo romano”[10], Ratzinger iniziò a rispondere a suon di conferenze e dibattiti, confidandosi con Giovanni Paolo II e avendo tutto il suo sostegno, ma senza mai proferire condanne alle eresie che si andavano propagando, quanto piuttosto, pur denunciando gli errori, cercare sempre UN COMPROMESSO, un punto di comune accordo che andasse bene a tutti.

Una chiara esposizione di questo modo di agire (perché è questo metodo che deve essere studiato in Ratzinger e pure in Giovanni Paolo II che su questo si trovarono sempre d’accordo) lo troviamo nella famosa intervista di Vittorio Messori Rapporto sulla Fede e nella quale fu da Ratzinger stesso denunciata una certa protestantizzazione in atto nella Chiesa…. queste le sue parole: «Chi oggi parla di “protestantizzazione” della Chiesa cattolica, intende in genere con questa espressione un mutamento nella concezione di fondo della Chiesa, un’altra visione del rapporto fra Chiesa e vangelo. Il pericolo di una tale trasformazione sussiste realmente; non è solo uno spauracchio agitato in qualche ambiente integrista».

Sia in questa intervista quanto nel suo stesso ultimo discorso al Clero, del 14 febbraio 2013, nel quale tornò a parlare del concilio, del cattivo “spirito” e delle problematiche ad esso connesse (vedi qui), Ratzinger evitò nuovamente, come in tutta la sua vita operativa, di andare a fondo alle radici del problema, evitò come sempre di condannare ciò che è eretico e dannoso per la Chiesa.

Facciamo un altro esempio concreto: da dove credete nasca l’intenzione di regalare alla Chiesa il Summorum Pontificum?

Benedetto XVI aveva sempre denunciato un certo malessere alla Riforma liturgica, non tanto alla riforma in sé quanto ai modi usati e alle sue applicazioni. Aveva sempre denunciato che lo stesso Paolo VI non avrebbe dovuto o potuto “vietare” il rito della Messa nella sua forma originale. Nella sua autobiografia, infatti, ebbe a scrivere: «rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Pio V e non diversamente da lui, anche molti dei suoi successor avevano rielaborato questo messale, in un processo continuativo di crescita storica e di purificazione, in cui, però, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è stata la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Dopo il concilio di Trento, per contrastare l’irruzione della riforma protestante che aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di “riforme” liturgiche, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa unitaria e dall’imperante pluralismo liturgico eredito dal tardo medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro» (J. Ratzinger, La mia vita, 1987, pp. 111-112).

Ratzinger comprende il dramma di questa Riforma liturgica e, a modo suo, la combatte elaborando per anni ciò che poi sarà il Summorum Pontificum e la restituzione del rito nella forma antica ma senza mai andare alla radice del problema, di chi combinò questi pasticci… Lo spiega lo stesso Ratzinger in una Lettera[11]: «Ciò che è avvenuto dopo il Concilio significa tutt’altro: al posto di una liturgia frutto di uno sviluppo continuo, è stata messa una liturgia fabbricata. Si è usciti dal processo vivente di crescita e di divenire per entrare nella fabbricazione. Non si è più voluto proseguire il divenire e la maturazione organici del vivente attraverso i secoli, e li si è rimpiazzati – come fosse una produzione tecnica – con una fabbricazione, prodotto banale del momento».

Ma pur premiando e accogliendo questo immenso dono, Benedetto XVI cede al compromesso dando, al rito antico, un posto di secondo piano la forma straordinaria specificando che, la Messa “ordinaria” della “nuova chiesa”, non poteva che essere anche la nuova forma liturgica della riforma. Insomma, laddove lui stesso denuncia le derive e le lacune di questa riforma liturgica, laddove difende il rito antico e denuncia quella ingiustizia nell’aver rimosso il rito antico, tutto sommato finisce per definire “ordinaria” la messa che si presta agli abusi, alle irriverenze, all’eresia, alle profanazioni.

È fondamentale in tal senso, andarsi a studiare anche gli scritti di Dom Prosper Guéranger, specialmente a riguardo della “crisi liturgica della Chiesa”…. non si possono comprendere oggi questi problemi se non si capisce che chi attenta alla Fede della Chiesa, lo fa cominciando a modificarne i riti e la liturgia. Che cosa fece, infatti Lutero? Lutero (v. anche qui), cominciò attaccando il rito della Messa cattolica chiamandola, con spregio ed odio: la messa papista”…

Dom Prosper spiega i fatti con questo tremendo scenario: “… solo in seno alla vera Chiesa può fermentare l’eresia antiliturgica, vale a dire quell’eresia che si pone come nemica delle forme del culto. Soltanto dove c’è qualche cosa da distruggere il genio della distruzione cercherà di introdurre tale deleterio veleno. (..) Venne infine Lutero, il quale non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l’uomo nello stesso tempo dalla schiavitù del pensiero rispetto al potere docente, e dalla schiavitù del corpo rispetto al potere liturgico. Calvino e Zwingli lo seguirono portandosi dietro Socini, il cui naturalismo puro era la conseguenza immediata delle dottrine preparate da tanti secoli…. Non vi è spettacolo più istruttivo e più idoneo a far comprendere le cause della così rapida propagazione del protestantesimo. Vi si potrà scorgere l’opera di una saggezza diabolica che agisce a colpo sicuro, e deve condurre senza meno a risultati di vasta portata.  (…) Il primo carattere dell’eresia antiliturgica è l’odio della Tradizione nelle formule del culto divino… Ogni settario che vuole introdurre una nuova dottrina si trova necessariamente in presenza della liturgia, che è la tradizione alla sua più alta potenza, e non potrà trovare riposo prima di aver messo a tacere questa voce, prima di aver strappato queste pagine che danno ricetto alla fede dei secoli trascorsi. Infatti, in che modo si sono stabiliti e mantenuti nelle masse il luteranesimo, il calvinismo, l’anglicanesimo? Per ottenere questo, non si è dovuto far altro che sostituire nuovi libri e nuove formule ai libri e alle formule antiche, e tutto è stato consumato…”.

Il “metodo teologico” moderno di Ratzinger, il pericolo del modernismo e la Pascendi di san Pio X

Il metodo di Ratzinger non è processare i colpevoli, ma nello stanziare nuovi processi di testimonianza alla Verità, lo spiega lui stesso raccontando la sua esperienza con il Movimento liturgico, (vedi qui) dove, dopo aver sostenuto le innovazioni in un primo momento, confessa umilmente: Non potevo prevedere che in seguito gli aspetti negativi del movimento liturgico si sarebbero ripresentati con maggior forza, con il serio rischio di portare addirittura all’autodistruzione della liturgia .

Ecco che dal 2007, dopo il dono del Summorum Pontificum, Benedetto XVI inizia una serie di “riforme” a cominciare dalla Messa presieduta dal Pontefice che, con Giovanni Paolo II, era giunta a livelli di non più sopportabilità… Dal 2008 in occasione del Corpus Domini, ripristina l’inginocchiatoio per ricevere la santa Comunione e ritorna alla Norma di darla alla bocca… Riporta il Crocefisso sugli altari a cominciare dalle quattro Basiliche Pontificie e spera così che tutti i Vescovi lo seguano, ma è una illusione ed anzi, inizia una aperta contestazione sia contro il Summorum Pontificum, sia contro il Crocefisso sugli altari, sia contro tutte le riparazioni che intendeva fare.

I Vescovi non seguono il suo esempio, ed anzi lo contestano, lo criticano, cominciano qui a parlare di un Ratzinger CONSERVATORE… ecco perché continuiamo a dire che questi Media come Il sussidiario o vatican-insipient ed altri, farebbero bene a studiare le cose come stanno veramente. Ratzinger non è mai stato conservatore, ma senza dubbio è stato onesto a riguardo delle derive inflitte alla Chiesa a causa di certe innovazioni alle quali, però, lui stesso prese parte. Onesto specialmente quando divenne Pontefice, e per questo fu odiato.  Chi conosceva bene Ratzinger sapeva già da anni che l’immagine del panzer-Kardinal attribuitagli dai Media progressisti, interni ed esterni alla Chiesa, non solo non corrispondeva al vero ma serviva più come sparti-acque a tutta l’ala progressista che “attendeva un vero Papa Modernista” nella testa e nel cuore.

Chiarito tutto ciò è evidente quanto invece di utile alla discussione abbia portato sia il libro del professor Radaelli, quanto la disanima fatta da mons. Antonio Livi il quale, appunto, prende l’occasione per riproporre un tema caro alla verità, ossia l’evidente e documentata egemonia della teologia progressista (con il conseguente relativismo dogmatico) negli studi ecclesiastici e nel governo della Chiesa. Questa non è una tesi nuova: è la tesi che da anni si tenta di esporre prudentemente e con tutto l’equilibrio necessario. Lo stesso mons. Livi ne parla da tempo e  nelle tre successive edizioni del trattato su Vera e falsa teologia (Leonardo da Vinci, 2017), e poi anche nel volume Teologia e Magistero, oggi (Leonardo da Vinci, 2017), nel quale tra l’altro ribadisce, contrapponendosi alla tesi del professore Roberto de Mattei, che «non è accettabile l’ipotesi di un papa eretico», mentre è possibile verificare che alcuni provvedimenti (attivi oppure omissivi) dei papi abbiano favorito l’estendersi dell’eresia. Cliccare qui per il grande contributo di mons. Livi.

Cari Amici, sono anni che vi proponiamo questi argomenti, questa apologetica, queste sane letture, comprenderete bene, oggi, quanto sia importante informarsi accuratamente e con onestà. Comprendiamo che sono argomenti spesso complessi, ma proprio per questo tentiamo di procedere a piccole dosi (gli articoli) e per questo vi sollecitiamo a leggere, documentarvi. Si arriva ad un punto in cui non è più possibile “non sapere”, pena la figuraccia che stanno facendo Il sussidiario, vatican-insipient ed altri ancora che fanno dei Papi (ultimi) “icone intoccabili”, un culto alla persona che ci ha portati ad una idolatria del Papa che con l’infallibilità papale, e lo stesso primato petrino, non c’entra nulla.

Lo stesso mons. Antonio Livi già scriveva nel 2016: «Benedetto XVI, prima come teologo e poi come Pastore, è sempre stato un esempio di corretta ermeneutica della fede, all’interno della quale – e non indipendentemente da essa – si collocano logicamente l’esegesi della Scrittura e la teologia biblica. Bisogna però tener conto del radicale mutamento di categorie concettuali e di linguaggio che si è registrato quando Joseph Ratzinger è passato da essere solo un professore di teologia a essere prima un vescovo, poi un cardinale e il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, infine il successore di san Giovanni Paolo II come Papa. Da professore di teologia Joseph Ratzinger ha mostrato i limiti teologici comuni a tutti i teologi di professione, soprattutto dopo gli anni Sessanta del Novecento, limiti che si possono sintetizzare nell’incoerenza epistemica, ossia nell’ibridazione della dottrina della fede con dottrine filosofiche e ideologie religiose estranee alla logica della rivelazione dei misteri soprannaturali. La conseguenza di tali difetti di metodo, denunciati nel 1980 dall’arcivescovo di Genova, cardinal Giuseppe Siri, è stata l’abbandono programmatico del ricorso ai principi e alle categorie concettuali della metafisica realistica, già presenti nella Patristica greca e latina ma sistematicamente adoperate nel lavoro teologico dalla Scolastica medioevale, moderna e contemporanea. L’incoerenza epistemica che ne è derivata – ossia la disomogeneità dell’argomentazione teologica rispetto alle formule dogmatiche – ha reso sempre troppo astratta, talvolta anche ambigua, l’interpretazione del dogma, compromettendo il discernimento di fede dei credenti, al cui servizio è nata e sempre deve rimanere la teologia cattolica. Dico “discernimento di fede”, perché i discorsi astratti e ambigui non consentono di riconoscere l’ortodossia (ipotesi razionali di interpretazione del dogma), distinguendola dall’eresia (tesi irrazionali che pretendono di riformulare il dogma). In taluni casi estremi (Karl Rahner, Pierre Teilhard de Chardin, Hans Küng, Edward Schillebeeckx) tali difetti di metodo hanno fatto sì che i teologi non producessero più opere di “vera teologia”, ma, come ho dimostrato in un mio trattato sull’argomento, opere di mera “filosofia religiosa”, dove al posto dei principi e delle categorie concettuali della metafisica realistica si trovano i principi e le categorie concettuali della dialettica immanentistica (idealismo, storicismo, nichilismo), e al posto della verità rivelata, che la Chiesa ha formalizzato nel dogma, ci sono solo teorie e teologia teoremi gnostici, in mezzo ai quali si nascondono vere e proprie eresie, ossia la proposta di tesi sostanzialmente in contraddizione con le verità rivelate»[12].

L’errore fondamentale che stanno facendo TUTTI, chi in buona fede e chi meno, lo troviamo descritto in una Lettera inviata a Sandro Magister, di Antonio Caragliu, dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, il quale però non comprende che l’errore lo sta commettendo proprio lui. Egli nel tentativo di correggere mons. Livi, non si rende conto che ciò che dice è proprio l’errore che tenta di correggere. Caragliu, dopo una breve disamina dei particolari che dovrebbero far distinguere la teologia modernista, da una teologia ratzingeriana “moderna”, conclude affermando: Una teologia moderna, ma non per questo scettica, soggettivistica e modernista. E qui, come si suol dire, casca l’asino!

Non esiste una teologia moderna, così come non esiste un Credo moderno, una liturgia più moderna, una prassi più moderna, un Catechismo più moderno, e quant’altro, senza cadere proprio nell’errore di ciò che disse san Paolo:

«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (2Tim 4,1-5).

Spieghiamolo con un esempio pratico: per costruire un ponte – anche fosse a suo piacimento – l’ingegnere ha bisogno di applicare alcune regole che sono fondamentali, se non lo facesse il ponte a breve tempo cadrebbe rovinosamente; un professore di matematica, per quanto possa inventarsi modi nuovi per insegnare, è sempre obbligato a trasmettere fedelmente le regole della matematica. Se una unità decimale si ottiene quando dividiamo una unità in dieci, cento, mille parti, ecc… nessun professore può modernizzare queste regole. Così è per i medici quando devono operare: il processo operativo si distingue da chirurgo a chirurgo a seconda delle abilità di ognuno, ma l’intervento per esempio a cuore aperto, o per aggiustare un arto fratturato, che possiamo chiamare anche prassi, ha alla base le medesime regole per tutti i chirurghi… Gli esempi sono infiniti!

Dogmi e Dottrine sono come le regole per la matematica e per la medicina: ciò che era peccato ieri, è peccato anche oggi; ciò che era la Chiesa ieri insegnata dai Padri, Santi e Dottori e da tutto il magistero bimillenario dei Papi, lo è anche oggi. Non diciamo forse che “Cristo è ieri, oggi e sempre”? I Santi, che sono stati, e lo sono anche oggi, i più moderni di tutti nelle varie epoche della Chiesa, hanno lavorato su se stessi non sulle dottrine; hanno portato contributi alla comprensione della dottrina, l’hanno rafforzata, l’hanno spiegata ai propri discepoli con modi nuovi, ma mai si sono sognati di portare modernità alla Scrittura o alla legge divina, alle dottrine. «La Chiesa non ha bisogno di “riformatori”, ma di santi» (Georges Bernanos).

NON ESISTE UNA TEOLOGIA MODERNA, Dio è sempre moderno, gli Apostoli sono sempre moderni, il Vangelo, la Scrittura è sempre moderna, i Padri della Chiesa sono sempre moderni, il concilio di Nicea come Trento, sono sempre moderni… esiste la teologia e basta, perché il Vangelo è sempre attuale. Il contributo che i teologi possono e devono dare non è quello della modernità ma della comprensione a ciò che ancora, della dottrina, non è del tutto comprensibile. Mons. Livi non ha fatto un paragone o una differenza tra una teologia modernista contro una teologia pacificamente modernaDifendere il solo concetto di una teologia moderna equivale a difendere una nuova forma di protestantesimo, (vedi qui)! Il discorso che fa Caragliu è proprio il fondamento della teologia PROTESTANTE, ed è grave che non se ne renda conto.

Il concetto di una teologia moderna si sviluppa proprio dal protestantesimo, da quando Lutero tentò di modificare, solo per “aggiornare” appunto, la vecchia teologia Cattolica. Le sue intenzioni non le discutiamo, ma i frutti sì, e vediamo quanto sono stati catastrofici, è questo concetto di teologia moderna che ha portato al liberalismo, all’illuminismo, al Rinascimento, alla politica democratica distorta di oggi, alle aberrazioni politiche di oggi…

Il modernismo teologico, infatti, essendo un sistema di pensiero che relativizza le verità di Fede, in quanto mette al centro non l’oggettività della Verità rivelata ma la coscienza soggettiva del singolo, non può che avere la sua origine proprio nel protestantesimo, “culla” del liberalismo e del soggettivismo[13].

La teologia moderna di Lutero, o del Protestantesimo in generale, dato che vi operò poi Calvino ed altri, ha influito pesantemente sulle politiche sociali successive quali, ad esempio il marxismo che nasce, appunto, dall’evoluzione di una teologia più moderna: Marx (cresciuto in ambiente protestante) usa Dio (pseudo-teologia) per formulare una nuova struttura culturale e sociale che potesse fare a meno di Dio…

Lo stesso concetto di nuovo che prevale fino allo sfinimento e pure alla noia, da ben oltre cinquant’anni, ha le medesime radici protestantiche che, dentro la Chiesa Cattolica arriverà al suo apice con la Nouvelle Théologie (la nuova teologia). E così si arriva alla NUOVA CHIESA, la nuova liturgia, la nuova pastorale… TUTTO NUOVO perché “non si è più sopportata la sana dottrina, e per il prurito di udire qualcosa di nuovo”, ecco dove siamo arrivati! VETERO ET NOVO, vecchio e nuovo nei Vangeli è ben altra cosa! Lo rammenta Gesù quando disse che non era venuto per abolire o modificare, ma per portare a compimento (Mt 5, 17-20), Lui è la nuova Legge che si fonda sull’antica in quel “al Principio” (cfr. Mt19), Gesù il “nuovo Adamo” che riporta tutto all’origine, ossia, quando l’uomo commise quel Peccato Originale che mediante il Battesimo è venuto a debellare. Questa è la vera Riforma.

Non vi abbiamo ancora convinto?  Ebbene cominciamo allora a leggere le parole esplicite di san Pio X dalla Pascendi che rispondono e pongono la parola fine alla confusione fatta da Caragliu ed altri: “… il teologo modernista si giova degli stessissimi principî che vedemmo usati dalla filosofia, adattandoli al credente; ciò sono i principî dell’immanenza e del simbolismo. Ed ecco con quanta speditezza compie egli il suo lavoro. (…) gli apologeti modernisti si rifanno sulla dottrina della immanenza. Si adoprano cioè a convincer l’uomo, che in lui stesso e negli intimi recessi della sua natura e della sua vita si cela il desiderio e il bisogno di una religione, né di una religione qualsiasi, ma tale quale è appunto la cattolica; giacché questa, dicono, è postulata onninamente dal perfetto sviluppo della vita. E qui di bel nuovo siam costretti a lamentarCi gravemente che non mancano cattolici i quali, benché rigettino la dottrina dell’immanenza come dottrina, pure se ne giovano per l’apologetica; e ciò fanno con sì poca cautela, da sembrare ammettere nella natura umana non pure una capacità od una convenienza per l’ordine soprannaturale, ciò che gli apologisti cattolici, colle debite restrizioni, dimostraron sempre, ma una stretta e vera esigenza” (si legga la spiegazione integrale qui).

Se di teologia moderna dobbiamo proprio parlare è quella proprio di san Tommaso d’Aquino!!! È stato lui il vero teologo moderno che seppe unire tutti i vecchi concetti espressi in precedenza, con il nuovo che si profilava all’orizzonte della Chiesa ma anche del mondo civile, sociale e culturale. Ecco perché noi ci sentiamo al sicuro e confermati nella medesima Fede a partire dalle raccomandazioni dei Papi sull’importanza dell’aquinate, a mons. Antonio Livi che difende, ragionevolmente, la metafisica-tomista.

Tutti i Pontefici della storia (dal XIII secolo ad oggi), e senza alcuna soluzione di continuità, hanno indicato in san Tommaso d’Aquino il teologo cattolico per eccellenza e, se questo non stupisce per i papi medievali e rinascimentali (l’Angelico fu canonizzato nel 1323 e dichiarato Dottore della Chiesa nel 1567), potrebbe stupire per quelli più recenti. Giovanni Paolo II ad esempio, in un importante documento del 1998, in cui stigmatizzava la separazione tra fede e ragione (n. 45) e notava come “uno dei dati più rilevanti della nostra condizione attuale consiste nella crisi di senso” (n. 81), proponeva il ritorno al pensiero dell’Aquinate in questi termini: “san Tommaso amò in maniera disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa si potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità (…). Il suo pensiero (…) raggiunse vette che l’intelligenza umana non avrebbe mai potuto pensare” (Fides et ratio, n. 44)[14].

Nessuno ha potuto può e potrà superare questo pensiero perché l’Aquinate non intese mai soggettivare le sue ricerche e neppure modernizzare la teologia o addirittura “la Chiesa”… questo è stato non solo il suo successo, ma anche il nostro, il successo di tutta la Chiesa ieri, oggi e domani. Il pensiero e gli studi di san Tommaso sono modernissimi proprio perché insuperabili! Dogmi e dottrine sono sempre moderne! Sono le generazioni che vengono a doversi ADEGUARE alle Scritture spiegate poi nei dogmi e dottrine, non il contrario. La Chiesa NON ha mai creato dottrine per adeguarsi alle situazioni dei momenti storici che viveva!

Il 29 giugno 1923, nel VI centenario della canonizzazione, papa Pio XI gli dedicò l’enciclica Studiorum Ducem, nella quale dice: “…ordinammo che Tommaso d’Aquino dovesse essere considerato la principale guida negli studi delle discipline superiori…”. E ancora, spiega Pio XI: “… è sempre vivo in Noi il felice ricordo del rifiorire delle dottrine dell’Aquinate per l’autorità e le premure di Leone XIII; e questo merito di così illustre nostro Precedessore è tale, come dicemmo altre volte, che da solo basterebbe a dargli gloria immortale quand’anche altre cose sapientissime egli non avesse fatto o stabilito. Seguì il suo pensiero Pio X di santa memoria, specialmente nel Motu proprio «Angelici doctoris» ove troviamo questa bella sentenza: «Dopo la morte beata del Santo Dottore, non fu tenuto nella Chiesa alcun Concilio ove egli non sia stato presente con la sua preziosa dottrina». E più prossimo a Noi, Benedetto XV, Nostro compianto Antecessore, più d’una volta mostrò la stessa compiacenza; e a lui spetta la lode della promulgazione del Codice di Diritto Canonico, ove vengono consacrati «il metodo, la dottrina e i principii» dell’Angelico Dottore. E Noi, mentre facciamo eco a questo coro di lodi date a quel sublime ingegno, approviamo che egli non solo sia chiamato Angelico, ma altresì che gli sia dato il nome di Dottore Universale, mentre la Chiesa ha fatto sua la dottrina di lui, come da moltissimi documenti viene attestato». Ma ciò, ovviamente, per i nuovi teologi era inaccettabile[15].

Per giungere al cuore del nostro breve studio non certo esaustivo, dobbiamo rimarcare che mons. Antonio Livi, così come Cardinali e Vescovi che si stanno prodigando contro le ambiguità del testo papale Amoris Laetitia e di altra pastorale “liquida”, non stanno accusando di eresia alcun Pontefice, men che meno Bergoglio! Il problema sta a monte, il problema o la causa dell’apostasia che stiamo vivendo non è “Bergoglio oggi”, e neppure “un papa” nello specifico, ma tutta una corrente filosofica e teologica che, già profeticamente denunciata dai Papi passati come san Pio X, e lo stesso Pio XII sopra ricordato, ebbe gioco facile entrando, come un Cavallo di Troia, all’interno del concilio Vaticano II, e pure da prima organizzandosi in “circoli” più o meno manifesti, atti a distribuire e divulgare vere e proprie eresie come i testi di Teilhard de Chardin prima e di Rahner dopo, lo stesso san Pio X nella Pascendi aveva individuato la dinamica dei modernisti.

Vescovi (come all’epoca furono il giovane Karol Wojtyla e Ratzinger dopo ), presbiteri e molti teologi fecero a gara per contendersi L’EUFORICO SPIRITO MODERNO INNOVATIVO…. specialmente la cosiddetta “corrente renana” rafforzata dalla protesta neo-protestante dei Vescovi tedeschi, Belgi e pure qualche francese nella famosa squadriglia della MAFIA DI SAN GALLO, Bergoglio è IL FRUTTO, non la causa, di ciò che sta avvenendo nella Chiesa oggi!

Ecco perché, con mons. Livi, noi nel nostro piccolo diciamo che l’unico modo per uscire dalla crisi è ritornare – o tornare – alla metafisica-tomista! E’ probabile che arriveremo a toccare il fondo con questa apostasia dilagante, un fondo mai raggiunto, ma ciò che ci farà rinascere da queste ceneri sarà il tomismo perché questa teologia e non altra è la vera e sana Dottrina difesa dall’apostolo Paolo (2Tim.4,1-5), e per la qual disgrazia del cadere in apostasia, ci mise profeticamente in guardia.

DOBBIAMO SUPERARE la trappola del “papa eretico”… dobbiamo essere docili ma anche attenti e astuti “come serpenti” davanti a queste trappole progressiste e moderniste. Il nostro compito non è dichiarare eretico qualche Pontefice, non è allestire processi, ma di andare a trovare la sorgente dei problemi, e rimetterci seriamente a STUDIARE ciò che veramente conta, convertirci a “LA CHIESA” di sempre, di ieri, oggi e domani.

La Chiesa cattolica ha sempre curato la liturgia e il linguaggio perché ha sempre saputo che «quando si perde la battaglia delle parole si perde anche quella delle idee» (Georges Bernanos). Purtroppo pare abbia perduto, negli ultimi anni, questa consapevolezza, si legga qui. Non facciamo alcuna colpa volontaria a tutti gli ultimi Pontefici per essersi lasciati “stordire” dall’importanza mediatica, tuttavia è palese che per i Papi – i Media – hanno preso un certo sopravvento sulle loro decisioni di governo e il linguaggio mediatico, quanto quello pubblicitario, manipola e illude l’ascoltatore, distorcendo e modificando il messaggio che deve filtrare. Cliccate qui, ed anche qui per capire dove siamo arrivati oggi.

Qualcosa del genere la disse lo stesso Benedetto XVI nell’ultimo Discorso al Clero del 14 febbraio 2013 già sopra accennato, egli disse: “…c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede, era un Concilio della fede che cerca l’intellectus, che cerca di comprendersi e cerca di comprendere i segni di Dio in quel momento, (..) il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo“.

E quanto ha detto corrisponde al vero, ma manca tuttavia una vera autocritica a riguardo del LINGUAGGIO usato dentro e fuori il concilio e nei canali ufficiali… Abbandonando, infatti, il linguaggio definitorio e inequivocabile, il magistero ecclesiastico è diventato “liquido”, deformabile, malleabile, adattabile a qualsiasi contenitore. Insomma, è vero quanto Benedetto XVI dice sui Media al concilio, ma ciò che tutti loro hanno omesso di denunciare – e soprattutto poi condannare – è che furono gli stessi Padri – e i giovani teologi ed esegeti – ad offrire loro l’occasione di “deformare” , filtrare, manipolare i discorsi conciliari. L’ermeneutica diversa avanzata dai Media durante il concilio, fu offerta loro su un vassoio d’argento dall’ala progressista. Ratzinger stesso se ne rese conto, molti anni dopo, ha tentato di porvi rimedio, ma la parola d’ordine era di non accusare e condannare nessuno, andare avanti con le innovazioni, cambiare il linguaggio, trovare COMPROMESSI… Così se da una parte il progetto del gesuitismo modernista: “cattolicizzare ciò che non è cattolico”, avanzava per la sua strada con scontri e compromessi con Giovanni Paolo II, nel resto della Chiesa si cercava di adattare tutto ciò che era possibile a “qualsiasi contenitore”.

Il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, quando tornò negli Stati Uniti dopo l’elezione al soglio di Pietro di papa Francesco, dichiarò ai giornalisti che «abbiamo cambiato pubblicità, ma il prodotto è sempre lo stesso». Già parlare di “pubblicità e di prodotto” riferendosi all’elezione di un Pontefice – Vicario di Cristo – la dice lunga sull’affondo di certo linguaggio ecclesiale…. ma poi purtroppo per Dolan e i cardinali elettori, non è così. La pubblicità distorce, contorce il prodotto, creandone uno nuovo, una caricatura

Mettere da parte la roccia dottrinale, privilegiando la “liquidità pastorale”, ha portato ai singoli e alla masse non il messaggio evangelico, ma una patetica caricatura di Cristo e della sua Chiesa. Gesù non è più il Crocifisso, l’unico redentore del genere umano, ma un “amicone”, si veda qui, un rivoluzionario politicamente corretto dedito alla giustizia sociale. Così come la Chiesa non è più il corpo mistico di Cristo (infatti da cinque anni è scomparsa la dottrina sulla MILITANZA della Chiesa), ma un “paese delle meraviglie” in costruzione, una specie di nuovo paradiso terrestre in cui la presenza di Dio sarà sempre più soggettiva, a seconda della immagine che ognuno si farà di questo “dio”. Gesù stesso, senza dubbio che viene “annunciato e predicato”, ma per arrivare dove e a cosa? Non siamo forse arrivati a sentire da qualche vescovo che incontrare il povero, la sua carne è “la stessa cosa” che ricevere l’Eucaristia? Non ha forse affermato, l’arcivescovo di Milano, che sarebbe meglio fare meno Messe e mettere di più al centro la Scrittura? Si veda qui. E non siamo arrivati a mandare biglietti d’auguri natalizi con la Scrittura messa nel Presepe al posto di Gesù? Si veda qui.

A ragione, mons. Livi, in una serie di interventi su La Nuova Bussola Quotidiana del 2015, spiegava quanto segue: “Quanti hanno la responsabilità, per dovere di ufficio ecclesiastico, di evitare il disorientamento dottrinale tra i fedeli, devono saper rifiutare ogni opinione che abusivamente si presenti come teologica, quando in realtà è meramente umana. Come la categoria tanto di moda dell’«uomo d’oggi»… Non si tratta quindi di criticare un’opinione umana a partire da un’altra opinione umana, né si tratta di contrapporre a un’ideologia un’altra ideologia: si tratta piuttosto della necessità pastorale di non riconoscere come “teologica” una tesi che, quale che sia l’autorità scientifica (filosofica, esegetica, sociologica, psicologica, storiografica) di chi la propone, risulti basata su presunte verità umane e non sulle verità rivelate da Dio” (vedi qui).

Nel 2014, con l’evolversi dei sinodi sulla famiglia, ci fu un intervento molto interessante da parte del prof. Stanislaw Grygiel che prima alunno di Giovanni Paolo II, divenne poi suo consigliere e amico, ecco cosa dice: “La laicizzazione propria della postmodernità irrompe anche nella Chiesa. Turba le menti e i cuori dei fedeli con domande insidiose, tra le quali oggi prevale questa: Davvero Dio ha detto ciò che la fede della Chiesa gli attribuisce sul matrimonio e sulla famiglia? La domanda: “E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare?…” (Gn 3, 1-3), in illo tempore rivolta dal tentatore all’uomo e alla donna provocò la caduta primordiale(vedi qui il testo).

“Disgraziatamente la propaganda comunista ha inciso sulla mentalità occidentale così che persino nella Chiesa da quasi cinquant’anni si è infiltrato il principio marxista del pensare per cui l’efficacia della praxis prevale sulla contemplazione del Logos. Penso al predominio della praxis pastorale sulla dottrina che nella Chiesa è la persona del Figlio del Dio vivente. Non riesco a darmi pace dal giorno in cui una persona autorevole mi ha detto: “Basta con la dottrina di Wojtyla e di Ratzinger, adesso bisogna fare qualcosa!”. Le conseguenze di una tale “impostazione” del lavoro della Chiesa sono gravissime. Parlando filosoficamente, il “fare” che domina l’“essere” e l’“agire” (amare e conoscere) si traduce in una pura produzione. Se quel regno dell’amore e della libertà che è la Chiesa si lascerà plasmare soprattutto dalla praxis pastorale, prima o poi essa farà parte del mondo tecnico e della sua civilizzazione, che io chiamo produttura (productura) in opposizione alla cultura (cultura). Nella produttura pastorale la fede non attecchirà.

Ci viene a mente, e non a caso, ciò che è considerata una vera profezia da parte dell’allora cardinale Pacelli, futuro Pio XII, (vedi qui) quando affermava: Sono preoccupato per le confidenze della Vergine alla piccola Lucia di Fatima. Questo insistere da parte della Buona Signora sui pericoli che minacciano la Chiesa è un avvertimento divino contro il suicidio che rappresenta l’alterare la Fede nella sua liturgia, nella sua teologia e nella sua anima. Sento intorno a me che gli innovatori desiderano smantellare la Sacra Cappella, distruggere la fiamma universale della Chiesa, rifiutare i suoi ornamenti e renderla piena di sensi di colpa per il suo passato storico. Ecco, sono convinto che la Chiesa di Pietro dovrà rivendicare il suo passato, altrimenti si scaverà la sua stessa tomba. (…) Verrà un giorno in cui il mondo civilizzato rinnegherà il proprio Dio, quando la Chiesa dubiterà come dubitò Pietro. Essa sarà allora tentata di credere che l’uomo è diventato Dio, che suo Figlio è solo un simbolo, una filosofia come tante altre“.

“Farla sentire in colpa per il suo passato storico…”. Guarda caso, sarà proprio papa Pio XII a condannare (come già fece in precedenza San Pio X) l’eresia detta archeologismo. Nella Mediator Dei il Venerabile Pontefice smascherò l’imbroglio di voler “tornare alle origini”. L’archeologismo infatti fu la tecnica attraverso la quale i rivoluzionari Modernisti del’900, si impossessarono della storia della Chiesa, della patristica e della stessa Scrittura, per ribaltare la Chiesa detta con disprezzo “costantiniana e tridentina.

Detto in poche parole – questi rivoluzionari – partirono da una idea apparentemente buona: ritornare alle radici del Cristianesimo e dei Padri, per trovare nuovi ponti da offrire ALL’ECUMENISMO. Tuttavia sia san Pio X quanto Pio XII ne svelarono da subito l’inganno, il tradimento, la perversione modernista. Infatti essi pretendevano ripartire da zero non per trovare ciò che ci unisce agli eretici del Cristianesimo, ma per cancellare in qualche modo il vero progresso della Chiesa da Costantino a dopo gli effetti del concilio di Trento. Fu lo stesso Ratzinger a raccontare, in molte occasioni, come TUTTI furono AFFASCINATI da questa prospettiva “archeologica” della patristica che, tra l’altro, intendeva quale pietra miliare, un ribaltamento completo della LITURGIA CATTOLICA. Ratzinger però riconosce e ammette l’errore, con queste parole: Non potevo prevedere che in seguito gli aspetti negativi del movimento liturgico si sarebbero ripresentati con maggior forza, con il serio rischio di portare addirittura all’autodistruzione della liturgia.” (vedi qui testo integrale).

Questo archeologismo, il cui esegeta tra i più devastanti è stato – e lo è ancora al suo posto – il cardinale filo massone Ravasi, vedi qui è tutto provato, è stato tuttavia disconosciuto e denunciato come perverso sia da Giovanni Paolo II, quanto da Benedetto XVI, ma oggi non solo riproposto ma IMPOSTO dalla neo chiesa (vedi il laico eretico Enzo Bianchi), senza trovare più alcun oppositore. E qui ci fermiamo riprendendo l’argomento in altro contesto, al momento era solo per sottolineare, ancora una volta, come si è infiltrato il Modernismo attraverso gli ultimi Papi che pur denunciandolo alla fine, però, lo lasciarono entrare loro stessi, rifiutandosi di condannare come eresia, tutte le derive di cui abbiamo portato le prove.

Se tutto ciò che avete letto fino a qui vi è sembrato irreale, esagerato, di parte…. allora consigliamo di leggervi le Memorie e digressioni di un cardinale italiano il grande Giacomo Biffi, vedi qui, che nel conclave del 2005, poche ore prima dell’elezione del nuovo Papa (Benedetto XVI), raccontò di aver consegnato e letto una lettera ai cardinali elettori indirizzata al futuro Papa che era in mezzo a loro, questo il suo accorato e drammatico appello:

“2. Vorrei dire al futuro papa che faccia attenzione a tutti i problemi. Ma prima e più ancora si renda conto dello stato di confusione, di disorientamento, di smarrimento che affligge in questi anni il popolo di Dio, e soprattutto affligge i ‘piccoli’.

“3. Qualche giorno fa ho ascoltato alla televisione una suora anziana e devota che così rispondeva all’intervistatore: ‘Questo papa, che è morto, è stato grande soprattutto perché ci ha insegnato che tutte le religioni sono uguali’. Non so se Giovanni Paolo II avrebbe molto gradito un elogio come questo.

“4. Infine vorrei segnalare al nuovo papa la vicenda incredibile della ‘Dominus Jesus’: un documento esplicitamente condiviso e pubblicamente approvato da Giovanni Paolo II; un documento per il quale mi piace esprimere al cardinal Ratzinger la mia vibrante gratitudine. Che Gesù sia l’unico necessario Salvatore di tutti è una verità che in venti secoli – a partire dal discorso di Pietro dopo Pentecoste – non si era mai sentito la necessità di richiamare. Questa verità è, per così dire, il grado minimo della fede; è la certezza primordiale, è tra i credenti il dato semplice e più essenziale. In duemila anni non è stata mai posta in dubbio, neppure durante la crisi ariana e neppure in occasione del deragliamento della Riforma protestante. L’averla dovuta ricordare ai nostri giorni ci dà la misura della gravità della situazione odierna. Eppure questo documento, che richiama la certezza primordiale, più semplice, più essenziale, è stato contestato. È stato contestato a tutti i livelli: a tutti i livelli dell’azione pastorale, dell’insegnamento teologico, della gerarchia.

“5. Mi è stato raccontato di un buon cattolico che ha proposto al suo parroco di fare una presentazione della ‘Dominus Iesus’ alla comunità parrocchiale. Il parroco (un sacerdote per altro eccellente e ben intenzionato) gli ha risposto: ‘Lascia perdere. Quello è un documento che divide’. ‘Un documento che divide’. Bella scoperta! Gesù stesso ha detto: ‘Io sono venuto a portare la divisione’ (Luca 12,51). Ma troppe parole di Gesù oggi risultano censurate dalla cristianità; almeno dalla cristianità nella sua parte più loquace“.

E vogliamo menzionare l’ultima intervista del grande cardinale Carlo Caffarra? Dal 2005 in cui Biffi ha descritto la situazione drammatica nella Chiesa, ecco cosa ha detto il suo successore sulla cattedra bolognese di san Petronio al successore di Benedetto XVI: “Esiste per noi cardinali il dovere grave di consigliare il Papa nel governo della Chiesa. È un dovere, e i doveri obbligano. Di carattere più contingente, invece, vi è il fatto – che solo un cieco può negare – che nella Chiesa esiste una grande confusione, incertezza, insicurezza causate da alcuni paragrafi di Amoris laetitia. Alcune persone continuano a dire che noi non siamo docili al magistero del Papa. È falso e calunnioso. Proprio perché non vogliamo essere indocili abbiamo scritto al Papa. Io posso essere docile al magistero del Papa se so cosa il Papa insegna in materia di fede e di vita cristiana. Ma il problema è esattamente questo: che su dei punti fondamentali non si capisce bene che cosa il Papa insegna, come dimostra il conflitto di interpretazioni fra vescovi. Noi vogliamo essere docili al magistero del Papa, però il magistero del Papa deve essere chiaro…”.

Possibile che stiano tutti vaneggiando? O non è vero che allora c’è qualcosa di anomalo e di assai grave in atto nella Chiesa di oggi? E come ci si è arrivati? SOLO CHI NON AMA LA CHIESA E IL PAPA avanza spudoratamente con le menzogne, con le ambiguità, con ricatti e minacce, con accuse di essere contro il papa, mentre è esattamente il contrario: chi ama la Chiesa e il Papa, si schiera dalla parte DEL VANGELO con tutta la sua dottrina, si lascia umiliare come sta accadendo a Padre Stefano Maria Manelli dei FFI, da cinque anni agli “arresti domiciliari” dove non può difendersi e non può vedere nessuno, senza che penda su di lui un vero atto, capo d’accusa esplicito, vedi qui, ma anche qui.

Leggete qui cosa profetizzava il Patriarca di Venezia nel 1883: «Se tutta questa dolorosa sequela di mali non è avvenuta ancora fino alle ultime conseguenze fra noi, lo dobbiamo alla fede profondamente radicata nei cuori, alle tradizioni cattoliche secolari, della maggior parte delle famiglie, alla ferma adesione a quei principi cattolici, che sottrassero la nostra patria alla invasione pestilenziale dell’ eresia protestante; ma sentiamo pur troppo di dover deplorare ancor noi tante sciagure morali, e l’indifferentismo dominante, e la smania continua di piacere e di novità, e la licenza sfrenata onde si vuole far licito ogni libito, sono funesti preludj che annunciano come presto o tardi saremo ancor noi condotti ad un paganesimo nuovo. Solo rimedio a tutto questo noi lo vediamo nei santi principi».

Quei “santi principi” che da Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, furono effettivamente difesi con vasto e ricco magistero, chiamandoli “principi non negoziabili” dei quali però, oggi, si è deciso di non parlarne più, anzi, chi ne parlasse verrebbe denunciato dalla neo chiesa, come sobillatore della pace…

Quante altre prove dobbiamo portarvi per capire che ognuno di noi – soprattutto noi laici – abbiamo oggi il DOVERE di informarci correttamente, attraverso autori credibili, facendo sano discernimento, non soltanto per re-imparare LA FEDE E LA DOTTRINA da cinquant’anni esposta alle dure tempeste, ma anche per RESISTERE NELLA TEMPESTA fino a quando tornerà a splendere il sole nella Chiesa Sposa di Cristo?

IL PROBLEMA NON E’ “LA CHIESA” (che Sposa di Cristo è e resta una, santa, cattolica ed apostolica, l’unica Chiesa vera di Cristo che santifica le membra e non il contrario) MA LE MEMBRA, quando vogliono cambiarla.

C’è infatti l’aspetto più grave di tutta la storia che vi abbiamo raccontato e che purtroppo molti sottovalutano: LA VITTIMA DI TUTTO CIO’ E’ LA CHIESA STESSA!! E’ LA CHIESA CHE SI VUOLE CAMBIARE!

Questo “attacco frontale” iniziò a farlo capire proprio Ratzinger nel suo Discorso a Rimini del 1990 sopra riportato, poi lo fece attraverso la famosa Dominus Jesus… Le denunce sono cominciate a piovere dall’autorità del Prefetto della CdF in comune accordo con il Papa, ma le cause sono sempre le stesse. Dobbiamo sottolineare che fin dall’Avvento di Gesù Cristo, BENE ASSOLUTO, ha avuto inizio anche la battaglia decisiva e finale contro IL MALE che ci attanaglia e tenta di soffocarci. La Chiesa, Sposa del Cristo, è “una, santa, cattolica ed apostolica“, il problema non è LEI, ma LE MEMBRA, SIAMO NOI il problema…. vedi qui un altro grave esempio, noi quando navighiamo CONTRO la dottrina imposta dal Cristo nella Sua Chiesa, san Paolo citato sopra lo ha spiegato benissimo!

Tutti i grandi eretici erano cattolici che vivevano dentro la Chiesa e che, a forza di superbia e di orgoglio, hanno finito per IMPORRE alla Chiesa il loro pensiero. I nemici esterni alla Chiesa, spiegava sant’Agostino, non ci preoccupano affatto perché alla fine delle discussioni, se noi siamo coerenti con una vita santa nel discepolato a Cristo, questi finiranno per convertirsi. Ma coi nemici interni alla Chiesa la questione si fa dura e drammatica perché essi vivono di MENZOGNA e da dentro la Chiesa la contaminano con i veleni più tremendi a cominciare dai RAPPORTI DI FIDUCIA che molti falsi pastori mantengono con il GREGGE SPROVVEDUTO E SEMPLICE, trascinandolo dalla loro parte.

Amici cari, il pensiero di sant’Agostino è il medesimo che san Pio X espresse nella Pascendi per denunciare il Modernismo e CHI SONO I VERI MODERNISTI, come agiscono e come ingannano. Chi più e chi meno, oggi, SIAMO STATI TUTTI CONTAGIATI DAL MODERNISMO, la Chiesa Sposa di Cristo è vittima del Modernismo! Prenderne atto ci farà assai bene! Porsi sulla difensiva per puntare esclusivamente il dito sugli altri, non risolve i problemi e ci rende vulnerabili alla superbia, all’orgoglio, alla pretesa di elevare le nostre opinioni a verità assoluta.

Ecco perché cerchiamo sempre di contattare e leggere veri e saggi sacerdoti, come anche mons. Livi, padre Serafino Lanzetta, padre Giovanni Scalese qui nel suo sito, come anche Don Alfredo Maria Morselli, o professori laici “timorati di Dio” quale è per noi un grande aiuto il professore de Mattei da Corrispondenza romana, ma anche leggere la storica Pellicciari, la Cristina Siccardi, ed altri, non certo per aderire a dei “partitismi”. Come sappiamo infatti, oggi ci si “schiera” pro o contro qualcuno, ci sono le tifoserie…. e questo a noi non è mai piaciuto! Dobbiamo piuttosto assumerci una grande responsabilità di fronte a Dio, innanzi tutto, e poi davanti agli uomini, schierarci davvero in favore della Chiesa – Sua Sposa – non tentando di cambiarla, MA CAMBIANDO NOI aderendo alla santa Tradizione e al Magistero di sempre!

Leggiamo il bellissimo Discorso che l’allora Ratzinger, Prefetto della CdF, tenne ai Catechisti e agli insegnanti di religione, per il Giubileo del 2000, il 10 dicembre vedi qui testo ufficiale, disse: “La vita umana non si realizza da sé. La nostra vita è una questione aperta, un progetto incompleto ancora da completare e da realizzare. La domanda fondamentale di ogni uomo è: come si realizza questo – diventare uomo? Come si impara l’arte di vivere? Quale è la strada alla felicità? Evangelizzare vuol dire: mostrare questa strada – insegnare l’arte di vivere. Gesù dice nell’inizio della sua vita pubblica: Sono venuto per evangelizzare i poveri (Lc 4, 18); questo vuol dire: Io ho la risposta alla vostra domanda fondamentale; io vi mostro la strada della vita, la strada alla felicità – anzi: io sono questa strada…. L’incapacità di gioia suppone e produce l’incapacità di amare, produce l’invidia, l’avarizia – tutti i vizi che devastano la vita dei singoli e il mondo. Perciò abbiamo bisogno di una nuova evangelizzazione – se l’arte di vivere rimane sconosciuta, tutto il resto non funziona più. Ma questa arte non è oggetto della scienza – questa arte la può comunicare solo chi ha la vita – colui che è il Vangelo in persona… (..) Evangelizzare non si può con sole parole; il vangelo crea vita, crea comunità di cammino; una conversione puramente individuale non ha consistenza… Nella chiamata alla conversione è implicito – come sua condizione fondamentale – l’annuncio del Dio vivente.”

Ratzinger usa il termine CONVERSIONE E CONVERTIRSI per ben nove volte nel discorso, e lo fa con dottrina e bellezza, un termine che oggi però è letteralmente scomparso dalla pastorale e dal magistero ufficiale, perché?

Eppure in questo bellissimo Discorso Ratzinger stesso usa personaggi che la Chiesa aveva condannato per i loro pensieri, usa proprio il gesuita Teilhard de Chardin, i cui scritti furono condannati da Giovanni XXIII…. ed usa Johann Baptist Metz, teologo cattolico tedesco, ma… discepolo di Karl Rahner…. e già, quel Metz tra i fondatori della rivista internazionale di teologia Concilium alla quale aderiva lo stesso Ratzinger in un primo momento (poi se ne andò), quando si muovevano i primi passaggi per imporre alla Chiesa i fondamenti della nuova teologia.

Capite che cosa è successo? Nessuno di noi pensa ad un Ratzinger “eretico”, ma è anche onesto chiedersi: perché citare eretici e modernisti quando, per portare esempi, aveva avanti a sé tutto un florilegio dogmatico dei Santi? Perché il Modernismo lavora così: porta elementi dottrinali inserendo fattori eretici, finendo per cattolicizzarli. Se non credete a noi, volete credere almeno a san Pio X? Ratzinger, in tutta la sua biblioteca di teologo, prima di diventare Papa, ha citato poco i Santi, in compenso ha portato alla cattolicità tutta una serie di figure protestanti e modernisti, cercando di prendere ciò che era condivisibile, ma così facendo – soprattutto quando divenne Papa – si rese conto che la cosa non solo non funzionava, ma non ha funzionato e, da pontefice, non ha mai citato se stesso o i suoi libri, ed ha elaborato un magistero pontificio prettamente ortodosso, almeno in linea di massima.

Ecco perché, oggi, non riprende il successore papa Francesco! Ecco perché non lo corregge. Bergoglio procede sulla stessa linea da loro intrapresa, solo che la sta portando alle estreme conseguenze, quelle conseguenze che – da Paolo VI a Benedetto XVI – erano state frenate con i paletti dottrinali magisteriali.

Nella Pascendi san Pio X denuncia come modernista il concetto di “riformatori” della Chiesa, attenti alle sue parole: “Più larga materia ci offre ciò che la scuola dei modernisti fantastica a riguardo della Chiesa. È qui da presupporre che la Chiesa secondo essi è frutto di due bisogni: uno nel credente, specie se abbia avuta qualche esperienza originale e singolare, di comunicare ad altri la propria fede; l’altro nella collettività, dopo che la fede si è fatta comune a molti, di aggrupparsi in società e di conservare, accrescere e propagare il bene comune. Che cosa è dunque la Chiesa? un parto della coscienza collettiva, ossia collettività di coscienze individuali; le quali, in forza della permanenza vitale, pendono tutte da un primo credente, cioè pei cattolici da Cristo…”.

A ben vedere è ciò che poi ha denunciato lo stesso Ratzinger nel famoso Discorso di Rimini sopra riportato! Ma questi riformatori non hanno mollato la loro eresia, il loro modernismo…. e le conseguenze sono oggi sotto i nostri occhi. Infatti leggiamo ancora le parole profetiche di san Pio X: Se dunque l’autorità della Chiesa non vuol suscitare e mantenere una guerra intestina nelle coscienze umane, uopo è che si pieghi anch’essa a forme democratiche; tanto più che, a negarvisi, lo sfacelo sarebbe imminente. È da pazzo il credere che possa aversi un regresso nel sentimento di libertà quale domina al presente. Stretto e rinchiuso con violenza strariperà più potente, distruggendo insieme la religione e la Chiesa. Fin qui il ragionare dei modernisti: e la conseguenza è, che sono tutti intesi a trovar modi per conciliare l’autorità della Chiesa colla libertà dei credenti“.

Avete letto bene? ” uopo è che si pieghi anch’essa a forme democratiche;… Fin qui il ragionare dei modernisti: e la conseguenza è, che sono tutti intesi a trovar modi per conciliare l’autorità della Chiesa colla libertà dei credenti“.

Perché parliamo di “profezia”? Perché quanto qui san Pio X aveva denunciato, è quanto invece e prepotentemente supporterà la dottrina gesuitica modernista di Karl Rahner, sulla sua immagine di chiesa, in dolce compagnia del compagno gesuita de Lubac che, con la sua immagine di chiesa, affascinerà sia il giovane Karol Wojtyla, quanto Ratzinger come abbiamo dimostrato all’inizio, per non parlare dello stesso Montini, futuro Paolo VI, che della “nuova teologia” tutta alla francese di de Lubac e di Jacques Maritain, ne diventerà il difensore seppur mantenendo i paletti a riguardo della dottrina etica e morale, la questione dell’Humanae Vitae ne è l’esempio calzante.

Concludiamo questa esposizione dalla Pascendi con questi due passaggi illuminanti di san Pio X che ci spiegano poi come svelare il FALSO RIFORMATORE: “Per compiere tutta questa materia della fede e dei diversi suoi germi, rimane da ultimo, Venerabili Fratelli, che ascoltiamo le teorie dei modernisti circa lo sviluppo dei medesimi. È lor principio generale che in una religione vivente tutto debba essere mutevole e mutarsi di fatto. Di qui fanno passo a quella che è delle principali fra le loro dottrine, vogliam dire all’evoluzione. Dogma dunque, Chiesa, culto, Libri sacri, anzi la fede stessa, se non devon esser cose morte, fa mestieri che sottostiano alle leggi dell’evoluzione. Siffatto principio non si udrà con istupore da chi rammenti quanto i modernisti son venuti affermando intorno a ciascuno di questi oggetti. Posta pertanto la legge dell’evoluzione, i modernisti stessi ci descrivono in qual maniera l’evoluzione si effettui… (…) Restano per ultimo a dir poche cose del modernista in quanto la pretende a riformatore. Già le cose esposte finora ci provano abbondantemente da quale smania di innovazione siano rôsi cotesti uomini. E tale smania ha per oggetto quanto vi è nel cattolicismo. Vogliono riformata la filosofia specialmente nei Seminarî… (…) Chiedono inoltre che la teologia positiva si basi principalmente sulla storia dei dogmi. Anche la storia chiedono che si scriva e si insegni con metodi loro e precetti nuovi. Dicono che i dogmi e la loro evoluzione debbano accordarsi colla scienza e la storia. Pel catechismo esigono che nei libri catechistici si inseriscano solo quei dogmi, che sieno stati riformati e che sieno a portata dell’intelligenza del volgo. Circa il culto, gridano che si debbano diminuire le devozioni esterne e proibire che si aumentino. Benché a dir vero, altri più favorevoli al simbolismo, si mostrino in questa parte più indulgenti. Strepitano a gran voce perché il regime ecclesiastico debba essere rinnovato per ogni verso, ma specialmente pel disciplinare e il dogmatico. Perciò pretendono che dentro e fuori si debba accordare colla coscienza moderna, che tutta è volta a democrazia; perché dicono doversi nel governo dar la sua parte al clero inferiore e perfino al laicato, e decentrare, Ci si passi la parola, l’autorità troppo riunita e ristretta nel centro. Le Congregazioni romane si devono svecchiare: e, in capo a tutte, quella del Santo Officio e dell’Indice.”

CI ERA STATO TUTTO RIVELATO! L’EVOLUZIONE DEL DOGMA, L’EVOLUZIONE DELLA DOTTRINA, decentramento, aggiornamento, vi dice nulla tutto questo? E chi credete siano questi propagatori di cotanta scelleratezza e profanazione? Il Modernismo sposato dalla frangia modernista gesuitica di cui Bergoglio, oggi Papa Francesco, non è altro che l’esecutore. Ma come abbiamo spiegato sopra: Bergoglio non è la causa ma l’effetto.

Se da Paolo VI, Giovanni Paolo II e da Benedetto XI vi fosse stata quella CONDANNA ALL’ERRORE che da tante voci si era richiesto più volte loro, forse oggi avremo avuto un Papa diverso… Ma la storia non si fa con i “sé, i ma, i però, o il senno del poi…“, la realtà è che la “nuova chiesa”, la neochiesa, HA FONDATO LE SUE REGOLE SUL MODERNISMO, non si scappa, e di ciò sono responsabili tutti gli ultimi Pontefici a partire da Giovanni XXIII. Questo fa di loro degli “eretici”? NON LO SAPPIAMO e non spetta a noi rispondere nello specifico, ma possiamo analizzare i testi pontifici, il loro magistero, e su quello lavorare con tutta serenità, a patto che si ritorni a san Tommaso d’Aquino. Per questo consigliamo di non cadere nella trappola del “papa eretico”. A noi spetta IL SANO DISCERNIMENTO SULLA DOTTRINA, sul riconoscere i falsi e buoni maestri… difendere “quanto abbiamo ricevuto” nella Tradizione.

È qui che gli stessi Pontefici hanno avuto forza e, riteniamo, quella vera e preziosa protezione dello Spirito Santo nella “Grazia di Stato”, eccone alcuni esempi concreti:

–Giovanni XXIII ad esempio, poco prima di aprire il concilio, aveva fatto un imponente Discorso al grande Sinodo Romano, il secondo discorso del 25 gennaio 1960: “Diletti Fratelli e figli: potremmo occupare la vostra attenzione con larghezza di esplorazione dottrinale, patristica, o attinta a considerazioni di ordine e di stile moderno e modernissimo. Preferiamo farvi grazia di ciò, e soffermarCi innanzi a due fonti di celeste, di evangelica e di ecclesiastica dottrina, quali sono: l’insegnamento di San Pietro e di San Paolo nelle loro lettere e, accanto a questi due oracoli, i Canoni e i Decreti del Concilio Tridentino, completati ed illustrati dal preziosissimo Catechismo Romano, o Catechismo del Concilio Tridentino, pubblicato da San Pio V (1566) e ripubblicato dal Papa Veneziano Clemente XIII (1758-1769). Questo Catechismus Romanus il Cardinale Agostino Valerio, amico di San Carlo Borromeo, lo diceva divinitus datum Ecclesiae e Ci è cara l’occasione e ne approfittiamo — anche per il titolo del volume che onora la Nostra città episcopale — di richiamarne l’altissimo pregio per l’uso corrente della sacra predicazione nelle parrocchie, e per chi ha poco tempo per studi profondi, ed anche per chi, occupato in questi, è ansioso di precisione teologica, dogmatica e morale…”.

Il Concilio di Trento coi suoi Decreti e il Catechismo che ne scaturì sono definiti dal Papa: FONTI DI CELESTE, EVANGELICA ED ECCLESIASTICA DOTTRINA. punto!

–Paolo VI pur vivendo enormi conflitti interiori ed esteriori, seppe porre l’argine della retta dottrina sui punti fondamentali della Fede della Chiesa, sia in ordine all’ecclesiologia quanto nelle questioni etiche e morali. Pensiamo alla Marialis cultus, alla Misteryum Fidei, all’Humanae Viatae…. Per non parlare poi, di lui che fu il diretto responsabile dell’applicazione della nuova liturgia, delle continue reprimende e denunce agli abusi, ma contro i quali appunto, alle parole non fece seguire i fatti, parole espresse, per esempio il 19 febbraio 1972 all’Udienza generale: “Così è, Figli carissimi; e così affermando, la nostra dottrina si stacca da errori che hanno circolato e tuttora affiorano nella cultura del nostro tempo, e che potrebbero rovinare totalmente la nostra concezione cristiana della vita e della storia. Il modernismo rappresentò l’espressione caratteristica di questi errori, e sotto altri nomi è ancora d’attualità (Cfr. Decr. Lamentabili di S. Pio X, 1907, e la sua Enc. Pascendi; DENZ.- SCH. 3401, ss.). Noi possiamo allora comprendere perché la Chiesa cattolica, ieri ed oggi, dia tanta importanza alla rigorosa conservazione della Rivelazione autentica, e la consideri come tesoro inviolabile, e abbia una coscienza così severa del suo fondamentale dovere di difendere e di trasmettere in termini inequivocabili la dottrina della fede; l’ortodossia è la sua prima preoccupazione; il magistero pastorale la sua funzione primaria e provvidenziale; l’insegnamento apostolico fissa infatti i canoni della sua predicazione; e la consegna dell’Apostolo Paolo: Depositum custodi (1 Tim. 6, 20; 2 Tim. 1, 14) costituisce per essa un tale impegno, che sarebbe tradimento violare. La Chiesa maestra non inventa la sua dottrina; ella è teste, è custode, è interprete, è tramite; e, per quanto riguarda le verità proprie del messaggio cristiano, essa si può dire conservatrice, intransigente; ed a chi la sollecita di rendere più facile, più relativa ai gusti della mutevole mentalità dei tempi la sua fede, risponde con gli Apostoli: Non possumus, non possiamo (Act. 4, 20)…”.

Ancora non vi basta? Di Giovanni Paolo II possiamo fare migliaia di citazioni, tutto il suo magistero è stato impostato per arginare le derive dottrinali che inesorabilmente avanzavano con inaudita prepotenza. Il “lavoro di squadra” con il cardinale Ratzinger, aiutarono la Chiesa a superare molti conflitti interni, ma non a deporli definitivamente alla storia perché… ENTRAMBI NON CONDANNARONO MAI LE ERESIE, ma ne denunciarono solo gli effetti sperando che, in qualche modo, clero, vescovi e fedeli, lo seguissero, ma così non fu!

Purtroppo, arbitrariamente, la Gerarchia, dal Vaticano II in poi, aveva deciso di non condannare più gli errori, ma di preferire la «medicina della misericordia» alle «armi del rigore», disse Giovanni XXIII nel solenne discorso di apertura[16] del concilio da lui voluto, perché bisognava «andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando». Strategia “pastorale” che si è rivelata fallimentare e controproducente, di cui Bergoglio è il frutto più evidente.

La miglior “medicina della misericordia” è sempre la rigorosa condanna dell’errore. «Il rigore della Chiesa è sempre necessario, anche quando è seccante», spiegò il grande Padre Pio da Pietrelcina[17] ad un confratello che si lamentava del giuramento anti-modernista voluto da San Pio X. «Senza rigore succederebbe il caos».

E, infatti, il caos è arrivato, portando addirittura al culto della personalità del papa regnante di turno; portando non più a credere a Cristo e alla sua Chiesa, ma nel papa[18]. Eugenio Scalfari (vedi qui), oggi tanto amicone del Papa gesuita, e ieri acerrimo nemico dei Papi, quando morì Giovanni Paolo II, nello sfregarsi le mani in attesa dell’arrivo di un papa confacente alla sua fede, disse e scrisse una frase vera (come l’orologio rotto che due volte al giorno dice l’ora esatta): “HANNO ACCLAMATO AL CANTANTE, MA NON HANNO ASCOLTATO LE PAROLE DELLE SUE CANZONI“… e non è forse vero che oggi si fa di tutto per far dimenticare il suo vero magistero?

Il pontificato di Benedetto XVI lo conosciamo, speriamo… egli ha cercato di rispondere con gli Apostoli e tutti i suoi Predecessori: Non possumus, non possiamo… alle nuove e vecchie derive che gli volevano imporre, ma poi se ne è andato, non sappiamo il perché e il per come, lo supponiamo e basta. Da cinque anni questo “NON POSSUMUS” è DIVENTATO MAGICAMENTE: ora possiamo”…. chi non è d’accordo è un antipapista, è contro il papa “che lo vuole”!

E per capire “cosa vuole” questo pontificato è fondamentale leggersi almeno la storia recente dei Gesuiti che dagli anni Settanta, non a caso, parla proprio di “rifondazione” della Compagnia… Lo stesso vaticanista Aldo Maria Valli, notando la deriva dei gesuiti, in un suo recente romanzo dispotico, immagina che, in un futuro forse non troppo lontano, la Civiltà Cattolica muterà il suo nome in “La Civiltà Cordiale” e pubblicherà il vocabolario della neochiesa… (cliccare qui).

E’ tutto “un caso”? E’ forse tutto un complotto? No cari Amici! E’ la triste realtà che da anni ha coinvolto la Chiesa in una grande e dilagante apostasia! Negarlo è da stolti! Il 28 agosto 2016, il cardinale Caffarra domandava: “Le nostre città, la nostra nazione, la nostra Europa stanno attraversando una crisi mortale. La cifra della loro agonia è il freddo inverno demografico che stiamo attraversando. La parola che Dio rivolge a noi pastori ci costringe ad alcune domande: stiamo compiendo l’opera di annunciare il Vangelo o ci accontentiamo di esortare le persone a buoni sentimenti morali, quali per esempio tolleranza, apertura, accoglienza? (..) In uno scritto contro i Manichei, Agostino ci rivela le ragioni per cui resta nella Chiesa. Eccole. «Mi mantiene fermo (nella Chiesa) il consenso dei popoli e delle genti; mi mantiene fermo quell’autorità avviata dai miracoli, nutrita dalla speranza, aumentata dalla carità, confermata dall’antichità; mi mantiene fermo la successione dei Vescovi sulla stessa sede di Pietro… fino al presente Sommo Pontefice; mi mantiene fermo infine lo stesso nome di Cattolica» [Contro la Lettera di Mani detta del Fondamento 4.5; NBA XIII/2, pag.307]“.

Il 14 gennaio 2017, in un’intervista Caffarra ebbe a sottolineare che: una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante…”. Questo lo spinse a chiedere udienza a papa Francesco — anche a nome degli altri tre cardinali dei dubia — il 25 aprile dello stesso anno, con una lettera che fu pubblicata dal vaticanista Sandro Magister. Purtroppo, come sappiano, il papa regnante non volle riceverlo e non lo nominò neppure durante la sua visita pastorale a Bologna, benché il cardinale fosse morte da poco.

Più ci avviamo alle conclusioni, più emergono altre informazioni… perdonate questa nostra debolezza che, allungandoci nello scritto, ha voluto però solo offrirvi il meglio della sana informazione, ed ha voluto essere pignola e minuziosa nelle citazioni e nelle prove, per offrirvi materiale di prima mano sul quale riflettere, pregare e ragionare.

Ce ne scusiamo facendo nostre le medesime parole di san Pio X sempre a conclusione della Pascendi: In tutta questa esposizione della dottrina dei modernisti vi saremo sembrati, o Venerabili Fratelli, prolissi forse oltre il dovere. Ma è stato ciò necessario, sì per non sentirCi accusare, come suole, di ignorare le loro cose, e sì perché si veda che, quando parlasi di modernismo, non parlasi di vaghe dottrine non unite da alcun nesso, ma di un unico corpo e ben compatto, ove chi una cosa ammetta uopo è che accetti tutto il rimanente…“.

Amici, senza presunzione alcuna ma con tutta umiltà: dopo aver letto questo breve studio è come essere andati dal medico il quale, diagnosticandoci una grave malattia, ci offre però anche la cura per debellarla. La cura non è nostra, non siamo alchimisti o medici del “fai da te”, la cura ce la offre la Chiesa stessa, quella di sempre, la vera nostra Santa Madre Chiesa che vuole farci santi e che noi non dobbiamo pretendere di cambiare, modernizzare o svecchiare. Dobbiamo tornare ad ascoltare la Vergine Santa a Fatima (il cui Centenario è alle spalle, ma non la battaglia) avendo, come aiuto alla lettura, il famoso Trattato della vera devozione a Maria di san L.M.G. de Montfort e con Lei attendere con fiducia e serenità il vero Trionfo del Suo Cuore Immacolato che porrà fine non al mondo, ma a questi tempi turbolenti e travagliati.

È da poco trascorsa l’Epifania di N.S. Gesù Cristo e il Battesimo di Gesù, ci piace soffermarci ancora all’immagine commovente dei Magi che “al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua Madre, e prostratisi lo adorarono” (Mt.2,10-11). Subito dopo la Liturgia ci offre la scena del Battesimo dove chi parla è la voce tuonante di Dio: venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Mc.1,7-11) Il tutto avvenne all’interno di un profondo “silenzio mistico” che invita e sollecita i nostri cuori alla meditazione, alla contemplazione, ALLA MERAVIGLIA.

Lasciamoci persuadere dalle parole di san Leone Magno Papa, nei Discorsi sull’Epifania: “L’amore delle cose caduche si trasferisca a ciò che è incorruttibile e l’animo chiamato alle realtà sublimi, si diletti delle cose celesti. Stringete amicizia con i santi angeli; entrate nella città di Dio in cui ci è promessa l’abitazione e unitevi ai patriarchi, ai profeti, agli apostoli e ai martiri. Godete di quello onde essi godono. Bramate le loro ricchezze, e con buona emulazione ambite la loro intercessione. Infatti, se siamo uniti a loro per devozione sincera, saremo uniti anche alla loro gloria: certamente prenderemo parte alla dignità di quelli alla cui devozione avremo partecipato. Ora che vi è concesso di praticare i comandamenti di Dio «glorificate Dio nel vostro corpo»; e, dilettissimi, «risplendete come fari di luce nel mondo». Le lucerne delle vostre menti siano sempre ardenti: niente di tenebroso risieda nei vostri cuori, poiché, come dice l’Apostolo: «Eravate un tempo tenebre, ma ora siete luce nel Signore: vivete dunque da figli della luce». Si compia in voi quel che precedette in immagine nei tre Magi, e «così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Infatti, come sarebbe grande peccato qualora il nome del Signore fosse bestemmiato tra le genti per colpa dei cattivi cristiani, così è grande merito di devozione quando si benedice Dio per la vita santa dei suoi servi: a lui onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

I Magi portarono in dono al Divino Bambino: oro, incenso e mirra… ebbene portiamo anche noi, ai piedi di Maria, depositandoli nel Suo Cuore Immacolato pronto a trionfare, i nostri doni al Suo Gesù (e non al “gesù, al dio” creato dalle nostre dottrine e dai nostri supermercati della fede): l’oro della nostra carità al più Mendicante dei mendicanti che , Vivo e vero è Presenza reale nell’Eucaristia; l’incenso delle nostre Preghiere al Re dei re, nella Sua Messa di sempre senza alcuna innovazione o rivoluzione; la mirra delle nostre sofferenze, delle nostre croci, della nostra autentica conversione, della rinuncia ai vizi e da ogni forma di peccato, anche se veniale, della nostra volontà a Colui che per noi si fece crocifiggere senza alcuna replica o difesa…

Prevediamo un 2018 burrascoso e più insidioso. Se il 2017 è stato il Centenario di Fatima, questo nuovo Anno sarà l’anno delle “decisioni”: da che parte vogliamo stare? La nostra battaglia non è contro le persone, ma contro le tenebre che avanzano, si legga qui, ed anche qui, e chi ha problemi di vista, si faccia curare da Cristo Gesù e dai Santi della vera Chiesa, Sua Sposa, ma non attribuisca a noi di spacciare colliri infetti.

Laudetur Jesus Christus

NOTE

[1] Le due vite di Benedetto XVI. Un itinerario possibile a Papa Ratzinger (a cura di Aurelio Porfiri, Chora Books, 2017)

[2] Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo (di Enrico Maria Radaelli, Edizioni pro manuscripto Aurea Domus, 2017).

[3] Don Orione negli anni del modernismo (di Michele Busi, Roberto de Mattei, Antonio Lanza, Flavio Peloso, Jaca Book, 2002, pagg. 49-50).

[4] Ultime conversazioni (a cura di Peter Seewald, Garzanti, 2016).

[5] «(…) L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa pre-conciliare e Chiesa post-conciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. (…) Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. (…)» (Papa Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 22-12-2005).

[6] «Siamo in pieno modernismo. Non il modernismo ingenuo, aperto, aggressivo e battagliero dei tempi di Pio X, no, il modernismo d’oggi è più sottile, più camuffato, più penetrante e più ipocrita. Non vuol sollevare un’altra tempesta, vuole che tutta la Chiesa si ritrovi modernista senza che se ne accorga. […] Così il modernismo d’oggi “salva” tutto il Cristianesimo, i suoi dogmi e la sua organizzazione, ma lo svuota tutto e lo capovolge. Non più una religione che venga da Dio, ma una religione che viene direttamente dall’uomo e indirettamente dal “divino” che è nell’uomo» (Mons. Luigi Carlo Borromeo [1893-1975], Diario, 3 dicembre 1962). Citazione più ampia riportata in Le cronache di Babele dell’8 gennaio 2018.

[7] «La più grossa sciocchezza che hanno fatto i cristiani nel ‘900 è stata a mio avviso quella di aver seguito gli indirizzi di Jacques Maritain, un filosofo che proveniva dal socialismo rivoluzionario, s’era convertito ancor giovane ed era la figura di spicco della grande cultura cattolica francese tra la due guerre. All’inizio Maritain s’era mosso molto bene, operando un recupero alla modernità di san Tommaso del quale tutti gli siamo debitori. Con Umanesimo integrale ha però imboccato una strada sbagliata. Nel libro sosteneva – ed è vero – che anche tra le idee dei pensatori anticristiani c’erano delle verità, delle virtù, dei valori cristiani “impazziti”. Il compito dei cattolici sarebbe stato quello di riconoscerli e coltivarli. Qual è stato secondo me l’errore di Maritain? Aver pensato a un certo punto di poter facilmente incorporare il pensiero anticristiano nella futura, nuova Cristianità: che insomma “anche i comunisti e Voltaire erano nostri”. In Italia le idee di Maritain e dei suoi seguaci hanno avuto grande seguito, ma è accaduto esattamente il contrario di quello che forse s’aspettavano» (Eugenio Corti, L’Eco di Bergamo, 25-02-2001)

[8] Karol Wojtyla (Il rinnovamento della Chiesa e del mondo. Riflessioni sul Vaticano II: 1962-1966, Ed. Fondazione Giovanni Paolo II, Centro di Documentazione del Pontificato di Wojtyla, 2014).

[9] Lettera del card. Joseph Ratzinger alla Conferenza Episcopale Cilena (13-07-1988).

[10] Kasper, Zur Theologie und Praxis des bischöflichen Amtes, citato da McPartlan, The Local Church and the Universal Church, 178. Cf. anche McDonnell, The Ratzinger-Kasper debate, 231.

[11] Lettera-prefazione all’inizio dell’edizione francese del libro di Mons. Klaus Gamber La Réforme liturgique en question (tit. orig. Die Reform der Römischen Liturgie), ed. Sainte-Madeleine (1992), 84330 Le Barroux, Francia. Il testo francese è stato preso dal sito dei monaci dell’Abbazia di Sainte-Madeleine di Barroux.

[12] Vedi nota n. 1.

[13] Il protestantesimo, culla del modernismo teologico (Corrado Gnerre, Il settimanale di Padre Pio, 05-11-2017)

[14] San Tommaso d’Aquino, l’intramontabile maestro del pensiero del cattolicesimo autentico (Fabrizio Cannone, Il Timone, 06-12-2016).

[15] Henri De Lubac criticò molto la scelta di questi Pontefici verso san Tommaso d’Aquino perché era chiaro – per lui cofondatore della nuova teologia – che la scelta dei Papi fosse indirizzata contro ogni nuovo tentativo di rileggere o rielaborare le dottrine della Chiesa. Per de Lubac, dopo la Pascendi e la condanna del modernismo, il Motu Proprio di Pio X Doctoris Angelici, di imporre la Summa Theologiae come testo ufficiale nelle facoltà teologiche cattoliche, sarebbe stata “castrante, ed emblematica”. Il Circolo modernista, con de Lubac in avanscoperta, si oppose naturalmente anche alla promulgazione delle Ventiquattro Tesi del Tomismo (le quali contengono l’essenza della filosofia tomista e mettono in guardia contro i pericoli della falsa metafisica) e si adoperò affinché fossero essenzialmente ignorate e, diffondendo nei seminari la nouvelle theologie.

[16] S. Giovanni XXIII (Gaudet Mater Ecclesiae, 11-10-1962).

[17] Padre Pio, tra sandali e cappuccio (Padre Pellegrino Funicelli, Leone Editrice, 2006).

[18] Papa quia absurdum (Satiricus, Campari&DeMaistre, 11-01-2018).