La Comunione alla mano? E’ protestante ecco le prove.

Cari Amici, in occasione dell’infausto Cinquantenario (1969-2019) del Nuovo Messale detto “Paolo VI”, e del divieto a poter celebrare nel Rito di sempre, detto Vetus Ordo (che venne poi riabilitato nel 2007 con il Summorum Pontificum di Benedetto XVI), abbiamo iniziato un breve ma intenso excursus storico – molto drammatico e che abbiamo intitolato in una nuova sezione “CRISI LITURGICA” – per cercare di capire da dove il tutto ebbe inizio. Visitate la sezione perché troverete molto materiale interessante.

In questo link: Guéranger spiega La catastrofe che fu il luteranesimo; siamo entrati proprio all’interno di un percorso alle radici di questa vera follia…. ora proseguiamo con due interessanti interventi: da chi ebbe inizio la DISTRUZIONE degli Altari cattolici per sostituirli con tavole e che oggi, da 50 anni, vediamo imposte anche dentro la Chiesa Cattolica, in una non meglio identificata “volontà” di un pseudo “spirito”??? Abbiamo trattato poi – clicca qui – una seconda parte: da chi è partito l’ordine di abolire gli Altari cattolici per sostituirli con tavole di legno, ed oggi con la devastazione che ne è conseguita? 

Qui  il video che spiega e sintetizza i testi che andrete a leggere a seguire.


Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede 

Continuiamo ad esaminare le misure preparatorie alla riforma anglicana, secondo lo studio fatto dal grande storico inglese Michael Davies.
Uno dei cambiamenti introdotti, prima del passaggio definitivo all’abbandono del Cattolicesimo per quella nuova forma di cristianesimo che è l’Anglicanesimo (cambiamenti graduali per abituare i fedeli ad abbandonare il Cattolicesimo Romano), è stato quello della distribuzione della santa comunione sulla mano. È impressionante vedere le motivazioni avanzate per questa modifica: tornare ad un uso antico perché non sussiste il pericolo di profanazione da parte dei fedeli. In verità si voleva attaccare il sacerdozio ordinato (il dare la comunione in bocca ai fedeli è, per i riformatori, un’ingiusta pretesa di superiorità del clero, perché dice di avere le mani consacrate) e la presenza reale di Gesù Cristo nelle specie eucaristiche (per i riformatori questa è una superstizione da abbattere!). Leggendo questo studio non si può non andare con la mente a molti cattolici, anche sacerdoti, che negli anni passati hanno avanzato le stesse motivazioni protestanti per obbligare (molte volte è stato così) i fedeli ad adeguarsi al nuovo ordine: comunione in piedi e sulla mano!
 
Con estenuanti insegnamenti sul “balletto” da farsi per riceverla con dignità! Oggi, Dio sia ringraziato, nelle messe papali il Santo Padre distribuisce la santa comunione solo ai fedeli in ginocchio e sulla bocca: è un esempio che i sacerdoti dovrebbero subito seguire. Peccato che a fianco del Papa, anche in S. Pietro, schiere di sacerdoti continuino a distribuire imperterriti la comunione in mano.
 
Leggendo il brano che segue forse ci chiariremo le idee sulle vere ragioni che spingono il Papa al ritorno alla forma tradizionale: la difesa del Sacerdozio cattolico e della verità della Transustanziazione, della presenza sostanziale del Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo nella SS. Eucarestia.
 
La comunione nella mano
 

E’ interessante notare che, nel rito del 1549, il popolo riceveva la santa comunione in ginocchio dalle mani del prete. Ecco ciò che dice una rubrica che si trova alla fine del Servizio di Comunione: “Benché si legga negli antichi autori che i fedeli ricevevano un tempo il sacramento del corpo di Cristo dalle mani del prete nelle loro e che non si trovi alcun ordine di Cristo che prescriva di agire diversamente, però, visto che ben sovente la si teneva segretamente e la si conservava in proprio possesso per oltraggiarla utilizzandola per dei fini superstiziosi e perversi, per paura che si tenti di usarne allo stesso modo in avvenire e allo scopo che si agisca in modo uniforme in tutto il regno, è stato giudicato opportuno che il popolo riceva ordinariamente il sacramento del corpo di Cristo in bocca, dalle mani del prete” (D. Harrison, The First and Second Prayer Books of Edward VI, Londra 1968, p. 230).

Il Prayer Book del 1552 modifica questa pratica tradizionale e prescrive: “Allora il ministro riceverà per primo la comunione sotto le due specie, poi la darà anche ai vescovi, preti e diaconi (se sono presenti); dopo la darà anche in ordine nelle mani del popolo, essendo ciascuno umilmente in ginocchio”. I fatti e le influenze che accompagnarono questo cambiamento sono particolarmente degni d’interesse. Nella Apostolicae curae, per giudicare l’intenzione che animava i riformatori d’Inghilterra nella loro impresa di elaborazione dei nuovi libri liturgici, il papa Leone XIII insistette in modo del tutto speciale sul ruolo degli associati eterodossi di cui i riformatori anglicani avevano sollecitato il concorso. Di questi, il più influente fu l’ex –domenicano Martin Bucer. Bucer negava ogni presenza di Cristo in o sotto le apparenze del pane e del vino. Era in lui una vera ossessione quella di vegliare a che nessuna liturgia riformata conservasse una sola parola, un solo gesto, una sola rubrica, suscettibile di essere interpretati come dei segni di fede in una tale presenza.
 
Avendo ricevuto da Cranmer un invito pressante, Bucer arrivò in Inghilterra in aprile e soggiornò dal suo ospitante a Lambeth e a Croydon. I due uomini divennero dei compagni inseparabili (F. Clark, Eucharistic Sacrifice and the Reformation, Devon 1980, p. 122). Bucer fu nominato regius professor di teologia a Cambridge, dove sostenne delle controversie contro la presenza reale e la messa. Preparò un trattato sull’ordinazione, a partire dal rito di ordinazione che aveva composto a Strasburgo dieci anni prima. Fu il riferimento principale dell’ordinario di Cranmer nel 1550 (Ibid.). Cranmer invitò il suo amico a procedere all’esame del Prayer Book del 1549, pregandolo di formulare le sue critiche e di suggerire delle migliorazioni.

La risposta di Bucer fu la sua lunga Censura dove fulminò contro “questo sacrificio della messa, tutto pieno di abominazioni, che non si aborrirà mai abbastanza e questa adorazione del pane (artolatreia), che non è che un insulto fatto a Dio”. (Bucer, p. 58) I due terzi dei suoi scritti, almeno, furono accolti e applicati nella compilazione del Prayer Book del 1552, confermando così la sua influenza su Cranmer (F. Clark, Eucharistic Sacrifice and the Reformation, Devon 1980, p. 123).

 

Bucer censurava diversi punti del rito di comunione che, temeva, potevano condurre a interpretarlo in senso cattolico. E’ così, per esempio, che faceva delle obiezioni al mantenimento dell’uso delle ostie, anche quando assomigliassero a del pane, uso prescritto nel rito del 1549; la revisione del 1552 ordinò dunque che si utilizzasse d’ora in avanti del pane ordinario: “E per combattere ogni occasione di dibattito e di superstizione che si potrà avere toccando il pane e il vino, sarà sufficiente che il pane sia come quello che si mangia ordinariamente in tavola con gli altri cibi, previsto che sia del migliore pane di frumento che si possa comodamente trovare. E se accade che resti del pane e del vino, il ministro li porterà via per il suo uso personale” (D. Harrison, The First and Second Prayer Books of Edward VI, Londra 1968, p. 392). Bucer teneva particolarmente che il pane non fosse posato nella bocca del comunicante ma nella sua mano: “Non arrivo a comprendere come si possa trovare logica la settima sezione, che esige che il pane del Signore sia posato non nella mano, ma in bocca di colui che lo riceve.

Sicuramente, la ragione che si dà in questa sezione, vale a dire la paura che coloro che ricevono il pane del Signore non lo mangino ma che lo portino segretamente con loro per farne un cattivo uso per superstizione o malvagità, non mi pare convincente; in effetti, quando il ministro depone il pane nella mano, gli è facile vedere se lo si mangi o no. “In realtà, non dubito che l’uso di non deporre le sante specie nelle mani dei fedeli sia stato introdotto a causa di una duplice superstizione: prima di tutto il falso onore che si intendeva rendere a questo sacramento in seguito, l’arroganza colpevole dei preti, che rivendicano una santità superiore a quella del popolo cristiano in ragione dell’olio della loro consacrazione. Non c’è alcun dubbio che il Signore ha rimesso i suoi segni sacri nelle mani degli apostoli e chiunque ha letto i testi degli antichi non potrà dubitare che tale fu l’uso osservato dalle Chiese fino all’avvento della tirannia dell’Anticristo romano (il Papa per i protestanti era l’anticristo, n.d. r.).

 

“Dunque, come dobbiamo avere in odio tutte le superstizioni dell’Anticristo romano e ritornare alla semplicità di Cristo, degli apostoli e delle Chiese antiche, amerei che si prescrivesse ai pastori e a coloro che hanno missione di insegnare al popolo che ognuno insegni loro fedelmente che è una superstizione e un errore pensare che le mani di coloro che credono sinceramente a Cristo siano meno pure delle loro bocche; o che le mani dei ministri siano più sante che le mani dei laici; tanto e così bene che sarebbe colpevole, o meno corretto, come il popolo ha falsamente creduto, che si posino le sante specie nelle mani dei laici. Che si facciano dunque scomparire i segni di questa falsa credenza, come, per esempio, l’idea che i ministri possano toccare le sante specie, ma non possono permettere ai laici di farlo e che le posino al contrario nella bocca, cosa che non è solo estranea all’istituzione del Signore, ma offensiva per la ragione umana.

 

“Così, sarà facile condurre tutti i fedeli a ricevere i segni sacri nella mano; tutti li riceveranno allo stesso modo e si vigilerà per evitare ogni profanazione segreta delle sante specie. Che, ammettendo che si possa fare per un certo tempo delle concessioni a coloro la cui fede è fragile donando loro, quando lo desiderino, la comunione in bocca, se si prende cura di istruirli, non tarderanno a comportarsi come gli altri membri della Chiesa e si comunicheranno nella mano”.

 

L’obiezione di Bucer contro il modo tradizionale di dare la santa comunione è dunque doppia: questa maniera di fare racchiude la credenza secondo la quale esiste una differenza essenziale fra prete e laico e tra il pane distribuito alla comunione e il pane ordinario . La soluzione di Bucer fu di imporre la comunione nella mano, dapprima come opzione, ma accompagnando questa maniera di procedere con una campagna di propaganda destinata a provocare rapidamente l’uniformità. Nella sua opera Missarum sollemnia, il padre Joseph Jungmann spiega che è il rispetto crescente verso il santo sacramento, ben più che il timore delle profanazioni, che fu la principale ragione della sostituzione della comunione sulla mano con la comunione sulla lingua (J. Jungmann, The Mass of the Roman Rite, Londra 1959, p. 510).

E’ qui uno sviluppo logico, quasi ineluttabile, pienamente conforme della lex orandi, lex credendi. Sotto la guida dello Spirito Santo, una intelligenza sempre più crescente della natura dell’eucaristia ricevette un’espressione dottrinale più precisa; questa, a sua volta, si espresse nella liturgia con un rispetto ed una venerazione accrescente verso il santo Sacramento. Così, tornando ad una pratica in uso anteriormente, con l’intenzione esplicita di manifestare un rifiuto dell’insegnamento cattolico sull’eucaristia, i riformatori diedero a questo uso della comunione sulla mano un senso anticattolico. Ormai, comunicarsi nella bocca voleva dire che si riceveva nella fede il sacerdozio ministeriale e la presenza reale, e comunicarsi sulla mano significava che li si rifiutava.

Michael Davies: cambiare il rito per cambiare la fede 

Da tempo, guidati da Michael Davies e dalla sua opera “La riforma liturgica anglicana”, stiamo considerando come siano pericolosissime tutte quelle operazioni che, volendo semplificare la Messa Cattolica, di fatto la trasformano in qualcosa di diverso: la cena protestante non è più la vera Messa. Questo è avvenuto nella riforma anglicana attraverso una serie di omissioni pericolose.

 

Ma è giunto il momento di considerare come “toccare la Messa” voglia dire “toccare il Sacerdozio”. Sacrificio della Messa e Sacerdozio cattolico sono intimamente uniti. Alla protestantizzazione della Messa corrisponde la protestantizzazione del sacerdozio: non pìù il prete cattolico che ha come scopo principale l’offrire il Santo Sacrificio della Messa, ma il pastore protestante, ministro designato per predicare e dirigere il culto.

 

La protestantizzazione invadente della Chiesa ha toccato ormai a livello popolare anche le nostre parrocchie. Provate a chiedere alla gente chi è il prete, quale è il suo compito, e dovrete constatare che si è più vicini alla nozione anglicana protestante di pastore che a quella cattolica di sacerdote. Come non pensare che l’attuale crisi di vocazioni sacerdotali – drammaticamente gli anni che verranno vedranno la scomparsa dei preti dai nostri paesi – sia dovuta a un spaventoso allontanamento dalla fede cattolica: Dio non manderà vocazioni per un culto protestante impregnato di preoccupazioni sociologiche, Dio darà vocazioni a un popolo che domanda la grazia della Messa e dei Sacramenti.
 

La negazione del carattere sacrificale della messa, che era esplicitamente formulato nell’insegnamento dei riformatori e contenuto implicitamente nel Prayer Book del 1549, ebbe per conseguenza logica come spiega il padre Messenger, “l’abolizione dell’antica nozione cattolica di sacerdozio con i suoi sette gradi e la sua sostituzione con un ministero protestante comprendente tre gradi”: vescovi, preti e diaconi (E. C. Messenger, The Reformation, The Mass, and The Priesthood, tomo I, Londra, 1936, pag. 564). (…) Secondo i protestanti, non esiste un vero stato sacerdotale al quale si accederebbe con il sacramento dell’ordine. Nei loro scritti, la fede non ci è comunicata da una società visibile che ha il compito di insegnare; la Chiesa non è governata da un’autorità istituita dal Cristo e la grazia non è trasmessa all’uomo per mezzo di segni esteriori, ma attraverso la fede fiduciale.

 

Di conseguenza, i riformatori non riconoscevano uno stato particolare istituito dal Cristo per il ministero di questa grazia. Poiché non riconoscevano il sacrificio della messa, non avevano nessun bisogno, nemmeno, di un sacerdozio legato al sacrificio. Tutti gli attacchi diretti contro il sacerdozio cattolico hanno dunque per origine il rifiuto di riconoscere nella messa un vero sacrificio, affidato dal Cristo alla sua Chiesa e, in ultima conseguenza, il rifiuto puro e semplice di una Chiesa visibile alla quale il Cristo avrebbe affidato la sua missione di Mediatore e di redentore.

 

Contro i Riformatori, il concilio di Trento insegna, nella sua XXIII sessione, che… “sacrificio e sacerdozio sono stati così legati insieme dalla disposizione di Dio che l’uno e l’altro sono esistiti sotto le due Leggi. Come, nel Nuovo Testamento, la Chiesa cattolica ha ricevuto dall’istituzione del Signore il santo sacrificio visibile dell’Eucaristia, si deve anche riconoscere che vi è in essa un sacerdozio nuovo, visibile ed esteriore, nel quale il sacerdozio antico è stato “cambiato”. (Denzinger-Schonmetzer, Enchiridion symbolorum 1764). L’anatema era pronunciato contro chiunque rigettava questa dottrina (ibidem 1771).

 

Il rifiuto della concezione cattolica del sacerdozio fu chiaramente manifesto con la sostituzione del pontificale cattolico “con un nuovo ordinale, costruito dal rito luterano in Germania e impregnato pezzo dopo pezzo dello spirito del protestantesimo” (E.C. Messenger, The Reformation, The Mass, and The Priesthood, tomo I, Londra, 1936, pp. 564-565). Martin Bucer influenzò profondamente la composizione di numerose parti di questo ordinale (The Oxford Dictionary of the Christian Church, Oxford, 1977, pag. 206).
 

All’esame delle testimonianze, nessun lettore imparziale potrebbe dubitare un istante che il nuovo ordinale non avesse certamente per intenzione l’ordinazione di preti destinati a offrire un sacrificio e investiti del potere di consacrare e di offrire il corpo e sangue di Cristo nel sacrificio della messa. Ancora oggi, la più parte dei ministri anglicani ne convengono senza esitare: non si considerano come preti ordinati per offrire un sacrificio nel senso cattolico di questo termine; essi affermano che non esiste alcun fondamento scritturistico a una tale concezione del sacerdozio. I limiti di questo studio non ci permettono di intraprendere l’esame, anche superficiale, degli errori e delle lacune dell’ordinale anglicano. Dobbiamo accontentarci di citare qualcuno dei giudizi che sono stati formulati a suo riguardo. Al lettore desideroso di intraprendere uno studio più approfondito di questa questione, suggeriamo di cominciare con la lettura della Apostolicae curae di Papa Leone XIII. Si troverà anche uno studio dettagliato di questa questione nella nostra opera The Order of Melchisedech. Ecco in che termini lo storico protestante S.T. Bindoff giudica l’ordinale di Cranmer: “Il cambiamento più marcante fu la trasformazione del prete, investito dalla grazia divina del potere di offrire il sacrificio, in un ministro designato per predicare, insegnare e dirigere il culto.

 

Ben inteso, fu la conseguenza della trasformazione della messa in un servizio di comunione, o santa cena” (S.T. Bindoff, Tudor England, Londra, 1952, pag. 162).

 

Ecco a questo proposito ciò che dichiarano i vescovi cattolici nella loro apologia della Apostolicae Curae: “Poiché gli autori di questo ordinale non hanno mai menzionato chiaramente il sacerdozio, ma al contrario si sono premurati grandemente di far scomparire delle preghiere che avevano ripreso dall’antico rito ogni riferimento concernente; poiché, inoltre, sappiamo dai loro scritti, e da quelli di una serie ininterrotta dei vostri principali teologi (anglicani), fino alla seconda parte di questo secolo, che queste soppressioni e queste omissioni furono effettuate secondo un disegno, in ragione dell’odio caratterizzato da queste dottrine che è stata la caratteristica costante della vostra Chiesa, cosa possiamo rimproverare alla conclusione di Leone XIII , secondo la quale il vostro ordinale non può essere considerato come un rito che implica nettamente la trasmissione del sacerdozio ordinato al sacrificio e che non si possa dunque trattare di un rito istituito per attendere validamente a questo scopo?” (Il Cardinal arcivescovo e i Vescovi della Provincia di Westminster, A Vindication of the Bull Apostolicae Curae, Londra, 1898, pag. 78).
 

Un gesuita, il padre Francis Woodlock, porta sul nuovo ordinale e il servizio di comunione del 1552 un giudizio che riassume eccellentemente ciò che fu il fine ultimo del processo rivoluzionario di cui abbiamo schizzato le grandi linee nel corso dei capitoli precedenti: “Comparate la messa e l’ordinale cattolico con il servizio di comunione e l’ordinale anglicano e voi vi troverete quaranta passaggi comportanti una soppressione; queste soppressioni concernenti sempre la presenza reale o il sacrificio della messa. Prendeteli tutti e due e comparateli voi stessi: non potrete non vedere ciò che è accaduto. La dottrina cattolica della presenza reale e del sacrificio è stata eliminata con un’attenzione grande come quella con cui nel corso di una operazione chirurgica il chirurgo estirpa un tessuto canceroso. Cranmer compie cosi’ bene il suo dovere che il suo ordinale si presenta, nel suo contesto storico, come un ordinale mutilato con uno scopo preciso: eliminare dalla Chiesa riformata d’Inghilterra il sacerdozio istituito per il sacrificio. Eliminandolo, era la funzione prima del sacerdozio che sopprimeva in questa Chiesa; di conseguenza, a giudizio della Chiesa cattolica, i ministri anglicani di oggi non sono dei veri preti.

 

“Il vescovo Ryle, vescovo (anglicano) di Liverpool, esprimeva l’esatta verità quando dichiarava: “Nella nostra Chiesa, i riformatori trovarono il sacrificio della messa. Lo rigettarono come favola blasfema e pericolosa superstizione, e diedero alla cena del Signore il nome di servizio di comunione. Nella nostra Chiesa i riformatori trovarono gli altari; ne ordinarono la distruzione, fecero scomparire completamente la parola altare dal nostro Prayer Book e non parlarono più che della tavola del Signore e della cena del Signore.

 

“Nel nostro clero, i riformatori trovarono dei preti che offrivano il sacrificio; ne fecero dei ministri incaricati della preghiera e della predicazione, dei ministri della parola di Dio e dei sacramenti.
Nella nostra Chiesa, i riformatori trovarono la dottrina di una presenza reale e corporale di Cristo nella cena del Signore sotto le apparenze del pane e del vino; diedero la loro vita per opporvisi. Non lasciarono nemmeno sussistere nel nostro Prayer Book l’espressione di presenza reale” (F. Woodlock, The Reformation and the Eucharist, Londra, 1927, pp. 50-51).
 
Ecco ciò che scriveva il vescovo anglicano Knox: “Alla lettura dell’ordinale romano, nessuno può dubitare che sia impregnato dell’intenzione di ordinare dei preti destinati ad offrire un sacrificio.
Nessuno, alla lettura dell’ordinale anglicano, può immaginare di avere un simile obiettivo.

Dalla prima all’ultima riga, non contiene una sola parola che evochi il sacrificio. Allo stesso modo, nel rito della consacrazione di un vescovo, non si trova una sola parola che lasci intendere che i vescovi debbano ordinare dei preti incaricati di offrire un sacrificio” (ibid., pag. 51).

 

Quando l’Inghilterra si trovò di nuovo unita alla Santa Sede sotto il regno di Maria Tudor e che il cardinal Pole venne in questo paese in qualità di legato del papa, dovette occuparsi del problema pastorale urgente che ponevano i vescovi e i preti ordinati nello scisma e che desideravano esserne assolti ed esercitare il loro ministero in qualità di vescovi o preti cattolici. Il problema cruciale era sapere se gli ordini che avevano ricevuto fossero o no validi. Il papa Paolo IV regolò la questione nella sua bolla Preclara carissimi (1555) e in un breve pubblicato nello stesso anno. Il papa decise che coloro che erano stati ordinati preti o vescovi con il pontificale di Sarum, fosse ciò da vescovi scismatici, lo erano stati validamente e che bastava assolverli dallo scisma. Coloro che erano stati ordinati con l’ordinale di Cranmer erano sempre dei laici e se, dopo averi assolti dallo scisma, si doveva permettere loro di esercitare un ministero sacerdotale o episcopale bisognava conferire loro l’ordinazione. Il giudizio del papa Paolo IV fu confermato dal papa Leone XIII nel 1896, dopo un’indagine prolungata e imparziale nel corso della quale gli anglicani che credevano alla validità dei loro ordini intesi nel senso cattolico del termine ebbero tutta la possibilità di esporre il loro punto di vista presso la commissione pontificia.

 

Il giudizio del papa secondo cui “le ordinazioni conferite secondo il rito anglicano sono state e sono assolutamente vane e veramente nulle”, è irrevocabile, così come il papa fece sapere in una lettera indirizzata al cardinal Richard, arcivescovo di Parigi, lettera nella quale diceva che la questione era stata “definitivamente regolata e che la conclusione era senza appello”. Questo giudizio possiede la qualità di fatto dogmatico, ed è dunque infallibile.

continua…………