ACCENTI FORTI DEL PAPA SULLA CONVERSIONE finalmente si torna a parlare di peccato, di conversione e di penitenza.

150 MILA A LOURDES. IL PAPA NON CONTA LA FOLLA: CHIEDE CONVERSIONE
Cari amici – ci dice Don Mario Proietti – la Prairie gremita, i malati in prima fila, una fede tornata visibile in una Francia che molti immaginavano ormai consegnata al privato.
Leone XIV non trasforma quella folla in una prova di forza.
Porta tutti davanti a una domanda molto più seria: che cosa siamo disposti a cambiare dopo aver incontrato Cristo?

A Lourdes parla di peccato, di conversione, di penitenza… della dignità della vita fragile, dell’eternità.
E prima dell’Angelus affida alla Chiesa una consegna concreta per ottobre: pregare il Rosario perché cessino le guerre e la pace trovi spazio tra i popoli.
Una folla può impressionare. Una conversione può cambiare davvero la storia.

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Prairie del Santuario di Nostra Signora di Lourdes
Domenica, 27 settembre 2026

[Multimedia]

___________________________________

Fratelli e sorelle, pellegrini provenienti dalla Francia e da tutto il mondo, guardandovi questa mattina, riuniti nella casa della nostra Madre, vedo il volto universale della Chiesa. Alcuni di voi hanno attraversato continenti, superato fatiche, portato le vostre gioie e i vostri fardelli fino a questa Grotta santa. Che gioia essere insieme, un solo cuore, un’unica famiglia!

Desidero rivolgere un saluto particolare ai pellegrini giunti da tutte le province e Diocesi della Francia. Oggi calpestate il suolo di questa terra benedetta che ha ricevuto tante grazie. Possa questo pellegrinaggio ravvivare la fiamma della fede nelle vostre case e nelle vostre parrocchie. Portate il conforto di Lourdes ai vostri vicini, ai vostri cari e a tutto il popolo francese.

I testi che la Liturgia ci propone in questa domenica toccano un aspetto centrale del messaggio che la Vergine Maria è venuta a confidare a Santa Bernadette: un invito alla conversione, al tempo stesso tenero e pressante. Nel Vangelo, Gesù rivolge uno sguardo di verità e di profonda tristezza ai cuori chiusi: «non vi siete nemmeno pentiti» (Mt 21,32). Perché questa ferita nel cuore di Cristo? Perché Dio non vuole la perdizione dei suoi figli. Il profeta Ezechiele ce lo ricorda: «Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso», mentre se si converte, se «ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà» (cfr Ez 18,26.28). Ecco perché gli appelli alla penitenza risuonano nelle Sacre Scritture e attraversano tutta la predicazione del Vangelo nel corso dei secoli. Essi assumono un’importanza salutare per manifestarne l’urgenza e la necessità: è oggi – non domani – che bisogna convertirsi; è oggi il momento favorevole, il giorno della salvezza (cfr 2Cor 6,2). Sì, Dio desidera che l’uomo viva, che apra gli occhi e torni a Lui. Convertirsi significa abbandonare le vie dell’errore per abbracciare la Via della Vita, aprendo così il nostro cuore all’unica Gioia che non passa.

Gesù stesso non usa mezzi termini quando esorta alla penitenza, come ci riferisce, ad esempio, San Luca: «Se non vi convertite, perirete tutti» (13,5). Ma Egli allarga l’orizzonte della vita terrena a quello della vita eterna. Mentre la felicità quaggiù è una realtà effimera, relativa, a volte purtroppo inaccessibile per alcuni, la vera felicità è promessa a tutti, nella speranza, e dovrebbe essere l’oggetto principale della nostra ricerca, dei nostri sforzi e delle nostre scelte. La Vergine Maria non disse forse a Santa Bernadette: «Non ti prometto di essere felice in questo mondo, ma nell’altro»?

Questa promessa, proclamata proprio qui, risuona con particolare forza in questa terra di Francia e scuote le nostre mentalità contemporanee. In questo momento storico, all’interno di una società alla ricerca del progresso e del benessere materiale, ma talvolta tentata di dimenticare l’orizzonte dell’eternità, Maria viene a ricordarci la grandezza e la portata della nostra vocazione alla vita, alla vita eterna. Davanti alle correnti attuali che cercano di ridefinire il valore della vita umana di fronte alla malattia, alla sofferenza o alla vecchiaia, la Grotta di Massabielle si erge come un santuario della speranza cristiana. Qui, nessuna fragilità viene respinta. Le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli: sono il luogo per eccellenza in cui siete pienamente rispettati, accolti e trasfigurati dall’amore infinito di Dio. Lourdes è il luogo benedetto di una professione di fede nella bellezza e nella sacralità della vita, poiché qui essa è accolta come un dono prezioso di Dio, chiamato a fiorire per l’eternità nell’amore del Padre.

«Te lo prometto»! Sì, la vita eterna è una promessa solida e certa che il Signore ci fa. Ce l’ha già ottenuta con la sua morte sulla croce e la sua risurrezione, e la realizza ogni giorno in noi attraverso la grazia del battesimo. È alla nostra portata, ma spetta a noi accoglierla liberamente, afferrarla, non ostacolarla; ma l’ostacolo alla grazia e alla vita eterna, l’unico ostacolo a questo amore, è il peccato, il ripiegamento su sé stessi, quel rifiuto di Dio che ci rinchiude nelle nostre stesse tenebre! È quindi in gioco la nostra responsabilità personale, ed è grande. Dio ci ha voluti liberi, perché la libertà è una condizione dell’amore; non si può amare per costrizione. Questa libertà che ci è donata, dobbiamo impegnarla in un «sì» a Cristo e, con l’aiuto della sua grazia, sulle orme di Maria; un «sì» incessantemente rinnovato, fino al nostro ultimo respiro: «adesso e nell’ora della nostra morte…», diciamo nell’Ave Maria.

Ritroviamo l’insistente appello alla conversione nelle parole che Maria pronunciò proprio qui: «Penitenza! Penitenza! Penitenza!». Ripete la parola tre volte… E invita Bernadette a compiere alcuni gesti. Perché mai? Siamo forse lenti a capire? Ci riteniamo troppo facilmente senza peccato? Non la pratichiamo abbastanza?  La Vergine ci chiede di fare penitenza, non solo per noi stessi, che ne abbiamo bisogno, ma anche «per i peccatori», per un mondo che va male. Come potrebbero i nostri cuori non sentirsi interpellati di fronte ai conflitti sempre più diffusi, che distruggono tante vite innocenti? Eppure il male che affligge la nostra epoca proviene dal cuore dell’uomo, Dio non ne è responsabile: “Non è la mia condotta che non è retta – dice ai figli d’Israele –, ma la vostra” (cfr Ez 18,25). Sono quindi i cuori degli uomini che bisogna cambiare, a cominciare dal nostro.

La penitenza è un’opera suscitata dall’amore nella solidarietà con il genere umano: amore per Dio, di cui si vuole riparare la ferita del Cuore causata dai nostri peccati; amore per tutti i nostri fratelli che non ascoltano questa chiamata alla conversione e che le loro colpe trascinano verso la morte. Questa esigenza di conversione coinvolge la Chiesa stessa nel suo pellegrinaggio terreno. Essa deve avere il coraggio di vivere questa conversione in primo luogo. Per guarire dalle ferite profonde, dalle infedeltà e dai dolorosi smarrimenti commessi al suo interno, dobbiamo porci umilmente sotto lo sguardo purificatore del Signore. Riconoscere i nostri errori è indispensabile per la crescita spirituale, come scriveva sant’Agostino: «Ti dispiaccia sempre ciò che sei, se vuoi guadagnare ciò che non sei » (Sermo 169, 15.18).

Il richiamo della nostra Madre al dovere della preghiera e della conversione ci riempie di grande speranza, poiché ci indica il modo per cambiare il corso delle cose, che non è altro che quello di unirci alla passione di Cristo. Cari malati che conoscete la sofferenza, così numerosi a Lourdes, avete la possibilità di vivere le vostre pene e i vostri dolori in questo spirito di offerta per entrare in quel cammino redentore di cui il mondo ha tanto bisogno. In questo senso siete davvero nel cuore della Chiesa, e il vostro ruolo è insostituibile

Pellegrini, fratelli e sorelle, non ripartirete da Lourdes come siete arrivati: ripartirete come missionari della speranza. È il miracolo di questo luogo: suscitare la gioia della speranza proprio nel cuore della prova e del dolore. La Vergine Maria risana i nostri sguardi e trasfigura i nostri cuori donando loro la pace. Siate, nei vostri paesi, nelle vostre Diocesi e nelle vostre famiglie, testimoni attivi di questa forza e di questa tenerezza divine, che ci permettono di proseguire il cammino e di raggiungere la meta. Sostenuti dalla preghiera dei malati e dall’amore della nostra Madre, camminate con fiducia verso il futuro. Non temete le tempeste del mondo: la Santa Madre di Dio veglia sul vostro cammino, avvolge la Chiesa nel suo manto di tenerezza e, come radiosa Stella del mattino, guida i vostri passi per farvi nascere, nella gioia, alla vita stessa del suo Figlio Gesù.

Amen.

ANGELUS AL TERMINE DELLA MESSA

Prairie del Santuario di Nostra Signora di Lourdes
Domenica, 27 settembre 2026

[Multimedia]

Cari fratelli e sorelle,

saluto con affetto tutti voi che avete partecipato a questa celebrazione eucaristica. Grazie della vostra presenza! Ed estendo il mio saluto a quanti, specialmente malati, si sono uniti a noi attraverso i media.

Ora pregheremo insieme l’Angelus, preghiera semplice e stupenda, che ci aiuta a vivere ogni giorno in adesione alla volontà di Dio, sul modello della Vergine Maria.

Prima di farlo vorrei rivolgere un appello che sento forte nell’animo trovandomi in questo luogo. Qui l’Immacolata si è mostrata a santa Bernadette con la corona del Rosario e ha come guidato la sua preghiera. Per questo oggi invito tutti i fedeli e tutte le comunità cristiane a pregare il santo Rosario, durante il prossimo mese di ottobre, con la particolare intenzione che cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in conflitto. Accompagniamo la preghiera con atti concreti di penitenza e di misericordia e con l’impegno di favorire sempre il dialogo e la riconciliazione.

La nostra Madre santissima interceda per noi!


A Lourdes una folla e una parola: conversione

di Don Mario Proietti cpps

Davanti a un popolo che rende nuovamente visibile la fede nella Francia secolarizzata, Leone XIV richiama all’essenziale: tornare a Cristo e imparare a guardare la vita nell’orizzonte dell’eternità.

La Prairie di Lourdes questa mattina offriva un’immagine difficile da ignorare. Una folla immensa attorno a Leone XIV, dopo le grandi presenze dei giorni precedenti a Parigi e l’incontro con migliaia di giovani, rendeva ancora una volta visibile qualcosa che la Francia contemporanea sembrava avere imparato a considerare marginale: la fede cristiana continua a convocare un popolo.

Questa presenza ha già suscitato domande e anche qualche inquietudine in alcuni ambienti laici, dove il ritorno pubblico del cattolicesimo viene osservato attraverso le categorie della riconquista o della riaffermazione identitaria. È presto per parlare di una Francia che ritorna cristiana. È altrettanto difficile continuare a descrivere la fede come una realtà destinata a sopravvivere soltanto nella sfera privata. La crescita del catecumenato, soprattutto tra i giovani adulti, e le folle di questi giorni raccontano almeno una domanda che non si è spenta e il desiderio di una fede capace di avere un volto riconoscibile.

Proprio davanti a questa folla Leone XIV ha scelto di pronunciare una parola che impedisce ogni facile compiacimento: conversione.

Le letture della XXVI domenica del Tempo Ordinario conducevano naturalmente lì. Il profeta Ezechiele pone l’uomo davanti alla responsabilità delle proprie scelte e alla possibilità reale di cambiare strada. Nel Vangelo Gesù guarda con tristezza i cuori che hanno visto e non si sono lasciati trasformare. Leone raccoglie questa urgenza e la riconduce al messaggio affidato da Maria a Bernadette.

La conversione appartiene all’oggi. Dio desidera che l’uomo viva e torni a Lui, lasciando le strade che lo allontanano dalla vita. A Lourdes questa parola acquista una forza particolare, perché viene proclamata davanti a una moltitudine che potrebbe facilmente essere letta come dimostrazione della ritrovata capacità del cattolicesimo di occupare lo spazio pubblico. Il Papa conduce invece ciascuno davanti alla propria coscienza. Una fede capace di riempire santuari e piazze chiede di diventare vita trasformata.

È una parola che raggiunge anche la Chiesa stessa. Leone parla delle ferite, delle infedeltà e degli smarrimenti maturati al suo interno e chiede il coraggio di riconoscerli sotto lo sguardo purificatore del Signore. La conversione predicata a Lourdes comincia così dal cuore dell’uomo e attraversa la comunità cristiana prima di diventare annuncio rivolto al mondo.

Il messaggio di Massabielle apre poi l’orizzonte dell’eternità. Il Papa ricorda le parole della Vergine a Bernadette: «Non ti prometto di essere felice in questo mondo, ma nell’altro». In una società che tende a misurare la riuscita dell’esistenza attraverso il benessere e l’autonomia, quella promessa restituisce alla vita una misura più grande. L’uomo è fatto per l’eternità e la sua dignità non dipende dalla condizione nella quale si trova.

Da qui nasce uno dei passaggi più forti dell’omelia. Davanti alle correnti che tendono a ridefinire il valore della vita quando essa viene segnata dalla malattia o dalla fragilità dell’età, Leone indica la Grotta di Massabielle come un santuario della speranza cristiana.

A Lourdes la fragilità non viene nascosta. Le stampelle e le carrozzine, i corpi affaticati e le lacrime custodite in silenzio appartengono al volto stesso del Santuario. Il Papa ricorda che nessuna di queste condizioni diminuisce il valore della persona. Qui la vita viene accolta come dono di Dio e come realtà destinata a fiorire nell’eternità. Per questo Lourdes diventa, nelle sue parole, una professione di fede nella bellezza e nella sacralità della vita.

Il contesto francese rende immediatamente comprensibile la portata di queste parole. Nei giorni precedenti Leone XIV aveva già richiamato il dibattito sul fine vita e, poche ore prima, aveva incoraggiato i vescovi a perseverare nella loro testimonianza. Nell’omelia non entra nella discussione legislativa. Porta la questione ancora più in profondità, fino alla domanda decisiva: che cosa rende preziosa una vita?

La risposta viene da Cristo. La vita eterna è la promessa che nasce dalla sua morte e risurrezione ed entra nell’uomo attraverso la grazia del Battesimo. Dio la offre rispettando la libertà che ha posto nel cuore della creatura, perché l’amore richiede una risposta libera. Questa libertà trova il proprio compimento quando diventa un «sì» a Cristo, rinnovato lungo il cammino dell’esistenza.

A questo punto tornano le parole pronunciate da Maria a Bernadette: «Penitenza! Penitenza! Penitenza!». Leone XIV le lascia risuonare con tutta la loro forza. Il peccato ferisce l’uomo e il male che attraversa il mondo nasce anche dal disordine del cuore. Per cambiare il corso delle cose occorre cominciare da lì, dal cuore di ciascuno.

È proprio guardando alle ferite del mondo che il Papa consegna ai malati una parola particolarmente intensa. Essi non sono soltanto persone delle quali la Chiesa deve prendersi cura. Vivendo la propria sofferenza nell’unione con la passione di Cristo possono entrare in quel cammino redentivo di cui il mondo ha bisogno. Leone arriva a dire che sono nel cuore della Chiesa e che il loro ruolo è insostituibile.

La fragilità acquista così una fecondità che nessun criterio di efficienza potrebbe misurare. In una cultura che tende facilmente a identificare la pienezza della vita con l’autonomia, Lourdes mostra uomini e donne la cui debolezza diventa luogo di comunione e di offerta.

Quando la celebrazione si avvia alla conclusione, il vescovo di Tarbes e Lourdes, mons. Jean-Marc Micas, riporta lo sguardo alla sorgente del Santuario. Ricorda la richiesta fatta dalla Vergine a Bernadette di costruire qui una cappella e di venire in processione. Quella prima cappella è diventata il luogo nel quale ogni giorno popoli diversi si raccolgono attorno all’Eucaristia e i malati vengono accompagnati davanti al Santissimo Sacramento.

Dalla sorgente che scorre nella Grotta, il vescovo conduce lo sguardo alla sorgente che sgorga dal costato di Cristo. Anche i doni offerti al Papa custodiscono questa memoria: un’immagine della Grotta e una croce ricavata dal legno dell’antico roseto di Massabielle, contorto e spinoso, capace di richiamare il Golgota dove Cristo dona la vita perché il mondo abbia la vita in abbondanza.

Leone XIV raccoglie questa consegna prima dell’Angelus. Proprio da Lourdes, dove Bernadette vide Maria con il Rosario tra le mani, invita tutta la Chiesa a vivere il prossimo mese di ottobre con una particolare intenzione di preghiera per la pace. Chiede di pregare il Rosario perché cessino le guerre e i popoli in conflitto ritrovino vie di riconciliazione, accompagnando la preghiera con gesti concreti di penitenza e misericordia.

L’appello non apre un tema nuovo. Porta a compimento l’omelia. Se il male nasce dal cuore dell’uomo, la pace comincia da cuori che accettano di convertirsi. La preghiera diventa allora responsabilità davanti alla storia e la conversione personale si apre alle ferite del mondo.

Si comprende così anche il significato della grande folla raccolta nella Prairie. Leone XIV non la lascia ripartire con il ricordo di un evento eccezionale. La affida a una missione. I pellegrini lasciano Lourdes come «missionari della speranza», portando nelle loro case ciò che hanno ricevuto davanti alla Grotta.

Forse è proprio questa l’immagine che il viaggio consegna oggi alla Francia. Una fede cristiana che torna visibile non ha bisogno di trasformarsi in una rivincita culturale. Ha bisogno di tornare alla propria sorgente e di lasciarsi giudicare dal Vangelo.

Da Lourdes, allora, non si riparte contando quanti eravamo. Si riparte chiedendosi che cosa, dopo aver incontrato Cristo, siamo disposti a cambiare.

I commenti sono chiusi.

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑