30 settembre – San Girolamo – Dottore della Chiesa
Dice San Girolamo: «Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità la cui consistenza persisterà anche nel cielo» (Ep. 53,10).
Che cosa possiamo imparare noi da San Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice San Girolamo: “Ignorare le Scritture è ignorare Cristo”. (Benedetto XVI)
Girolamo, uno dei più grandi dottori della Chiesa indivisa, cioè prima che la Chiesa in Oriente volle separarsi da Roma. Nacque a Stridone, in Dalmazia, da una nobile famiglia cristiana, fra l’anno 345 e 347. A Roma studiò i classici latini e a Treviri conobbe la vita ascetica dell’occidente, stringendo amicizia con Rufino e Cromazio di Aquileia.
Fu battezzato a 19 anni da papa Liberio. Si recò poi in Oriente per conoscere la tradizione monastica del deserto siriaco e fu ordinato presbitero ad Antiochia.
Fondò a Roma, sull’Aventino, un cenobio dove donne dell’aristocrazia romana si esercitavano nell’ascesi e nello studio approfondito della Scrittura.
Nel 384, dopo la morte di papa Damaso – del quale era stato segretario particolare e da cui ricevette l’incarico della revisione della traduzione latina della Bibbia, che darà origine alla Vulgata – Girolamo ripartì alla volta di Betlemme, dove si dedicò alla traduzione e al commento dei libri sacri.
Qui fondò un monastero maschile e uno femminile. Di carattere forte e irruente, provocò insieme consensi e polemiche con i suoi interventi accesi per fustigare vizi e ipocrisie. Nei suoi scritti, molti dei quali interessano la vita monastica, soprattutto nel suo Epistolario, Girolamo ha lasciato alla Chiesa un tesoro prezioso di insegnamenti sulla vita cristiana e sull’ascesi monastica.
Morì a Betlemme nel 419-20, il 30 settembre.
ALCUNE CURIOSITA’ STORICHE
L’aneddoto più celebre su San Girolamo è legato a un leone, un racconto tramandato dalla celebre opera medievale Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, ed oggi riportata come “favola” da raccontare ai bambini.
«Si narra che un giorno, mentre Girolamo si trovava nel suo monastero a Betlemme intento a studiare, un enorme leone ferito entrò zoppicando. Alla vista della fiera, tutti i monaci fuggirono terrorizzati. Girolamo invece non si scompose: andò incontro all’animale e si accorse che una spina gli trafiggeva dolorosamente una zampa. Con delicatezza e pazienza, il santo gli estrasse la spina e medicò la ferita. Da quel giorno il leone, completamente ammansito e riconoscente, non volle più separarsi da lui, diventando il custode del monastero e il compagno inseparabile del santo fino alla morte.»
Per questo il santo è quasi sempre raffigurato con il leone accovacciato ai suoi piedi. Facciamo una precisazione importante: l’episodio del leone con la spina nella zampa è una leggenda agiografica legata alla figura di san Girolamo e alla sua tempra, non un episodio biblico né un racconto della sua Vita di san Paolo eremita. Quindi possiamo certamente ricavarne una lezione spirituale, ma non propriamente un’esegesi biblica.
Come racconto esso suggerisce che la misericordia può vincere la paura e trasformare un rapporto minaccioso in un legame di fiducia: Girolamo non fugge dall’animale ferito, ma si prende cura di lui. È una lettura morale della leggenda, che può aiutarci nella vita, quando incontriamo pericoli di diversa natura.
- Girolamo amava profondamente la cultura classica greca e latina. Prima della sua totale conversione all’ascesi, preferiva lo stile elegante di Cicerone o Plauto ai testi biblici, che trovava rozzi. Lui stesso racconta in una famosa lettera (Lettera a Eustochio) un aneddoto singolare:
«Mentre ero tormentato da una forte febbre, mi sentii improvvisamente rapito in spirito e trascinato davanti al tribunale del Giudice Divino. La luce era così splendente che non osavo alzare gli occhi.
Mi fu chiesto chi fossi, e io risposi: “Sono un cristiano”.
Ma Colui che sedeva sul trono ribatté duramente: “Tu menti! Tu sei ciceroniano, non cristiano. Perché dove si trova il tuo tesoro, lì si trova anche il tuo cuore”.
Fui immediatamente condannato alla flagellazione e, nel dolore del castigo, giurai che non avrei mai più posseduto né letto libri pagani.»
- Perché viene vestito da Cardinale (anche se non lo era)?
Se si visita una chiesa o un museo, è facilissimo imbattersi in dipinti in cui San Girolamo indossa un abito rosso o ha un cappello da cardinale (il galero) poggiato a terra. - Il ruolo di cardinale non esisteva ancora nel IV secolo d.C. con la struttura che conosciamo oggi.
- Il motivo dell’errore artistico? Poiché Girolamo fu il fidatissimo segretario personale di Papa Damaso I a Roma, gli storici dell’arte e gli agiografi medievali equipararono quella prestigiosa carica a quella di un moderno cardinale di Curia.
Il galero rosso gettato a terra simboleggia l’atto con cui il santo rinnegò le glorie terrene e i fasti imperiali per ritirarsi a vivere in povertà.
- Ma c’è anche una tenera curiosità legata ai suoi anni di dura penitenza nel deserto e nelle grotte di Betlemme ed è raccolta nella tradizione cristiana:
«Mentre Girolamo si trovava nella sua grotta a Betlemme, si batteva il petto con una pietra davanti al crocifisso per espiare le proprie colpe. All’improvviso, Gesù gli parlò dalla croce dicendo: “Girolamo, cosa hai da donarmi oggi?”. Il santo rispose prontamente: “Signore, ti dono la mia solitudine, i miei digiuni e i miei lunghi studi”.
Ma Gesù replicò: “Questo è buono, ma c’è qualcosa che voglio ancora da te”.
Girolamo, confuso, chiese: “Cos’altro mi rimane, mio Signore?”.
E Gesù rispose: “Girolamo, dammi i tuoi peccati, affinché io possa perdonarteli”.»
- Il “caratterino” di Girolamo: Le lettere polemiche e i nemici
Girolamo aveva una mente geniale, ma anche un temperamento notoriamente irascibile, sarcastico e incline all’insulto dotto. Non perdonava la pigrizia intellettuale né l’ipocrisia.
Si dice che dopo la sua morte, Papa Sisto V, guardando un quadro che ritraeva Girolamo intento a percuotersi il petto con una pietra, esclamò:
«Fai bene a tenerti quella pietra in mano, perché senza di essa la Chiesa non ti avrebbe mai fatto santo!». - Il feroce scontro con Rufino (l’amico d’infanzia)
Tirannio Rufino era stato il suo più caro amico di giovinezza. Tuttavia, si separarono tragicamente a causa di una disputa teologica sulle dottrine del filosofo Origene. Girolamo considerava Origene un eretico, mentre Rufino lo difendeva. La polemica divenne così violenta che Girolamo iniziò a storpiarne il nome nei suoi scritti chiamandolo “Grunnio” (il maiale che grugnisce).
Quando Rufino morì nel 411 d.C., Girolamo non mostrò alcuna pietà, scrivendo: «Il mostro è stato finalmente sepolto in Sicilia», pur non negandogli mai il suffragio per i Defunti.
Contro il clero corrotto di Roma
Quando viveva a Roma, Girolamo prese di mira i sacerdoti che cercavano solo il lusso e la simpatia delle nobili matrone. In una lettera indirizzata alla sua discepola Eustochio, descrive così alcuni chierici romani:
«Ci sono alcuni che cercano il sacerdozio solo per vedere più liberamente le donne. Il loro unico pensiero è che i vestiti siano profumati, che le scarpe calzino bene e non si sporchino di fango. I capelli sono arricciati con il ferro, le dita brillano di anelli… Se li vedi, pensi che siano sposi a caccia di moglie, non chierici.»
Il brano viene dalla Lettera 22 a Eustochio, scritta da san Girolamo a Roma nel 384; si trova al paragrafo 28.
Il testo latino parla di uomini che cercano il presbiterato o il diaconato per poter frequentare donne con minori restrizioni, e li descrive con abiti profumati, scarpe pulite, capelli arricciati e anelli: “più come sposi che come chierici”…
La lettera è un’esortazione ascetica rivolta a Eustochio, consacrata a Dio. In questo passaggio Girolamo mette in guardia dal comportamento di alcuni chierici che, a suo giudizio, usavano il loro ruolo per avvicinare donne e cercare favori; subito dopo descrive un visitatore clericale invadente e interessato ai beni delle famiglie che frequenta.
Eustochio, o Eustochia, era una giovane cristiana romana, figlia di santa Paola, appartenente a una famiglia aristocratica.
Si consacrò alla vita di verginità e nel 384, quando Girolamo le scrisse la celebre Lettera 22, era ancora a Roma e lui la esortava a perseverare nella sua vocazione e di stare attenta, appunto, a certi chierici e diaconi pronti a spingerla verso la seduzione e la corruzione.
E’ una denuncia morale dai toni polemici, non una descrizione statistica del clero del tempo, né come un’accusa rivolta a tutti i sacerdoti e diaconi.
Girolamo stesso precisa che sta parlando di persone del proprio ordine. Il bersaglio è la contraddizione tra il ministero religioso e una condotta vanitosa o interessata, corrotta dai propri interessi personali.
Quando Girolamo si trasferì in Terra Santa, Eustochio e sua madre lo seguirono. Si stabilirono a Betlemme, dove fondarono comunità monastiche femminili; dopo la morte di Paola, Eustochio ne assunse la guida. Era anche una studiosa della Scrittura, e Girolamo le dedicò alcuni suoi commentari biblici.
Ma ecco il passaggio della Lettera 22:
- “Ma non parlerò solo delle donne. Evita anche gli uomini, quando li vedi carichi di catene e con i capelli lunghi come le donne, contrariamente al precetto dell’apostolo, 1 Corinzi 11:14 per non parlare di barbe come quelle dei caproni, mantelli neri e piedi nudi che sfidano il freddo. Tutte queste cose sono segni del diavolo.
Roma ha gemuto per uno di questi qualche tempo fa in Antimo; e Sofronio è un esempio ancora più recente. Tali persone, una volta ottenuto l’accesso alle case delle nobili, e dopo aver ingannato donne sciocche cariche di peccati, che imparano sempre e non riescono mai ad arrivare alla conoscenza della verità, 2 Timoteo 3:6-7 fingono un aspetto triste e pretendono di fare lunghi digiuni mentre di notte banchettano in segreto.
La vergogna mi impedisce di dire di più, poiché il mio linguaggio potrebbe apparire più come invettiva che come ammonimento. Ce ne sono altri — parlo di quelli del mio stesso ordine — che cercano il presbiterato e il diaconato semplicemente affinché possano vedere le donne con meno restrizioni. Tali uomini non pensano ad altro che al loro abbigliamento; usano profumi liberamente e si assicurano che non ci siano pieghe nelle loro scarpe di cuoio. I loro capelli ricci mostrano tracce del ferro arricciacapelli; le loro dita luccicano di anelli; camminano in punta di piedi attraverso una strada umida, per non schizzarsi i piedi.
Quando vedi uomini agire in questo modo, pensali piuttosto come sposi che come ecclesiastici.
Alcune persone hanno dedicato tutte le loro energie e la loro vita al solo scopo di conoscere i nomi, le case e il carattere delle signore sposate.
Descriverò qui brevemente il capo della professione, affinché dalla somiglianza del maestro tu possa riconoscere i discepoli.
Si alza ed esce con il sole; ha l’ordine delle sue visite debitamente organizzato; prende la strada più breve; e, fastidioso vecchio che è, si fa strada quasi fino alle camere da letto delle signore ancora addormentate. Se vede un cuscino che gli piace o un’elegante tovaglia — o davvero qualsiasi articolo di arredamento domestico — lo loda, lo guarda con ammirazione, lo prende in mano e, lamentandosi di non avere nulla del genere, lo chiede o piuttosto lo estorce al proprietario.
Tutte le donne, infatti, temono di contrariare il portatore di notizie della città. La castità e il digiuno gli sono ugualmente sgradevoli.
Ciò che gli piace è una saporita colazione — diciamo a base di una grassa giovane gru, come quella che viene comunemente chiamata pulcino. Nel parlare è rozzo e sfacciato, ed è sempre pronto a scambiare rimproveri. Ovunque ti giri è il primo uomo che vedi davanti a te.
Qualunque notizia venga riportata all’estero, lui è o l’ideatore della voce o il suo amplificatore.
Cambia i suoi cavalli ogni ora; e sono così lucidi e vivaci che lo prenderesti per un fratello del re di Tracia…”
Il botta e risposta con Sant’Agostino
Persino con il grande Sant’Agostino d’Ippona ci fu una corrispondenza diplomatica ma tesissima.
Agostino, più giovane di lui, gli aveva scritto criticando garbatamente un punto della sua interpretazione di una lettera di San Paolo. Girolamo, sentendosi punto nell’orgoglio, gli rispose ricordandogli la differenza d’età e di esperienza con una metafora militare:
«Un vecchio bue non gradisce le provocazioni… Non provocare un vecchio soldato che ha già combattuto le sue battaglie. Pensa a te e trova un altro campo se vuoi metterti in mostra.»
Alla fine, ovviamente e trovandoci tra due giganti dell’ortodossia cattolica, i due si riconciliarono e si scambiarono parole di profonda stima.
San Girolamo era sì irruento e focoso, ma sapeva riconoscere i propri limiti e sapeva emendarsi, chiedere scusa e fare penitenza per le sue cadute, anche per questo trascorse tutta la vita in profonda penitenza, mortificazione e digiuni.
Quanto alla Cattedra di san Pietro nella Basilica Vaticana, il monumento del Bernini è sostenuto dalle statue di quattro Dottori della Chiesa: sant’Ambrogio e sant’Agostino per l’Occidente, sant’Atanasio e san Giovanni Crisostomo per l’Oriente.
San Girolamo non è tra questi quattro: la sua fama è però strettamente legata alla Cattedra di Pietro per la sua comunione con la Chiesa di Roma e il suo servizio alla Scrittura.
Infine i Patronati.
Oltre ad essere il patrono universale di archeologi, traduttori, librai e bibliotecari (per ovvi meriti culturali), San Girolamo è considerato il santo protettore dei miopi e di chi soffre di disturbi alla vista.
Questo perché, a forza di consumare candele e lampade a olio per decenni, di notte, nello studio e nella traduzione di manoscritti in ebraico, aramaico, greco e latino, in tarda età soffrì di una gravissima stanchezza oculare che lo portò quasi alla cecità.
Celebre, dunque, per aver tolto una spina dalla zampa di un leone e per aver tradotto la Bibbia, Girolamo, dal greco hieronymos (“sacro nome”), nasce a Stridone in Dalmazia (attuale Croazia) intorno al 347. La sua è una famiglia benestante. Così Girolamo viene mandato a Roma per studiare la grammatica e le lingue antiche (ebraica, greca e latina).
Un giorno, malato con la febbre alta, ha un’ispirazione che lo spinge a svolgere una missione: studiare la Bibbia. Girolamo, desideroso di vita ascetica, si sposta in Oriente dove si dedica per quattro anni, digiunando, a una dura vita da eremita e allo studio delle Sacre Scritture.
Ordinato sacerdote è di nuovo a Roma dove viene incaricato da papa Damaso di tradurre la Bibbia, dalla versione ebraica e greca in latino.
Il risultato è la famosa Vulgata (parola che deriva dal latino e significa “comune, popolare”), conclusa da Girolamo dopo ventitré anni. Il santo diventa segretario del papa, nonché guida spirituale di alcune donne della nobiltà romana tra le quali le future Sante Marcella, Lea e Paola.
Esse formeranno il primo gruppo monastico femminile della “città eterna”. Si trasferisce, poi, in Palestina e, nel 386, a Betlemme, apre un convento maschile e uno femminile vicino alla Basilica della Natività di Gesù, una scuola gratuita dove insegna greco e latino e un centro di accoglienza per i pellegrini.
Girolamo ha una vita intellettuale intensissima fatta di studio, ricerca, traduzioni, opere letterarie.
È uno dei più grandi studiosi biblici e infaticabile narratore della storia dei santi. Muore a Betlemme nel 419-20 nel monastero da lui fondato.
Il suo è un carattere intemperante e, a volte, contro gli avversari è troppo rigido e polemico, sia con la lingua, sia con la penna. Per questo motivo si procura delle inimicizie. Viene raffigurato anziano, con la barba lunga e bianca con accanto un libro e spesso con un leone che, secondo la leggenda, diventa mansueto e suo amico inseparabile, dopo che il santo gli estrae dalla zampa ferita una dolorosissima spina.
Proclamato dottore della Chiesa, Girolamo è patrono di librai, bibliotecari, traduttori, archeologi, studenti, scuole e università cattoliche.
Per aver tanto studiato e scritto, la vista di San Girolamo subì un peggioramento, per questo motivo è anche patrono dei miopi e viene invocato dai deboli di vista.
San Girolamo si chiedeva:
Gesù dice: Non giudicate, affinché non siate giudicati. Ma in che senso?

Ci sono alcuni peccati specifici che richiedono sempre il giudizio di coloro che sono veri cristiani, come abbiamo già visto nel caso dei santi apostoli Pietro e Paolo nei due esempi citati da San Girolamo. Quali sono questi peccati? Ecco la spiegazione di Sant’Agostino:
- Suppongo che il comando qui non sia altro che quello di dare sempre la migliore interpretazione possibile a quelle azioni la cui intenzione appare dubbia. Ma riguardo a quelle che non possono essere compiute con una buona intenzione, come adulteri, bestemmie e simili, Egli ci permette di giudicare; ma di azioni indifferenti che ammettono di essere compiute con una buona o cattiva intenzione, è temerario giudicare, ma ancor più condannare.
CONCLUDENDO
Ecco come lo racconta Papa Benedetto XVI:
San Girolamo è un Padre della Chiesa che ha posto al centro della sua vita la Bibbia: l’ha tradotta nella lingua latina, l’ha commentata nelle sue opere, e soprattutto si è impegnato a viverla concretamente nella sua lunga esistenza terrena, nonostante il ben noto carattere difficile e focoso ricevuto dalla natura.
Girolamo nacque a Stridone verso il 347 da una famiglia cristiana, che gli assicurò un’accurata formazione, inviandolo anche a Roma a perfezionare i suoi studi. Da giovane sentì l’attrattiva della vita mondana (cfr Ep. 22,7), ma prevalse in lui il desiderio e l’interesse per la religione cristiana. Ricevuto il battesimo verso il 366, si orientò alla vita ascetica e, recatosi ad Aquileia, si inserì in un gruppo di ferventi cristiani, da lui definito quasi «un coro di beati» (Chron. Ad ann. 374) riunito attorno al Vescovo Valeriano. Partì poi per l’Oriente e visse da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo (cfr Ep. 14,10), dedicandosi seriamente agli studi. Perfezionò la sua conoscenza del greco, iniziò lo studio dell’ebraico (cfr Ep. 125,12), trascrisse codici e opere patristiche (cfr Ep. 5,2). La meditazione, la solitudine, il contatto con la Parola di Dio fecero maturare la sua sensibilità cristiana. Sentì più pungente il peso dei trascorsi giovanili (cfr Ep. 22,7), e avvertì vivamente il contrasto tra mentalità pagana e vita cristiana: un contrasto reso celebre dalla drammatica e vivace “visione”, della quale egli ci ha lasciato il racconto. In essa gli sembrò di essere flagellato al cospetto di Dio, perché «ciceroniano e non cristiano» (cfr Ep. 22,30).
Nel 382 si trasferì a Roma: qui il Papa Damaso, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere; lo incoraggiò a intraprendere una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. Alcune persone dell’aristocrazia romana, soprattutto nobildonne come Paola, Marcella, Asella, Lea ed altre, desiderose di impegnarsi sulla via della perfezione cristiana e di approfondire la loro conoscenza della Parola di Dio, lo scelsero come loro guida spirituale e maestro nell’approccio metodico ai testi sacri. Queste nobildonne impararono anche il greco e l’ebraico.
Dopo la morte di Papa Damaso, Girolamo lasciò Roma nel 385 e intraprese un pellegrinaggio, dapprima in Terra Santa, silenziosa testimone della vita terrena di Cristo, poi in Egitto, terra di elezione di molti monaci (cfr Contra Rufinum 3,22; Ep. 108,6-14). Nel 386 si fermò a Betlemme, dove, per la generosità della nobildonna Paola, furono costruiti un monastero maschile, uno femminile e un ospizio per i pellegrini che si recavano in Terra Santa, «pensando che Maria e Giuseppe non avevano trovato dove sostare» (Ep. 108,14). A Betlemme restò fino alla morte, continuando a svolgere un’intensa attività: commentò la Parola di Dio; difese la fede, opponendosi vigorosamente a varie eresie; esortò i monaci alla perfezione; insegnò la cultura classica e cristiana a giovani allievi; accolse con animo pastorale i pellegrini che visitavano la Terra Santa. Si spense nella sua cella, vicino alla grotta della Natività, il 30 settembre 419/420.
La preparazione letteraria e la vasta erudizione consentirono a Girolamo la revisione e la traduzione di molti testi biblici: un prezioso lavoro per la Chiesa latina e per la cultura occidentale. Sulla base dei testi originali in greco e in ebraico e grazie al confronto con precedenti versioni, egli attuò la revisione dei quattro Vangeli in lingua latina, poi del Salterio e di gran parte dell’Antico Testamento. Tenendo conto dell’originale ebraico e greco, dei Settanta, la classica versione greca dell’Antico Testamento risalente al tempo precristiano, e delle precedenti versioni latine, Girolamo, affiancato poi da altri collaboratori, poté offrire una traduzione migliore: essa costituisce la cosiddetta “Vulgata”, il testo “ufficiale” della Chiesa latina, che è stato riconosciuto come tale dal Concilio di Trento e che, dopo la recente revisione, rimane il testo “ufficiale” della Chiesa di lingua latina. E’ interessante rilevare i criteri a cui il grande biblista si attenne nella sua opera di traduttore. Li rivela egli stesso quando afferma di rispettare perfino l’ordine delle parole delle Sacre Scritture, perché in esse, dice, “anche l’ordine delle parole è un mistero” (Ep. 57,5), cioè una rivelazione. Ribadisce inoltre la necessità di ricorrere ai testi originali: «Qualora sorgesse una discussione tra i Latini sul Nuovo Testamento, per le lezioni discordanti dei manoscritti, ricorriamo all’originale, cioè al testo greco, in cui è stato scritto il Nuovo Patto. Allo stesso modo per l’Antico Testamento, se vi sono divergenze tra i testi greci e latini, ci appelliamo al testo originale, l’ebraico; così tutto quello che scaturisce dalla sorgente, lo possiamo ritrovare nei ruscelli» (Ep. 106,2). Girolamo, inoltre, commentò anche parecchi testi biblici. Per lui i commentari devono offrire molteplici opinioni, «in modo che il lettore avveduto, dopo aver letto le diverse spiegazioni e dopo aver conosciuto molteplici pareri – da accettare o da respingere –, giudichi quale sia il più attendibile e, come un esperto cambiavalute, rifiuti la moneta falsa» (Contra Rufinum 1,16).
Confutò con energia e vivacità gli eretici che contestavano la tradizione e la fede della Chiesa. Dimostrò anche l’importanza e la validità della letteratura cristiana, divenuta una vera cultura ormai degna di essere messa confronto con quella classica: lo fece componendo il De viris illustribus, un’opera in cui Girolamo presenta le biografie di oltre un centinaio di autori cristiani. Scrisse pure biografie di monaci, illustrando accanto ad altri itinerari spirituali anche l’ideale monastico; inoltre tradusse varie opere di autori greci. Infine nell’importante Epistolario, un capolavoro della letteratura latina, Girolamo emerge con le sue caratteristiche di uomo colto, di asceta e di guida delle anime.
Che cosa possiamo imparare noi da San Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice San Girolamo: “Ignorare le Scritture è ignorare Cristo”. Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve sempre avere due dimensioni: da una parte, dev’essere un dialogo realmente personale, perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura e ha un messaggio ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come parola del passato, ma come Parola di Dio che si rivolge anche a noi e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi. Ma per non cadere nell’individualismo dobbiamo tener presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo sempre una Parola personale, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell’ascolto della Parola di Dio è la liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi. Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l’eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l’eterno, la vita eterna.
E così concludo con una parola di San Girolamo a San Paolino di Nola. In essa il grande Esegeta esprime proprio questa realtà, che cioè nella Parola di Dio riceviamo l’eternità, la vita eterna. Dice San Girolamo: «Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità la cui consistenza persisterà anche nel cielo» (Ep. 53,10).
Papa Benedetto XVI (Udienza generale 14.11.2007)
PREGHIERA ALLA SS. TRINITA’ per ottenere le virtù di San Girolamo
+ Padre del Cielo, nostro Creatore, la tua bontà e la tua gloria risplendono in San Girolamo, dottore della Chiesa e padre nella fede. Signore Gesù, Verbo del Padre, semina ancora in noi la Parola e con la guida di San Girolamo ne gusteremo ogni dolcezza. Spirito Santo, Fiamma d’amore, rugiada che inonda in noi il cuore e la mente con le virtù di San Girolamo: l’amore allo studio delle Sacre Scritture, la fortezza nel sacrifico la perseveranza nella preghiera, la pazienza nelle prove, la sollecitudine nelle opere di carità. Compiendo il bene nella santa Chiesa, non ci sfiori mai il pensiero della gloria umana ma solamente la gioia di piacere a Te, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.
1Pater Noster, Ave Maria e Gloria….

