Crisi liturgica

ATTENZIONE: Paolo VI, con la Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (50 anni or sono) fece entrare in vigore il 30 novembre successivo (Prima Domenica di Avvento), con l’inizio nel nuovo Anno liturgico, la nuova messa – Novus Ordo…. con tutte le conseguenze drammatiche che riepilogheremo in questa sezione, negli articoli e video a seguire. Buona meditazione..

(con la nuova riforma liturgica) “Nel tempo A tutti i cattolici sono virtualmente credenti, diciamo, nella resurrezione della carne. Nel tempo B sorge un gruppo che nega la resurrezione della carne, implicitamente creduta fino a quel momento. Nel tempo C, i cattolici si oppongono a questo gruppo, e diventano “resurrezionisti” per rimarcare la contrapposizione ed esplicitare la fede che prima era implicita. Nel tempo D, sconfitti i negatori del dogma, i cattolici torneranno a dirsi solo cattolici, con fede esplicita nel dato dogma, ma senza necessità di rimarcarla di fronte ai negatori…” (Francesco Righini – da Faceboock)


“”MANZONI E LA SANTA MESSA”
“Si racconta nel commentario al catechismo di san Pio X un curioso ed edificante aneddoto su Alessandro Manzoni, celeberrimo autore italico.
Ad un certo punto della sua vita cadde malato, cosa che di fatto poteva scusarlo dall’andare a Messa. Lui però si ostinava ad andarci ogni volta, contro il parere di chi lo assisteva.
Un giorno, un suo amico passò a trovarlo e lo vide corrucciato; Manzoni gli disse che le persone incaricate di assisterlo gli avevano impedito di andare a Messa il giorno precedente a causa delle sue condizioni di salute.
All’amico che cercava di rincuorarlo disse:” E se ieri fosse stato l’ultimo giorno per andare a recuperare un premio alla lotteria secondo te non mi avrebbero fatto uscire?””
 

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___GPII RIFIUTA COMUNIONE MANO 1“Per coloro che dicono che S. Giovanni Paolo II non ricevette la S. Comunione in mano dall’allora Card. Joseph Ratzinger, solo per motivi di salute. Il Santo Pontefice era contrario, pur avendo ceduto in seguito a varie pressioni. Non dico nulla sul fatto che poi non si è più opposto, perché mi astengo dal giudicare un giudizio prudenziale di un Romano Pontefice. Ma l’animus dei santi è inequivocabile

Sulla piazza di Notre Dame, a Parigi, San Giovanni Paolo II porge la santa comunione a madame Giscard d’Estaing e la pone in bocca mentre ella tende le mani (dal mensile “Der Fels”, numero 8 agosto 1980; immagine riportata nell’opuscolo: Sac. Enzo Boninsegna, «La Comunione sulla mano? NO», pro manuscripto”. (Don Alfredo Maria Morselli)


Sant’Alfonso sul disastro della liturgia: sacerdoti che con queste Messe che dicono ci fan perdere la fede

Idolatrando l’uomo. Dalla riforma liturgica alla Dignitas Infinita

Permissione Divina e: quando un atto è valido ma illecito?

Inutile arrampicarsi sugli specchi: la nuova Messa ha cambiato e cambia anche la nostra Fede

Cambiata la Messa, cambiato il Cristianesimo di Don Alberto Secci

Per l’Arcivescovo Delpini, la profanazione di una Messa è una “sciocchezza”, ma però…

“Desiderio Desideravi”: perché papa Francesco desidera tanto distruggere il rito antico?

Ecco come celebravano i primi cristiani

Ratzinger, i 40 anni della Sacrosanctum Concilium e la “partecipatio activa” dei Fedeli

Vittorio G. Rossi: la Messa da morto come è adesso fa piangere, non per il morto ma per la Messa – 26.9.1971

Gli errori e le tragiche implicazioni di Traditionis custodes

DAL PADRE NOSTRO AL GLORIA – Nuovo Messale, modifiche con un problema di metodo

Mauriac e gli idioti e “Agli assassini della Liturgia”, di Mons. Domenico Celada

Quando gli effetti di certi abusi, rischiano di invalidare i Sacramenti con enormi danni

Don Mauro Tranquillo spiega: non è un “nuovo” messale, ma un aggiornamento

I SALMI IMPRECATORI – Il bianchetto che tolse dai salmi l'”odio perfetto”

Il Sacerdote Cattolico nella sana dottrina (da un testo di mons. M. Lefebvre)

Come reagire alle provocazioni liturgiche del Clero?

Padre Francesco: la Messa “una Cum”è Volontà Divina

Dopo il fumo di Satana entrato in Vaticano. Ora lo si porta in processione…

Nuovo Miracolo Eucaristico: ecco perché la Comunione non va presa alla mano

“Gesù fattosi Pane”. L’ultima uscita luterana di Bergoglio.

La Messa: Ultima Cena, Sacrificio? Sì, però.. attenzione ai particolari.

La critica al Novus Ordo Missae (1969-2019) in due libri recenti

Sostanziale differenza tra il Messale riformato da san Pio X e il Messale riformato da Giovanni XXIII prima della riforma con la nuova messa detta Paolo VI

Il velo in chiesa? Meglio di sì, ecco le ragioni apostoliche (video-catechesi)

Diaconesse mai esistite. Almeno per la storia

Preghiera eucaristica in crisi dopo la Riforma liturgica (di Padre R.Barile OP)

SalviamoilCanone, per uno shock liturgico

Cosa è la santa Messa Cattolica? Rispondono Bellarmino e Liguori

San Carlo Borromeo: NO Eucaristia a chi vive nel peccato (video catechesi)

DISPUTA  sulla prima riforma liturgica con san Pio X

“La distribuzione della Comunione sulla mano” di don Federico Bortoli (video)

Quando Wojtyla e Ratzinger difesero Ecclesia Dei e la Messa antica

Cambiare la Liturgia per cambiare la Fede Cattolica: progetto protestante

La Comunione alla mano? E’ protestante ecco le prove.

Chi ha sostituito l’Altare cattolico con tavole per la Cena? con Michael Davies

Guéranger spiega La catastrofe che fu il luteranesimo

Sacerdote spiega ad A.M.Valli la grave situazione nella Chiesa

Il Concilio ha cambiato la dottrina sulla Chiesa ?

Caro Paolo VI: la messa nuova fu davvero scelta infausta… tradimento.

Che cosa è ERESIA e quando si è eretici?

Ecumania forma perversa di ecumenismo e dialogo denunciata dal beato Newman

Attacco al sacerdozio, attacco all’Eucarestia

Celibato sacerdotale spiegato da Padre Cornelio Fabro, un vero profeta

La questione Liturgica: cerchiamo di capire i fatti (video)

La Messa è una cum Papa… o con Gesù Cristo nella Presenza reale?

Alle origini della protesta: Lutero

Galateo eucaristico: Comunione in ginocchio e alla bocca (video)

Galateo eucaristico: il rispetto dovuto alla Divina Presenza (video-audio)

Benedetto XVI spiega il Pro Multis nella Consacrazione (video-audio)

Come la Chiesa cadde nelle mani dei Modernisti?

Mons. Fulton Sheen necessità della intolleranza (1)

Mons. Fulton Sheen necessità di dogmi e dottrine (2)

Lettura della Pascendi Dominici gregis san Pio X

Per Voi: Lettera ai Catechisti di sant’Agostino in audio e pdf

Catechist’s mail: Non manca la libertà, ma la verità

Oggi dicono che siamo liberi di sbagliare: ma è davvero così?


INDICE ALLA SEZIONE LITURGICA GENERALE


Come rispondere a chi obietta che anche la Messa Tridentina fu una Messa “nuova”?

di Corrado Gnerre da IlCamminodeiTresentieri

C’è chi dice che la Messa Tridentina sarebbe stata una “novità”, per cui, novità per novità, perché non accettare anche la “novità” del Novus Ordo?

In realtà la Messa Tridentina non fu una “novità”, quindi non è appropriato definirla “tridentina”.

“La Messa cosiddetta “tridentina” ha un nucleo centrale immutabile, stabilito da Cristo stesso, continuato e perfezionato dagli Apostoli e conservato intatto attraverso due millenni di storia. La trama di riti e di cerimonie che la caratterizza s’è andata evolvendo poco a poco fino a raggiungere una forma quasi definitiva alla fine del III secolo, poi resa in qualche modo definitiva da san Gregorio Magno. Non sono mancati elementi secondari: la sollecitudine materna della Chiesa non ha cessato di restaurare ed abbellire il rito, rimuovendo di tanto in tanto quelle scorie che minacciavano offuscarne il primitivo splendore.” (Suor Maria Perillo, Le origini apostoliche-patristiche della Messa Tridentina, Relazione al Convegno Summorum Pontificum, Maggio 2013)

Da qui la preferenza per definizioni come “Rito Romano Antico” o “Rito Gregoriano”. Infatti, ciò che il Concilio di Trento e san Pio V (1504-1572) si limitarono a fare fu una piccola riforma di un rito che aveva origini apostoliche.

Padre Louis Bouyer scrive: “Il canone romano risale, tale e qual è oggi, a san Gregorio Magno (+604). Non vi è, in Oriente come in Occidente, nessuna preghiera eucaristica che, rimasta in uso fino ai nostri giorni, possa vantare una tale antichità.” (L.Bouyer, Mensch und Ritus, 1964).

Monsignor Klaus Gamber, nel 1979, scriveva: “La liturgia romana è rimasta pressoché immutata attraverso i secoli nella (…) forma risalente ai primi cristiani. Essa s’identifica con il Rito più antico. (…). La liturgia damasiano-gregoriana è quella che è stata celebrata nella Chiesa latina sino alla Riforma liturgica dei nostri giorni. (…). Non esiste in senso stretto una “Messa Tridentina” o di “San Pio V”, per il fatto che non è mai stato promulgato un nuovo “Ordo Missae” in seguito al Concilio di Trento da San Pio V. Il Messale che San Pio V fece approntare nel 1570 fu il Messale della Curia Romana, in uso a Roma da molti secoli, risalente all’era apostolica. (…). Sino a Paolo VI, i Papi non hanno mai apportato alcun cambiamento all’Ordo Missae, ma solo ai “Propri” delle Messe per le singole festività. (…).”

Insomma, san Pio V non inventò nulla. Questi promulgò sì un messale a seguito del Concilio di Trento, ma in realtà non fece altro che fissare e circoscrivere sapientemente un rito già in uso nel contesto cattolico da secoli e secoli. Un rito che risaliva almeno (è bene sottolineare “almeno) da mille anni, precisamente da papa Gregorio Magno (540-604). Ed ecco perché la definizione precisa è: Rito Romano Antico o Rito Gregoriano.

San Pio V con il suo messale guardò in un certo senso indietro. Egli abolì tutti i riti liturgici che non potevano vantare più di due secoli di antichità, a causa del fatto che da tempo serpeggiavano errori dottrinali nella Chiesa; errori che avevano portato all’avvento dell’eresia protestante. Vi era, insomma, il serio sospetto che le novità introdotte nel rito della Messa a partire dall’Umanesimo e dal Rinascimento fossero segnate, almeno implicitamente, dal pericolo di eresia.

Così san Pio V salvò tutti i riti più antichi (Ambrosiano, Mozarabico, Cartusiano, Domenicano) e restituì alla Chiesa latina, nella sua purezza di Tradizione Apostolica, il Messale Romano, il cui Canone, per attestazione di tutti risale all’apostolo Pietro.

Possiamo pertanto concludere che il Rito Romano Antico è di origine apostolica: “I Padri del III e IV secolo assai di frequente, parlando di qualche rito o cerimonia in particolare, affermano che è d’origine o tradizione apostolica. Con tale espressione – che è scientificamente e storicamente inverificabile – i Padri volevano verosimilmente richiamarsi al periodo più antico della Chiesa dimostrando con ciò quanto fossero ancora vive, presso le varie Chiese, le memorie dell’attività liturgica degli Apostoli. In tutta l’antichità cristiana non si trova alcun indizio che accenni, come vogliono i Protestanti e certa corrente teologia, ad una diretta ingerenza delle Comunità nelle funzioni del Culto. La fissazione e la progressiva regolamentazione della Liturgia si mostra sempre compito esclusivo degli Apostoli e dei vescovi loro successori.” (Suor Maria Perillo, cit.)


Traditionis Custodes – Bollettino del monastero di Luras in Sardegna

Pio XI affermava che per canto gregoriano deve intendersi “solo quello restituito alla fedeltà degli antichi codici” (Enciclica Divini Cultus). Quello che si dice del canto liturgico può e deve dirsi della liturgia in generale. Perché anche la liturgia, come il suo canto, può subire decadenza, l’ha subita e la subisce in continuazione. E la decadenza della liturgia ha la stessa origine di quella del gregoriano: un uso improprio, pretesi “abbellimenti”, alterazioni, “riforme” infelici che creano ulteriore corruzione. Ma è soprattutto l’uso improprio e distorto a recare danno alla liturgia; un esempio su tutti è dato dalla messa celebrata in solitudine, sempre proibita dalla Chiesa (cfr. Mediator Dei) ma sempre praticata da qualche sacerdote disubbidiente e che ignora lo spirito della liturgia. Molta decadenza arreca pure il “vano ritualismo” dai cui rischi mette in guardia Pio XII in Mediator Dei.

Pio X, Pio XI e Pio XII intuirono che anche la liturgia doveva essere liberata dalla corruzione, da vari “barbarismi” che la affliggevano. Le due riforme però fatte prima dell’ultimo concilio hanno peggiorato la situazione.

Del concilio vaticano secondo si può dire che in esso alcune proposizioni sono molto interessanti e pure necessarie, si pensi alla richiesta che i fedeli conoscano in latino e pure in canto tutte le parti ad essi spettanti, ma esse erano in qualche modo già state formulate da Pio X (Inter pastoralis officii) e Pio XI (enciclica Divini Cultus).

Comunque la concretizzazione delle disposizioni conciliari avvenuta col novus ordo rappresenta la più feroce devastazione liturgica mai operata dalla Santa Sede in venti secoli.

In parole povere in ambito liturgico siamo nella stessa condizione in cui versava il canto gregoriano nell’Ottocento: in piena decadenza. Tanto più grave quanto da molti neppure percepita.

Abbiamo dunque necessità di un restauro, che riguarda la nostra mentalità liturgica prima ancora e più ancora della liturgia stessa. Per un simile restauro può il monachesimo può veramente essere propositivo, esemplare e trainante. Ma quanti e quali monasteri oggi riflettono sulle decadenze del rito antico? Quanti e quali ne studiano cause e ne propongono rimedi? La quasi totalità dei monasteri si sono ridotti a seguire la liturgia postconciliare, che però, come chiunque conosca la storia liturgica senza condizionamenti ideologici sa bene, è una feroce manomissione della tradizione. I pochissimi monasteri che seguono il rito antico si limitano ad un recupero acritico della decadenza immediatamente preconciliare, qualche volta aggiungendone pure di nuova. Bisogna però uscire da questa situazione il prima possibile. Non ha e non potrà mai avere alcuna utilità innalzare la decadenza a tradizione. Perché la decadenza resta sempre tale, anche se amata e ricercata, anche se diffusa e inveterata.

Il monachesimo benedettino deve essere liturgicamente esemplare e propositivo, non possiamo ridurci ad un bazar, ancorché elegante, della decadenza preconciliare. I principi proposti da Pio X, Pio XI e Pio XII vanno fatti fruttificare. Non si possono assolutamente ignorare. Ma al momento il tradizionalismo li ignora completamente.


SOSTA – Che giudizio si può dare della pratica di celebrare la Messa verso il popolo?

Risponde don Matthias Gaudron (FSSPX) nel suo Catechismo della Crisi nella Chiesa

la celebrazione rivolta verso il popolo, pur senza costituire in sé una pratica ereticale, suggerisce l’idea che la Messa sia semplicemente una riunione presieduta dal sacerdote. In una riunione, infatti, sarebbe del tutto privo di senso che il presidente volgesse le spalle ai componenti l’assemblea. Ma, poiché la Messa essenzialmente non è una riunione, ma il sacrificio della croce perpetuato e rinnovato, questa pratica non è conforme alla Tradizione della Chiesa, e presenta inoltre l’inconveniente di introdurre un’atmosfera più mondana nel rito sacro e di rendere la preghiera più difficile, perché il sacerdote e i fedeli non hanno l’impressione di essere rivolti verso il Signore, ma gli uni verso gli altri.


CHIARIMENTO

VERSUS POPULUM Potrebbe essere un'immagine raffigurante testo

Nel XX secolo anche qualche liturgista credeva che il celebrare “versus populum” fosse la prassi originaria. Il monaco benedettino Lambert Beauduin, fu uno dei primi a celebrare guardando i fedeli, perché modalità prevista dalle rubriche del messale di san Pio V, ma solo per le chiese con abside ad ovest.

“Ma Lambert Beauduin e i suoi primi discepoli erano troppo versati nella tradizione per mettersi a difendere questa prassi con il pretesto chimerico che fosse la prassi primitiva. Sapevano perfettamente che non era così” (Louis Bouyer, Architettura e Liturgia, ed. Qiqajon, 1994, pag. 68). Nella fotografia si nota un tentativo di “restauro” liturgico degli anni Quaranta quando si registrava già un certo interesse per la liturgia che andasse oltre il rubricismo; il coro è stato recintato e posto tra l’altare e i fedeli e l’officiante dietro l’altare. Una simile disposizione recupera certi elementi antichi ma li mescola con altri nuovi, come i fedeli intruppati nei banchi, e crea pertanto una novità mescolando prassi arcaiche e deformazioni sia antiche che moderne, perché il seggio episcopale dietro l’altare è una delle prime deformazioni del culto cristiano, e risale al IV secolo circa; con questa sistemazione si frappone tra altare e fedeli una ulteriore barriera che allontana quello da questi, e col sacerdote rivolto ai fedeli si clericalizza la sacra sinassi, senza considerare che il popolo o il sacerdote, non celebra nella direzione giusta. Siamo di fronte ad un vero e proprio disorientamento liturgico.

Con tali sistemazioni, partendo dall’idea di recuperare prassi antiche (sacerdote che sacrifica guardando la navata perché è da quella parte l’oriente) si è finiti per costruire artificialmente situazioni mai esistite in antico, visto che nel IV secolo i fedeli oltre a non essere nella navata centrale ma in quelle laterali al momento del Canone si volgevano anch’essi a oriente dando così in qualche modo le spalle all’altare proprio nei momenti della consacrazione a cui ancora, a quei tempi, non seguiva l’elevazione. L’espressione “versus populum” non compare in nessun documento antico e la incontriamo la prima volta nel 1570, nel messale di san Pio V ma non per indicare una tipologia celebrativa, bensì per spiegare dov’è l’oriente nelle basiliche di tipo costantiniano; “versus populum” cioè indica la direzione dell’oriente, non una celebrazione rivolta al popolo; inoltre parlarne in tal senso significa prendere il sacerdote come metro di valutazione della liturgia: una mentalità clericalistica e clericocentristica solo aberrante.


Il diritto di Dio nella liturgia – 

Sin dalle origini la liturgia implica lo Ius divinum, ovvero ciò che è giusto e appropriato dare a Dio, perché è Dio stesso a decidere la misura e la modalità con cui vuole essere onorato dal suo popolo. Una liturgia senza dimensione giuridica è una liturgia senza la giusta relazione tra Dio e l’uomo.

Nella lezione odierna vogliamo aprire una finestra su un argomento particolare: lo Ius Divinum, il DIRITTO DI DIO nella Liturgia.

Possiamo dire che la liturgia ha al proprio interno una dimensione giuridica, ovvero rimanda ad uno Ius, una parola che è la radice da cui derivano giudizio, giurisprudenza, giustizia…

Lo Ius (e la virtù annessa che è la virtù di giustizia) ci dice appunto quello che è giusto, che è appropriato dare a qualcuno. Detto in altri termini: dare a ciascuno il “suo”. Nel caso della liturgia questo qualcuno è Dio.

– Cos’è dunque la dimensione giuridica della liturgia?
La liturgia deve essere fatta in modo tale da dare a Dio ciò che gli è dovuto: non si può fare qualsiasi cosa e poi chiamarlo “liturgia”.
C’è un testo, tra quelli che vi abbiamo proposto nelle domeniche di agosto, tratto dal libro “Introduzione allo spirito della liturgia”, di Joseph Ratzinger (vedi qui), in cui vi è un’idea fondamentale da comprendere.

L’immagine è quella di Mosè che riceve da Dio l’ordine di liberare il suo popolo dalla schiavitù del Faraone. Lo deve fare per una ragione: il fine non è la liberazione in sé, non è neppure raggiungere la terra promessa; il fine è la libertà di rendere culto a Dio, come Dio ha disposto.
Il faraone più volte cerca un compromesso: dapprima non vuole che vadano nel deserto e poi, man mano che arrivano le piaghe, propone dei compromessi che Mosè rifiuta. Secondo la mentalità odierna, questo comportamento di Mosè non sarebbe stato apprezzato…

– Perché invece Mosè rifiuta ogni compromesso sul rendere culto a Dio?
La ragione è tanto semplice quanto potente: perché non è quello che ha chiesto Dio. Nel libro dell’Esodo, infatti, è chiarissimo che è Dio a stabilire come gli si rende culto, non per puro arbitrio, ma per ragioni ben precise ordinate al Bene. Mosè dice al Faraone che il popolo non può accettare quei compromessi da lui proposti perché Dio ha ordinato diversamente. Mosè riconosce dunque uno Ius divinum, ovvero il diritto di Dio di essere amato, adorato e onorato come Lui vuole.

Una volta che il popolo di Israele esce dall’Egitto e si trova ai piedi del Sinai, dove Dio affida a Mosè le tavole della legge, subito dopo Dio affida a Mosè anche altri dettagli importantissimi, tutti riferiti al culto: le dimensioni, la forma e il materiale dell’altare, come deve essere fatta la tenda, il tabernacolo, con quali teli deve essere rivestito, come devono essere fatti i sacrifici, come devono vestirsi i sacerdoti, etc.; una lista lunghissima specificata sin nei dettagli.

Dio stesso stabilisce la misura e la modalità con cui vuole essere onorato dal suo popolo. Da ciò ricaviamo che la liturgia non è qualcosa che fa l’uomo, ma è qualcosa che egli riceve da Dio, che deve perciò custodire ed in cui deve riconoscere lo Ius divinum, ovvero il diritto di Dio ad essere onorato nel modo in cui Lui ha stabilito. Il rispetto di questo Ius divinum è la condizione per cui possa avvenire la santificazione dell’uomo, che è l’altra finalità della liturgia; il centro sta proprio in Dio che, in quanto Dio, ha i suoi diritti rispetto ai quali noi uomini abbiamo i nostri doveri.

La dimensione giuridica all’interno del culto, le cose che si possono e si devono fare e quelle che non si devono fare, la mancanza di un arbitrio su ciò che riguarda il culto è legato alla verità: noi siamo uomini, Dio è Dio.
Il diritto di Dio nel culto è sostanziale, non può essere abolito, perché esprime le relazioni essenziali tra Dio e la creazione; pensare ad una liturgia senza la dimensione giuridica è come pensare alla liturgia senza la giusta relazione tra Dio e l’uomo.

È da diversi decenni ormai che c’è un clima nella Chiesa per cui parlare di diritto nella liturgia suona come un soffocamento della liturgia. Lo spirito della liturgia per essere tale e autentico, si dice, deve essere libero da elementi normativi e giuridici. È esattamente il contrario: lo Ius divinum, il diritto, è ciò che preserva la liturgia cosicché renda il debito culto a Dio e non perda il suo orientamento.

Uno dei testi più antichi del rito della Santa Messa insiste su questo aspetto. Il sacerdote, dopo aver invitato i fedeli ad alzare i loro cuori, esorta: “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio”. Ed i fedeli rispondono: “È cosa buona e giusta”. E nuovamente il sacerdote: “È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza…”

Perciò sin dalle origini della liturgia, il dovere, cioè la dimensione del diritto, è un patrimonio della liturgia stessa. Non vi è contraddizione; al contrario, la dimensione giuridica è la custode del vero spirito liturgico. Purché il diritto esprima veramente l’oggettività di ciò che è giusto, della corretta relazione tra Dio e l’uomo e lo faccia basandosi su una realtà oggettiva e metafisica. Il diritto non deve decadere in un diritto meramente positivo.

Questa è una terribile deriva, perché se la dimensione meramente legale non è ancorata nello Ius divinum, che è qualcosa di oggettivo e codificato dalla tradizione della Chiesa, ci troveremo sicuramente, prima o poi, di fronte a leggi ingiuste, ovvero che non garantiscono lo Ius divinum. Questo accade anche in ambito politico e civile, dove il rispetto della norma non dev’essere per la norma, ma per il contenuto giusto della norma.

Due grandi problemi nascono allora dall’incomprensione della dimensione giuridica e normativa all’interno del culto.

1. Il primo è l’ANOMIA LITURGICA, ovvero l’espulsione della norma del diritto dalla liturgia. Redemptionis Sacramentum è il riferimento contemporaneo principale che denuncia l’anomia liturgica, anche se in verità vi sono molti interventi a riguardo, soprattutto di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

Al numero 11, Redemptionis sacramentum dice a proposito di comportamenti arbitrari nella liturgia:

“Chi al contrario, anche se Sacerdote, agisce così, assecondando proprie inclinazioni, lede la sostanziale unità del rito romano, che va tenacemente salvaguardata, e compie azioni in nessun modo consone con la fame e sete del Dio vivente provate oggi dal popolo, né svolge autentica attività pastorale o corretto rinnovamento liturgico, ma priva piuttosto i fedeli del loro patrimonio e della loro eredità. Atti arbitrari, infatti, non giovano a un effettivo rinnovamento, ma ledono il giusto diritto dei fedeli all’azione liturgica che è espressione della vita della Chiesa secondo la sua tradizione e la sua disciplina”.

Perché i fedeli hanno diritto a che la liturgia sia integra nel suo rito? Proprio perché c’è un diritto di Dio! Dunque i fedeli hanno diritto a che il sacerdote o il ministro rispettino tale diritto. Tutti gli arbitrii che vengono inseriti sono degli abusi.

Al numero 12 si ribadisce inoltre:

“Tutti i fedeli, invece, godono del diritto di avere una liturgia vera e in particolar modo una celebrazione della santa Messa che sia così come la Chiesa ha voluto e stabilito, come prescritto nei libri liturgici e dalle altre leggi e norme”.

Non vi è spazio per la libera interpretazione o per la sensibilità personale, in quanto tutto deve essere incanalato dentro lo Ius e quindi ciò che dà a Dio ciò che è giusto e così facendo santifica l’uomo.

2. Il secondo problema potremmo definirlo POSITIVISMO GIURIDICO.

Ne abbiamo già accennato. Si tratta di dare leggi in ambito liturgico che però non sono basate sulla verità dello Ius e non esprimono correttamente questa relazione tra Dio e l’uomo nel culto. Di fatto sono leggi che si sganciano dalla fattiva tradizione liturgica della Chiesa, che di questo Ius è stata custode.

Ci sono state, purtroppo, delle norme che si sono sganciate dalla tradizione liturgica e non hanno più rispettato lo Ius divinum.
L’esempio più diffuso e più grave è l’imposizione della Comunione sulla mano. Sempre e da sempre la Chiesa insegna che le Sacre Specie devono essere toccate da mani consacrate attraverso l’ordinazione. Questo è un punto indiscusso, tanto è vero che quando venne introdotta la Comunione sulla mano in certi Paesi, la Santa Sede combatté giustamente questa pratica come un abuso. L’indulto del 1969 giunse come un tentativo di andare incontro a questi fedeli, per evitare il peggio; ma Paolo VI non ha mai avuto l’intenzione di sdoganare questa pratica in tutta la Chiesa. Tant’è vero che è testimoniato che lo stesso Pontefice manifestò la propria volontà di tornare indietro, trovando però ormai numerose opposizioni.

Questo è un chiaro esempio; la norma della Chiesa è che la Comunione si prenda sulla lingua ed in ginocchio e, nonostante questa modalità sia ostacolata quasi ovunque, questa rimane la norma che la Chiesa stabilisce per garantire il corretto rispetto della liturgia. La Comunione sulla mano invece non è una norma, ma è un indulto, nonostante esso sia ormai applicato a livello universale e, in molti, luoghi, come obbligatorio.

Ritengo che anche Traditionis Custodes – ovvero la lettera apostolica del Sommo Pontefice sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970 – rientri in questa categoria,. in quanto, pur essendo una norma emanata da una autorità legittima, tuttavia non rispetta lo Ius, perché di fatto priva i fedeli di poter venerare Dio in una modalità che la Chiesa ha sempre custodito e promosso.


Ho sentito dire che se una domenica non partecipo alla messa per stare con la mia famiglia, non commetto peccato grave perché anche quello è santificare la festa

Caro padre Angelo,
avrei un dubbio da risolvere. Da cristiano cerco di partecipare sempre alla messa, ma qualche volta non vi riesco. Se una domenica non partecipo e non ho la possibilità di confessarmi durante la settimana, non mi accosto all’eucaristia della domenica successiva né di quelle seguenti fino a che non riesco a riconciliarmi con Lui. Questo perché lo ritengo peccato grave. Tuttavia un sacerdote mi ha un pò confuso: sostiene infatti che se una domenica non partecipo alla messa per stare con la mia famiglia, non commetto peccato grave perché anche quello è santificare la domenica. Se saltare la messa domenicale fosse un’abitudine, allora sì che sarebbe peccato grave.
La prego di aiutarmi a capire. La ringrazio del suo aiuto.
Con affetto
Carlo


Caro Carlo,
1. non concorda con la dottrina della Chiesa quanto ti avrebbe detto quel sacerdote.
È vero che stare in famiglia è uno dei modi con cui si santifica la festa, ma il primo e principale è costituito dalla partecipazione alla Messa.

2. Fin dall’inizio è sempre stato così. E la mancata partecipazione alla Messa senza essere motivata da impedimenti gravi è sempre stata considerata un peccato grave e cioè mortale.

3. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dopo aver ribadito diverse volte l’obbligo di partecipare alla Messa la domenica e nelle altre feste di precetto, afferma che “i fedeli sono tenuti a partecipare all’Eucaristia nei giorni di precetto, a meno che siano giustificati da un serio motivo (per esempio, la malattia, la cura dei lattanti o ne siano dispensati dal loro parroco)” (CCC 2181) e che “coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave” (Ib.).

4. Che sia sempre stato considerato un peccato grave lo attesta la Tradizione della Chiesa che, ad esempio, nel Concilio di Elvira del 300 stabilisce che “chi abita in città e non viene alla Chiesa per tre domeniche, deve essere escluso per un certo tempo, in modo che appaia che è stato ripreso” (can. 21).
In altre parole veniva scomunicato per qualche tempo.
Così pure Concilio di Sardica: “Ricorda anche come in tempi antichi i tuoi padri ordinarono che un laico che abita in città e non partecipa all’assemblea per tre domeniche consecutive, deve essere espulso dalla comunità” (can. 11)” e il Concilio di Agde del 506.

5. Giovanni Paolo II in Dies Domini (una lettera apostolica sulla domenica del 31 maggio 1998) scrive: “Questi decreti di Concili particolari sono sfociati in una consuetudine universale di carattere obbligante, come cosa del tutto ovvia…
Una tale legge è stata normalmente intesa come implicante un obbligo grave: è quanto insegna anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, e ben se ne comprende il motivo, se si considera la rilevanza che la domenica ha per la vita cristiana” (DD 47).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che “coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave” (CCC 2181).
Per suffragare la gravità dell’obbligo Giovanni Paolo II ricordava che nell’Antico Testamento chi violava il sabato era passibile di pena di morte.
Ciò significa per noi che non partecipare alla Messa nei giorni di festa senza un impedimento grave fa perdere la vita di grazia.

6. Va rilevato anche che l’affermazione di quel sacerdote non è affatto educativa, perché se si potesse omettere la partecipazione alla Messa una volta ogni tanto perché non due o tre?
Inoltre quanto tempo si perde e quanta noia stando tutto il giorno chiusi in casa con la scusa di stare in famiglia!

7. E ancora: non è bello che la famiglia tutta e visibilmente unita partecipi all’eucaristia tutte le domeniche?
I martiri di Abitine, nell’Africa proconsolare, risposero ai loro accusatori che avevano proibito la partecipazione all’Eucaristia: “È senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del Signore, perché non la si può tralasciare; è la nostra legge”; “Noi non possiamo stare senza la cena del Signore”. E una delle martiri confessò: “Sì, sono andata all’assemblea e ho celebrato la cena del Signore con i miei fratelli, perché sono cristiana” (Acta SS. Saturnini, Dativi et aliorum Plurimorum martyrum in Africa, 7, 9, 10).

8. Pertanto continua ad essere fedele all’impegno domenicale.
Non mancare mai. E qualora succedesse di non partecipare all’Eucaristia senza essere impedito da un motivo grave fa come è sempre stato insegnato: che è necessario accostarsi alla Confessione prima di fare la Santa Comunione.

Grazie per il quesito.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo


E in terra pace agli uomini di buona volontà

Perché no?

Una decina di anni fa acquistai in una libreria specializzata in libri religiosi “IL NUOVO TESTAMENTO – VANGELI E ATTI DEGLI APOSTOLI” Paoline Editoriale Libri – 1997.
Qualche tempo dopo, consultando il celeberrimo passo del Vangelo di Luca 2,14 mi trovai di fronte a questo testo:
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama”
Le parole “agli uomini che egli ama” mi risultavano assolutamente incredibili. Io ricordavo di aver sempre letto e sentito pronunciare dalla Chiesa cattolica in tutte le sedi solenni e non solenni: “Pace in terra agli uomini di buona volontà”
Presi in mano immediatamente il mio vecchio testo (regalatomi da un mio caro amico seminarista) EVANGELIA QUATTUOR GRAECE ET LATINE – SEI 1955. In Lc. 2,14 lessi:
      a) In latino: Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis.
      b) In greco: Δόξα ἐν ὑψίστοις θεῷ καὶ ἐπὶ γῆς εἰρήνη ἐν ἀνθρώποις εὐδοκίας. (traslitterazione approssimativa: Doxa en hupsitois theo kai epì ghes eirene en antropois eudokias)
Il testo in latino non presentava dubbi e poteva essere tradotto in italiano soltanto con: “e in terra pace agli uomini di buona volontà”
Poi aprii il mio vecchio vocabolario di greco e provai a tradurre il testo b).
La parola chiave era “εὐδοκίας” (eudokias).
Non sono un esperto traduttore o filologo, ma volevo provare a tradurre personalmente. Il vocabolario così definiva eudokia: benevolenza, volontà, volere. Il vocabolo eu in greco è un avverbio che notoriamente significa bene.
Dunque una traduzione strettissimamente letterale di tutto il passo potrebbe essere questa: Gloria nelle parti più alte (del cielo) a Dio e sulla terra pace negli (tra gli) uomini di volontà buona (o anche che vogliono il bene; o anche ben intenzionati).
In conclusione la traduzione dal greco in latino ad opera di San Girolamo, per quanto si poteva capire consultando il dizionario, era ineccepibile.
Nello stesso tempo mi risultava ancora più difficile capire per quale motivo gli autori del testo su citato del 1997 avevano tradotto il passo in questione con le parole: “pace in terra a coloro che egli ama”.
È notorio che San Girolamo (347- 420), era un profondissimo conoscitore sia del greco che del latino e che fu incaricato della traduzione dei Vangeli dal Papa.
Ciò osservato, da oltre dieci anni sono alla ricerca di qualche esperto che mi spieghi i motivi della modifica del passo del Vangelo in questione.
Non credo che gli autori della traduzione abbiano operato alla leggera e tuttavia sento la necessità esporre loro, sinceramente, l’opinione che la loro traduzione mi sembra davvero inopportuna e, oserei dire, fuorviante rispetto al messaggio evangelico di cui parliamo.
Non si tratta di un problema di linguistica o di filologia, si tratta del problema dell’interpretazione autentica del messaggio fondamentale del cristianesimo contenuto nelle frasi di cui parliamo.
Sul punto osserverei.
I)
Le schiere degli angeli che appaiono ai pastori nei pressi della capanna dove era nato il Salvatore annunciano per la prima volta il messaggio pronunciando le parole riportate nel versetto Lc. 2,14: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. (per la vecchia traduzione)
Secondo il modestissimo parere di chi scrive, il messaggio è rivolto a “agli uomini di buona volontà di tutto il mondo senza distinzione di credo, di nazionalità, di condizione sociale o personale.
Né poteva essere altrimenti se si pensa che in quel momento nessuno era “cristiano” in quanto la predicazione di Gesù doveva ancora attendere trent’anni. Ma in questa estensione del messaggio a tutti gli uomini di qualsiasi “nazione” sta anche la peculiarità del cristianesimo rispetto all’ebraismo. L’ebraismo è una religione che vuole restare circoscritta ad un solo popolo (il popolo eletto di Israele). 

Il “nuovo messaggio” appare invece rivolto fin dall’inizio a tutti gli uomini “di buona volontà”, appunto, in quanto alla traduzione “che egli ama”, appare indiscutibile che Dio nasce PER TUTTI e che tutti “ama”, ecco perchè questa traduzione non ha alcun senso!

Si tratta di un messaggio che parla contemporaneamente di buona volontà e di pace “per tutti” anche per coloro che non erano nati e non sarebbero nati in ambiente giudaico-ebreo.. In base ad esso è possibile sperare che gli uomini potranno vivere in un mondo in cui regna la pace come risultato di un agire conforme a “buona volontà”.
La buona volontà diventa così la premessa della nuova fede. “Buona volontà” e “buona fede” sono in definitiva sinonimi. Ed è facile passare dal concetto di “buona fede” al concetto di “fede buona” (e giusta).
Naturalmente quelle sopra esposte sono opinioni personali del tutto discutibili e criticabili.

E tuttavia a chi scrive sembra che esse trovino una conferma in un testo che si richiama proprio al rapporto fra buona volontà e pace. Mi riferisco all’ enciclica “Pacem in terris” di Papa Giovanni XXIII. Questo documento al paragrafo conclusivo recita: “Infine per tutti gli uomini di buona volontà, destinatari anch’essi di questa nostra lettera enciclica imploriamo dal sommo Iddio salute e prosperità”.
II)
La traduzione nuova: “Pace in terra a quelli che Dio ama” oltre a risultare non conforme (a parere degli esperti) alla lettera e al significato enunciato nel testo del Vangelo in lingua greca rende il messaggio di significato ambiguo e forse anche fuorviante.
Qualcuno potrebbe interpretare l’annuncio degli angeli come augurante la pace “soltanto agli uomini che Dio ama”. E con ciò potrebbe pensare che, già al momento della nascita del Salvatore, sussiste una divisione dell’umanità in due categorie: quella degli “uomini che Dio ama”; e quella degli “uomini che Dio non ama”. Forse che Dio nasce per creare delle categorie? Ci sono persone che Dio “non ama”?
Secondo questa interpretazione gli uomini che si ritengono appartenenti alla prima delle due categorie potrebbero sentirsi “in guerra” con gli appartenenti alla seconda.
Ribadiremo che tutto quanto sopra esposto è soltanto opinione del tutto discutibile, anzi discutibilissima. Ma proprio per questo ci si permette di chiedere che una discussione sia aperta.

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