Se diciamo che il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, è fecondità, lo dobbiamo al Sangue di Cristo sparso sulla Croce per noi! Cerchiamo di capire il perché e il per come: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi» così inizia l’Atto di dolore secondo la prima delle dieci formule presenti nel Rito del sacramento della penitenza o confessione. Lo diciamo più chiaramente: i nostri peccati hanno meritato i castighi di Dio. L’inferno, per esempio, è una condizione che consiste nella separazione eterna da Dio. È una diretta «conseguenza di una avversione volontaria a Dio, cioè di un peccato mortale, in cui si persiste fino alla fine» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1037), è una SCELTA, non certo la volontà di Dio.
ATTENZIONE: AGGIORNAMENTO 8 MARZO 2024 IL SANTO PADRE FRANCESCO CI HA CONFERMATI IN QUESTA SANA BATTAGLIA… si legga in fondo alla pagina….
Si sapeva che prima poi saremo dovuti arrivarci! A prestarsi al nuovo ed ennesimo stravolgimento è stata TV2000 nell’intervista fatta a certo teologo “so-tutto-io” don Paolo Squizzato.. o Schizzato? Mai gioco di parole fu indovinato! Ma non vogliamo polemizzare. Prima di passare alla risposta del domenicano Padre Riccardo Barile, che abbiamo commentato anche in video qui,
è bene ricordare i tanti argomenti già da noi trattati:
Castighi di Dio e lettura di Giobbe
Perché si parla di castigo ed anche del Sangue prezioso di Gesù?
Come fare una santa Confessione?
Terremoti e catastrofi? Come fare la volontà di Dio?
Confessione: quel Sacramento indigesto ai Protestanti, ma anche alla nuova pastorale.
Chi segue le mode non segue Gesù…. attenti agli slogan
Padre Nostro: quella traduzione che divide già la Chiesa
Vuoi sapere, stando alla Bibbia, come Dio giudica le altre religioni?
Esame della coscienza, penitenza ed Eucaristia
Lettura della Pascendi Dominici gregis: testo anche scritto e in pdf da scaricare
Caffarra: le 5 insidie della Chiesa di oggi
I Novissimi di mons. Alessandro Maggiolini
Spieghiamo facile cosa è il paradigma e la vera coscienza
Che cosa è il peccato contro lo Spirito Santo? Risponde Don Mario Proietti
Vergogna o sacro timor di Dio? Chi non dobbiamo giudicare?
Oggi dicono che siamo liberi di sbagliare: ma è davvero così?
Per Voi: Lettera ai Catechisti di sant’Agostino in audio e pdf
Dunque, rammentando quanto segue:
- “…viene in mente una parola di Gesù che dice: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (Mc 9,42). Nel suo significato originario questa parola non parla dell’adescamento di bambini a scopo sessuale. Il termine «i piccoli» nel linguaggio di Gesù designa i credenti semplici, che potrebbero essere scossi nella loro fede dalla superbia intellettuale di quelli che si credono intelligenti. Gesù qui allora protegge il bene della fede con una perentoria minaccia di pena per coloro che le recano offesa. Il moderno utilizzo di quelle parole in sé non è sbagliato, ma non deve occultare il loro senso originario. (..) Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede. Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, (..)… deve proteggere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. (..) Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devono riflettere e considerare seriamente. (Benedetto XVI interviene sulla grave crisi nella Chiesa – aprile 2019)
leggiamo ora la risposta di Padre Riccardo Barile sulla vicenda:
Che dolore l’atto di dolore della tv targata Cei
del domenicano Padre Riccardo Barile
Confesso di coltivare un pessimo rapporto con i media. Per cui non seguivo Tv 2000 sino all’altro ieri, quando la Bussola mi ha segnalato un’intervista a don Paolo Squizzato sulla Quaresima dell’8 aprile u.s., reperibile dal minuto 32 in avanti del programma Ora solare.
Don Paolo è un prete del Cottolengo di Torino, che ha accettato la sfida di scrivere un libro “frizzante” sulla Quaresima. Mi astengo dal commentare il libro, ma parto dall’intervista, caratterizzata da una frase bomba sull’Atto di dolore e da una serie ininterrotta di frasi discutibili, ma proferite con disinvolta sicurezza e anche con una certa sincera ingenuità di chi cammina su di un campo minato senza accorgersene.
Don Paolo in fondo mi è simpatico perché sono nato a Torino a mezz’ora a piedi dal Cottolengo e prima che lui nascesse frequentavo Porta Palazzo e le vie del vicino Cottolengo. Non polemizzo con lui, ma vorrei mettere qualche pulce nell’orecchio a chi ha visto quel programma, dove non tutto ciò che era detto con sicurezza è altrettanto sicuro.
UN SCIVOLOSO APPROCCIO ERMENEUTICO
Don Paolo: «Credo che proprio noi come Chiesa oggi dobbiamo recuperare, ridare un senso alle parole, perché per molto tempo, per secoli, abbiamo spolpato di significato le parole (…). Molto di ciò che propone la Chiesa o ha ha proposto per secoli è stato qualcosa un po’ di proibito e un po’ di obbligatorio (…). Io credo che dobbiamo come cristiani soprattutto oggi tornare al vangelo autentico, a un vangelo sine glossa come direbbe san Francesco (…). Termini come sacrificio, come mortificazione, come fioretti, tutta questa cosa non è evangelica, non c’è nel vangelo».
Che qualcosa vada reinterpretato è ovvio, ma che sempre si debba reinterpretare insinua il dubbio che sino ad oggi la Chiesa ci ha ingannato. Se si aggiunge che la reinterpretazione va condotta a partire dal vangelo sine glossa (senza commento), ci si avvia verso il baratro. Infatti «La fede cristiana (…) non è una “religione del Libro”. Il cristianesimo è la religione della “Parola” di Dio, di una parola cioè che non è una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente» (CCC 108; concetto ribadito dalla Verbum Domini). Dunque non c’è il Libro con un vuoto ermeneutico da riempire, ma il Libro ci è dato dalla interpretazione della Tradizione; dunque il Cristo vivente nella Chiesa può dirci qualcosa che alla lettera non è contenuto nei vangeli. E san Francesco non può essere chiamato in causa più di tanto perché il suo sine glossa riguarda la Regola e il Testamento (FF 130, 1672, 1678, 2131, 2184, 2730), anche se osservò il Vangelo alla lettera in questioni di povertà (FF1622, 1682).
Venendo agli esempi addotti, la Chiesa proibendo e obbligando imita Dio (il primo peccato non è nato dopo una proibizione?) perché noi comprendiamo quando mettiamo in pratica, e non dopo le spiegazioni. Non mi fermo sul sacrificio perché è ovvio, ma affermando che la mortificazione non è evangelica ci si urta contro questa frase: «Il progresso spirituale comporta l’ascesi e la mortificazione, che gradatamente conducono a vivere nella pace e nella gioia delle beatitudini» (CCC 2015). Bisogna riscrivere il Catechismo?
LA FRASE BOMBA: L’ATTO DI DOLORE NON HA NULLA DI CRISTIANO
Don Paolo: «Noi, parlo di Chiesa, Chiesa ufficiale, la Chiesa dei preti, abbiamo credo infangato molto il termine e concetto di peccato; l’abbiamo pensato anzitutto come una trasgressione, come infrazione a una norma, a un comandamento e quindi come un’offesa fatta a Dio. Tutto questo è rimasto in quella tremenda preghiera che purtroppo viene ancora usata, so, da alcuni catechisti, che è l’Atto di dolore “perché con il peccato ho offeso te infinitamente buono e per questo merito i tuoi castighi”. È una preghiera che non ha nulla di cristiano perché Dio non si può offendere e poi Dio non castiga, perché Gesù è venuto a rivelarci un altro tipo di Dio, di Padre».
L’Atto di dolore figura a p. 48 dell’edizione italiana del Rito della Penitenza e a p. 176 del Compendio del CCC: testi così autorevoli conterrebbero una preghiera che non ha nulla di cristiano? È vero che l’argomento va un po’ smorzato perché l’Atto di dolore non è l’unica formula possibile, perché l’edizione italiana riporta la formula precedente e non traduce alla lettera il latino del testo tipico dove non ci sono i castighi, che tuttavia sono stati reintrodotti nel testo latino del Compendio del CCC. Comunque la domanda resta: testi così autorevoli conterrebbero una preghiera che non ha nulla di cristiano?
Ma anche le motivazioni non reggono. Il peccato non sarebbe un’offesa a Dio? No, il CCC 1849 dice che è «una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana» (CCC 1849) e subito dopo continua: «Il peccato è un’offesa a Dio» (CCC 1850), «(…) il peccato è sempre un’offesa fatta a Dio» (CCC 431) e naturalmente «molti peccati recano offesa al prossimo» (CCC 1459).
Dio non castiga? La questione è complessa e vorrei intervenire prossimamente con più calma sulla Bussola. Comunque «(…) di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? (…). È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!» (Eb 10,29.31). Il Dio della Lettera agli Ebrei non sarebbe il Dio rivelato da Gesù? E poi la speranza è “anche” «il timore di offendere l’amore di Dio e di provocare il castigo» (CCC 2090). Bisogna riscrivere il Catechismo?
RELIGIONE E FEDE
Dice don Paolo: «Il cristianesimo non è una religione, il cristianesimo è una fede, questa è la grande rivelazione di Gesù (…). La religione è ancora in qualche modo un tentativo di raggiungere il cielo con il proprio sforzo, con la propria osservanza, e questo ci rende soltanto molto integralisti».
Dire che il cristianesimo è una fede e non una religione è una sirena alla quale è intellettualmente difficile resistere. Io stesso per due o tre anni in gioventù ne rimasi impigliato; ho trovato un testo relativamente giovanile di Caffarra in questo senso e anche il Biffi prima prete e cardinale poi vedeva bene tale interpretazione.
Una mezza verità se assolutizzata, diventa falsa. Il cristianesimo non è “solo e principalmente” una religione ma è “anche e necessariamente” una religione. Il CCC si muove sempre nella linea della integrazione e mai in quella della contrapposizione, perché togliere la religione alla fede è toglierle la necessaria radicazione umana, lasciandola disincarnata e aperta a tutte le stranezze intellettuali e pratiche. Così usa le espressioni «religione cristiana» (CCC 958), «religione divinamente rivelata» (CCC 2244), «la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo» (CCC 2105); stabilisce che la giustizia è una virtù morale e che «la giustizia verso Dio è chiamata “virtù di religione”» (CCC 1807). Tutto questo è elevato ma non negato dalla grazia cristiana: il Battesimo «consacra il battezzato al culto della religione cristiana» (CCC 1280), la legge nuova «pratica gli atti della religione: l’elemosina, la preghiera e il digiuno, ordinandoli al Padre che vede nel segreto» (CCC 1969) e in particolare l’adorazione che «della virtù della religione è l’atto principale» (CCC 2096). Se «adorare Dio, pregarlo, rendergli il culto che a lui è dovuto, mantenere le promesse e i voti che a lui si sono fatti, sono atti della virtù della religione, che esprimono l’obbedienza al primo comandamento» (CCC 2135), anche «il secondo comandamento (…) deriva dalla virtù della religione» (CCC 2142), così come «il senso del sacro» (CCC 2144). Bisogna riscrivere il Catechismo?
Concludendo mi viene da sospirare come la donizettiana Lucia di Lammermoor nel celebre concertato: «Vorrei pianger, ma non posso… ah, mi manca il pianto ancor!» (II, scena VI). Ma mi viene anche in mente che lunedì prossimo ho l’appuntamento per la dichiarazione dei redditi. E dovrei devolvere un minimo 8×1000 per finanziare trasmissioni come questa? Non sarebbe meglio devolverlo alla Chiesa ortodossa? Poi però, siccome credo alla disciplina cattolica, come la rossiniana Amenaide nel Tancredi assicuro: «Compirò, non temete, il dover mio» (I, scena III). Sì, devolverò l’8×1000 alla CEI, ma nella speranza che sia usato per trasmissioni e interviste non devastanti come questa.
Un amico è venuto fuori affermando che l’atto di dolore quando dice “perché peccando ho meritato i tuoi castighi” sia sbagliato
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Quesito
Caro Padre Angelo
sono ancora a disturbarla con una domanda sortami frequentando la pastorale familiare.
Un amico è venuto fuori affermando che l’atto di dolore quando dice “perché peccando ho meritato i tuoi castighi” sia sbagliato perché Dio essendo amore non castiga. Molti altri hanno detto come lui.
Provando a farli riflettere dicevo che il castigo di Dio non è cosa negativa perché è il suo modo per convertirci.
Tralasciando il vecchio testamento che è pieno zeppo di castighi divini ho notato che anche il nuovo parla di castighi di Dio. Vedi 1 corinzi 11:32, Ebrei 12:4-11, atti 12:21-23, atti 5:5,Ap 3:19
Chiedo dunque: se Dio manda avanti tutta la storia dell’uomo, è possibile che intervenga anche con dei “castighi” nelle maniere che solo lui conosce per favorire la conversione degli uomini?
Marco
Risposta del sacerdote
Caro Marco,
1. è necessario intendersi bene per non equivocare.
Come prima cosa dico che i tuoi amici sbagliano nel dire che quell’espressione dell’atto di dolore sia sbagliata.
Va ricordato che il Signore impedisce che la Chiesa sbagli nei suoi atti di culto. Bisognerebbe dire che nei suoi momenti più alti il Signore non l’assiste. Il che evidentemente è contrario al Vangelo.
Tanto più che l’espressione dei castighi di Dio si trova sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.
2. L’equivoco nasce dal fatto che spesso si pensa che Dio castighi come i genitori castigano i figli quando non fanno il loro dovere.
Dio non si comporta così.
3. I castighi invece sono immanenti al peccato.
Per cui chi pecca si castiga sempre da se stesso.
4. E si castiga in due maniere.
Primo, perché infrangendo la legge morale, che è scritta nella nostra stessa natura, si danneggia da solo in un modo analogo a quello di chi bevendo veleno fa del male a se stesso.
È per questo che Giovanni Paolo II ha detto: “Atto della persona, il peccato ha le sue prime e più importanti conseguenze sul peccatore stesso: cioè nella relazione di questi con Dio, che è il fondamento stesso della vita umana; nel suo spirito, indebolendone la volontà ed oscurandone l’intelligenza” (Reconciliatio et Paenitentia 16), e così, offendendo gravemente Dio, “finisce col rivolgersi contro l’uomo stesso, con un’oscura e potente forza di distruzione” (RP 17).
5. Secondo perché peccando distruggiamo da noi stesse le barrire di difesa che Dio ci ha dato (la grazia santificante) e permettiamo ai nostri nemici visibili e invisibili di farci del male.
6. Poiché tutti e due questi modi di autocastigarci sono permessi da Dio non è sbagliato dire “perché peccando ho meritato i tuoi castighi”.
Dio non si sbaglia neanche nelle sue permissioni.
Sappiamo per fede che “tutto coopera al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28).
Dice Sant’Agostino: “Dio, che è sommamente buono, non permetterebbe in nessun modo il male se non fosse tanto potente e tanto buono da saper trarre il bene anche dal male” (Enchiridion).
Ti auguro un Santo Natale.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo
Sono un catechista novizio e chiedo se posso togliere 5 parole dall’atto di dolore
Quesito
Caro Padre Angelo,
sono un catechista novizio che in questo momento, coi bambini che quest’anno riceveranno il sacramento dell’Eucarestia, sta affrontando il tema del sacramento della Riconciliazione.
Per quanto riguarda la formula dell’ Atto di dolore” mi son sempre chiesto come mai al suo interno vi sia presente la frase “…perché peccando ho meritato i tuoi castighi…”
A parte il fatto che nostro Signore sono convinto non castighi proprio nessuno (per lo meno su questa terra) avendoci lasciato quello che si chiama libero arbitrio, ho la netta sensazione che la frase di cui sopra, possa dare un’erronea impressione ai bambini ( e non solo a loro) di un Dio molto severo e vendicativo.
Le chiedo pertanto questo:
avrei la forte tentazione di insegnare la preghiera di cui sopra ai bambini facendo omettere quelle 5 parole “ …ho meritato i tuoi castighi”…. ma temo di commettere peccato grave, anche se in fin dei conti persino il Padre Nostro è stato modificato, in quanto Dio non induce mai in tentazione.
La preghiera non ne risulterebbe affatto stravolta:
Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col Tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.
Chiedo pertanto un suo autorevole parere sulla questione.
La ringrazio di cuore.
Cristian
Risposta del sacerdote
Caro Cristian,
1. l’espressione “ho meritato i tuoi castighi” può dare l’impressione di un Dio vendicativo.
Noi sappiamo che si tratta di un antropomorfismo.
Ma è usata dalla Sacra Scrittura e ricorda che col peccato ci facciamo del male.
Può darsi che un giorno venga modificata e venga sostituita con parole che non richiedono una spiegazione per non essere male intese.
2. Ma tralasciarla del tutto, senza sostituirvi niente, a parte l’arbitrio che ci prendiamo nel modificare una preghiera insegnata dalla Chiesa, toglie un elemento importante, che è questo: con il peccato l’uomo si danneggia sempre.
In questo senso si era già espresso l’Antico Testamento: “Chi pecca, danneggia se stesso” (Sir 19,4).
3. Giovanni Paolo II in Reconciliato et Paenitentia ha detto che il peccato è sempre “un atto suicida” (RP 15) e che “finisce per rivoltarsi sempre contro colui che lo compie con una oscura e potente forza di distruzione” (RP 17).
4. Fino a sessant’anni fa si insegnava ai bambini un’altro atto di dolore, che non presentava l’espressione “perché peccando ho meritato i tuoi castighi”.
Dei peccati commessi si diceva: “Li odio e li detesto come offesa della vostra maestà infinita, cagione della morte del vostro divin Figliolo Gesù e mia spirituale rovina”.
Forse bisogna convenire che l’espressione mia spirituale rovina è migliore di quella attuale: “ho meritato i tuoi castighi”.
5. In un atto di dolore ancora più antico, e che ormai sento proferire solo da pochissime persone, si diceva: “li odio (i peccati) e li detesto non solo per l’inferno che ho meritato e il paradiso che ho perduto, ma soprattutto perché ho offeso un Dio così buono, così grande, così amabile come siete Voi. Vorrei prima essere morto che avervi offeso…”.
Qui l’espressione “l’inferno che ho meritato” è troppo dura, soprattutto se si tiene conto che i peccati commessi dai bambini di solito sono peccati veniali”.
Però, anche qui, non si parlava di “castighi”.
6. Pertanto ti direi di non cambiare l’espressione. Questo compito lascialo a chi di dovere.
Da parte tua spiega le parole ai bambini dicendo che siamo noi che ci auto castighiamo, nel medesimo modo in cui uno si auto castiga quando beve cose che gli causano danni nella salute e lo fanno star male.
Ti auguro di fare del bene ai ragazzi che ti sono stati affidati.
È una grande grazia poter insegnare il catechismo.
Ti prometto un ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo
Ho sentito un prete alla Tv dei vescovi che ha definito l’Atto di dolore una “tremenda preghiera”, “una preghiera che non ha nulla di cristiano”
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Quesito
ciao,
sono quello che t’ha detto che stava leggendo i Moralia di san Gregorio.
Ho sentito un prete alla Tv dei vescovi che ha definito l’Atto di dolore una “tremenda preghiera”, “una preghiera che non ha nulla di cristiano perché Dio non si può offendere e poi Dio non castiga, perché Gesù è venuto a rivelarci un altro tipo di Dio, di Padre”.
La mia domanda: è un castigo di Dio? Intendo il fatto che abbiamo personaggi (preti?) … che pontificano in tivvù (nella tivvù dei vescovi italiani [che grazie a Dio nessuno vede, ma questa è un’altra storia]), spargendo e largamente e impunitamente diffondendo eresie.
Sii sincero (è ovvio che è un castigo di Dio, volevo… boh? tentarti… bah).
Ah ti piacciono le scarpe che porta ‘sto prete (?) in quel video? credo siano scarpe Hogan (ma non sono un esperto)
Risposta del sacerdote
Carissimo,
1. mi spiace per quello che quel prete ha detto nella TV dei vescovi e cioè che il peccato non è un’offesa fatta a Dio.
È vero che chi pecca danneggia se stesso, ma contemporaneamente fa altre due cose: continua a crocifiggere Gesù e compie un danno anche al corpo mistico di Cristo che è la Chiesa.
2. Danneggia chi lo compie: l’ho ripetuto molte volte in questo sito, ricordando anzitutto che cosa dice la Sacra Scrittura: “Chi pecca, danneggia se stesso” (Sir 19,4).
Ma poi anche è l’affermazione di Giovanni Paolo II in Reconciliatio et paenitentia: “Il peccato è un atto suicida” (RP 15).
Evidentemente si tratta del peccato mortale.
Ho ricordato anche quanto dice Sant’Agostino: “il peccato è una maledizione e che per conseguenza dal peccato ne deriva morte e mortalità” (Contra Faustum, 14,4), vale a dire un certo maleficio che uno fa a se stesso. E ho ricordato anche che San Tommaso riporta e fa propria tale affermazione (Somma teologica, III, 46, 4, ad 3).
3. Riporto per intero quanto dice Giovanni Paolo II: “Come rottura con Dio, il peccato è l’atto di disobbedienza di una creatura che, almeno implicitamente, rifiuta colui dal quale è uscita e che la mantiene in vita; è, dunque, un atto suicida.
Poiché col peccato l’uomo rifiuta di sottomettersi a Dio, anche il suo equilibrio interiore si rompe e proprio al suo interno scoppiano contraddizioni e conflitti.
Così lacerato, l’uomo produce quasi inevitabilmente una lacerazione nel tessuto dei suoi rapporti con gli altri uomini e col mondo creato” (RP 15).
4. E proprio perché con peccato l’uomo danneggia se stesso (“il suo equilibrio interiore si rompe e proprio al suo interno scoppiano contraddizioni e conflitti”) si tratta di un castigo che ci su autoinfligge.
Il castigo è intrinseco all’atto che uno compie.
Con linguaggio antropomorfico, ma vero, diciamo: “Perché peccando ho meritato i tuoi castighi.
5. Ma è anche vero che il peccato offende Dio.
La passione e morte di Gesù non è stata la più grave offesa che gli sia stata fatta?
E Gesù non è forse Dio fatto carne?
La lettera agli ebrei dice: “Tuttavia, se sono caduti, (…) dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” (Eb 6,6).
L’infamia non è forse un’offesa?
6. Pensiamo, ad esempio, a un peccato purtroppo abbastanza diffuso: la bestemmia.
Insultare Dio non è forse offenderlo?
Tra l’altro la parola bestemmia deriva dal greco “blapto” e significa schiaffeggiare.
E che cos’è lo schiaffeggiare se non umiliare una persona?
7. Certo i peccati, tutti i peccati messi insieme, non decurtano neanche di un’unghia la perfezione divina.
Ciò non di meno offendono Dio.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: “Il peccato è un’offesa a Dio: «Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto» (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da esso i nostri cuori.
Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare «come Dio» (Gen 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male.
Il peccato pertanto è «amore di sé fino al disprezzo di Dio». Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all’obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza” (CCC 1850).
8. Ecco dunque che cosa pensa la Chiesa nella sua dottrina sul peccato.
È un’offesa a Dio, una disobbedienza, una ribellione, un disprezzo di Dio.
9. Continua il Catechismo della Chiesa Cattolica: “È’ proprio nella Passione, in cui la misericordia di Cristo lo vincerà, che il peccato manifesta in sommo grado la sua violenza e la sua molteplicità: incredulità, odio omicida, rifiuto e scherno da parte dei capi e del popolo, vigliaccheria di Pilato e crudeltà dei soldati, tradimento di Giuda tanto pesante per Gesù, rinnegamento di Pietro, abbandono dei discepoli. Tuttavia, proprio nell’ora delle tenebre e del Principe di questo mondo, il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribilmente il perdono dei nostri peccati” (CCC 1851).
10. Se ci mettiamo davanti a Gesù crocifisso vediamo subito che cos’è il peccato: è odio omicida, rifiuto, scherno, vigliaccheria, crudeltà, tradimento, rinnegamento, abbandono.
E tutto questo che cos’è: una lode o un’offesa fatta a Dio?
11. Senza dire di quanto il Signore ha affermato a proposito del giudizio universale in cui verrà detto ai dannati: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,45).
Ciò significa che ogni offesa fatta al prossimo è la stessa cosa che offendere il Signore.
12. Infine il peccato oltre a colpire il corpo fisico di Gesù (la croce) e oltre al danno per chi lo compie, attua sempre un’offesa anche nei confronti della società e della Chiesa.
In Reconciliatio et paenitentia Giovanni Paolo II afferma: “Il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri.
È, questa, l’altra faccia di quella solidarietà che, a livello religioso, si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie alla quale si è potuto dire che “ogni anima che si eleva, eleva anche il mondo”.
A questa legge dell’ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una comunione nel peccato per cui un’anima che si abbassa per il peccato abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero.
In altri termini, non c’è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette.
Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana” (RP 16).
13. Il peccato pertanto comporta sempre una triplice offesa: verso Dio, verso chi lo compie e verso la comunità.
In quanto tale non danneggia Dio, ma solo chi lo compie e la comunità.
Ciò non ostante rimane un’offesa a Dio, alla sua sapienza e al suo amore.
14. Questa è la mia risposta.
Ma tu potresti dire: la mia domanda era anche un’altra e cioè se quel prete sia un castigo di Dio per tutte “le eresie” che sparge dalla tivù dei vescovi e rimane impunito.
Fai poi anche delle altre domande alle quali non rispondo perché sono meno competente di te, ma che forse non hanno neanche bisogno di risposta.
15. Ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di correggere quanto è stato detto dalla TV della conferenza episcopale italiana.
Dispiace anche che forse non ci si prenda cura di correggere e di riparare il male che viene fatto e che tante persone rimangano nella confusione e danneggiate.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo
Non sono sicuro se il mio pentimento sia sincero e se sia degno di essere perdonato
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Quesito
Caro padre,
Sono un ragazzo di venti anni, spesso i peccati (specialmente quelli gravi come la masturbazione), mi portano a uno stato di confusione, di sofferenza, di incapacità di amare, di insensibilità, di lontananza da Dio, dal suo amore e dall’amore che dovrei dare ai suoi figli miei fratelli.
Ecco io in questo stato, non sono nemmeno sicuro se il mio pentimento c’è, preso troppo dal desiderio che questo mio stato spirituale di peccato finisca.
Mi chiedo padre, come deve svolgersi un buon pentimento? Forse dò troppo poco peso ai peccati, considerandoli come una cosa normale per l’uomo terrestre?
Questo credo mi abbia portato a fare cattive confessioni, non sincere, con la conseguenza di non sentirmi tanto meglio dopo la confessione né dopo la Comunione.
Spero di essere stato abbastanza chiaro e prego che il Signore sia sempre con lei, specialmente mentre risponde a noi tanti interlocutori.
Grazie.
Risposta del sacerdote
Carissimo,
1. ti ringrazio anzitutto dell’augurio che mi hai fatto: che il Signore sia sempre con me quando rispondo ai visitatori.
Ti posso assicurare che prima di rispondere invoco il suo soccorso e più d’una volta mi sono trovato a scrivere cose alle quali da solo non avrei pensato.
2. Circa il tuo pentimento vorrei rassicurarti.
Certo i sentimenti che provi quando ti trovi con quel particolare peccato ti impediscono molta sincerità davanti a Dio. Sei confuso e umiliato di per te stesso.
3. Ma la cosa principale c’è, ossia c’è un qualche pentimento, anche se non è determinati dai motivi più alti.
La Chiesa è consapevole di questo.
E proprio per tale motivo quando chiede di recitare l’atto di dolore aiuta il penitente a passare dai motivi meno nobili di pentimento a quelli più nobili.
I motivi meno nobili sono quelli racchiusi nelle parole: “Mio Dio, mio pento e mi dolgo dei miei peccati perché peccando ho meritato i tuoi castighi”.
I castighi del Signore sono i castighi che ci infliggiamo noi.
I sentimenti che provi dopo il peccato cui ha fatto riferimento non te li manda il Signore, ma sono il frutto immediato di quel peccato: “confusione, sofferenza, incapacità di amare, insensibilità, lontananza da Dio, dal suo amore e dall’amore che dovrei dare ai suoi figli miei fratelli”.
4. Ma poi, ecco i motivi più nobili, la Chiesa ti aiuta a dire: “ma soprattutto perché ho offeso Te infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”.
5. Con questi sentimenti e soprattutto con la grazia che ti viene infusa attraverso l’assoluzione del sacerdote il tuo pentimento – insieme con i motivi meno nobili – acquisisce anche quelli più nobili.
6. Così è successo anche per il figliol prodigo. Quando ha deciso di tornare a casa ha pensato ancora a se stesso: “I servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame”.
Ma quando il padre lo riabbraccia, comprende l’amore paterno, si pente più profondamente e il suo pentimento diventa allora più nobile.
7. Non aver timore dunque, le tue confessioni sono tutte valide, anche se determinati sentimenti di desolazione interiore rimangono ancora per un certo tempo a motivo delle penalità connesse con il peccato.
Passa il peccato, perché viene perdonato, ma rimangono alcune sue conseguenze.
Ti ricordo al Signore e ti auguro una serena e santa Pasqua.
Ti benedico.
Padre Angelo
Non dimentichiamo che grazie a mons. Bugnini, quello della messa moderna, già nel 1974 TOLSE la frase: “perchè peccando ho meritato i tuoi castighi…” che però non venne ufficializzata nella pratica.
Oratio pænitentis et absolutio
CAPUT I
ORDO AD RECONCILIANDOS SINGULOS PÆNITENTES
- Deinde sacerdos paenitentem ad contritionem suam manifestandam invitat, quod paenitens potest facere his vel similibus verbis:
- Deus meus, ex toto corde me paenitet ac doleo de omnibus quae male egi et de bono quod omisi, quia peccando offendi te, summe bonum ac dignum qui super omnia diligaris.
Firmiter propono, adiuvante gratia tua, me paenitentiam agere, de cetero non peccaturum peccatique occasiones fugiturum.
Per merita passionis Salvatoris nostri Iesu Christi, Domine, miserere.
- Mio Dio, con tutto il cuore mi pento e mi pento di tutto ciò che ho fatto di male e del bene che ho omesso, perché peccando ho offeso Te, il più buono e degno di essere amato sopra ogni cosa.
Propongo fermamente, con l’aiuto della tua grazia, di pentirmi, di non peccare più e di fuggire dalle occasioni di peccato.
Per i meriti della passione del nostro Salvatore Gesù Cristo, Signore, abbi pietà.
(fonte)

Perche si dice “perche peccando ho meritato i tuoi castighi”? Dobbiamo intanto partire dalla derivazione della parola per capire meglio, la parola castigo è data dalla composizione di castus (puro) e di agere (rendere) il cui significato è rendere puro (purificare) ed è questo che si deve intendere, altrimenti si è preda di facili errori, una volta partiti da questa considerazione possiamo arrivare a farci la domanda: Dio castiga? La risposta è ovviamente SI, e lo fa per il nostro bene, la finalità del castigo è sempre quella di correggere e purificare.
Dio castiga nel senso che permette che l’uomo si infligga del male oppure nel senso che non elargisce la sua misericordia o la sua grazia a quanti la rifiutano, in questo secondo caso, Dio permette che l’uomo sia in balìa del maligno o dei suoi nemici, i quali potrebbero colpire anche in maniera molto dura ma questo Dio lo permette ancora per usare all’uomo misericordia: perché si ravveda e si converta, e perché sia un ammonimento per tutti.
——— Vediamo cosa dice il Magistero ———–
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV AI SACRI PREDICATORI QUARESIMALISTI DI ROMA 19 febbraio 1917
Lo spirito del cristiano consiste nel riconoscere Iddio come nostro Padrone assoluto e come nostro Sovrano Legislatore. A questo spirito si informano la fedeltà del servo, la sottomissione e l’obbedienza del suddito. Oh! intendete dunque bene, dilettissimi figli, che nell’imminente Quaresima dovrete anzitutto difendere i diritti di Dio sulle creature, non allontanandone il pensiero se non per insistere sui doveri delle creature stesse verso Iddio. Tutto ciò che accade nel mondo dev’essere spiegato alla luce della fede. Questo ammirabile lume, per non accennare che ad una parte dei suoi insegnamenti, ci fa comprendere che le private sventure sono meritati castighi, o almeno esercizio di virtù per gli individui, e che i pubblici flagelli sono espiazione delle colpe onde le pubbliche autorità e le nazioni si sono allontanate da Dio. I sacri oratori che, ad imitazione di San Paolo, vogliano rinnovata nel mondo la manifestazione dello spirito cristiano « in ostensione spiritus », devono dunque esortare i fedeli a ricevere dalle mani di Dio così le private sventure come i pubblici flagelli, senza punto mormorare contro la Divina Provvidenza, ma procurando di placare la Giustizia Divina per le colpe degli individui e delle nazioni.
DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII AI PROFUGHI DI GUERRA RIFUGIATISI IN ROMA E AGLI ABITANTI DELL’URBE 12 marzo 1944
Perciò levate in alto lo sguardo, diletti figli e figlie, a Colui, che vi darà la forza di portare la vostra croce con viva fede e cristiana fortezza, a Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore.
A Lui Noi vogliamo condurvi; Egli stesso vi invita e vi dice: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi consolerò » (Matth., 8, 28). Egli ha voluto provare le miserie di questa vita terrena, i mali e le afflizioni, gli spasimi e i tormenti più atroci che vengono dagli uomini.
Egli vi precede con la sua croce: seguitelo.
Egli porta la sua croce, innocentissimo: portate anche voi la vostra in penitenza e in espiazione dei peccati vostri e altrui, che hanno provocato i giusti castighi di Dio.
DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII AI GIURISTI CATTOLICI CIRCA L’AIUTO AI CARCERARTI
Finalmente voi dovete conoscere il senso e il fine della pena. È un argomento che Noi abbiamo trattato ampiamente in precedenti allocuzioni. Senza ripetere ciò che allora abbiamo detto, vorremmo invitarvi a riflettere sul fatto che « Dio punisce », come appare chiaramente dalla rivelazione, dalla storia e dalla vita. Qual è il senso di questo castigo divino? L’Apostolo Paolo lo lascia intendere, quando esclama : « Ciò che uno avrà seminato, quello mieterà » (Gal. 6, 8 ). L’uomo, che semina la colpa, raccoglie il castigo. Il castigo di Dio è la risposta di Lui ai peccati degli uomini. [..] Nel castigo persiste il confronto fra le stesse due persone, Iddio e l’uomo, fra le stesse volontà; ma ora, imponendo alla volontà del ribelle la sofferenza, Iddio lo costringe a sottomettersi al suo volere, alla legge e al diritto del Creatore, e a restaurare così l’ordine infranto.
Il castigo divino però non esaurisce in tal guisa tutto il suo senso, almeno in questo mondo e per il tempo della vita terrena. Esso ha anche altri scopi, che sono anzi, in parte, preponderanti. Spesso infatti le pene volute da Dio sono piuttosto un rimedio che un mezzo di espiazione, piuttosto « poenae medicinales » che « poenae vindicativae ». Esse ammoniscono il reo a riflettere sulla sua colpa e sul disordine delle sue azioni, e lo inducono a distaccarsene ed a convertirsi.
In tal guisa, subendo la pena inflitta da Dio, l’uomo intimamente si purifica, rafforza le disposizioni della sua rinnovata volontà verso il bene ed il giusto. Nel campo sociale, l’accettazione della pena contribuisce alla rieducazione del colpevole, lo rende più atto ad inserirsi nuovamente come membro utile nella comunità degli uomini, contro la quale il suo delitto l’aveva messo in opposizione. Rimarrebbero ancora da considerare le eguali funzioni della pena nel diritto umano, per analogia a ciò che abbiamo esposto intorno al castigo divino. Ma tale passo voi potete compierlo facilmente, perchè siete giuristi, e simili pensieri vi sono familiari. D’altra parte, abbiamo già bastantemente attirato la vostra attenzione sui rapporti che si stabiliscono necessariamente fra i due ordini.
ANNUM SACRUM SUA SANTITA LEONE XIII
In questi ultimi tempi si è fatto di tutto per innalzare un muro di divisione tra la chiesa e la società civile. Nelle costituzioni e nel governo degli stati, non si tiene in alcun conto l’autorità del diritto sacro e divino, nell’intento di escludere ogni influsso della religione nella convivenza civile. In tal modo si intende strappare la fede in Cristo e, se fosse possibile, bandire lo stesso Dio dalla terra. Con tanta orgogliosa tracotanza di animi, c’è forse da meravigliarsi che gran parte dell’umanità sia stata travolta da tale disordine e sia in preda a tanto grave turbamento da non lasciare vivere più nessuno senza timori e pericoli? Non c’è dubbio che, con il disprezzo della religione, vengono scalzate le più solide basi dell’incolumità pubblica. Giusto e meritato castigo di Dio ai ribelli che, abbandonati alle loro passioni e schiavi delle loro stesse cupidigie, finiscono vittime del loro stesso libertinaggio.
ATTENZIONE, INTERVIENE IL PAPA E CI CONFERMA CHE ERAVAMO NEL GIUSTO

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CORSO SUL FORO INTERNO
PROMOSSO DALLA PENITENZIERIA APOSTOLICA
Sala Clementina – Venerdì, 8 marzo 2024
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Discorso del Santo Padre consegnato
Cari fratelli, buongiorno e benvenuti!
Sono lieto di incontrarvi in occasione dell’annuale Corso sul Foro Interno, organizzato dalla Penitenzieria Apostolica. Rivolgo un saluto cordiale al Cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore, al Reggente, Mons. Nykiel, ai Prelati, agli Officiali e al Personale della Penitenzieria, ai Collegi dei Penitenzieri ordinari e straordinari delle Basiliche Papali in Urbe, e a tutti voi partecipanti al corso.
Nel contesto della Quaresima e, in particolare, dell’Anno della preghiera in preparazione al Giubileo, vorrei proporvi di riflettere assieme su un’orazione semplice e ricca, che appartiene al patrimonio del santo Popolo fedele di Dio e che recitiamo durante il rito della Riconciliazione: l’Atto di dolore.
Nonostante il linguaggio un po’ antico, che potrebbe anche essere frainteso in alcune sue espressioni, questa preghiera conserva tutta la sua validità, sia pastorale che teologica. Del resto ne è autore il grande Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, maestro della teologia morale, pastore vicino alla gente e uomo di grande equilibrio, lontano sia dal rigorismo sia dal lassismo.
Mi soffermerò su tre atteggiamenti espressi nell’Atto di dolore e che penso possano aiutarci a meditare sul nostro rapporto con la misericordia di Dio: pentimento davanti a Dio, fiducia in Lui e proposito di non ricadere.
Primo: il pentimento. Esso non è il frutto di un’autoanalisi né di un senso psichico di colpa, ma sgorga tutto dalla consapevolezza della nostra miseria di fronte all’amore infinito di Dio, alla sua misericordia senza limiti. È questa esperienza infatti a muovere il nostro animo a chiedergli perdono, fiduciosi nella sua paternità, come recita la preghiera: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo, con tutto il cuore, dei miei peccati», e più avanti aggiunge: «perché ho offeso Te, infinitamente buono». In realtà, nella persona, il senso del peccato è proporzionale proprio alla percezione dell’infinito amore di Dio: più sentiamo la sua tenerezza, più desideriamo di essere in piena comunione con Lui e più ci si mostra evidente la bruttezza del male nella nostra vita. Ed è proprio questa consapevolezza, descritta come “pentimento” e “dolore”, che ci spinge a riflettere su noi stessi e sui nostri atti e a convertirci. Ricordiamoci che Dio non si stanca mai di perdonarci, e da parte nostra non stanchiamoci mai di chiedergli perdono!
Secondo atteggiamento: la fiducia. Nell’Atto di dolore Dio è descritto come «infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa». È bello sentire, sulle labbra di un penitente, il riconoscimento dell’infinita bontà di Dio e del primato, nella propria vita, dell’amore per Lui. Amare «sopra ogni cosa», significa infatti mettere Dio al centro di tutto, come luce nel cammino e fondamento di ogni ordine di valori, affidandogli ogni cosa. Ed è un primato, questo, che anima ogni altro amore: per gli uomini e per il creato, perché chi ama Dio ama il fratello (cfr 1 Gv 4,19-21) e cerca il suo bene, sempre, nella giustizia e nella pace.
Terzo aspetto: il proposito. Esso esprime la volontà del penitente di non ricadere più nel peccato commesso (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1451), e permette l’importante passaggio dall’attrizione alla contrizione, dal dolore imperfetto a quello perfetto (cfr ivi, 1452-1453). Noi manifestiamo questo atteggiamento dicendo: «Propongo, con il tuo santo aiuto, di non offenderti mai più». Queste parole esprimono un proposito, non una promessa. Infatti, nessuno di noi può promettere a Dio di non peccare più, e ciò che è richiesto per ricevere il perdono non è una garanzia di impeccabilità, ma un proposito attuale, fatto con retta intenzione nel momento della confessione. Inoltre, è un impegno che assumiamo sempre con umiltà, come sottolineano le parole «con il tuo santo aiuto». San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, usava ripetere che «Dio ci perdona anche se sa che peccheremo di nuovo». E del resto, senza la sua grazia, nessuna conversione sarebbe possibile, contro ogni tentazione di pelagianesimo vecchio o nuovo.
Vorrei infine richiamare alla vostra attenzione la bellissima conclusione della preghiera: «Signore, misericordia, perdonami». Qui i termini “Signore” e “misericordia” appaiono come sinonimi, e questo è decisivo! Dio è misericordia (cfr 1 Gv 4,8), la misericordia è il suo nome, il suo volto. Ci fa bene ricordarlo, sempre: in ogni atto di misericordia, in ogni atto d’amore, traspare il volto di Dio.
Carissimi, il compito che vi è affidato nel confessionale è bello e cruciale, perché vi permette di aiutare tanti fratelli e sorelle a sperimentare la dolcezza dell’amore di Dio. Vi incoraggio, pertanto, a vivere ogni confessione come un unico e irripetibile momento di grazia, e a donare generosamente il perdono del Signore, con affabilità, paternità e oserei dire anche con tenerezza materna.
Vi invito a pregare e a impegnarvi perché quest’anno di preparazione al Giubileo possa veder fiorire la misericordia del Padre in molti cuori e in molti luoghi, e così Dio sia sempre più amato, riconosciuto e lodato.
Vi ringrazio per l’apostolato che svolgete – o che ad alcuni di voi presto verrà affidato –. La Madonna, Madre della misericordia, vi accompagni. Anch’io vi porto nella mia preghiera e vi benedico di cuore. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.
Se il sacerdote confessore abbia l’obbligo di dare la penitenza sacramentale nell’esercizio della confessione
Quesito
Buonasera Padre Angelo,
se vuole può pubblicare la mia lettera.
Perché penso che ormai pochi ci facciano caso, forse, a questo.
Ormai da qualche anno, noto con rammarico che la maggioranza di sacerdoti non da più una penitenza durante la Confessione.
Non capisco se sia normale, perché tutti i libri di catechismo che ho letto, integrali, parlano sempre Dell importanza della Penitenza Sacramentale.
Che cosa allora bisogna fare se quasi nessuno vuole darmi la Penitenza? Ogni volta devo insistere e temo ormai io faccia antipatia a tanti sacerdoti, perché mi ripetono che non serve la Penitenza.
È vero che l’assoluzione è valida anche senza Penitenza, ma è anche fondamentale avere la Penitenza Sacramento, per motivi che spiega molto bene il catechismo Universale, e che non mi dilungo a spiegare.
Una volta ho chiesto ad un parroco, il perché non dia la Penitenza, e mi ha risposto “già il fatto che uno si confessa è già penitenza”.
Ma non mi rassicura questa risposta, perché nel catechismo integrale non dice questo, anzi, tutto l opposto.
Perciò volevo capire, è per caso cambiata la dottrina della Chiesa sul fattore di dare la Penitenza Sacramentale?
La Chiesa ha stabilito qualche norma in cui la Penitenza Sacramentale (che non è la stessa cosa delle penitenze che facciano noi, perché La Penitenza Sacramentale in sede di Sacramento, ha molta efficacia e tanti altri beni, che se il parroco non ci dà, si perdono. (come anche sempre nel Catechismo integrale, affermava che senza la Penitenza Sacramentale, i peccati dovranno poi essere scontati in Purgatorio.
Grazie se potrà aiutarmi a capire cosa dice la Chiesa attualmente. E se è vero che la Penitenza non importa più darla ai fedeli.
Ave Maria,
Valentina
Risposta del sacerdote
Cara Valentina,
1. Il sacerdote che ti ha dato quella risposta ha equivocato sulle parole.
Perché è vero che in quel momento stavi celebrando il sacramento della penitenza, ma il sacramento della penitenza esige anche un impegno concreto di penitenza.
Nei primi secoli della Chiesa la penitenza era pubblica e si era ammessi all’Eucaristia solo dopo aver adempiuto tutto il tempo di penitenza.
Successivamente, quando si è diffusa la cosiddetta confessione auricolare fatta singolarmente davanti al sacerdote, si è cominciato a posporre la penitenza all’assoluzione. Tuttavia la assoluzione, tra le altre condizioni, richiede di accettare la penitenza e di compierla al più presto.
2. Il sacerdote è tenuto a dare la penitenza, chiamata anche soddisfazione.
Solo in casi in cui non è possibile compiere la penitenza oppure perché se ne è già fatta molta prima della confessione o anche perché la l’accusa dei peccati è stata profondamente accompagnata dal più vivo pentimento il sacerdote può ometterla.
3. Ma ecco il motivo per cui il sacerdote ordinariamente deve imporre la penitenza.
Lo troviamo espresso in maniera molto chiara del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Sotto il titolo che porta il nome di soddisfazione si legge: “Molti peccati recano offesa al prossimo. Bisogna fare il possibile per riparare (ad esempio restituire cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, risanare le ferite). La semplice giustizia lo esige.
Ma, in più, il peccato ferisce e indebolisce il peccatore stesso, come anche le sue relazioni con Dio e con il prossimo.
L’assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato.
Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale.
Deve dunque fare qualcosa di più per riparare le proprie colpe: deve «soddisfare» in maniera adeguata o «espiare» i suoi peccati. Questa soddisfazione si chiama anche «penitenza»” (CCC 1459).
4. Ulteriormente dice: “La penitenza che il confessore impone deve tener conto della situazione personale del penitente e cercare il suo bene spirituale.
Essa deve corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati commessi.
Può consistere nella preghiera, in un’offerta, nelle opere di misericordia, nel servizio del prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare. Tali penitenze ci aiutano a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati una volta per tutte. Esse ci permettono di diventare i coeredi di Cristo risorto, dal momento che « partecipiamo alle sue sofferenze » (Rm 8,17)” (CCC 1460).
5. Giovanni Paolo II in un’esortazione apostolica post sinodale proprio su questo sacramento intitolata Reconciliatio et paenitentia si diffonde maggiormente sulla necessità della penitenza e dice:
“Non è certo il prezzo che si paga per il peccato assolto e per il perdono acquistato; nessun prezzo umano può equivalere a ciò che si è ottenuto, frutto del preziosissimo sangue di Cristo. Le opere della soddisfazione – che, pur conservando un carattere di semplicità e umiltà, dovrebbero essere rese più espressive di tutto ciò che significano – vogliono dire alcune cose preziose:
1- esse sono il segno dell’impegno personale che il cristiano ha assunto con Dio, nel sacramento, di cominciare un’esistenza nuova (e perciò non dovrebbero ridursi soltanto ad alcune formule da recitare, ma consistere in opere di culto, di carità, di misericordia, di riparazione);
2- includono l’idea che il peccatore perdonato è capace di unire la sua propria mortificazione fisica e spirituale, ricercata o almeno accettata, alla passione di Gesù che gli ha ottenuto il perdono;
3- ricordano anche che dopo l’assoluzione rimane nel cristiano una zona d’ombra, dovuta alle ferite del peccato, all’imperfezione dell’amore nel pentimento, all’indebolimento delle facoltà spirituali, in cui opera ancora un focolaio infettivo di peccato, che bisogna sempre combattere con la mortificazione e la penitenza. Tale è il significato dell’umile, ma sincera soddisfazione” (RP 31, III).
6. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, tra i doveri del confessore scrive: “Il confessore non è il padrone, ma il servitore del perdono di Dio” (CCC 1466).
È pertanto il suo dovere dare la penitenza.
Diversamente lascia mutilo un Sacramento, agisce contro la volontà di Dio e priva il penitente di molti beni.
In teologia morale viene detto che l’obbligo di imporre la soddisfazione è grave.
7. Evidentemente i sacerdoti che ordinariamente e sistematicamente non danno alla penitenza non ritengono grave e neanche veniale la loro omissione.
Ma questo è un errore.
Ti auguro una fruttuosa Quaresima, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
