Ecco il testo integrale del Canone 212 del Codice di Diritto Canonico vigente (promulgato nel 1983), che regola il delicato equilibrio tra l’obbedienza dei fedeli e il loro diritto/dovere di parola all’interno della Chiesa. Perché questo testo è fondamentale? Perché rappresenta la perfetta sintesi giuridica del tema che affronteremo: Can. 212
– §1. I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa.
– §2. I fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.
– §3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona.
Sono dunque lecite anche le critiche, tenendo sempre a mente il principio: «Sull’essenziale unità, sull’opinabile libertà, in ogni cosa la carità» (In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas). Anche se questa frase viene attribuita ora ad Ambrogio, ora a Sant’Agostino, resta importante l’uso che di tale espressione è stato fatto in molti testi, anche dei Santi.
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a seguire accenneremo solo alcuni contenuti generali.
Per la pastorale 2025-2026, l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, con il suo consueto stile, scriveva:
«Devo riconoscere che tutto il percorso avviato per impulso di papa Francesco è stato segnato da fatica ed evidenti problematiche. La produzione di una pluralità di documenti corposi che si devono tener presenti contemporaneamente, la ripetizione di insistenze che la prassi mortifica, atteggiamenti di scetticismo in alcune parti del clero hanno contribuito a creare un clima di stanchezza».
Su questo Documento abbiamo tratto le somme, ossia i giusti suggerimenti per superare le difficoltà, le ambiguità dell’uso strumentale della sinodalità…
Seguono due interventi imponenti del professor Stefano Fontana laddove spiega:
Il problema, dunque, non è la partecipazione dei laici in quanto tale, già ampiamente prevista dalla tradizione e dal diritto vigente, ma l’eventualità che la prassi finisca per anticipare sistematicamente la dottrina e che il diritto sia chiamato soltanto in seguito a registrare trasformazioni già avvenute. La domanda decisiva resta quindi: è la dottrina sulla Chiesa a orientare la prassi, oppure è la prassi a generare progressivamente una nuova comprensione della Chiesa?
L’intervista a mons. Bux invita a non pensare che la moltiplicazione di organismi, commissioni o riforme canoniche possa sostituire la trasmissione della fede, la vita sacramentale, la preghiera per le vocazioni e l’annuncio di Cristo. Una struttura può aiutare la missione; non può generarla da sola.
E sulla questione di chi pretenderebbe “aggiornare” il Diritto Canonico, risponde:
- “Ora, questo tentativo di voler cambiare un codice che risale soltanto al 1983, questa continua voglia di cambiamento finisce per creare un’incertezza, come sulle sabbie mobili, perché poi ci si chiede: ma se domani la Chiesa cambierà quello che chiede oggi, fino a che punto le si può credere?
Una sinodalità autentica deve pertanto evitare due estremi: da una parte un clericalismo che riduca i laici a esecutori passivi; dall’altra una concezione paritaria della Chiesa che confonda la corresponsabilità con l’indistinzione delle funzioni.
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Se il Sinodo o sinodalità non porta la Verità tradisce la propria missione
dove fin da subito si manifestò chiaramente, da parte di non pochi sobillatori, di voler usare i vari sinodi per modificare la dottrina della Chiesa, contrariamente al monito fatto dallo stesso Paolo VI.
A dirlo non siamo noi, ma fu una sua denuncia chiara che – il 24 agosto 1968 – ebbe a lamentarsi di questa situazione grave interna, con i Vescovi dell’America Latina, con queste parole:
– “…siamo tentati di storicismo, di relativismo, di soggettivismo, di neo-positivismo, che nel campo della fede inducono uno spirito di critica sovversiva ed una falsa persuasione che, per avvicinare ed evangelizzare gli uomini del nostro tempo, dobbiamo rinunciare al patrimonio dottrinale, accumulato da secoli dal magistero della Chiesa e che possiamo modellare, non tanto per migliore virtù di chiarezza espressiva, ma per alterazione del contenuto dogmatico, un cristianesimo nuovo, su misura d’uomo, e non su misura dell’autentica parola di Dio“…
Seguono poi riferimenti ai Pontefici precedenti: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ed anche qualcosa che ha già espresso, in sintonia, Leone XIV.
Abbiamo anche una serie breve con i Padri della Chiesa, da sant’Ignazio a san Carlo Borromeo che di sinodi ben s’intendeva…
Ecco alcune frasi significative di Paolo VI sulla fedeltà alla dottrina in campo proprio sinodale:
– Sul «non possumus» disse:
- « La Chiesa maestra non inventa la sua dottrina; ella è teste, è custode, è interprete, è tramite; e, per quanto riguarda le verità proprie del messaggio cristiano, essa si può dire conservatrice, intransigente; ed a chi la sollecita di rendere più facile, più relativa ai gusti della mutevole mentalità dei tempi la sua fede, risponde con gli Apostoli: Non possumus, non possiamo ». (Udienza 19.1.1972)
Ed è bene leggere il passaggio integrale dove, Paolo VI fa riferimento alla denuncia di san Pio X:
«Così è, Figli carissimi; e così affermando, la nostra dottrina si stacca da errori che hanno circolato e tuttora affiorano nella cultura del nostro tempo, e che potrebbero rovinare totalmente la nostra concezione cristiana della vita e della storia. Il modernismo rappresentò l’espressione caratteristica di questi errori, e sotto altri nomi è ancora d’attualità (Cfr. Decr. Lamentabili di S. Pio X, 1907, e la sua Enc. Pascendi). Noi possiamo allora comprendere perché la Chiesa cattolica, ieri ed oggi, dia tanta importanza alla rigorosa conservazione della Rivelazione autentica, e la consideri come tesoro inviolabile, e abbia una coscienza così severa del suo fondamentale dovere di difendere e di trasmettere in termini inequivocabili la dottrina della fede; l’ortodossia è la sua prima preoccupazione; il magistero pastorale la sua funzione primaria e provvidenziale; l’insegnamento apostolico fissa infatti i canoni della sua predicazione; e la consegna dell’Apostolo Paolo: Depositum custodi (1Tim.6,20; 2Tim.1,14) costituisce per essa un tale impegno, che sarebbe tradimento violare. La Chiesa maestra non inventa la sua dottrina; ella è teste, è custode, è interprete, è tramite; e, per quanto riguarda le verità proprie del messaggio cristiano, essa si può dire conservatrice, intransigente; ed a chi la sollecita di rendere più facile, più relativa ai gusti della mutevole mentalità dei tempi la sua fede, risponde con gli Apostoli: Non possumus, non possiamo (Act.4,20).»
– Sul custodire il deposito della fede:
«La consegna dell’Apostolo Paolo: Depositum custodi […] costituisce per essa un tale impegno, che sarebbe tradimento violare». (Udienza 19.1.1972)
– Sulla fedeltà dottrinale nel dopo Concilio:
– «La sollecitudine della fedeltà dottrinale, che fu all’inizio del recente Concilio, così solennemente enunciata, deve perciò guidare questo nostro periodo post-conciliare, e con tanto maggiore vigilanza da parte di chi nella Chiesa di Dio ha da Cristo il mandato d’insegnare, di diffondere il suo messaggio e di custodire il «deposito» della fede, quanto più numerosi e più gravi sono i pericoli che oggi la minacciano, pericoli immani a causa dell’orientamento irreligioso della mentalità moderna, e pericoli insidiosi che dall’interno stesso della Chiesa si pronunciano per opera di maestri e di scrittori, desiderosi, sì, di dare alla dottrina cattolica nuova espressione, ma spesso maggiormente desiderosi di adeguare il dogma della fede al pensiero ed al linguaggio profano, che di attenersi alla norma del magistero ecclesiastico, lasciando così libero corso all’opinione che, dimenticate le esigenze dell’ortodossia, si possa scegliere fra le verità della fede quelle che a giudizio d’un’istintiva preferenza personale sembrano ammissibili, rifiutando le altre, quasi che si possano rivendicare i diritti della coscienza morale, libera e responsabile dei suoi atti, di fronte ai diritti della verità, primi fra tutti quelli della divina Rivelazione (cf.Gal. 1, 6-9), e si possa sottoporre a revisione il patrimonio dottrinale della Chiesa per dare al cristianesimo nuove dimensioni ideologiche, ben diverse da quelle teologiche, che la genuina tradizione, con immensa riverenza al pensiero di Dio, delineò La fede, come sappiamo, non è frutto d’un’interpretazione arbitraria, o puramente naturalista della Parola di Dio, come non è l’espressione religiosa nascente dall’opinione collettiva, priva di guida autorizzata, di chi si dice credente, né tanto meno l’acquiescenza alle correnti filosofiche o sociologiche del momento storico transeunte. ». (30.9.1967 Inaugurazione Sinodo dei Vescovi)
– Sul non sacrificare la verità per l’unità: la Chiesa cattolica, scrive Paolo VI, non può fare sacrifici dottrinali senza venir meno «alla sua fedeltà alla verità del Vangelo e della tradizione»,
ecco il passaggio importante:
«Da alcuni si vorrebbero dalla Chiesa cattolica sacrifici dottrinali e costituzionali, ch’essa non può fare senza venir meno alla sua fedeltà alla verità del Vangelo e della tradizione che ne deriva. La Chiesa cattolica desidera piuttosto, dal canto suo, di appianare la via all’incontro pieno e definitivo con i Fratelli separati, cercando di rassicurarli circa la logica, per tutti onorevole, delle posizioni cattoliche; cercando di onorarli col riconoscere certi aspetti di alcune caratteristiche delle loro tesi religiose, meritevoli di comune consenso, e cercando ancora di favorirli, per quanto la realtà storica e pratica lo consenta, col semplificare le esigenze rinunciabili delle forme espressive dell’adesione ad un’unica Chiesa; e si confida che questo sforzo di leale accostamento sarà reciproco..»
– Sulla fede come dono e adesione:
- «La fede […] è adesione di tutto il nostro essere spirituale… Noi siamo sicuri, venerabili Fratelli, che, restando fedeli alla «fede trasmessa ai santi una volta per tutte» (Iud. 3) e attingendo dai suoi tesori cose nuove e antiche (Matth. 13, 52), voi corrisponderete a questa aspettativa...» al messaggio della salvezza comunicato dalla Rivelazione. (30.9.1967 Inaugurazione Sinodo dei Vescovi)
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Fede in Dialogo, non in Ritirata: Gaudium et Spes oltre i miti e necessarie prudenze
NON PER ULTIMO MA…. COSA DICEVA IL CARDINALE NEWMAN SULLA SINODALITA’?
e che invitiamo a leggere qui:
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