“L’apostolo Paolo, preoccupato per le notizie ricevute dalle comunità della Galazia (Gal.3,1-5), scrive parole che invitano i destinatari della Lettera a pensare.
Il tono è vibrante, acceso, ma quello che potrebbe apparire un rimprovero è in realtà un appello all’intelligenza, alla memoria, al senso critico.
In ogni epoca non mancano falsi maestri che volgono ai propri interessi il sentimento religioso di non pochi credenti, spingendoli spesso a radicalizzare qualche aspetto dell’insegnamento ricevuto a discapito dell’intero, che è Cristo e il suo Vangelo.”
(Leone XIV Omelia 8-10-2026)
Cari amici (ci suggerisce Don Mario Proietti per riflettere le parole del Papa), questa sera, nella Basilica di San Pietro, Leone XIV ha pronunciato un’omelia che dovrebbe far riflettere non soltanto i docenti e gli studenti delle Università Pontificie, quanto soprattutto noi sacerdoti, chiamati ogni giorno ad annunciare il Vangelo.
Partendo dalla Lettera ai Galati, il Papa ha ricordato un pericolo antico e sempre attuale: quello dei falsi maestri, capaci di servirsi del sentimento religioso e di esasperare una parte dell’insegnamento cristiano fino a perdere di vista la sua totalità, che è Cristo.
La fede non vive di suggestioni. La verità non si misura dall’intensità delle emozioni e non può essere piegata alle convenienze del momento.
Occorre studiare, conoscere la Scrittura, approfondire la Tradizione della Chiesa e imparare a distinguere ciò che appartiene autenticamente alla fede da ciò che rischia di deformarla.
Leone XIV ha richiamato la responsabilità della Chiesa di custodire integro il tesoro della Rivelazione. È un’affermazione importante, perché ci ricorda che nessuno di noi è proprietario del Vangelo che annuncia. Lo abbiamo ricevuto e siamo responsabili della sua fedele trasmissione.
Il Papa ha poi rivolto un invito che considero particolarmente significativo: «Custodite il cuore!»
Si possono trascorrere anni a studiare le cose di Dio e perdere la familiarità con Lui. Si può continuare a predicare per abitudine, dimenticando quella chiamata che un giorno ci aveva fatto consegnare tutta la vita al Signore.
E qui sento che le parole del Papa riguardano direttamente anche me, dopo tanti anni di sacerdozio.
L’ordinazione sacerdotale non è il giorno in cui abbiamo terminato di studiare. È il giorno in cui abbiamo assunto anche la responsabilità di continuare a farlo per amore del popolo di Dio.
Chi ci ascolta ha diritto a una parola preparata, fedele alla dottrina della Chiesa, maturata nella preghiera e capace di raggiungere la vita concreta delle persone.
Ho dedicato a questa omelia una riflessione nella quale ritorno anche a san Tommaso d’Aquino e a san Vincenzo di Lerino, per comprendere come l’intelligenza della fede possa crescere custodendo la verità ricevuta.
Perché, dopo tanti anni di ministero, vorrei conservare ancora questo desiderio: aprire il Vangelo e sentire di avere molto da imparare da Colui che mi ha chiamato.
La fede ha bisogno dell’intelligenza. Leone XIV e la responsabilità di custodire la verità
Nella Basilica di San Pietro, giovedì 8 ottobre, Leone XIV ha presieduto la celebrazione eucaristica per l’inizio dell’anno accademico delle Università Pontificie. Davanti a docenti e studenti provenienti da molte parti del mondo, il Papa ha pronunciato un’omelia che merita di essere ascoltata anche fuori dalle aule universitarie. Le sue parole raggiungono quanti, nella Chiesa, hanno ricevuto il compito di annunciare il Vangelo e di trasmettere la fede, perché pongono una questione dalla quale dipende buona parte della nostra responsabilità pastorale: quale posto occupa l’intelligenza nella vita del credente?
Non è una domanda secondaria, specialmente in un tempo nel quale la comunicazione religiosa sembra talvolta affidarsi più facilmente all’emozione immediata che alla pazienza della riflessione. La fede cristiana interpella l’uomo intero. Chiede l’adesione della volontà e coinvolge l’intelligenza, chiamata a conoscere sempre più profondamente Colui al quale ha dato il proprio assenso.
Leone XIV ha scelto di sviluppare questa riflessione a partire dalla Lettera di san Paolo ai Galati. È una scelta significativa. L’Apostolo si rivolge a comunità che hanno conosciuto il Vangelo e che ora rischiano di lasciarsi persuadere da insegnamenti capaci di comprometterne il significato. Le parole di Paolo sono severe, perché egli comprende quanto sia pericoloso perdere il contatto con la verità dalla quale è nata la vita cristiana di quelle comunità.
Il Papa invita a riconoscere, proprio nella fermezza dell’Apostolo, un appello all’intelligenza e alla memoria. Paolo domanda ai Galati di riflettere, di ricordare l’esperienza dalla quale sono partiti e di giudicare alla luce del Vangelo ciò che viene loro proposto. È un insegnamento che attraversa i secoli. Anche oggi il credente può essere raggiunto da parole persuasive, da interpretazioni che sembrano offrire una comprensione più immediata del cristianesimo e che finiscono per restringerne l’orizzonte.
Leone XIV richiama esplicitamente il pericolo dei falsi maestri, i quali possono servirsi del sentimento religioso, accentuando qualche aspetto dell’insegnamento ricevuto fino a compromettere la visione dell’insieme, che è Cristo e il suo Vangelo.
Mi sembra che qui il Pontefice tocchi una questione particolarmente delicata. La fede cattolica possiede un’unità interna, nella quale ogni verità trova il proprio significato in rapporto al mistero di Cristo. Una dottrina, considerata isolatamente e sottratta all’insieme al quale appartiene, può essere presentata in maniera deformata anche quando, nella sua formulazione, conserva elementi autentici. È per questo che la fedeltà esige conoscenza, discernimento e un’attenzione costante alla totalità dell’insegnamento della Chiesa.
Torna allora alla mente un principio caro alla grande Tradizione cattolica. San Vincenzo di Lerino, nel Commonitorium, distingueva il progresso nella comprensione della fede dalla sua trasformazione in qualcosa di diverso. La Chiesa cresce nell’intelligenza del mistero ricevuto, conservandone l’identità attraverso i secoli. La sua celebre espressione, eodem sensu eademque sententia, ricorda che l’approfondimento della dottrina deve custodire il medesimo significato e il medesimo giudizio.
Il riferimento è nostro e aiuta a comprendere la responsabilità richiamata da Leone XIV quando afferma che la Chiesa deve custodire integro il tesoro della Rivelazione, sviluppandone l’intelligenza nei differenti contesti storici. È precisamente ciò che rende necessario lo studio teologico. Ogni generazione incontra nuove domande e vive condizioni culturali differenti. Il patrimonio della fede, ricevuto dalla Chiesa, offre la luce nella quale affrontarle, chiedendo a chi lo studia la fatica di una comprensione sempre più profonda.
Anche san Tommaso d’Aquino ha mostrato, con la propria opera, quanto l’intelligenza possa servire la fede. Nella Summa theologiae egli presenta la sacra dottrina come una scienza che procede da principi ricevuti dalla conoscenza di Dio e dei beati (I, q. 1, a. 2). La ragione esercita così il proprio compito all’interno della fede, approfondendo ciò che Dio ha rivelato e cercando di comprenderne le implicazioni. Chi legge le opere dell’Aquinate riconosce la serietà di questo lavoro, la pazienza con la quale vengono esaminate le difficoltà e la cura nel distinguere ciò che deve essere distinto.
È una lezione che conserva intatto il proprio valore. Nella vita della Chiesa, la chiarezza della dottrina richiede la fatica di un pensiero ordinato. Lo studio costituisce una forma concreta di responsabilità verso coloro ai quali quella dottrina deve essere annunciata.
Il Papa conduce la riflessione ancora più in profondità, quando torna alle parole con le quali Paolo domanda ai Galati di ricordare come sia cominciato il loro cammino. L’intelligenza, osserva Leone XIV, deve fare memoria. E la memoria della quale parla supera la semplice capacità di conservare informazioni. È il ritorno consapevole a un’esperienza che ha segnato la vita, permettendo alla persona di riconoscere la bontà di ciò che ha ricevuto.
Quante volte questo accade anche nel cammino di una vocazione! Si comincia con un entusiasmo sincero, con la percezione viva di una chiamata alla quale sembra naturale consegnare l’intera esistenza. Poi arrivano gli anni, le responsabilità quotidiane e le inevitabili fatiche. Ciò che inizialmente appariva luminoso può essere ricoperto dall’abitudine. Si continua a svolgere il proprio compito, talvolta con grande dedizione, mentre il rapporto con le ragioni profonde della propria scelta rischia di affievolirsi.
Leone XIV conosce bene questa possibilità e richiama gli studenti e i docenti a custodire il cuore. L’espressione acquista una particolare forza proprio nel contesto di una celebrazione dedicata alla vita accademica. Si può dedicare un’intera esistenza allo studio delle cose di Dio e perdere progressivamente la familiarità personale con Lui. La conoscenza diventa allora un’attività sempre più specializzata, mentre la vita interiore fatica a conservare il passo.
Il ritorno al cuore, del quale parla il Papa, è il recupero di quella memoria spirituale che permette di riconoscere ancora la presenza del Signore all’origine della propria vocazione. Per chi studia teologia, come per chi esercita il ministero sacerdotale, questo significa lasciare che la verità conosciuta continui a interrogare la vita. Non sarebbe sufficiente parlare correttamente della preghiera senza trovare il tempo di pregare, né insegnare la comunione ecclesiale lasciando che rivalità e ambizioni consumino i rapporti fraterni.
In questa prospettiva si comprende anche il richiamo alla condizione culturale contemporanea. Nell’omelia Leone XIV riprende la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, e l’immagine del popolo di Neemia impegnato nella ricostruzione della città. È una figura che suggerisce la responsabilità condivisa di fronte alle trasformazioni del nostro tempo, particolarmente a quelle prodotte dalle nuove tecnologie.
Il Papa ricorda la necessità di una vera educazione dell’attenzione, capace di restituire spazio al silenzio, alla lettura approfondita e alla riflessione. L’indicazione appare quanto mai opportuna. Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni che raggiungono rapidamente la nostra mente e sollecitano risposte altrettanto rapide. L’intelligenza artificiale rende disponibili strumenti di straordinaria efficacia, capaci di raccogliere dati ed elaborare testi in tempi impensabili fino a pochi anni fa. Questa disponibilità non dispensa l’uomo dalla responsabilità di comprendere e di giudicare.
Conoscere molte cose non equivale necessariamente a comprenderle. La quantità delle informazioni può persino nascondere la povertà della riflessione, quando manca il tempo necessario perché ciò che apprendiamo venga assimilato. La sapienza domanda una maturazione interiore che nessuna rapidità tecnologica può sostituire.
Per questo il Papa assegna alla teologia un compito particolare nel dialogo tra i diversi saperi. La progressiva specializzazione delle discipline ha prodotto conoscenze preziose, accompagnate dal rischio di una visione frammentata dell’uomo. La teologia, fedele alla propria natura, può contribuire a ricondurre le molte domande dell’esistenza verso il loro significato più profondo, contemplando la realtà alla luce della Rivelazione.
Una delle espressioni più significative dell’omelia è l’invito a portare la vita nello studio e lo studio nella vita, secondo la logica dell’Incarnazione.
Il Figlio di Dio ha assunto realmente la nostra condizione umana. La sua presenza nella storia ha manifestato quanto la vita dell’uomo sia cara a Dio. Per questo la riflessione teologica deve saper ascoltare le domande che nascono dall’esistenza concreta delle persone, dalle loro speranze e dalle difficoltà che incontrano. L’ascolto permette di comprendere quali questioni attendano una risposta e quali sofferenze chiedano di essere illuminate dalla fede.
La Rivelazione rimane il principio al quale la teologia deve costantemente riferirsi. È dalla Parola di Dio, accolta nella Tradizione viva della Chiesa, che essa riceve la luce necessaria per interpretare l’esperienza umana. In questa fedeltà risiede la possibilità di offrire un autentico servizio alle persone, accompagnandole verso la verità che salva.
Leone XIV invita perciò le Università Pontificie a rimanere radicate nel popolo di Dio e a stimarne il sensus fidei. Il richiamo si inserisce nell’insegnamento del Concilio Vaticano II, che nella Lumen gentium ricorda la partecipazione dell’intero popolo cristiano al senso soprannaturale della fede, sotto la guida del sacro Magistero (n. 12).
La fede vissuta dal popolo cristiano costituisce una testimonianza preziosa dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa. Chi insegna e approfondisce la teologia deve saper riconoscere questa ricchezza, ascoltando le domande dei fedeli e prestando attenzione alla loro esperienza. Il senso della fede matura nella comunione ecclesiale e domanda di essere riconosciuto attraverso un discernimento che tenga conto della Rivelazione e del suo autentico insegnamento.
In questo rapporto tra studio e vita emerge anche la preoccupazione del Papa per i poveri. Leone XIV invita a non dimenticare coloro che bussano alla porta e che spesso non hanno avuto accesso alle opportunità formative di cui altri hanno beneficiato. Il riferimento evangelico all’amico importuno che arriva durante la notte offre un’immagine concreta della responsabilità cristiana. La ricerca della verità non può diventare un privilegio custodito gelosamente da pochi. Il sapere ricevuto acquista una particolare fecondità quando viene condiviso e quando diventa capace di raggiungere chi attende una parola di speranza.
Mi sembra che questa osservazione riguardi direttamente anche il nostro ministero. Le persone che incontriamo raramente formulano le loro domande secondo le categorie dei manuali di teologia. Portano con sé la fatica della vita familiare, la sofferenza della malattia, il peso di scelte difficili e talvolta il silenzio di una fede che non riesce più a trovare le parole. Proprio per questo abbiamo bisogno di una formazione seria, capace di rendere accessibile il patrimonio della dottrina cristiana senza impoverirlo.
L’insegnamento teologico deve poter raggiungere la vita quotidiana delle comunità. Una verità conosciuta più profondamente può essere annunciata con maggiore chiarezza e, soprattutto, con quella delicatezza che nasce dalla consapevolezza di avere davanti persone concrete, ciascuna con una storia che merita rispetto.
Verso la conclusione dell’omelia, Leone XIV rivolge lo sguardo alla particolare esperienza delle Università Pontificie romane. Nelle loro aule si incontrano studenti provenienti da ogni continente, portatori di storie e sensibilità differenti. Il Papa li invita a conoscersi realmente, a raccontarsi le rispettive esperienze ecclesiali e a costruire amicizie destinate ad accompagnarli nel corso della vita.
È un’immagine bella della cattolicità della Chiesa. Roma, dove Pietro ha confessato la fede fino al martirio e Paolo ha concluso la propria corsa, continua a essere un luogo nel quale uomini e donne provenienti da popoli diversi possono riconoscersi partecipi dell’unica fede apostolica. Lo studio diventa così anche un’esperienza di comunione, nella quale la conoscenza reciproca aiuta ad allargare lo sguardo sulla vita della Chiesa universale.
Ripensando alle parole del Papa, sento che il loro insegnamento raggiunge particolarmente noi sacerdoti. Gli anni trascorsi dalla formazione iniziale possono farci credere di aver ormai acquisito quanto è necessario per il nostro ministero. La consuetudine con la Scrittura e con la celebrazione dei sacramenti rischia talvolta di farci perdere il desiderio di approfondire ciò che ogni giorno abbiamo tra le mani.
Eppure, ogni volta che prepariamo un’omelia, che affrontiamo una questione morale o che accompagniamo qualcuno nelle difficoltà della fede, torna la responsabilità di conoscere più profondamente quanto siamo chiamati a trasmettere. Il giorno dell’ordinazione ha inaugurato un ministero che continua a esigere formazione. La maturità sacerdotale dovrebbe renderci sempre più consapevoli dell’ampiezza del mistero che annunciamo e, di conseguenza, più desiderosi di studiarlo.
C’è una forma di carità pastorale che passa attraverso la fatica di prepararsi. Il popolo di Dio ha diritto a ricevere un insegnamento fedele, maturato nella preghiera e sostenuto da una conoscenza seria della dottrina. Anche il tempo trascorso sui libri, quando nasce da questa responsabilità, appartiene al servizio che rendiamo alla Chiesa.
Forse è proprio qui che l’omelia di Leone XIV trova la sua conclusione più personale. Il Papa ha invitato quanti iniziano un nuovo anno accademico a custodire il cuore, ricordando loro che ogni autentica ricerca della verità deve rimanere aperta all’azione dello Spirito Santo.
Dopo molti anni di ministero, tornare a studiare può significare anche questo: ritrovare l’umiltà e la disponibilità interiore con le quali, un giorno, abbiamo cominciato a conoscere il Signore e abbiamo desiderato consacrargli la nostra vita. La fede ricevuta continua a chiedere di essere approfondita, perché il mistero di Cristo supera sempre quanto siamo riusciti a comprenderne.
La memoria della nostra vocazione e la pazienza dello studio possono allora incontrarsi nuovamente. Ed è bello pensare che, anche dopo tanti anni, sia ancora possibile aprire un libro di teologia o tornare a una pagina del Vangelo con il desiderio sincero di conoscere meglio Colui che ci ha chiamati.
Fonti e riferimenti
Leone XIV, Omelia nella Messa per l’inizio dell’anno accademico delle Università Pontificie, 8 ottobre 2026; Magnifica humanitas, nn. 8 e 146; san Vincenzo di Lerino, Commonitorium, 23; san Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 1, a. 2; Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 12.
MESSA IN OCCASIONE DELL’INIZIO DELL’ANNO ACCADEMICO DELLE UNIVERSITÀ PONTIFICIE
OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Giovedì, 8 ottobre 2026
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Cari fratelli e sorelle,
celebriamo oggi l’Eucaristia invocando il dono dello Spirito Santo, affinché l’inizio di un nuovo anno accademico nelle Università Pontificie sia più di una semplice ripresa delle attività di studio e di ricerca. Desideriamo aprire l’intelligenza e le relazioni educative al soffio creatore del Risorto, che dona pace e unità, per assumere ciascuno il proprio compito e rispondere così a Dio che chiama e a un’umanità in attesa. Sia, dunque, questo nuovo inizio un vero momento ecclesiale, in cui l’esserci radunati attorno alla mensa del Signore alimenti la nostra comune missione. Nessuno, allora, insegnerà, studierà, ricercherà solo per sé stesso, ma con gli altri, per gli altri e soprattutto con il Signore e per il Signore. Come abbiamo ascoltato dalla Lettera ai Galati, infatti, l’intelligenza è determinante per la fede e la missione.
L’apostolo Paolo, preoccupato per le notizie ricevute dalle comunità della Galazia, scrive parole che invitano i destinatari della Lettera a pensare. Il tono è vibrante, acceso, ma quello che potrebbe apparire un rimprovero è in realtà un appello all’intelligenza, alla memoria, al senso critico. In ogni epoca non mancano falsi maestri che volgono ai propri interessi il sentimento religioso di non pochi credenti, spingendoli spesso a radicalizzare qualche aspetto dell’insegnamento ricevuto a discapito dell’intero, che è Cristo e il suo Vangelo.
Carissimi, stimate lo studio come servizio alla fede e alla verità: per il bene vostro e di tanti fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita. Sebbene, infatti, l’incontro con Lui generi gioia ed entusiasmo, mai si tratta di un venire “ammaliati” o “incantati” (cfr Gal 3,1). La ragione, il porsi e porre domande, alla luce della Parola di Dio e della Tradizione della Chiesa sono parte essenziale del cammino di fede alla sequela di Gesù Cristo. La Chiesa ha per ciò stesso il desiderio e la responsabilità di custodire integro il tesoro della Rivelazione e di svilupparne nei diversi contesti l’intelligenza orante, la riflessione scientifica, la mediazione culturale, la traduzione pratica. Sono, queste, tutte espressioni di un unico amore, che oggi vi chiama, vi sostiene e vi impegna nella comune ricerca. È una missione! Diverse sono le nostre vocazioni, ma unica è la missione.
Troviamo poi un ulteriore suggerimento nelle parole dell’Apostolo. Egli, infatti, invita i Galati a ricordare da dove avevano cominciato. Scrive: «Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne? Avete tanto sofferto invano?» (Gal 3,3-4). L’intelligenza, quindi, deve fare memoria: non semplicemente accostando dati, come un algoritmo fa ormai più rapidamente di noi, ma ricordando le esperienze vissute, con le risonanze che solo l’animo umano può provare, ed entrando più intensamente in contatto con la loro bontà. Tutto ciò che è buono inizia “nel segno dello Spirito Santo” e ha, dunque, un respiro, un dinamismo, un senso di comunione che, una volta sperimentati, si imprimono nel cuore. La routine, le ambizioni, le rivalità e altri fattori negativi possono col tempo distrarre attenzione ed energia, lasciando inariditi e fiacchi, litigiosi e tristi. Occorre allora ritornare al cuore. Lì tutto è cominciato, lì è l’inizio che rimane con noi. Carissimi, custodite il cuore! Che siate studenti, ricercatori o docenti, custodite il cuore, perché ogni età e responsabilità siano vissute “nel segno dello Spirito”.
Carissimi, in università coltivate l’amicizia, dono prezioso, tanto più quando è vissuta nella comune ricerca della verità in Cristo. Mantenetevi radicati nel popolo di Dio, stimatene il sensus fidei, accoglietene le domande. E non dimenticatevi dei poveri, che a volte sono quell’amico importuno, che viene a bussare di notte (cfr Lc 11,5-13). Portate la vita nello studio e lo studio nella vita, secondo la logica dell’Incarnazione, fuori dalla quale tace la Rivelazione. Sì, più ci allontaniamo dalla realtà intera che il Figlio di Dio ha assunto e abitato con infinito amore, meno avremo qualcosa da dire e possibilità di capire. Sorelle, fratelli, ascoltiamo il desiderio di Dio che oggi torna a bussare e portiamolo nella ricerca scientifica. Condividiamo ciò che ci nutre. Sono molti a non avere le stesse opportunità formative che noi abbiamo ricevuto. Apriamo la porta, non chiudiamoci.
Come ho suggerito nella mia prima Enciclica, siamo oggi chiamati ad assumere l’atteggiamento del popolo al tempo di Neemia, per costruire la città che Dio desidera abitare con l’intera umanità nella pace (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 8). Ognuno ha il suo compito in questo cantiere, nel quale è importante lavorare insieme. Ad esempio, chi fa i conti con la frammentazione del sapere e con l’impatto delle nuove tecnologie sulla mente umana si accorge che «occorre promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato; senza questi elementi la libertà interiore può risultare compromessa» (ibid., 146).
Lo studio della Teologia non è estraneo a queste sfide, ma nel cantiere della “città di Dio” la sua ricerca contribuisce a illuminare il lavoro di tutti, ponendosi come crocevia dei diversi saperi. In particolare, la Comunità ecclesiale che è a Roma, con la sua vocazione a servire l’intera cattolicità, è punto di incontro, di confronto e di reciproco arricchimento fra sensibilità, culture e tradizioni diverse, nelle quali il Vangelo dischiude i suoi inesauribili tesori.
Cari fratelli e sorelle, che possiate vivere con pienezza questi vostri anni romani. Non lasciateli passare invano! Qui Pietro ha confessato la sua fede fino al martirio. Qui Paolo, il grande traduttore universale dell’esperienza cristiana per tanti popoli, lingue e culture, ha terminato la sua corsa conservando la fede (cfr 2Tm 4,7). In università, guardatevi intorno: nelle vostre aule siede il mondo. Accanto a voi studiano persone provenienti dall’Africa, dall’Asia, dall’America, dall’Europa e dall’Oceania. Non limitatevi a sedervi accanto: incontratevi, parlatevi, ascoltatevi, raccontatevi le vostre esperienze di Chiesa, pregate insieme, condividete momenti di svago, fate nascere amicizie che vi accompagneranno per tutta la vita.
Il Signore ci ha detto: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Lc 11,9-10). Forti di questa promessa, perseveriamo uniti nella preghiera. Affidiamo il nuovo anno accademico alla materna intercessione della Vergine Maria, Sede della Sapienza, e accogliamo lo Spirito Santo che il Padre nostro celeste non fa mancare a coloro che lo chiedono con fiducia filiale.
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RICORDA CHE:
Dal «Primo Commonitorio» di san Vincenzo di Lérins, sacerdote e monaco
(Cap. 23; PL 50, 667-668)
Lo sviluppo del dogma
Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande.
Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire? Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra.
È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa.
Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l’andare degli anni, rimangono i medesimi di prima. Vi è certamente molta differenza tra il fiore della giovinezza e la messe dalla vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l’età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona.
Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell’embrione, sicchè quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale.
Non vi è alcun dubbio in proposito.
Questa è la vera e autentica legge del progresso organico. Questo è l’ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita. Nell’età matura si dispiega e si sviluppa in forme sempre più ampie tutto quello che la sapienza del creatore aveva formato in antecedenza nel corpicciuolo del piccolo.
Se coll’andar del tempo la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa oppure si arricchisse di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima, oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l’organismo ne risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso.
Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.
I nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode cioè dell’errore della zizzania.
È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione.
Poiché dunque c’è qualcosa della primitiva seminagione che può ancora svilupparsi con l’andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione.

