No santo Padre Francesco! La Chiesa non è “il” popolo

«Dite al Papa che per me, dopo Gesù, non c’è che lui. E che la testa che Dio ci ha dato noi la useremo non solo per metterci un cappello…» (sant’Ambrogio)

Ma insomma: la Chiesa è “popolo di Dio in cammino” si o no? Che cosa di sbagliato sta dicendo il Papa gesuita? La confusione è tanta ed è stata generata proprio dalle false interpretazioni (e da certa ambiguità nel testo) a quel testo conciliare che Papa Francesco suggerisce, ai suoi compagni gesuiti in due dialoghi distinti a loro riservati, tenuti in Cile ed in Perù lo scorso gennaio, qui per il testo integrale.

Precisando bene che noi non siamo “maestri” di nulla, ma solo coloro che cercano di vivere e di trasmettere “quanto abbiamo ricevuto” della sana Dottrina, vogliamo sottolineare questa confusione e delineare i veri contorni. La risposta è “Sì” se parliamo di “un popolo in cammino NELLA Chiesa”; ma la risposta è anche “No” se si vuole intendere che “La Chiesa E’ IL popolo in cammino”. La Chiesa è Madre ed è per il popolo che vuole lasciarsi redimere, ma non è il popolo “che salva”.

Purtroppo, questa falsa dottrina sul “popolo in qualità di Chiesa” è eresia Modernista sposata in blocco dall’ala progressista del nuovo gesuitismo fondato negli anni ’70 proprio da Pedro Arrupe e dalla teologia moderna fatta propria dal gesuita Karl Rahner, vedere qui. Tempi in cui il giovane studente Jorge Mario Bergoglio muoveva i suoi primi passi denunciando la Teologia della Liberazione, ma sposando quella del popolo.

Questo “popolo di Dio” ha delle caratteristiche sue proprie, ma non sono “La Chiesa” e lo spiega bene il Catechismo, vedere qui,  le sue caratteristiche sono: il divenire MEMBRA della Chiesa (che si attua con la conversione, la confessione e il Battesimo); ha un Capo, Gesù Cristo (sotto il quale anche il Popolo e il Papa è soggetto); ha per condizione la libertà e la dignità dei Figli di Dio (libertà per professare questa Fede); ha una propria Legge; ha una specifica missione; ha per fine “il Regno di Dio”. Diverso è spiegare che cosa è La Chiesa: Essa è “Corpo di Cristo” ma anche “la Sposa”; è comunione con Gesù mediante il Battesimo, la Confessione, l’Eucaristia e gli altri Sacramenti e la Liturgia – che non è “del popolo” ma è di Cristo ed è il Cristo in Persona al quale il Sacerdote presta voce e mani – ed è la Chiesa che santifica il popolo, non il contrario, come pretende Rahner.

Come spiega la “nuova chiesa” l’eresia Modernista capeggiata dal gesuitismo arrupiano, di de Lubac e rahneriano? Che “il popolo di Dio” anima questa chiesa; la comanda, interpreta sul momento un Vangelo che possa adeguarsi ai problemi del momento; un popolo inclusivo che accoglie chiunque voglia entrare nella chiesa, anche fosse nello stato di peccato senza alcuna necessità di smettere di essere peccatore.

E’ il ribaltamento della Dottrina Cattolica su “La Chiesa”. Una chiesa che si forma dal basso, una chiesa umana, una chiesa “DI popolo” e per il popolo.  Dottrina deformata già denunciata dallo stesso Ratzinger nel famoso Discorso di Rimini, vedi qui. Questa confusione – che prende il nome di TEOLOGIA DEL POPOLO che si è sostituita in parte a quella della liberazione –  nasce in seno al Modernismo e si diffuse a causa della decisione presa dal concilio di non voler più condannare l’eresia, quanto piuttosto cercare dei compromessi con il “pensare diverso”, vedi qui i vari passaggi. Da questi errori nasce, infatti, l’insistenza a pretendere poi le “donne prete”, gestire le dottrine a seconda dei tempi, modificare la Liturgia, modificare il Sacerdozio ordinato…

Dunque, questo “popolo di Dio” non è “la Chiesa” ma: «Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato»(1Pt.2,9) ed è Gesù Cristo – Dio incarnato, morto e risorto – a costituire la comunità dei credenti come Suo Corpo. Il “popolo di Dio” per tanto non è “la chiesa” ma è costituito (ossia è collocato, ordinato, stabilito quale elemento formativo) “come Suo Corpo” visibile, con le sue leggi proprie (i Comandamenti e i Sacramenti) con una liturgia propria, riti e preghiere che “la Chiesa” gli amministra per mezzo della gerarchia ordinata.

Questa Gerarchia infatti (laici, sacerdoti, religiosi, vescovi, e pure il Papa) è stabilita dalla vita della Chiesa dall’alto e non dal basso. Non è il popolo a fare i Sacramenti come l’Ordine sacro, l’Eucaristia, la Confessione, ma è il popolo che dalla Chiesa li riceve per servire. Popolo di Dio e Gerarchia, Papa compreso, sono tutti soggetti al Capo, Cristo Signore che nei Vangeli, nella Scrittura, nel Catechismo, nei Padri, nei Santi e Dottori ha parlato: «Così la Chiesa universale si presenta come “un popolo adunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”».

Poi c’è tutta la parte dottrinale MARIANA, di cui si potrà parlare con una riflessione a parte, data la vastità e il fatto che all’interno vi è appunto la teologia mariana, la dottrina di Maria nella Chiesa, dove qui potrete già trovare qualcosa.

Per il momento suggeriamo di meditare sulle parole ben misurate di Paolo VI: «Nulla è nuovo in questa dottrina, ben nota ad ogni cattolico; quello ch’è nuovo è l’importanza, il rilievo, lo sviluppo dato dal Concilio al popolo di Dio nell’insegnamento relativo alla Chiesa. La Chiesa non è definita soltanto nel suo aspetto gerarchico, ma altresì nel suo aspetto comunitario… Questa esaltazione del «popolo di Dio» nel grande disegno della dottrina della Chiesa ha un’importanza pratica straordinaria, perché mira a dare agli uomini del nostro tempo la vera concezione della vita, che tanti errori, tante ideologie, tante opinioni mirano invece a confondere e ad oscurare»(18.11.1964)

Nell’agosto 2017 il santo Padre Francesco affermava: «Dio non ha scelto come primo impasto per formare la sua Chiesa le persone che non sbagliavano mai: la Chiesa è un popolo di peccatori che sperimentano la misericordia e il perdono di Dio.», è vero ma l’essere “peccatori” non è una medaglia al merito o al valore, è quella condizione per la quale Cristo ci chiama alla conversione, a quel “vai e non peccare più” (Gv.7,53-11).

E Benedetto XVI, nell’Omelia quaresimale del 25 marzo 2007, citando la frase spiega: “Ancora sant’Agostino, nel suo commento, osserva: «Il Signore condanna il peccato, non il peccatore. Infatti, se avesse tollerato il peccato avrebbe detto: Neppure io ti condanno, va’, vivi come vuoi… per quanto grandi siano i tuoi peccati, io ti libererò da ogni pena e da ogni sofferenza. Ma non disse così» (Io. Ev. tract. 33,6)”.

Nella “nuova chiesa di Rahner”, della quale suggeriamo l’ottimo libro di Fontana qui, invece, le cose vanno diversamente a tal punto da aver dato origine ad una nuova teologia della Chiesa e sulla Chiesa, quella del popolo, quella sposata da Jorge Mario Bergoglio il quale, tuttavia, ha tentato sempre di cattolicizzarla, epurandola da considerazione vistosamente erronee. Insomma, papa Francesco non è uno  sprovveduto e conosce perfettamente la dura resistenza portata avanti da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI contro una ideologica teologia “del popolo”, conosce le critiche e per questo ha saputo sviluppare una squadra di “anticorpi” che ne limitassero i danni, ma senza eliminarne i germi, vedi qui. E del resto, se “ilmanifesto” organo di stampa del comunismo più estremo in Italia, e assertore convinto dell’ateismo di Stato, sponsorizza e distribuisce tre Discorsi populisti di papa Francesco, è evidente che il loro contenuto non può essere del tutto dottrinale, vedere qui.

La raccolta di un certo “florilegio” papale, avviato qui, dovrebbe aiutarvi a comprendere questa “rivoluzione” dottrinale ed antropologica in atto nella Chiesa di Cristo, vedi anche qui. Vediamo infatti che, l’altra parolina d’ordine – nei due dialoghi che il papa ha avuto con i suoi gesuiti – è il DISCERNIMENTO del quale, purtroppo, è nostro dovere primario denunciarne ogni deformazione e strumentalizzazione. Tanto per darvi una idea, Karl Rahner parla di “buco della serratura quale forma di “nuovo” discernimento. Così spiega Fontana: “Rahner dice che noi vediamo il mondo come da un buco della serratura. Con ciò egli intende dire che la nostra esperienza è sempre un punto di vista su un aspetto finito del mondo. È sempre un punto di vista perché tramite il buco vediamo solo le cose che esso ci permette di vedere…“.

Ebbene, questo è quanto sostiene, in termini diversi, il concetto del discernimento in papa Francesco. La nostra esperienza è limitata e perciò, il discernimento, è limitato all’aggiornamento del momento, all’aggiornamento(=discernimento) di ciò che viviamo sul momento. E’ evidente, in questo, un ribaltamento della dottrina la quale è invece perenne guida – ad ogni generazione – pilastro e fondamento contro ogni moda del momento, contro ogni quel prurito di voler “aggiornare” le dottrine (2Tim.4,1-5).

Purtroppo (nel senso che fa male, ma è necessario)  fondamentale è capire, come abbiamo avuto modo di spiegare qui, che Bergoglio non è l’ideatore o l’inventore di nuove dottrine. Il suo concetto erroneo del concilio non è isolato, egli è solo IL FRUTTO, l’apice di quello “spirito” del concilio il quale, nonostante sia stato denunciato e condannato a parole dagli ultimi Papi, di fatto alla fine sono loro stessi che ne sono scesi a patti, che hanno fatto compromessi con questo “spirito” e che Bergoglio si sente autorizzato a fare proprio per cattolicizzarlo, come lui riterrà più idoneo ed opportuno fare.

Se andassimo a leggere tutti i riferimenti di papa Francesco al DISCERNIMENTO, in nessuno troverete una idea, una dottrina, una spiegazione chiara e dettagliata. Non così è il concetto del discernimento al quale siamo chiamati dal Vangelo e dalla Chiesa intera. Questa è quella “confusione” e quella aleatoria novità portata dalla “nuova teologia” capeggiata (ma non certo a lui esclusiva) della eresia gesuitica di Karl Rahner. Parliamo di aleatorietà perché tale è questa falsa dottrina Modernista gesuita alla quale, purtroppo, Bergoglio ha ceduto. Questa dottrina è infatti: insicura, instabile, dubbia, imprevedibile, incalcolabile, problematica, precaria, rischiosa, azzardata, arrischiata…

Sono tutti aggettivi sui quali si fonda la stessa predicazione di papa Francesco sia sul concetto falsato di “popolo di Dio” quanto sul concetto del discernimento, aggettivi da lui stesso usati, infatti, per denunciare quanti gli “resistano dottrinalmente”. I cosiddetti, ora, RESISTENTI DOTTRINALI – che lui non vuole leggere e con i quali non intende confrontarsi, come ha spiegato ai suoi gesuiti, vedi qui – sono per lui coloro che non rischiano, che non dubitano, che non azzardano…. il suo concetto di “discernimento” è perciò inefficace, anti evangelico ed antidottrinale.

Tanto per darvi chiara la questione, papa Francesco da poco eletto, stese una Udienza proprio sul “discernimento” del significato del “popolo di Dio”, il 12 giugno 2013. Chi conosceva bene Bergoglio non si è meravigliato di questo discorso impegnativo atto però a modificare il discernimento del significato del tema che ha voluto stranamente trattare, appena eletto Papa. Nel discorso sono subito apparse chiare ed evidenti le nuove linee guida dell’interpretazione di chi fosse questo “popolo di Dio” come per altro a dire che, fino a quel giorno, nessun papa ne aveva mai parlato.

Papa Francesco pone la domanda e risponde seguendo un certo discernimento rahneriano, ma anche di matrice del gesuita de Lubac nel suo “nuovo concetto di Chiesa”: “Che cosa vuol dire essere “Popolo di Dio”? Anzitutto vuol dire che Dio non appartiene in modo proprio ad alcun popolo; perché è Lui che ci chiama, ci convoca, ci invita a fare parte del suo popolo, e questo invito è rivolto a tutti, senza distinzione, perché la misericordia di Dio «vuole la salvezza per tutti» (1Tm 2,4). Gesù non dice agli Apostoli e a noi di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di elite. Gesù dice: andate e fate discepoli tutti i popoli (cfr Mt 28,19)…”

Appare già evidente quello che poi dirà il mese dopo nell’intervista a Scalfari nel luglio 2013: “Dio non è cattolico“. L’eresia Modernista è subdola, affermava san Pio X, perché è la sintesi di tutte le eresie, molti Modernisti NON sanno di esserlo ed usano affermazioni vere per far entrare ciò che vero non è.

E’ vero che Dio “non è” monopolio di un popolo, ma è falso affermare che Egli non appartenga ad un popolo! Lo dice il Catechismo: «Si scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui un’alleanza e lo formò progressivamente […]. Tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta Alleanza che doveva concludersi in Cristo […] cioè la Nuova Alleanza nel suo sangue, chiamando gente dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito» (n.781).

Papa Francesco esprime concetti veri come quando dice: “è Dio che ci chiama e ci convoca, ci invita a fare parte del suo popolo…senza alcuna distinzione di popolo, lingua, nazione, razza o cultura…“, ma non è vero quando afferma che Egli non appartenga in “modo proprio” a questo popolo… arrivando così a negare o a compromettere LA DIVINA PRESENZA EUCARISTICA  REALE NELLA CHIESA. Poichè, come afferma san Paolo, il nuovo popolo santificato mediante il Battesimo costituisce LE MEMBRA di un Corpo il cui CAPO E’ DIO STESSO IN CRISTO GESU’  e che questa Comunione si attua proprio  E SOLO nell’Eucaristia.

Ancora papa Francesco domanda e risponde: “L’altra domanda. Qual è la legge del Popolo di Dio? E’ la legge dell’amore, amore a Dio e amore al prossimo secondo il comandamento nuovo che ci ha lasciato il Signore (cfr Gv 13,34)…”

Anche qui c’è del vero è c’è anche precarietà dottrinale, incertezza, indefinitezza e tutto fermo al concetto di “amore” tra le persone, ma assolutamente assente quell’Amore primario verso Dio. Morale, etica, umanesimo, antropologia, è tutto relegato in fondo ai cassetti di un discernimento relativo e SOGGETTIVO. E’ vero che la legge dell’Amore vissuto dal Cristo (che è quello che si concretizza però sul Calvario, in Croce, e non quello che termina in una scampagnata nelle cene da osteria con le quali sono state trasformate oggi le chiese e le liturgie) è la legge che racchiude l’essenza di tutto ciò che è importante nei rapporti TRA LE MEMBRA del popolo di Dio, ma è anche vero che questo “comandamento nuovo” non ha neutralizzato tutti gli altri Comandamenti, la legge etica e morale, le denunce fatte proprio da san Paolo sulle quali si reggono le fondamenta di una vera comunità cattolica:

«O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri,  né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1Cor.6,9-11), in cinque anni di pontificato, papa Francesco non ha mai, mai citato questo brano paolino, un modo di fare ereditato da K. Rahner e da tutta la spinta Modernista atta a rimpiazzare, col discernimento SOGGETTIVO, tutti i riferimenti della Scrittura che hanno a che fare con il comportamento, le responsabilità oggettive e la legge stessa detta naturale.

Per comprendere questa intrusione Modernista nella Chiesa bisogna capire come essi giocano sui concetti.

Per esempio, la verità è questa: «LA CHIESA NOSTRA MADRE: questa è dunque Mater et Magistra, è Domina. Essa “fa” i Cristiani. E’ istituzione divina mediatrice, che esercita la sua missione e la sua maternità per mezzo dei Ministri ordinati per compiere atti esteriori validi nei tre campi dell’annunzio della Parola, dell’amministrazione dei Sacramenti e della guida del popolo di Dio…», ebbene, in un secondo tempo, oggi, con un certo “archeologismo cristiano” si dice che questa verità dottrinale ora deve essere completata da una concezione che – la Chiesa degli ultimi secoli – avrebbe del tutto dimenticato:che la Chiesa è anche “fatta dai cristiani”. E si cita san Girolamo quando afferma che: “La Chiesa di Cristo altro non è se non le anime di coloro che credono in Cristo“.

Ma così si stravolge il vero senso di queste parole che si riferiscono alle MEMBRA che – mediante il Battesimo ed altri Sacramenti – diventano e sono “una cosa sola del Corpo che è la Chiesa”, ma non che la costruiscono loro!! Certo che la Chiesa – militante (termine scomparso) – è “fatta dalle MEMBRA” che mediante il Battesimo aderiscono al Corpo, ma è il Capo che ordina alle Membra come muoversi, non il contrario come pretenderebbe oggi il gesuitismo modernista.

Infatti, così afferma sant’Agostino: «L’intera Chiesa madre, che è nei santi, agisce, perché tutta genera tutti e genera i singoli……» (Ep.98), cioè che la Chiesa è Madre e Figli da lei generati: Madre nella sua totalità; figli “DELLA Chiesa” considerando i singoli fedeli, le membra. E’ la Chiesa che genera, non i figli! I Figli, cioè i Santi, a loro volta generano senz’altro le NUOVE MEMBRA attraverso il discepolato, la conversione, la predicazione… la “confermazione” che sarà la Chiesa a dare alle nuove generazioni,  ma  MAI essi generano  una “nuova chiesa” o “la chiesa”, sarebbe l’apostasia, lo scisma, ciò che fece appunto Martin Lutero, tanto per fare un esempio.

Ricapitoliamo il senso del discorso in questo modo dottrinale.

E’ vero che fu il Vaticano II a mettere in risalto il concetto di “popolo di Dio”, ma non per questo la Chiesa ne aveva ignorato fino ad allora la sana dottrina. Ad ogni modo furono due le caratteristiche messe in luce, se così possiamo dire, dal concilio: la prima fu quella  del “carattere” di questo popolo come abbiamo evidenziato sopra, descrivendone le attitudini, le responsabilità, la propria identità; la seconda che è legata alle responsabilità è la missionarietà, l’evangelizzazione, quel “sacerdozio regale” che ci viene dato in grazia del Battesimo e che ci unisce pienamente al Cristo in quanto Capo della Chiesa della quale siamo MEMBRA.

E quando è vero che sant’Ambrogio affermava: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia, “Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa”  per dire che nessun insegnamento all’interno della Chiesa è ammissibile se è discorde dall’insegnamento petrino, è altrettanto vero che per chiarire una disputa, affermò anche: «Dite al Papa che per me, dopo Gesù, non c’è che lui. E che la testa che Dio ci ha dato noi la useremo non solo per metterci un cappello…», quindi non ci si accusi di usarla noi, oggi, in riferimento alla devastazione che questo magistero pontificio sta apportando alla Chiesa intera.

Laudetur Jesus Christus


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BELLISSIMO AGGIORNAMENTO di Aldo Maria Valli del 18 ottobre 2018

Chiesa popolo di Dio? Sì, ma…

Quando va all’estero papa Francesco incontra spesso i gesuiti che vivono nel paese da lui visitato, e così ha fatto anche nei Paesi baltici.
Il resoconto del colloquio con i confratelli è pubblicato da La Civiltà Cattolica e propone numerosi spunti di riflessione.
Raccolte dal direttore della rivista, padre Antonio Spadaro, le parole del papa spaziano su vari argomenti, a seconda delle sollecitazioni ricevute.

Centrale è la riflessione sul Concilio Vaticano II. Rispondendo infatti alla domanda di un giovane gesuita lituano (che gli dice: “Lei ha dato tanto alla Chiesa. Le voglio chiedere come noi possiamo aiutarla”), il papa risponde:

  • “Grazie! Non so che cosa chiedere. Ma quello che oggi bisogna fare è accompagnare la Chiesa in un profondo rinnovamento spirituale. Io credo che il Signore stia chiedendo un cambiamento nella Chiesa. Ho detto tante volte che una perversione della Chiesa oggi è il clericalismo. Ma cinquant’anni fa lo aveva detto chiaramente il Concilio Vaticano II: la Chiesa è il popolo di Dio. Leggete il numero 12 della Lumen gentium. Sento che il Signore vuole che il Concilio si faccia strada nella Chiesa. Gli storici dicono che perché un Concilio sia applicato ci vogliono cento anni. Siamo a metà strada. Dunque, se vuoi aiutarmi, agisci in modo da portare avanti il Concilio nella Chiesa”.

Se le riflessioni di Francesco fossero riservate, non sarebbe il caso di intervenire. Ma dal momento in cui sono rese pubbliche diventano oggetto di discussione.
Dunque il papa sostiene che occorre accompagnare la Chiesa in un profondo rinnovamento spirituale. Si dice convinto che il Signore stia chiedendo un cambiamento nella Chiesa. E per spiegare in che senso deve andare il cambiamento parla di quella “perversione” che è il clericalismo.
Ecco dunque il nemico da combattere: il clericalismo. Ma che cos’è esattamente il clericalismo per Francesco?

Nel dialogo nei Paesi baltici, necessariamente sintetico, non lo spiega. Possiamo però fare riferimento ad altri suoi interventi, nei quali il clericalismo è visto come un modo sbagliato di concepire il clero. Nel clericalismo si cade quando al clero è data un’importanza superiore a quella che effettivamente gli spetta, quando i preti “si sentono superiori” rispetto ai laici. Anzi, come ama dire Francesco, rispetto al “popolo”.
I laici stessi, ha detto più volte Francesco, possono cadere nel clericalismo quando svalutano il loro ruolo e si pongono in posizione subordinata rispetto al prete, nella convinzione che egli ne sappia di più.
Caratteristica saliente del clericalismo è la superbia, l’incapacità di lasciarsi interpellare e di mettersi in discussione. Allo stesso tempo, il clericalismo favorisce e alimenta l’abuso di potere. Ecco perché Francesco arriva a identificare proprio nel clericalismo la radice degli abusi sessuali commessi da preti.

La lettura del clericalismo fatta da Francesco può essere più o meno condivisibile, ma di certo, quando il papa ne fa il principale ostacolo al “cambiamento spirituale”, non è difficile vedere un rischio, e cioè che, per combattere il clericalismo, si cada nell’opposto, in una sorta di democraticismo, secondo il quale nella Chiesa saremmo tutti uguali, e in una visione demagogica della Chiesa.
Che siamo tutti uguali, in quanto figli di Dio e fratelli in Cristo, è fuori discussione, ma nella Chiesa esistono funzioni e ruoli diversi. In particolare al sacerdote, al pastore, spetta un compito di docenza che non può essere negato o ridotto. La potestas docendi va esercitata, pena lo sbandamento e l’anarchia. Un conto è evitare l’autoritarismo, un conto è rinunciare alla potestà di insegnare, oppure ridimensionarla in nome di un presunto egualitarismo che nella Chiesa non ha cittadinanza in questi termini.
“La Chiesa è il popolo di Dio”, dice Francesco, e a supporto chiama la Lumen gentium, la seconda delle quattro costituzioni dogmatiche del Concilio Vaticano II, dedicata alla dottrina cattolica sulla Chiesa.

Ma la Lumen gentium dice proprio così? Non sembra.

Leggiamo: “La Chiesa infatti è un ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo (cfr. Gv 10,1-10). È pure un gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che ne sarebbe il pastore (cfr. Is 40,11; Ez 34,11 ss), e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il buon Pastore e principe dei pastori (cfr. Gv 10,11; 1 Pt 5,4), il quale ha dato la vita per le pecore (cfr. Gv 10,11-15)” (n. 6).
Le immagini del pastore, dell’ovile, delle pecore e del gregge richiamano la distinzione dei ruoli. Il pastore e la pecora non sono uguali. Se il pastore non facesse il pastore, il gregge andrebbe disperso e non riuscirebbe a essere messo al sicuro nell’ovile.
Sostenere che la Chiesa “è il popolo di Dio”, senza ulteriori specificazioni, suona quanto meno riduttivo. È vero, la definizione si trova anche nel Catechismo, ma non da sola.

  • Nel Catechismo infatti leggiamo: “Le immagini dell’Antico Testamento sono variazioni di un’idea di fondo, quella del ‘popolo di Dio’. Nel Nuovo Testamento tutte queste immagini trovano un nuovo centro, per il fatto che Cristo diventa il ‘Capo’ di questo popolo, che è quindi il suo corpo. Attorno a questo centro si sono raggruppate immagini desunte sia dalla pastorizia o dall’agricoltura, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali”.

Dunque: corpo con un capo, gregge con un pastore, popolo con una guida. E se la guida non c’è, o è incerta, o non fa il proprio dovere, sono guai. Perché i lupi non aspettano altro.
A supporto della sua affermazione sulla Chiesa popolo di Dio Francesco cita il numero 12 di Lumen gentium, dove però troviamo scritto: “Il popolo santo di Dio partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità, e coll’offrire a Dio un sacrificio di lode, cioè frutto di labbra acclamanti al nome suo (cfr. Eb 13,15)”.

Il popolo dunque “partecipa” all’opera di Cristo. Non vi si sovrappone, né pretende di essere, di per sé, la Chiesa. Anzi, è popolo se e quando offre a Dio un sacrificio di lode “sotto la guida del sacro magistero”, come si legge più avanti.
Insomma, se prendiamo in esame da una parte il clericalismo e dall’altra la visione di Chiesa come popolo di Dio ci accorgiamo che in mezzo c’è molto: ci sono dimensioni intermedie che non possono essere ignorate. Tanto è vero che Gesù non nega che qualcuno debba guidare e insegnare. Raccomanda sì che l’autorità sia esercitata nel servizio, ma non contesta il fatto che gli apostoli abbiano autorità sugli altri.

Alla fine della sua risposta al giovane gesuita Francesco dice poi: “Sento che il Signore vuole che il Concilio si faccia strada nella Chiesa. Gli storici dicono che perché un Concilio sia applicato ci vogliono cento anni. Siamo a metà strada. Dunque, se vuoi aiutarmi, agisci in modo da portare avanti il Concilio nella Chiesa”.

Già, ma quale Concilio? Quello che si trova nei documenti conciliari, o quello strumentalizzato da chi ha voluto vedervi una sorta di rivoluzione e di rifondazione della Chiesa? Quello che, pur attento ai segni dei tempi, ribadisce il depositum fidei e la necessità che la potestas docendi sia esercitata, o quello che, con il pretesto del rinnovamento, pretende di trasformare la Chiesa in una democrazia assembleare?

Anche in questo caso bisognerebbe precisare, perché sappiamo bene a quali abusi ha portato il Concilio a causa di letture superficiali, strumentali o “pilotate” dei suoi testi.
Proprio il caso di Lumen gentium è emblematico. Infatti, se da un lato si può legittimamente sostenere che secondo la costituzione la Chiesa è il popolo di Dio, dall’altro non bisognerebbe dimenticare che nel documento si dice anche che il giudizio sulla “genuinità” e sull’uso “ordinato” dei carismi “appartiene a coloro che detengono l’autorità nella Chiesa”.

Quanto poi al fatto che il Concilio abbia bisogno di cent’anni per realizzarsi, siamo nel campo del totalmente opinabile. Qualcuno, con altrettanta legittimità, potrebbe infatti affermare che ci vogliano almeno cent’anni non perché il Concilio sia realizzato (qualunque cosa voglia dire), ma perché finalmente sia visto per ciò che è, con tutti i suoi limiti e le sue scelte pastorali contingenti.
Aldo Maria Valli