Cosa dicono i Padri e la Dottrina sulla Legittima Difesa?

Cari Amici, le vostre richieste sul tema sono tante e abbiamo pensato di proporvi uno schema sul quale riflettere. Ovviamente non abbiamo alcuna pretesa di aver esaurito tutto l’argomento. Questo tema è spinoso e complesso e – per noi Cattolici – ha a che vedere con l’insegnamento dei Vangeli. Poiché non tutti sono cattolici, auspichiamo di cuore che, quanto abbiamo raccolto, possa tornare utile a chiunque abbia “buon senso e buona volontà”, riconosca la legge naturale, il valore della vita, il valore del vero Bene Comune…

Ciò che ci preoccupa maggiormente oggi è il saper ben distinguere tra la VITTIMA E L’AGGRESSORE… e, di conseguenza, cosa è lecito poter fare da parte della vittima… Mentre, sul concetto della “guerra giusta” si veda in fondo all’articolo la conferenza del professor Daniele Trabucco.

La legittima difesa nel Catechismo della Chiesa Cattolica è trattata nei numeri 2263-2265 sotto il quinto comandamento (“Non uccidere”), stabilendo che il diritto alla vita rende lecito proteggere se stessi, le proprie cose e gli altri. Non si tratta di un’eccezione al divieto di uccidere un innocente, ma della scelta di difendere la propria vita da una aggressione che non ha nulla di innocente!
I Principi Fondamentali sono:

  • 👉 Conservazione della vita: Amare se stessi e proteggere la propria casa è un dovere morale; fermare un aggressore può causare la sua morte come effetto non voluto, ma inevitabile per salvarsi.
  • 👉 Uso della misura giusta: La reazione deve essere moderata e proporzionata; se si usa più forza del necessario e dopo l’aggressione, l’atto diventa illecito perchè si cade nella vendetta.
  • 👉 Dovere verso gli altri: Per chi ha la responsabilità della vita altrui (genitori, forze dell’ordine, governanti), difendere il bene comune e gli inermi può diventare un grave dovere che impone un intervento immediato.

Potremo ancora approfondire che, laddove persone innocenti aggredite non possano proteggere se stesse o coloro che sono sotto la loro tutela senza scegliere deliberatamente di usare mezzi letali, dovrebbero invece essere disposte a morire per mano degli aggressori.. ??
San Tommaso d’Aquino citando (Esodo 22, 2): “Se un ladro viene sorpreso mentre sta facendo una breccia in un muro e viene colpito e muore, non vi è per lui vendetta di sangue.. Ma se il sole si era già alzato su di lui, vi è per lui vendetta di sangue.”..
spiega quanto è molto più lecito difendere la propria vita che la propria casa. Pertanto, un uomo non è colpevole di omicidio nemmeno se uccide un altro in difesa della propria vita, ma se il ladro è già fuori e la vita della vittima non è più in pericolo, neppure quella del ladro dovrà essere uccisa, altrimenti è “vendetta di sangue”.
Tuttavia il ladro dovrà risarcire la vittima… mentre a noi sembra, oggi, che per la vittima oltre al danno c’è la beffa… visto che deve risarcire il ladro…
Questo mostra che la legge naturale stessa, intelligentemente, riconosce l’idea: proteggere la vita (e beni importanti) da un aggressore ingiusto può non ricadere sotto il comando “non uccidere”, perché l’intento non è la morte dell’altro, ma la sua messa in sicurezza (cessazione del pericolo).
Qui abbiamo un altro rischio oggi: VITTIMA ED AGGRESSORE…
Per la Chiesa, la vittima è la persona (o chi è tenuto a tutelarla) che subisce un attacco ingiusto e, quindi, ha il diritto di difendere la propria vita o integrità (o anche, per dovere, il bene comune e la vita di altri). (CCC 2321; 2264)
e dunque la motivazione morale di fondo è questa: il divieto di uccidere non elimina il dovere di rendere l’aggressore incapace di fare ulteriore male quando c’è un attacco ingiusto in corso.
👉 Con aggressore NON si intende “una persona qualsiasi che ha fatto qualcosa di sbagliato in passato”, ma chi sta attualmente minacciando con violenza, in modo ingiusto, un bene fondamentale (vita, integrità, cose personali ecc.).

Per san Tommaso, quando uno si difende dall’attacco ingiusto può anche essere senza colpa, oppure con colpa minore, a seconda dell’animo e del modo con cui si difende.
In particolare:
👉 “Nel difensore… può avvenire senza peccato, o talvolta con peccato veniale, o talvolta con peccato mortale; e questo dipende dall’intenzione e dal modo di difendersi. Se la sua sola intenzione è resistere al danno… e si difende con dovuta moderazione, non è peccato.”
E specifica anche che la difesa cambia moralmente se nasce da vendetta/odio:
“Ma se… la sua difesa è ispirata da vendetta e odio… è sempre un peccato.” (ST. II,II Q.41 A,1..)
La ragione, in san Tommaso, è che non si tratta di una semplice equivalenza tra “chi riceve danno” e “chi infligge danno”, ma di distinguere:

  1. L’ordine morale dell’atto: l’aggressione ingiusta è male; la difesa mira a resistere al male con moderazione.
  2. La colpa non segue solo l’esito materiale, ma soprattutto l’intenzione e il modo (moderazione vs intenzione di uccidere o fare gravi danni).
  3. Giustizia e ingiustizia richiedono soggetti diversi: non ha senso logico-punitivo “attribuire” la stessa ingiustizia nello stesso senso allo stesso soggetto che resiste all’ingiustizia, perché ingiustizia e giustizia chiamano in causa persone diverse.

In sintesi: l’aggressore è valutato come colpevole perché agisce con ingiustizia; la vittima/il difensore è valutata secondo l’intenzione (resistere all’aggressione) e la misura (moderazione), che possono rendere l’atto lecito o non gravemente colpevole..
la difesa può risultare lecita o non gravemente colpevole se mira a resistere al danno con moderazione; l’aggressione ingiusta invece implica una colpa perché infligge ingiustamente un male.
Per questo vittima/difensore e aggressore non sono equiparabili “nella punizione”: non si valuta come uguale ciò che appartiene a giustizia (resistere e difendersi, proporzionatamente ad una aggressione a persone o cose) e ciò che appartiene a ingiustizia (sferrare un attacco a persone innocenti o alle proprie cose).
Penso che questa corretta e naturale dimensione si stia perdendo oggi, dando spazio all’emotività… al sentimento… che spingono a politicizzare il tutto distribuendolo in vari partiti, senza più rendersi conto del DANNO, dell’ingiustizia autentica.
.. 🙂

Vediamo ora cosa dice sant’Agostino sulla “legittima difesa” ??
Punto di partenza: Agostino non usa il termine “legittima difesa”..

Nei testi che abbiamo a disposizione, sant’Agostino non formula una definizione “giuridica” della legittima difesa (come farà poi la riflessione morale scolastica e come abbiamo visto sopra lo stesso san Tommaso d’Aquino).
Tuttavia, emerge chiaramente il suo criterio spirituale ed etico quando affronta l’uso della forza: la priorità morale è evitare la morte e costruire la pace, e l’azione violenta non può essere cercata come bene in sé, come spiegherà anche Benedetto XVI nell’Udienza del 16 gennaio 2008.
In particolare, viene citato Agostino che afferma:
– “In questo senso scrisse al conte Dario, venuto in Africa per comporre il dissidio tra il conte Bonifacio e la corte imperiale, di cui stavano profittando le tribù dei Mauri per le loro scorrerie: «Titolo più grande di gloria – affermava nella lettera – è proprio quello di uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada, e procurare o mantenere la pace con la pace e non già con la guerra. Certo, anche quelli che combattono, se sono buoni, cercano senza dubbio la pace, ma a costo di spargere il sangue. Tu, al contrario, sei stato inviato proprio per impedire che si cerchi di spargere il sangue di alcuno» (Ep. 229, 2).
Purtroppo – continua Benedetto XVI – la speranza di una pacificazione dei territori africani andò delusa: nel maggio del 429 i Vandali, invitati in Africa per ripicca dallo stesso Bonifacio, passarono lo stretto di Gibilterra e si riversarono nella Mauritania. L’invasione raggiunse rapidamente le altre ricche province africane. Nel maggio o nel giugno del 430 «i distruttori dell’Impero romano», come Possidio qualifica quei barbari (Vita 30,1), erano attorno ad Ippona, che strinsero d’assedio.”

Questa impostazione agostiniana è coerente con un altro passo (sempre riportato in catechesi) in cui Agostino collega la ricerca della pace a una logica non-conflittuale: chi combatte, anche quando “è buono”, arriva comunque “attraverso il sangue”; perciò si deve impedire l’esplosione della violenza quando è possibile.
Troviamo quindi una implicazione per la legittima difesa (lettura morale, non “definizione canonica”).
Da questi testi si possono raccogliere alcuni criteri agostiniani utili per comprendere la legittima difesa in chiave cristiana:

  • Obiettivo morale: la pace e la prevenzione del danno (specialmente della morte).
  • Modo d’agire: preferire metodi di pace; la violenza non è “scelta” come valore, ma può al massimo essere vista come una conseguenza indesiderata quando il male non è evitabile in altro modo. (Questa è un’inferenza prudente, perché il testo insiste sul prevenire il sangue “con mezzi di pace”).
  • Criterio interiore: non cercare gloria nella forza; la “gloria” vera è fermare la guerra.
    Sintesi:
    Per sant’Agostino, la priorità morale è impedire lo spargimento di sangue e promuovere la pace, con “mezzi di pace”, da qui scaturisce anche favorire il dialogo.
    Così, la legittima difesa, nel quadro cristiano, va intesa come orientata a far cessare un male, senza trasformare la forza in desiderio di vendetta o “gloria”.

E i Padri della Chiesa?
Sì. Anche se i Padri non “codificano” la legittima difesa nel linguaggio giuridico moderno, ricorrono spesso a criteri morali che aiutano a collegare difesa vs vendetta, giustizia vs odio, proporzione e moderazione, e prevenzione del male.

  • Sant’ Ambrogio: la giustizia vale anche “in guerra”
    Ambrogio insiste che la giustizia non viene sospesa neppure quando si combatte: se è “vincolante anche in guerra”, a maggior ragione lo è in pace.
    Nel “Sui doveri dei presbiteri” al cap. 29, leggiamo:
    “- La giustizia deve essere osservata anche in guerra e verso i nemici. Ciò è dimostrato dall’esempio di Mosè ed Eliseo. Gli antichi scrittori impararono a loro volta dagli Ebrei a chiamare i loro nemici con un termine più gentile. Infine, il fondamento della giustizia riposa sulla fede, e la sua simmetria è perfetta nella Chiesa.
    Se, dunque, la giustizia è vincolante, anche in guerra, quanto più dovremmo osservarla in tempo di pace. Tale favore mostrò il profeta verso coloro che vennero per catturarlo. Leggiamo che il re di Siria aveva inviato il suo esercito per tendergli un agguato, poiché aveva appreso che era stato Eliseo a far conoscere a tutti i suoi piani e le sue consultazioni. E Gheazi, il servo del profeta, vedendo l’esercito, iniziò a temere che la sua vita fosse in pericolo.
    Ma il profeta gli disse: Non temere, perché coloro che sono con noi sono più numerosi di coloro che sono con loro. E quando il profeta chiese che gli occhi del suo servo fossero aperti, essi si aprirono. Allora Gheazi vide l’intera montagna piena di cavalli e carri attorno a Eliseo.
    Mentre scendevano verso di lui, il profeta dice: Colpisci, o Dio, l’esercito di Siria con la cecità. E questa preghiera essendo stata esaudita, egli dice ai Siriani: Seguitemi, e vi condurrò dall’uomo che cercate. Allora videro Eliseo, che cercavano di afferrare, e vedendolo non poterono trattenerlo.
    È chiaro da ciò che la fede e la giustizia devono essere osservate anche in guerra; e che non potrebbe che essere una cosa vergognosa se la fede venisse violata.”

Possiamo quindi sintetizzarla così: la difesa (quando lecita/necessaria) non deve diventare arbitrio di vendette, odio e violenze; anche contro “nemici” resta la misura della giustizia e della fede come suo fondamento.

  • San Giovanni Crisostomo: evitare la spirale dell’offesa (anche se subisci il torto)
    Crisostomo è molto forte sul fatto che l’ingiustizia si ritorce prima su chi la fa: “sbagliare” è un danno spirituale, e “fare guerra” non è mai un gioco morale. In una omelia parla esplicitamente di come il conflitto tra persone finisca per danneggiare chi lo provoca e spinge a non “imitare le bestie”. (SCARICA QUI IL TESTO INTEGRALE in pdf)
    Dice in questo passaggio:
    Hai sofferto qualche male?
    Ma se vuoi, non è alcun male. Rendi grazie a Dio, e il male è cambiato in bene. Di’ anche tu come disse Giobbe: “Sia benedetto il nome del Signore per sempre”
    (Giobbe 1,21).
    Poiché dimmi, quale grande cosa hai sofferto? Ti è capitata una malattia? Eppure non è nulla di strano. Poiché il nostro corpo è mortale e soggetto a soffrire.
    Ti ha colto una mancanza di beni? Ma anche queste sono cose da acquisire, e di nuovo da perdere, e che rimangono qui.
    Ma si tratta di complotti e false accuse di nemici? Ma non siamo noi a essere danneggiati da questi, ma coloro che ne sono gli autori. Poiché l’anima, dice, che pecca, essa stessa morirà (Ezechiele 18,4). E non ha peccato colui che soffre il male, ma colui che ha fatto il male. Su colui che è morto, dunque, non dovresti vendicarti, ma pregare per lui affinché tu possa liberarlo dalla morte.
    Non vedi come l’ape muore sul pungiglione? Con quell’animale Dio ci istruisce a non addolorare i nostri vicini. Poiché noi stessi riceviamo la morte per primi. Poiché colpendoli forse li abbiamo addolorati per un po’ di tempo, ma noi stessi non vivremo più a lungo, proprio come quell’animale non farà.
    Eppure la Scrittura lo loda, dicendo che è un lavoratore, il cui lavoro re e privati cittadini usano per la loro salute (Siracide 11,3). Ma questo non lo preserva dal morire, ma deve necessariamente perire. E se la sua altra eccellenza non lo salva quando fa del male, tanto meno salverà noi. Poiché in verità è parte delle bestie più feroci, quando nessuno ti ha ferito, iniziare l’ingiuria, o piuttosto nemmeno delle bestie…”

In un’altra predicazione (CLICCA QUI IL FILE DI RIFERIMENTO in pdf), afferma ancora più chiaramente: “tutta la guerra è un male” e “la guerra civile” peggio della civile, anche perché tocca “diritti” maggiori dei legami di cittadinanza e parentela. Ecco l’imponente passaggio del Crisostomo:
“Ma egli ti ha fatto qualche torto, forse, e ti ha ferito? Gemi per questo, e non inveire. Piangi, non per il torto subito, ma per la sua perdizione, come anche il tuo Maestro pianse su Giuda, non perché Egli stesso dovesse essere crocifisso, ma perché egli era un traditore.
Ti ha insultato e abusato di te? Supplica Dio per lui, affinché Egli possa essere rapidamente placato verso di lui. Egli è tuo fratello, egli è un membro di te, il frutto delle stesse doglie come te, egli è stato invitato alla stessa Mensa.
Ma egli fa solo nuovi assalti contro di me, si potrebbe dire. Allora la tua ricompensa è tanto maggiore per questo.

Su questa base dunque c’è la ragione migliore per attenuare la propria rabbia, poiché è una ferita mortale quella che egli ha ricevuto, poiché il diavolo lo ha ferito. Non dare tu dunque un ulteriore colpo, né gettarti giù insieme a lui. Poiché finché stai in piedi hai i mezzi per salvare anche lui.
Ma se ti scagli giù con azioni insultanti in cambio, chi deve allora sollevarvi entrambi? Colui che è ferito? No, poiché non può, ora che è a terra. Ma tu che sei caduto insieme a lui? E come potrai tu, che non sei riuscito a sostenere te stesso, essere in grado di porgere una mano a un altro? Stai dunque ora nobilmente, e ponendo il tuo scudo davanti a te, e trascinalo, ora che è morto, lontano dalla battaglia con la tua longanimità. La rabbia lo ha ferito, non ferirlo anche tu, ma scaccia persino quella prima freccia. Poiché se ci associamo l’un l’altro a tali condizioni, presto diventeremo tutti sani. Ma se ci armiamo l’uno contro l’altro, non ci sarà più bisogno nemmeno del diavolo per la nostra rovina. Poiché ogni guerra è un male, e la guerra civile specialmente. Ma questo è un male più grave di una civile, poiché i nostri diritti reciproci sono maggiori di quelli della cittadinanza, sì, di quelli della parentela stessa…”

Come usarlo in modo corretto nel tema della legittima difesa: Crisostomo non sta negando la possibilità di difendersi in assoluto, ma mette l’accento sul pericolo morale di far degenerare la difesa in ricerca del male attraverso la vendetta, l’odio, la rabbia o in risposta all’ingiuria ricevuta.

  • Sant’ Agostino ne abbiamo parlato: il caso limite del cristiano davanti all’aggressore
    Nella Lettera 46 (da Publicola ad Agostino già citata sopra) si pone direttamente il dilemma morale: se un cristiano sta per essere ucciso da un barbaro o da un romano, “dovrebbe uccidere l’aggressore per salvare la propria vita?”, oppure “dovrebbe… respingere l’assalitore senza ucciderlo”, richiamando Matteo 5,39 (“Non resistete al malvagio”).
    Questo è un riferimento prezioso perché mostra che già in età patristica si discute un caso che somiglia molto al problema della legittima difesa, con attenzione al confronto tra interpretazione di “Non resistete al malvagio” e salvezza della vita.

Agostino, alla domanda posta in Lettera 46, XII (“se un cristiano sta per essere ucciso… dovrebbe uccidere l’aggressore… oppure respingerlo senza ucciderlo”), risponde nella Lettera 47 distinguendo tra difesa privata e compito pubblico/istituzionale.
Agostino afferma che non approva l’uccisione degli altri “per difendere la propria vita”, a meno che la persona non agisca come soldato o funzionario pubblico, e non per interesse personale, ma per difendere altri o la città, “secondo la commissione legalmente ricevuta” e “nel modo conveniente” all’ufficio.

Ecco le sue parole:

  • “Quanto all’uccidere altri per difendere la propria vita, non lo approvo, a meno che non si tratti di un soldato o di un pubblico ufficiale che agisce, non per se stesso, ma in difesa di altri o della città in cui risiede, se agisce secondo l’incarico legittimamente conferitogli e nel modo consono al suo ufficio. Quando, tuttavia, gli uomini vengono impediti dal compiere il male perché spaventati, si può dire che venga reso loro un vero servizio.
    Il precetto “Non opponetevi al malvagio” (Matteo 5,39) è stato dato per evitare che proviamo piacere nella vendetta, in cui la mente si compiace delle sofferenze altrui, ma non per farci trascurare il dovere di trattenere gli uomini dal peccato. Da ciò ne consegue che non si è colpevoli di omicidio se si è costruito un muro attorno alla propria proprietà, qualora qualcuno venga ucciso dal crollo del muro mentre tenta di abbatterlo.
    Infatti, un cristiano non è colpevole di omicidio se il suo bue incorna o il suo cavallo scalcia un uomo, causandone la morte. Seguendo tale principio, i buoi di un cristiano non dovrebbero avere corna, i suoi cavalli zoccoli e i suoi cani denti. Seguendo tale principio, quando l’apostolo Paolo si premurò di informare il tribuno che un’imboscata gli era stata tesa da alcuni disperati, e ricevette di conseguenza una scorta armata (Atti 23,17-24), se i malvagi che complottavano la sua morte si fossero gettati sulle armi dei soldati, Paolo avrebbe dovuto riconoscere lo spargimento del loro sangue come un crimine di cui era responsabile.
    Dio non voglia che veniamo incolpati per incidenti che, senza il nostro desiderio, accadono ad altri a causa di cose fatte da noi o trovate in nostro possesso, che sono di per sé buone e lecite. In tal caso, non dovremmo avere attrezzi di ferro per la casa o per il campo, affinché qualcuno non perda la propria vita o tolga quella di un altro a causa loro; nessun albero o corda nelle nostre proprietà, affinché qualcuno non si impicchi; nessuna finestra nella nostra casa, affinché qualcuno non si getti giù da essa.
    Ma perché menzionarne altri in un elenco che sarebbe interminabile? Poiché quale cosa buona e lecita in uso tra gli uomini non potrebbe essere accusata di essere uno strumento di distruzione?”

Come interpreta Matteo 5,39 (“Non resistete al malvagio”)?
Per Agostino il precetto non va inteso come divieto di compiere il proprio dovere per impedire il male, soprattutto quando vi è da difendere la propria vita e l’altrui da una aggressione ingiusta; piuttosto, mira a evitare che la persona si compiaccia della vendetta (cioè che l’animo trovi “piacere” nelle sofferenze altrui), che si compiaccia di una soddisfazione che è in sè stessa malvagia: uccidere trovando nell’atto un compiacimento.

In particolare, dice Agostino, che il precetto è dato:
per impedirci di prendere piacere nella vendetta… ma non per farci trascurare il dovere di trattenere gli uomini dal peccare.
Chiarite le dovute distinzioni, conclude che non si tratta di omicidio colpevole quando la morte avviene per incidente causato da cose che non erano “volte” a uccidere (porta l’esempio dell’animale o di un pericolo inevitabile, come il muro che cade quando lo si sta smontando), o come può essere – per intenderci oggi – una colluttazione dove la vittima per difendersi compie un atto estremo che porta alla morte l’aggressore.
Quindi: uccidere o respingere?
Secondo Agostino, la logica è questa:
Difesa personale non autorizza l’uccisione “per salvare la propria vita” come regola morale generale: l’uccisione dell’aggressore non può trasformarsi in una regola.

È invece ammissibile l’uso della forza letale (nel senso implicito del passo) quando chi agisce lo fa in quanto incaricato pubblico (soldato/funzionario), per proteggere altri o la città, non per vendetta o interesse privato.
In ogni caso, il senso di “Non resistete al malvagio” è: niente vendetta compiaciuta, ma responsabilità reale nel trattenere dal male chi sta peccando aggredendo o minacciando.
La resistenza “al malvagio” è quindi un dovere del giusto. E qui potremo fare diversi esempi dai Vangeli, come la stessa testimonianza del Cristo.

  • San Gregorio Magno: “saggezza” nel correggere e prevenzione della violenza sproporzionata
    Gregorio collega la correzione al rischio di eccesso passionale (oggi diremo “de panza”, sentimentale, emotivo, di vendetta): quando un rimprovero diventa asprezza, “l’ascia scivola” e può arrivare a ferire o uccidere.
    Perciò serve discernimento tra correzione e “connivenza”. L’esempio che porta è il seguente e vale come principio:
    “Se un uomo va in semplicità di cuore con il suo amico nel bosco a tagliare legna, e il legno dell’ascia vola via dalla sua mano, e il ferro scivola dal manico e colpisce il suo amico e lo uccide, egli fuggirà in una delle suddette città e vivrà; affinché non accada che il parente prossimo di colui il cui sangue è stato versato, mentre il suo cuore è caldo, lo insegua, lo raggiunga e lo colpisca a morte (Deuteronomio 19,4-5).
    Infatti andiamo con un amico nel bosco ogni volta che ci accingiamo a esaminare le delinquenze dei subordinati. E tagliamo legna in semplicità di cuore, quando con pia intenzione tagliamo i vizi dei colpevoli. Ma l’ascia vola via dalla mano, quando il rimprovero è tirato verso l’asprezza più di quanto la necessità richieda. E il ferro salta dal manico, quando dal rimprovero esce un discorso troppo duro. E colpisce e uccide il suo amico, perché l’ingiuria eccessiva lo taglia fuori dallo spirito di amore.
    Infatti la mente di colui che viene rimproverato scoppia improvvisamente in odio, se un rimprovero smodato lo accusa oltre il dovuto.
    Ma colui che colpisce il legno incautamente e distrugge il suo prossimo deve necessariamente fuggire in tre città, affinché in una di esse possa vivere protetto; poiché se, rifugiandosi nei lamenti della penitenza, è nascosto sotto la speranza e la carità nell’unità sacramentale, non è ritenuto colpevole dell’omicidio perpetrato.
    E lui il parente prossimo dell’ucciso non lo uccide, nemmeno quando lo trova; perché, quando viene il giudice severo, che si è unito a noi condividendo la nostra natura, senza dubbio Egli non richiede la pena della sua colpa da colui che la fede, la speranza e la carità nascondono sotto il riparo del suo perdono…”

Questo aiuta per la legittima difesa in ottica cristiana: anche quando si deve intervenire per fermare il male, non si può agire mosso da furore o da “sproporzione”, perché la violenza può nascere o peggiorare per colpa dell’impeto, dando vita all’odio e alle vendette.
Inoltre, Gregorio descrive la dimensione di “spada” come legata alla lotta spirituale e alla preparazione: la “spada” è posta sulla coscia per le “paure della notte”, cioè per combattere le tentazioni anche quando non sono visibili.
Pur non essendo difesa fisica in senso stretto, è utile come cornice: la vera “arma” è la vigilanza e la preparazione, non la ricerca di colpire. (SCARICA QUI tutti i testi citati)

Per venire al nostro tempo moderno abbiamo il grande Dottore della Chiesa Sant’Alfonso de Liguori…
Nelle sue opere di teologia morale, come la Theologia Moralis, sant’Alfonso de Liguori riprende la tradizione cattolica classica (in particolare di san Tommaso d’Aquino) insegnando che la legittima difesa è lecita per proteggere la propria vita, ma deve rispettare il principio di proporzionalità e il limite della moderazione (moderamen inculpatae tutelae, ossia, il limite della difesa incolpevole).
Principi della legittima difesa nel Liguori sono così riassunti:

  • Diritto alla vita: È lecito respingere la violenza con la violenza per salvare la propria vita o quella del prossimo da un’aggressione ingiusta. Nel brano di Mt.5,45, Gesù spiega che il Padre celeste «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». Questo significa che Dio non fa distinzioni umane e offre a tutti, indistintamente, i doni necessari per convertirsi, agire nel Bene e vivere. È un invito a superare la logica della ritorsione, della vendetta, per imitare la gratuità e la misericordia di Dio.
  • Uccisione involontaria dell’aggressore: L’intenzione primaria deve essere la salvezza della propria vita, mentre l’eventuale morte dell’aggressore è un effetto non voluto direttamente ma ammesso per necessità (riguarda appunto durante la colluttazione o per l’intrusione del malvagio in casa propria che mette in pericolo la vita altrui).
  • Misura e proporzione: Si deve usare la forza solo se strettamente necessaria a sventare il pericolo dell’incolumità della propria vita e dei propri cari (moderamente), evitando una reazione eccessiva o sproporzionata rispetto all’offesa ricevuta.

Conclusione:
Ovviamente non abbiamo alcuna pretesa di aver esaurito tutto l’argomento. Questo tema è spinoso e complesso e – per noi Cattolici – ha a che vedere con l’insegnamento dei Vangeli. Poiché non tutti sono cattolici, auspichiamo di cuore che, quanto abbiamo raccolto, possa tornare utile a chiunque abbia “buon senso”, riconosca la legge naturale, il valore della vita, il valore del Bene Comune…
Possiamo quindi riepilogare così:

  • Giustizia anche nel conflitto (Ambrogio).
  • Niente vendetta/odio: attenzione a come la violenza spiritualmente ricade su chi la sceglie (Crisostomo).
  • Il caso dell’aggressore contro la vita viene già discusso in epoca patristica (Agostino, tramite la Lettera 46-47).
  • Discernimento e moderazione per evitare l’eccesso (Gregorio Magno).
  • L’ordine morale dell’atto: l’aggressione ingiusta è male; la difesa mira a resistere al male con moderazione. (Tommaso d’Aquino)
  • Diritto alla vita, buone intenzioni, misura e proporzione dell’atto (Alfonso de Liguori)

Questi riferimenti, seppur molto sintetizzati, permettono di dire con onestà che, per i Padri e Dottori della Chiesa, la “difesa” non viene negata, ma va sempre misurata con giustizia, moderazione e prevenzione del male, senza trasformare la forza o il fatto di essere nella ragione per aver subito un torto, in vendetta.


Dalle Orazioni di Santa Caterina da Siena
L’UOMO IMMAGINE DI DIO
(Orazione 1)
O Dio, Dio, ineffabile Dio. O somma bontà che solo per amore ci hai fatti a tua immagine e somiglianza, non dicendo: «Sia fatto» quando hai creato l’uomo, come quando hai fatto le altre creature, ma dicendo: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza»! O amore ineffabile, che così hai detto perché consentisse tutta la Trinità!
Tu gli hai dato la forma della Trinità, eterno Dio, nelle facoltà dell’anima sua, donandogli la memoria per dargli la forma di te, eterno Padre, che come Padre tieni e conservi ogni cosa in te. Così gli hai dato la memoria perché mantenga e conservi quello che l’intelletto vede, intende e conosce dite, bontà infinita. E così partecipa della sapienza del tuo Figlio unigenito. Gli hai dato la volontà, o dolce clemenza di Spirito Santo, che si eleva piena del tuo amore e come una mano afferra ciò che l’intelletto conosce della tua bontà ineffabile.
Così, con la volontà e la mano forte dell’amore, la memoria e l’affetto si riempiono dite.
Grazie, grazie a te, altissimo ed eterno Dio, del grande amore che ci hai mostrato dandoci una così dolce forma nell’anima e con essa le facoltà, cioè l’intelletto per conoscere te, la memoria per ricordarsi dite, per conservare te in sé, la volontà e l’amore per amare te sopra ogni altra cosa. Ragionevole cosa è che conoscendo te, bontà infinita, ti amiamo; e questo amore è di una tale forza che né demonio né altra creatura ragionevole ce lo può togliere se noi non vogliamo. Ben si deve vergognare l’uomo, vedendosi amare così tanto da te, se non ti ama.
(…) Se vogliamo amare Dio, abbiamo la tua ineffabile divinità; se vogliamo amare un uomo, tu sei un uomo nel quale posso conoscere te, inestimabile purezza; se voglio amare un signore, tu sei un signore, e hai pagato il prezzo del tuo sangue per liberarci dalla schiavitù del peccato.
O eterno Dio, per la tua benevolenza e carità smisurata, tu sei signore, padre, e fratello nostro. Il Verbo tuo Figlio, conoscendo e facendo la tua volontà, volle spargere il suo sangue prezioso per la nostra miseria sul legno salutare della santissima croce.
Tu, o Dio, sei somma sapienza, io una ignorante e misera creatura; tu sei somma ed eterna bontà, io morte e tu vita, io tenebre e tu luce, io stoltezza e tu sapienza, tu infinito e io finita, io inferma e tu medico, io fragile peccatrice che non ti ha mai amato, tu bellezza purissima e io vile creatura. Tu per ineffabile amore mi hai tratto da te, e attrai tutti noi a te per grazia e non per debito, se vogliamo lasciarci attirare a te, cioè se la nostra volontà non si ribella alla tua.
Ohimè: ho peccato contro il Signore, pietà di me.


RICORDA CHE:

ATTENZIONE: SUL CONCETTO DI “GUERRA GIUSTA” CLICCARE QUI:

I commenti sono chiusi.

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑