Don Tonino Bello

«Ho conosciuto Tonino Bello e non ne conservo buona idea. Persona degna sul piano personale, ma io sono contrario alla sua beatificazione. Dottrinalmente e teologicamente era molto arruffone, confuso, specie in tema mariano; poi svolgeva il compito di pastore e di vescovo con approssimazione e confusione, con populismo e demagogia, sposando modi contrari alla Chiesa, modi che ingeneravano false idee nei fedeli. Quando parlava non si sapeva se parlava il vescovo o la persona e questo danneggiava la Chiesa. Fu un demagogo, amante troppo della pubblicità e della gloria personale»

Monsignor Odo Fusi Pecci, vescovo emerito di Senigallia

UN NOSTRO DOSSIER-STUDIO sul “caso” Don Tonino Bello, scaricabile qui in comodo pdf

Il Bello beato? Non è consigliabile! Mons. Nicola Bux spiega il perché…

Intervista a mons. N. Bux: la “povera chiesa” di Don Tonino Bello

Più “santino” che “santo”

Un “santo nuovo” per una “chiesa nuova”?

Il brutto di Bello (1)

Il brutto di Bello (2)

Il brutto di Bello (3)

La Madonna in bikini di don Tonino Bello

Una mariologia improponibile

Una Nota a margine – di Cristina Siccardi su don Tonino Bello

La strana spiegazione, di Don Tonino Bello, sulla questione della stola e grembiule:

Stola e grembiule

  • Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente, e l’accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio.
  • Si, perchè di solito la stola richiama l’armadio della sacrestia, dove con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d’incenso, fa bella mostra di sè, con la sua seta ed i suoi colori, con i suoi simboli ed i suoi ricami. Non c’è novello sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima messa solenne, una stola preziosa.
  • Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia (per non parlare del richiamo al grembiulino della massoneria… ma non vogliamo ardire a tanto). Ordinariamente non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore, per un giovane prete. Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla nè di casule, nè di amitti, nè di stole, nè di piviali.
  • Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale.
  • Chi sa che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sacrestie con l’aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le pianete di camice d’oro, tra i veli omerali di broccato e le stole a lamine d’argento!
  • La cosa più importante, comunque, non è introdurre il “grembiule” nell’armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola ed il grembiule sono quasi il diritto ed il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile.
  • Nel nostro linguaggio canonico, ai tempi del seminario, c’era una espressione che oggi, almeno così pare, sta fortunatamente scomparendo: “diritti di stola”. E c’erano anche delle sottospecie colorate: “stola bianca” e “stola nera”. Ci sarebbe da augurarsi che il vuoto lessicale lasciato da questa frase fosse compensato dall’ingresso di un’altra terminologia nel nostro vocabolario sacerdotale: “doveri di grembiule”! Questi doveri mi pare che possano sintetizzarsi in tre parole chiave: condivisione, profezia, formazione politica.
  • Speriamo che i seminari formino i futuri presbiteri ai “doveri di grembiule” non solo con la stessa puntigliosità con cui li informavano sui “diritti di stola”, ma con la stessa tenacia, col medesimo empito celebrativo e con l’identico rigore scientifico con cui li preparano ai loro compiti liturgici.

  • INTERVISTA

mons. Nicola Bux: la povera Chiesa di don Tonino

«Come diceva Madre Teresa di Calcutta, “la vera povertà è la non conoscenza di Dio”. Solo in questo senso la Chiesa evangelizza davvero i poveri. C’è da chiedersi se sia davvero questa l’eredità che ci ha lasciato monsignor Tonino Bello». Un giudizio severo quello di don Nicola Bux sull’ex vescovo di Molfetta di cui ricorre il 25esimo anniversario della morte. Occasione che il prossimo 20 aprile porterà in pellegrinaggio ad Alessano e Molfetta papa Francesco. Dopo don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari, dunque, il Papa rende onore a un’altra figura di prete e di vescovo controverso. Don Nicola Bux, teologo e liturgista, è stato anche consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede durante il pontificato di Benedetto XVI.

Don Bux, uno slogan che andava molto di moda al tempo di monsignor Bello era “la Chiesa del grembiule”, intendendo con questo il servizio ai poveri. Ma c’è chi ha osservato che se non c’è anche la stola, il servizio ai poveri diventa ambiguo.
Gesù Cristo ha detto che bisogna evangelizzare i poveri, nel discorso programmatico della sinagoga di Nazareth. Ora, l’evangelizzazione cosa significa? Far conoscere la notizia nuova che Dio è venuto nel mondo, prendendo la nostra natura umana. Questo è il Vangelo. Altrimenti, perché la Chiesa dovrebbe occuparsi dei poveri, se non avesse a cuore la loro salvezza eterna? La Chiesa non è un’agenzia di beneficenza, una Organizzazione non Governativa (Ong), ma il Corpo di Cristo, un soggetto che è costituito, nelle sue membra, dai poveri, potremmo dire in gran parte – poveri che non sono da intendere solo in senso materiale, ma anche morale e spirituale – e li aiuta a entrare nel mistero di Cristo.

Questa dimensione sembra perà meno percepita e ancor meno praticata.
Ma questa è l’autentica dimensione che ha visto nascere nella Chiesa una miriade di santi della carità, che, nel momento stesso in cui si occupavano dei poveri, li catechizzavano. Molfetta ha già un Servo di Dio, anzi Venerabile, spero, un prossimo santo, che è Ambrogio Grittani, il quale scrive, tra l’altro, che i poveri voleva portarli all’altare. Quindi non si preoccupava soltanto di sfamarli col cibo materiale, ma innanzitutto della loro salvezza eterna, del loro bisogno spirituale, perché, come diceva Madre Teresa di Calcutta, «la vera povertà è la non conoscenza di Dio». Quindi, solo in questo senso la Chiesa evangelizza davvero i poveri. Un vescovo come mons. Bello, o un sacerdote, o un laico cristiano, non dovrebbe avere un’idea diversa. Quindi, perché accusare la Chiesa di disinteresse – come si legge in non poche omelie di Bello – quando da sempre si è occupata dei poveri; e proprio a Molfetta, dove c’era il “Boccone del povero”,  messo su da Don Grittani, l’opera San Giuseppe Labre; proprio lì, nella sua diocesi, insieme ad altre opere caritative e sociali. Quindi, perché prendersela con la Chiesa?

Però è indubbio che don Tonino non faceva solo discorsi. Tra i poveri ci andava veramente, quando non li portava da lui, verrebbe da dire ci viveva. Spesso suscitando polemiche.
Un vescovo, un prete, un cristiano, oltre che aumentare l’azione caritativa – non dimentichiamo che la Chiesa, in Italia e nel mondo, ha promosso le Caritas –  oltre che desiderare il moltiplicarsi delle opere di carità, innanzitutto deve desiderare che l’uomo incontri Gesù Cristo ed entri nella Chiesa, perché Cristo è venuto nel mondo per far conoscere Dio, per rivelare se stesso come la via della salvezza e ha istituito la Chiesa come ambito di salvezza dell’uomo. Il massimo aiuto da dare ai poveri, è portarli a Cristo; ecco il senso dei sacramenti, che fanno entrare l’uomo nella Chiesa, nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Se un vescovo dimenticasse questo, avrebbe una comprensione carente del suo ministero. Infatti, gli Apostoli istituirono i diaconi perché si dedicassero alla carità, mentre riservarono per sé la predicazione e i sacramenti.

Forse si è ridotta la comprensione del termine “carità”.
Credo che si sia ridotto innanzitutto il senso dell’incarnazione, cioè la ragione per cui Dio si è fatto uomo. Di conseguenza, non conoscendo più questo, siamo caduti in una sorta di deismo, per cui basta credere in un Dio qualsiasi… Di conseguenza, non c’è motivo di ripetere l’invito di Cristo a convertirsi e a credere al Vangelo, per cui la parola “conversione”, è assente, nella predicazione, nelle conferenze teologiche, perché questo termine, come dire, andrebbe a toccare quella che è la condizione reale dell’uomo, chiedendogli davvero un mutamento di mentalità. Cristo ha inaugurato la sua missione pubblica invitando a convertirsi e credere al Vangelo: la Chiesa è stata istituita per questo.

E quindi il termine carità come lo dobbiamo intendere?
Il termine “carità” va inteso, come lo ha sempre inteso la tradizione cattolica: l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo, che sono assolutamente inscindibili. Questa è la carità, che deve essere una virtù, cioè un abito permanente del cristiano. Siccome non sussiste l’amore verso il prossimo, se prima non c’è l’amore verso Dio, bisogna, appunto, amare Dio. L’amore di Dio implica dare del tempo a lui – ecco il senso del culto a Dio, nella preghiera a Dio, nella fede in Dio – e di conseguenza scaturisce l’attitudine, la virtù dell’amore verso il prossimo. E quindi, dal tempo che diamo a Dio,  consegue anche la dedizione nostra al prossimo. Altrimenti la nostra attenzione al prossimo, si confonde col volontariato; ma il volontariato non è la carità. Il volontariato è l’azione a cui presiede la volontà, ma direbbe San Paolo: se anche dessi le mie sostanze ai poveri, ma non ho la carità…

Don Tonino Bello parlava molto anche dei lontani da raggiungere…
I lontani, la Chiesa gli ha sempre desiderato portarli vicini a sé, includerli nella Chiesa; altrimenti oggi sarebbero quattro gatti. Il punto è che mons. Bello, come i “cristiani del dissenso” degli anni ’70, manifesta spesso una insofferenza per la Chiesa, al punto – mi pare in qualche omelia – di descriverla come matrigna e non madre. Eppure, la Chiesa ha sempre avuto l’anelito missionario di raggiungere tutti i confini della terra, in obbedienza al comando di Gesù, di andare in tutto il mondo e fare discepole tutte le creature e battezzarle. Invece, si accusa la Chiesa di aver colonizzato i popoli, di averli espropriati della loro cultura, e così via. Ma domandiamoci: i lontani, oggi, si sono avvicinati alla Chiesa, con tutte le attività pastorali che si promuovono? Un tempo si usava il termine, molto più appropriato, di apostolato e si operava per riportare l’uomo nella casa, nella casa sua che è la Chiesa del Dio Vivente. Così, era molto minore la lontananza. Invece, con tutti i discorsi e le azioni pastorali, la società si è scristianizzata; all’inizio del secolo scorso il  drammaturgo inglese Thomas Eliot diceva: ”E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità ?”. Quindi la Chiesa non può chiamarsi fuori: essa abbandona l’umanità, non quando non compie le opere per i poveri, ma quando non annuncia Dio ai poveri, intendendo per poveri, l’umanità che ha bisogno di Dio, che cerca la Verità e ha bisogno di Dio, perché anche chi chiede il pane, a suo modo cerca Dio; quindi la Chiesa non può dare solo il pane che perisce – ha detto Gesù – ma deve dare il pane di vita eterna; perciò ho fatto l’esempio di don Ambrogio Grittani.

Monsignor Bello diffidava della parola identità e amava invece parlare di convivialità delle differenze. Lui usa questa espressione anche per sostenere che tra le Persone della Trinità vi sono differenze.

L’espressione “convivialità delle differenze” è molto ambigua, facilmente viene scambiata per l’indifferentismo, come dire “non è importante la differenza”.

Sono molto scettico su espressioni del genere, non diverse da altre, come “teologia della liberazione”,  “teologia della speranza”“teologia del servizio” e così via.Teologia significa: “parlare di Dio” e, aggiungerei, parlare con Dio; quindi, se si parla di Dio, si deve parlare del suo servizio primigenio che è di aver creato l’uomo, di averlo salvato, e del fatto che, nella misura in cui prendiamo coscienza di questo, dobbiamo compiere il servizio della parola divina, dobbiamo far conoscere la parola che salva l’uomo: questo è il vero servizio, sia attraverso le parole che attraverso i gesti, cioè le opere di carità e di misericordia; sempre con l’obiettivo di portare l’uomo al Signore perché l’uomo ha sete di Dio; finché non arriva a vedere il suo volto, il suo cuore è inquieto, come scrive sant’Agostino, perché l’anima sua non ha raggiunto la patria; ecco in che senso noi possiamo parlare di felicità, altrimenti cadiamo nell’edonismo, nell’epicureismo insomma (godi che tanto poi la vita finisce, devi morire), invece la felicità che noi annunciamo è quella che viene dall’incontro con Cristo che dà il centuplo quaggiù e l’eternità. Comunque l’espressione “convivialità delle differenze”, applicata alla Trinità, è una vera e propria eresia. Probabilmente mons. Bello non ne era consapevole. Per lui i misteri della fede erano solo un pretesto per parlare dell’uomo.