I gesuiti novatores al comando della loro “nuova chiesa” (apostata)

Siamo giunti alla conclusione del nostro modesto studio sulla rovina che regna fra i gesuiti novatores. Prima di proseguire ci preme riaffermare che, il nostro, non è assolutamente un atto d’accusa contro la Compagnia di Gesù, anzi: lo scopo di questo studio è quello di onorare e difendere quei grandi gesuiti fedeli alla Chiesa fino al martirio. Ma, per fare questo, è necessario denunciare senza remore la decadenza dell’ordine fondato da Sant’Ignazio, per cui affidiamo queste pagine proprio al santo Fondatore di Loyola e a tutti i grandi gesuiti che hanno glorificato Cristo e la Chiesa con le loro vite.  Ad maiorem Dei gloriam!

Siamo così giunti alla – per ora – conclusione del nostro modesto studio sulla rovina dottrinale, morale e liturgica, che regna fra i gesuiti novatores. Prima di proseguire ci preme riaffermare che non si tratta, il nostro, di un atto d’accusa contro la Compagnia di Gesù, anzi.

«La corruzione intellettuale e morale – spiega il prof. Roberto de Mattei – della Compagnia di Gesù degli ultimi cinquant’anni non deve fare dimenticare i suoi straordinari meriti nel passato»[1]. E noi non potremo essere più che d’accordo. La cattolicità deve davvero moltissimo a Sant’Ignazio di Loyola e ai suoi fedeli “soldati”: «Tra la Rivoluzione protestante e la Rivoluzione francese i Gesuiti hanno rappresentato l’inespugnabile barriera che la Provvidenza ha levato contro i nemici della Chiesa. E la diga crollò, nel 1773, proprio quando un papa, Clemente XIV, soppresse la Compagnia di Gesù, privando la Chiesa dei suoi migliori difensori»[2].

Dunque, lo scopo di questo studio è proprio quello di onorare e difendere quei grandi gesuiti fedeli alla Chiesa fino al martirio. Ma, per fare questo, è necessario denunciare senza remore la decadenza dell’ordine fondato da Sant’Ignazio, iniziata dalla fine del XIX secolo e che «ebbe una significativa espressione negli anni del Concilio Vaticano II, dove un ruolo decisivo venne svolto dal gesuita Karl Rahner, e soprattutto in quelli che ad esso seguirono quando, sotto il governo del padre Arrupe, i Gesuiti promossero, sotto varie forme, la teologia della liberazione in America Latina»[3].

Per cui affidiamo queste pagine al Santo Fondatore di Loyola e a tutti i grandi gesuiti che hanno glorificato Cristo e la Chiesa con le loro vite.

Ad maiorem Dei gloriam!

La “nuova Chiesa” dei “nuovi” gesuiti

Nella prima parte, abbiamo cercato dimostrare come il gesuitismo novatore sia stato il “motore” della scristianizzazione della Chiesa stessa; in particolare creando e diffondendo movimenti neo-modernisti, il cui scopo era ribaltare, per mezzo del primato prassi, il depositum fidei, cominciando col cambiare gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio, il loro stesso padre fondatore.

Nella seconda parte, invece, abbiamo trattato il rapporto burrascoso fra la Compagnia e il papato negli anni dell’immediato post-Vaticano II. I gesuiti novatores, infatti, sono stati i principali propagatori del cosiddetto “spirito del concilio”, cioè quell’errata ermeneutica condannata da papa Benedetto XVI[4]. Abbiamo visto, in modo particolare, il drammatico scontro fra il “papa nero”, il generale dei gesuiti Pedro Arrupe, e il “papa bianco”, il romano pontefice Paolo VI.

In questa terza parte, invece, approfondiremo in che modo questa lotta sia continuata anche con i papi Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, i quali pur essendo stati “investiti” anch’essi dal “vento delle novità”, non hanno mai pensato alla costruzione di una nuova “Chiesa”, al contrario dei gesuiti di Arrupe.

Da Trento al Vaticano (II)

Avendo avuto la pazienza e la costanza – ci auguriamo – di aver letto le due parti precedenti, avrete sicuramente notato che non si tratta, il nostro, di una teoria complottista, ma di un vero e proprio studio con dati e prove alla mano, atto a dimostrare che i gesuiti novatores sono i principali responsabili dell’apostasia che regna dentro la Chiesa, diffondendola tenacemente, fino ad arrivare ai massimi livelli della Gerarchia cattolica. Per capire meglio, prendiamo due importanti eventi storici della Chiesa, in cui la Compagna di Gesù è stata protagonista di primo piano: il Concilio di Trento (1545-1563) e il Concilio Vaticano II (1962-1965).

A Trento, proprio i gesuiti furono i primi e i più tenaci difensori della Dottrina cattolica contro l’eresia protestante (cliccare qui). Al Vaticano II, al contrario, furono i gesuiti i primi a cedere all’eresia neo-modernista, tramite la cosiddetta nouvelle theologie (cliccare qui). Ciò causò non solo un rigido inverno[5] nella Chiesa, ma il declino stesso della Compagnia di Gesù.

Antonio Caruso, SJ (1919-2010)

«La frana di ventimila membri, subìta dalla Compagnia di Gesù dopo il generale belga P. Giovanni Battista Janssens… – così descrive tale drammatico declino il padre gesuita Antonio Caruso (1909-2010)è tale da non far ritenere esagerata l’affermazione di caduta a strapiombo. È difficile trovare un altro caso di simili proporzioni… (…) Nel Concilio, indetto da Giovanni XXIII, vari uomini delle nuove teologie cercarono di recitare la parte del leone, creando quella confusione che sta a monte della crisi del dopo-Concilio. (…) Oggi non è raro incontrare giovani gesuiti, anche sacerdoti, che non solo ignorano latino e filosofia sistematica, ma non sanno nulla dei pionieri confratelli, santi e non, perché a loro non interessa neppure la storia»[6]. Ribadiamo che questa crisi non è una peculiarità della Compagna di Gesù, tuttavia è chiaro come il sole che all’origine dell’apostasia vi sono i gesuiti di Pedro Arrupe, il quale fu generale dal 1965 al 1983.

Non insisteremo mai abbastanza su ciò che avvenne nella XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù (2/XII/1974 – 7/III/1975), nonché la cosiddetta teologia della liberazione (cliccare qui) e della sua variante argentina, la teologia del popolo[7], poiché è la chiave per comprendere questa apostasia, questo “ribaltamento” di prospettiva dei fini del Cattolicesimo (cliccare qui), che non ebbe conseguenze scellerate soltanto all’interno della Compagnia di Gesù, ma persino nella Chiesa stessa,  non come semplice riflesso, quanto piuttosto per un programma, un progetto chiarissimo e lucidissimo, contro tutto ciò che la Chiesa aveva da sempre tramandato in termini dottrinali e dogmatici.

Non è un caso quando si scopre allora, per esempio, che tra questi 237 delegati della Congregazione del 1974 comparissero anche l’allora giovane provinciale dei gesuiti argentini, Jorge Mario Bergoglio (arcivescovo di Buenos Aires dal 1998 al 2013), e il biblista torinese Carlo Maria Martini (arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002). E non è ancora un caso se nello stesso anno, 1974, il gesuitismo con sede a Milano, imponeva una politica italiana volta ad incrociare accordi fra la Democrazia Cristiana e l’allora Partito Comunista Italiano[8].

Abbiamo già avuto modo di vedere che il Concilio Vaticano II fu usato come “cavallo di Troia” dai novatores (cliccare qui) per imporre in tutta la Chiesa cattolica la loro eterodossia, ovvero l’accantonamento, non il cambiamento, del depositum fidei per mezzo del primato della pastorale[9] (ovviamente ciò non può che condurre a mutamenti de facto della stessa Dottrina). Senza il “trionfo” del linguaggio della “nouvelle theologie” negli anni del Vaticano II, non sarebbero state possibili le teologie della liberazione e del popolo, perché il primato della prassi sulla teoria[10] è la loro prima peculiarità (cliccare qui).

Il “pastoralismo” fu dunque la corsia preferenziale dei gesuiti post-ignaziani; in particolare per il generale Pedro Arrupe – la cui buona fede non è messa in discussione da parte nostra – il quale, insoddisfatto degli schemi “tradizionali”, mutò radicalmente quello spirito missionario che rese la Compagnia di Gesù uno dei più preziosi baluardi di difesa della Chiesa cattolica.

Il vicolo cieco delle buone intenzioni

Per quanto siano importanti le “buone intenzioni”, non bisogna dimenticare la cara vecchia saggezza popolare di una volta, poiché ci rammenta che “la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”, e che “l’inferno è pieno di buone intenzioni e desideri, ma il paradiso è pieno di buone opere”.

Nel giudicare un’anima, Dio ne considera ovviamente anche le intenzioni, ma non può ignorarne le opere e le conseguenze. Siamo responsabili non solo delle nostre intenzioni, ma soprattutto delle nostre azioni.

«Verrà un giorno, infatti, – ammonisce l’apostolo San Paolo – in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (2Tim 4, 1-5).

Onde evitare questo, oppure per ravvederci, il Signore ci ha detto come fare per riconoscere se intenzioni e opere corrispondono:

«Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere» (Mt 7, 15-20).

Quali sono dunque i frutti del gesuitismo novatore? Stiamo cercando di mostrarli in questo nostro modesto studio in più parti (cliccare qui). Fin ora, il bilancio tende a mostrare i frutti dell’apostasia.

Fattore scatenante di questa apostasia, come abbiamo constatato nella prima e nella seconda parte, è stata la cosiddetta “ingiustizia sociale”. Sconfiggere tale “ingiustizia sociale” è sempre stata la “buona intenzione” della stragrande maggioranza dei falsi profeti e dei cattivi maestri (cliccare qui), ma il modo adottato, questa “nuova pastorale”, ha condotto inesorabilmente all’apostasia, dal momento che si è voluto procedere dissociandosi dalla tradizione della Chiesa. Del resto, la dottrina cattolica insegna che il fine non giustifica i mezzi.

Il fumo nel tempio

Uno dei capo-stipite della caduta della Compagnia è stato il padre George Tyrrell[11], esponente di quell’umanesimo e di quel modernismo risalenti già dal 1700, correnti ideologiche che avevano già “infettato” altri nomi ben noti a ogni gesuita, come quelli di Robert de Lamennais (1782-1854), Marc Sangnier (1873-1950), Emmanuel Mounier (1905-1950).

Tyrrell fu, in un certo sento, il primo gesuita ad uscire allo scoperto, sostenendo apertamente il modernismo. Il grande papa San Pio X (1903-1914), non poté fare altro che sanzionarlo, arrivando poi a condannare una volta per tutte il modernismo come «la sintesi di tutte le eresie»[12]. Sempre a Tyrrell si deve il concetto eretico di “popolo di Dio” quale «comunità di base» che, seppur in sé contenente una realtà biblica[13], di fatto assunse un significato politico-ideologico, un’arma sinistroide di stampo marxista[14].

Si può dire che Tyrrell è stato l’anticipatore di Pierre Teilhard de Chardin (del quale abbiamo parlato nella prima e nella seconda parte), con la differenza che il secondo è riuscito a mantenere la propria posizione nella Compagnia, ottenendo anche diversi “discepoli” – tra cui spicca il nome di Henri de Lubac[15] – essendo le sue eretiche dottrine penetrate nei seminari dei gesuiti già dagli anni Trenta. Ciò non sfuggì al padre Jean-Baptiste Janssens (1889-1964), preposto generale della Compagnia dal 1946, il quale cercò di porvi rimedio in molti modi, ma non vi riuscì, perché ormai era troppo tardi.

Teilhard de Chardin vinse la sua battaglia all’interno della Compagnia in nome di quell’umanesimo di stampo religioso postosi come risposta a quello secolarista diffuso in Europa dalla rivoluzione francese in poi, che conquistò soprattutto il filosofo Jacques Maritain[16], autore del celeberrimo Umanesimo integrale[17]. Come sappiamo (cliccare qui), anche Rahner ha sostenuto l’antropocentrismo delle teorie umaniste, con una sua variante pseudo-teologica, una sorta di “confraternita” a servizio della Chiesa, affinché vi fossero inglobate quelle “rivoluzioni popolari” di massa. In una parola: cattolicizzare il marxismo e di conseguenza il liberalismo del protestantesimo storico.

Con queste parole, il padre Malachi Martin spiega la grande influenza che Maritain ebbe nel pensiero filosofico e teologico del XX secolo: «Per Maritain il grido della rivoluzione francese — Libertà! Eguaglianza! Fraternità! — rappresentava “l’irruzione del pensiero cristiano nell’ordine politico”. La sinistra diventava l’elemento più significativo della storia, a sua volta trasformata in una specie di teologia storica basata sulla filosofia marxista, così che in conclusione si poteva dichiarare che la verità religiosa era patrimonio esclusivo delle masse popolari. Benché molti anni più tardi Maritain abbia ritrattato la sfida lanciata con Umanesimo integrale, egli fu subito ascoltato e imitato apertamente persino all’interno della gerarchia della Chiesa, tant’è che il futuro papa Paolo VI, allora arcivescovo Giovanni Battista Montini, in attesa del prossimo diverbio doloroso con i gesuiti, accettò di scrivere la prefazione all’edizione italiana del libro. Montini rimase per tutta la vita un ardente ammiratore di Maritain, con conseguenze che sarebbero andate ben oltre la Compagnia di Gesù»[18].

Infatti, padre Antonio Caruso sottolinea che «si è verificata una vera e propria espropriazione della cultura italiana; la cultura marxista ha finito con l’acquistare molto presto un prestigio sproporzionato, in Italia più ancora che nel resto dell’Occidente»[19]. Questo fu possibile perché, come notò il grande scrittore Eugenio Corti (1921-2014): «Aveva ragione Gramsci quando prevedeva che a scristianizzare il popolo italiano avrebbero provveduto gli stessi cattolici»[20]. Purtroppo è stato così, ed in particolar modo per opera dei gesuiti, come abbiamo dimostrato in queste pagine.

Come riuscì Maritain ad ottenere tanto successo, ad avere tanta influenza su Paolo VI? Semplice, egli scelse una via mediana tra il “vecchio” e il “nuovo”. Il suo “Umanesimo integrale” voleva essere alternativo sia al marxismo che alle destre europee, soprattutto voleva però dar vita a qualcosa di “nuovo” che prendesse le distanze anche dalla “cristianità medioevale”.  Insomma, una sorta di “prurito”, quella voglia di nuovo, di cui San Paolo ci aveva ammonito (cfr. 2Tim 4, 1-5).

Del resto, l’unica vera alternativa alle ideologie del mondo moderno, sia di sinistra che di destra, è il Vangelo di Gesù Cristo, che ci è stato spiegato dalla Tradizione e dai Padri della Chiesa. Soltanto nella dottrina sociale della Chiesa cattolica vi è tutto quello che occorre nell’ordine temporale non solo alle singole anime, ma anche ai popoli della terra. Eppure, ha prevalso questa “voglia di novità”, e ancora oggi stiamo pagando le nefaste conseguenze.

Papa Paolo VI non ebbe remore a denunciare – scandalizzando molti – di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio santo di Dio»[21]. «C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita»[22], aggiunse con sincera amarezza, eppure egli stesso fu uno di quelli che si fidò di quei “profeti profani”. Riconobbe però, confidandosi con l’amico Jean Guitton (1901-1999), con il quale condivideva i suoi pensieri più drammatici, che l’apostasia stava primeggiando nella Chiesa. «C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa – disse l’8 settembre del 1977 –, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: “Quando il Figlio dell’Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?”. Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia»[23].

E i gesuiti novatores, ribadiamo, sono stati i principali divulgatori di quel «pensiero non cattolico» che «non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa». Quel “pensiero non cattolico” diffuso nella Chiesa, del resto, potrebbe avere a che fare con i famosi “errori della Russia” diffusi nel mondo?

Non a caso, padre Antonio Caruso si chiedeva se quel “fumo di satana nel tempio” fosse proprio il senso della terza parte del segreto di Fatima. Da vari indizi, pare proprio che la risposta sia: “sì”. Del resto, padre Malachi Martin, il quale lesse interamente il testo del segreto, dedicò il suo libro sulla deriva dei gesuiti[24] proprio a Nostra Signora di Fatima.

Montini e l’apertura a sinistra

Non possiamo non dedicare un altro capitolo riguardo Giovanni Battista Montini (1897-1978), l’uomo che divenne sommo pontefice col nome di Paolo VI nel 1963, mentre, esattamente 60 anni prima, cioè nel 1903, venne iscritto come studente esterno (essendo cagionevole di salute) nel collegio Cesare Arici di Brescia, retto dai padri gesuiti[25].

Fu proprio l’allora mons. Montini il vero fondatore della Democrazia Cristiana, che nacque dalle ceneri del Partito Popolare italiano di don Luigi Sturzo (1871-1959). Fu dunque lui, a torto o a ragione, a guidare i primi passi verso un sincretismo politico fra la DC e il PCI[26]. Per trattare quest’argomento, però, ci vorrebbe un ulteriore studio a parte, per cui al momento ci basti quanto scrive padre Caruso nel suo libro: «Come è ormai ampiamente risaputo, il processo del Concilio Vaticano secondo sfuggì di mano a papa Roncalli. Aperto nel 1962 si chiuse nel 1965, con Paolo VI, al quale toccò il compito di raddrizzare le più marchiane storture. Intanto, però, molta acqua era passata sotto i ponti del Tevere. E, una volta aperte porte e finestre al soffio dei venti delle novità, pur se riciclate, diventa assai difficile chiuderle nel corso della bufera. Ci vuole più di una generazione, come si espresse saggiamente il cardinale Siri… Si trattava di apertura solo nei riguardi dei socialisti. Ma erano socialisti di Pietro Nenni, legato a fil doppio alla linea frontista di Palmiro Togliatti (il comunista filo sovietico, ndr). Il primo governo di centro-sinistra fu costituito l’anno seguente, 1963, da Moro, con Pietro Nenni vice-presidente del Consiglio e ministro degli Esteri». Manco a dirlo, i primi ad applaudire al primo governo di centro-sinistra furono i gesuiti novatores; negli anni Settanta, furono sempre loro i primi a sostenere il “compromesso storico” fra Moro e Berlinguer.

L’apertura a sinistra più drammatica, in realtà, non fu quella politica, ma quella culturale. Tale “apertura culturale a sinistra” è fondamentale per comprendere la rottura fra il romano pontefice e i gesuiti.

Papa Pio XII, durante il suo pontificato, riuscì a frenare questa deriva, in particolare bloccando il fenomeno dei “preti operai”[27], ma per i gesuiti modernisti non era sufficiente denunciare la gravità dei massacri umani avvenuti nelle due guerre mondiali, ma era necessario soddisfare quel bisogno di giustizia e di pace che l’umanità bramava dopo tanto sangue versato. Essi sostenevano l’imprescindibile “dovere” della Chiesa cattolica di trovare una “soluzione universale” per l’umanità in lotta per la giustizia sociale e l’autorealizzazione; ma, per far questo, era essenziale confrontarsi – non scontrarsi – con il mondo moderno. E l’America Latina fu scelta come “catalizzatore” – spiega padre Malachi Martin – che rendesse possibile questa “integrazione” fra la Chiesa e il mondo, poiché si trattava di un continente in cui vi era moltissima miseria, pressoché ignorata dai cosiddetti popoli ricchi.

In verità, ciò che molti omettono è che una certa infiltrazione avutasi con l’evangelizzazione del mondo protestante influì in questi paesi come in Africa, o in India, in una deflagrazione interna senza precedenti nella storia di quelle popolazioni. Ricordiamo, per esempio, come l’anglicanesimo dell’imperialismo britannico ha lasciato l’India dopo la sua colonizzazione. Per quanto riguarda l’Africa, fino al 1800, a parte le periodiche carestie naturali, non conosceva affatto “la miseria e la fame”, tanto meno lo sfruttamento delle loro risorse naturali. Tutte quelle Missioni in America Latina, in Africa o in India che conobbero i “Padri Bianchi” (come venivano chiamati i missionari cattolici), non conobbero mai la miseria, la fame e lo sfruttamento. Certo, riconosciamo che stiamo semplificando un po’ – non è questo l’argomento in questione in queste pagine –, ma è fondamentale avere almeno dei rudimenti storici per capire in profondità i fatti autentici. Per questo insistiamo nel denunciare – e condannare – le teologie della liberazione e del popolo.

Leggiamo ancora una volta gli illuminanti chiarimenti di padre Malachi: «In sostanza la teologia della liberazione è la risposta alle sollecitazioni codificate anni addietro da Maritain affinché la Chiesa si identificasse con le speranze rivoluzionarie delle masse, con la differenza, forse, che mentre Maritain adottò una teologia storica costruita su una malintesa interpretazione della filosofia marxista, i teologi della liberazione adottarono una teologia politica basata sulle tattiche sovietiche. Applicando concretamente il pensiero teologico che si era sviluppato in Europa alla situazione latino-americana, i prosatori della teologia della liberazione trasformarono una teoria puramente teologica e filosofica in proposte pragmatiche e programmi reali di mutamento delle istituzioni politico-sociali dell’America Latina.

Il fascino esercitato dalla teologia della liberazione sui gesuiti nasceva dalle sue molteplici promesse, la prima delle quali era di sgombrare la mente cattolica da un passato ormai logoro e dai brandelli della teologia. Facendo un passo avanti rispetto a Maritain, la teologia della liberazione volse le spalle completamente alla teologia scolastica, lasciando da parte nel suo procedere gli insegnamenti del papa, l’antica tradizione teologica della Chiesa e i decreti dei concili ecumenici.

Il punto di partenza non poteva essere più diverso. Laddove i concili e i papi si erano basati su Dio come Essere Supremo, Creatore, Redentore, Fondatore della Chiesa, il superiore del vicario chiamato papa, il Giudice Finale del bene e Fustigatore del male, la teologia della liberazione si basava sul “popolo”. Questo termine era inteso come “il popolo di Dio”, cioè la sorgente di rivelazione spirituale e di autorità religiosa e la nuova teologia si basavano sulle modalità con cui “il popolo” procedeva nelle realtà sociali, politiche ed economiche del mondo materiale in evoluzione. “L’esperienza del popolo era la culla della teologia”, diceva una frase considerata sacra.

Con un colpo solo la teologia della liberazione sgravava la mente di coloro che si agitavano in una nuova ricerca sia dal peso degli antichi concetti, dei dogmi e dei processi mentali governati dalle regole fisse del ragionamento tomistico che dalle direttive autoritarie del papato. I teologi si sentivano finalmente liberati… (…) La seconda promessa della teologia della liberazione era ancora più entusiasmante della liberazione dalla teologia cattolica in quanto riguardava la partecipazione diretta alla “Nuova Umanità”, il mondo nuovo che stava emergendo nel ventesimo secolo alle soglie di una nuova era. Si trattava della promessa di evoluzione intesa come progresso delle condizioni umane, già preconizzato dai modernisti, Tyrrell, Teilhard, Duchesne e tutti gli altri. La parola “liberazione” includeva entrambe queste promesse, di libertà dalla logora teologia papale e di partecipazione con il “popolo di Dio” nella grande impresa dell’evoluzione sociale e della rivoluzione…».

“Concepita” in Germania e in Francia, “nata” in America Latina, la teologia della liberazione non poté che avere anche in Italia esponenti di primo piano proprio tra coloro che sostenevano il sincretismo politico-culturale della DC dell’allora mons. Montini, in particolare i gesuiti fondatori della rivista milanese Aggiornamenti Sociali. Milano, la gloriosa arcidiocesi ambrosiana, che fu affidata a Giovanni Battista Montini da papa Pio XII[28] nel 1953, divenne in un certo senso il laboratorio ideologico dei gesuiti novatores italiani[29], sostenendo chiaramente i moti rivoluzionari di stampo marxista, andando ben oltre le idee politiche e il progetto del futuro Paolo VI[30]. Così, racconta padre Antonio Caruso nei suoi scritti, si arrivò nella seconda metà degli anni Settanta, quando Aldo Moro (1916-1978), cercò in tutti i modi di formare un governo composto dal suo partito, la DC, e il partito comunista di Enrico Berlinguer (1922-1984). «Moro seguiva la sua linea perché convinto, come lui stesso espresse a Paolo VI, che il futuro del mondo sarebbe stato del comunismo», conclude padre Caruso. Tutto ciò, naturalmente, ebbe gravissime ripercussioni in tutta la Chiesa cattolica, poiché, teniamolo bene a mente, la maggioranza dei suoi membri (i laici) vivono nel mondo, immersi nelle realtà temporali.

Il 264° vescovo di Roma, Paolo VI, al secolo Giovanni Battista Montini, è un Enigma con la E maiuscola.

«Paolo VI era alunno dei gesuiti», scrive padre Caruso. «Lo era stato una prima volta da giovanissimo al Collegio di Brescia[31], e poi a Roma aveva frequentato i corsi della Gregoriana. Ma era pure un autodidatta in quanto leggeva molto e seguiva le varie correnti nel mondo del pensiero».

Aveva dunque ben ragione il Dottor Communis Ecclesiae, San Tommaso d’Aquino, a metterci in guardia, oltre che dai cattivi maestri, anche dagli autodidatti![32]

Ed ecco perciò giungere quel folle suicidio, quell’«autodemolizione» – per usare le stesse parole di Paolo VI[33] – della Chiesa, che divenne palese quando i cattolici italiani (o sedicenti tali) non solo firmarono le leggi sul divorzio (n. 898/1970) e sull’aborto (n. 194/1978), ma addirittura ne respinsero le abrogazioni con i referendum del 1974 e del 1981. Così l’Italia divenne, da centro della cristianità, il paese degli apostati “patentati”. I radicali, i comunisti e i socialisti non sarebbero riusciti a promulgare quelle due diaboliche leggi senza il supporto dei democristiani, cioè i discepoli del pontefice bresciano.

Ovviamente Paolo VI non fu mai favorevole al divorzio, né all’aborto, anzi con la sua ultima e contestatissima enciclica, l’Humanae Vitae, rimase l’unico a difendere il matrimonio, la famiglia e la vita umana in quello che forse è stato l’anno più drammatico della storia, il 1968[34]. Egli, vedendo i suoi discepoli partecipare alla scristianizzazione dell’Italia, si sentì tradito e incompreso; non si rese conto che, in realtà, fu proprio la sua politica di apertura a sinistra la causa del tradimento dei democristiani. Tale “apertura” fu come uno tsunami incontrollabile che travolse e sommerse le “coste rocciose” della dottrina cattolica. Naturalmente, queste “coste rocciose” non sono state distrutte, ma ciò non ha impedito all’onda anomala di devastare la cattolicità: i danni sono sotto gli occhi di tutti. Paolo VI, suo malgrado[35], promosse il cosiddetto catto-comunismo[36].

Quel giubileo non s’ha più da fare…

Per far comprendere meglio il drammatico quadro della situazione, vi informiamo riguardo una notizia passata sotto silenzio. Nel 1973, fra le tante innovazioni che si volevano, o si sono volute attribuire al Vaticano II – al suo “spirito” – alla Santa Sede si pensò addirittura di non indire il Giubileo del 1975, abolendo di fatto l’istituzione degli Anni Santi. Fortunatamente, la Divina Provvidenza impedì che si compisse quest’ennesimo scempio.

Come si arrivò a pensare ad una tale assurdità? Nei primi anni Settanta, a seguito del post-concilio, imperava un’aria strana, il cui scenario è stato straordinariamente descritto dalla penna di padre Malachi. È giusto dire immediatamente che qui non furono responsabili i gesuiti, tuttavia furono loro a metterci il “carico da undici”, quando rigettarono la tradizionale Consacrazione ai Cuori di Gesù e Maria (fatto sbalorditivo che vi abbiamo raccontato nella seconda parte).

La corrente progressista, quella dello “spirito del concilio”, sostenne che i giubilei fossero un “retaggio di nostalgie passate”, una sorta di “autocelebrazione” che la Chiesa impose dal 1300 in poi, per cui potevano essere tranquillamene aboliti. Uno di questi “spiriti” illuminati dall’inquilino del piano di sotto – cioè dal demonio – era il cardinale Leo-Joseph Suenens (del quale vi abbiamo parlato anche nella prima parte), arcivescovo di Bruxelles e primate del Belgio, il vescovo che più di ogni altro si oppose all’enciclica Humanae Vitae[37].

Paolo VI stava per cedere alla richiesta – mal consiglio dai soliti gesuiti che circolavano nei Sacri Palazzi – ma ebbe un ripensamento, sicuramente illuminato dal Cielo. «Ci siamo domandati se una simile tradizione meriti d’essere mantenuta nel tempo nostro, – ha spiegato durante l’udienza generale del 9 maggio 1973tanto diverso dai tempi passati, e tanto condizionato, da un lato, dallo stile religioso impresso dal recente Concilio alla vita ecclesiale, e, dall’altro, dal disinteresse pratico di tanta parte del mondo moderno verso espressioni rituali d’altri secoli; e ci siamo subito convinti che la celebrazione dell’Anno Santo, non solo può innestarsi nella coerente linea spirituale del Concilio stesso, alla quale preme a noi di dare fedele svolgimento, ma può benissimo corrispondere e contribuire altresì allo sforzo indefesso e amoroso che la Chiesa rivolge ai bisogni morali della nostra età, all’interpretazione delle sue profonde aspirazioni, ed anche alla onesta condiscendenza verso certe forme delle sue espressioni esteriori preferite…».

Ma fu un Giubileo “sincretista”, il primo stranito da certe innovazioni conciliari. A quanti si scandalizzano – giustamente – per certe aperture fatte da Giovanni Paolo II nell’incontro inter-religioso organizzato dalla Comunità Sant’Egidio ad Assisi nel 1986, oppure da papa Francesco che si reca a Lund, in Svezia, per commemorare la rivoluzione luterana, forse non ricordano quando Paolo VI aprì la Porta Santa, nella Santa Notte del Natale del 1974, ospitando nel suo corteo un gruppo di monaci buddisti che passarono, dopo di lui, la Porta, senza convertirsi al Cristianesimo.

Anche quelli che si scandalizzano – legittimamente – al vedere papa Francesco, durante il viaggio apostolico in Turchia, inchinarsi per farsi benedire dal patriarca ortodosso Bartolomeo I, forse non rammentano il dissennato gesto compiuto dal pontefice bresciano il 14 dicembre del 1975. Durante la celebrazione del decimo anniversario del reciproco ritiro delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli, papa Paolo VI improvvisamente interruppe il cerimoniale liturgico: s’inginocchio e baciò i piedi del metropolita Melitone di Calcedonia, capo della delegazione delle comunità ortodosse. Un gesto, naturalmente, che fu applaudito dalla rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica, mentre la delegazione ortodossa, presa alla sprovvista, rimase talmente turbata da non voler commentare l’episodio. E non lo commentiamo neppure noi.

La croce inclinata

È cosa buona e giusta ribadire che il virus del catto-comunismo infettò parte del clero cattolico ben prima del Vaticano II. Ne è prova lampante il fatto che il primo prete a buttare l’abito alle ortiche per adire al marxismo non fu, nella metà degli anni Settanta, l’abate “rosso” Giovanni Franzoni[38], bensì il gesuita (sic!) Alighiero Tondi[39] (1908-1984), nel “lontanissimo” 1952.

Padre Antonio Caruso se ne rese conto nell’agosto del 1961, mentre si trovava in Francia assieme a due confratelli per imparare il francese. «Il corso si svolgeva a Nancy, – racconta – dove il Padre N. ci parlava del comunismo come “portatore di elementi positivi”. Negli ultimi giorni del mese, a Parigi, per la precisione in Rue de Grenelle 42, casa gesuitica per gli ospiti, a sera, dopo cena, nella sala di ricreazione qualcuno mi chiese particolari sul mio lavoro a Roma. Io avevo cominciato ad accennare al Centro Studi di Villa Cavalletti sul metodo di studio e di attività, quando attorno a me si fece subito capannello. Erano tutti gesuiti francesi che mi guardavano divertiti e sghignazzanti come una specie di marziano piovuto all’improvviso nel loro mondo di civiltà. Questa scena non potrò mai dimenticarla nella vita. Mi fece capire l’altra realtà della croce inclinata che al verticalismo sostituiva l’orizzontalismo. Cristo con Marx.

Quella sera mi resi conto che nel corpo della Compagnia si era insinuato un virus, che avrebbe compromesso la buona salute di molti figli di S. Ignazio attraverso la nuova cultura gallica considerata l’elemento di punta della Chiesa universale. Nessuno poteva sapere allora che in Francia c’era già l’operatore che, quattro anni dopo, col governo del P. Pietro Arrupe, sarebbe stato il numero due, anzi agente primario a spingere la Congregazione Generale 32esima sulla scelta sociale, da intendere, appunto, come vedremo, quale scelta socialista. La rivista dei gesuiti milanesi Aggiornamenti Sociali, che intendeva essere “moderna”, s’ispirava alla cultura francese, e la pentarchia dei superiori provinciali d’Italia si ispirava ad Aggiornamenti Sociali. Il dado, quindi, era già tratto… (…) Quando Moro si mostrò ormai deciso ad aprire perfino ai comunisti, il nostro Livio (un laico che fece da ponte, ndr), insieme con la più alta personalità cattolica del mondo economico, ottenne da Paolo VI, amico risaputo di Moro, un’udienza privata per informare il Pontefice sulla pericolosità dell’operazione. E il Papa rispose ai due che da lui era andato il personaggio principale della democrazia cristiana a dirgli che il futuro sarebbe stato dei comunisti e che conveniva ai cattolici mettersi d’accordo con loro allo scopo di far da freno ai loro programmi (…)».

Essendo tutti arciconvinti – erroneamente[40] – che i comunisti avrebbero conquistato il mondo, dunque si decise la via del compromesso. Ma scendere a patti col Diavolo è esattamente l’opposto di quanto insegna Nostro Signore nei vangeli (cfr. Lc 16, 13). Il Diavolo non è un nemico con cui si possono stipulare accordi: va combattuto a viso aperto e basta, perché è troppo furbo e scaltro per essere “fregato” da noi, uomini e donne di poca fede. Ciò bisognerebbe più che mai rammentarlo ai gesuiti, i quali si sono sempre vantati della loro furbizia e della loro scaltrezza. Ma in un simile “gioco al massacro” non vince il miglior intenzionato, ma quello più furbo e scaltro, ovvero il Diavolo.

Non a caso, Paolo VI non è forse lo stesso romano pontefice che contrastò le derive dottrinali dello “spirito del concilio”, ribadendo la dottrina di sempre col proprio magistero[41] e l’indizione dell’Anno della Fede del 1967-68[42], ma che col proprio governo più politico che pastorale[43], nonché con le riforme liturgiche[44], non ha forse favorito il dilagare sempre di più del “fumo di satana”?

I due Giovanni Paolo vs. la Compagnia di Arrupe

Ebbene, questo è lo scenario politico e religioso in cui vennero a trovarsi Albino Luciani, eletto con il nome di Giovanni Paolo I il 26 agosto 1978 (+28 settembre 1978) e il successore Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II (1978-2005), canonizzato nel 2014 proprio dal primo papa gesuita.

Giovanni Paolo I era consapevole della situazione disastrosa interna alla Chiesa. Quando arrivò a Venezia come patriarca, nel gennaio del 1970, dovette fin da subito arginare le proteste sinistroide su vari fronti interni alla diocesi, contro tutta la legge morale della Chiesa fino ad allora insegnata normalmente. La protesta fu tale che nel 1974, il Patriarca dovette chiudere persino la FUCI veneziana, perché sosteneva la legge sul divorzio, difendendola al referendum del 1974.

Ovviamente non tratteremo qui la questione della morte di Giovanni Paolo I e dei tanti complottismi di cui si è arricchita una certa stampa. Tuttavia è opportuno aprire una parentesi. Il più acerrimo nemico di Albino Luciani fu il prelato in “odor di massoneria” Paul Marcinkus[45], la cui cattiva gestione dello IOR causò il fallimento della banca veneta[46], costringendo l’allora Patriarca di Venezia, per sanare il debito, a vendere persino parte del patrimonio diocesano; in seguito, si recò personalmente da Paolo VI per denunciare la frode della cosiddetta “banca vaticana” nei confronti dei risparmiatori veneti, cattolici e non. Chiusa parentesi.

Giovanni Paolo I era perfettamente a conoscenza della drammatica situazione all’interno della Compagnia di Gesù. Come vi abbiamo già raccontato, fece preparare un durissimo discorso che avrebbe dovuto leggere in occasione dell’udienza ad essi concessa, ma morì la notte prima del giorno fissato. I gesuiti modernisti, dall’altro canto, non fecero nulla per nascondere il proprio dissenso nei confronti del nuovo papa.

In che modo i modernisti – non solo quelli infiltrati nella Compagnia – palesano il proprio dissenso, con l’intento d’imporre i cambiamenti in tutta la Chiesa? Con i mass-media (la cui stragrande maggioranza è in mano alle lobby massoniche), ovviamente. Lor signori, tramite interviste e articoli, parlano e scrivono come se quelle “modifiche pastorali” fossero imminenti o già avvenute, mettendo la Gerarchia davanti ad una sorta di fatto compiuto, in modo tale da generare confusione nel gregge e far cadere nella trappola sacerdoti e laici più inclini all’apostasia. Un po’ come la storiella della gallina spiumata[47]: è facile ripartire la menzogna lungo la strada, quasi impossibile riuscire a recuperarla…

Il regno di Giovanni Paolo I, come sappiamo, durò solo 33 giorni. Poco tempo, ma più che sufficiente per i gesuiti post-ignaziani. Racconta infatti padre Malachi Martin nel suo libro: «Padre Vincent O’Keefe, il più in vista dei quattro assistenti generali di Arrupe, colui che si riteneva fosse destinato a succedere al padre generale, dichiarò in un’intervista a un generale olandese che il nuovo papa avrebbe rivisto la proibizione della Chiesa per l’aborto, l’omosessualità e il sacerdozio delle donne. L’intervista fu pubblicata. Giovanni Paolo I s’irritò. Era più che una mancanza di riguardo. Era l’affermazione che la Compagnia di Gesù sapeva meglio del papa quale morale i cattolici dovessero praticare. Ed era anche l’affermazione che l’Ordine aveva automa di parlare, un’appropriazione esplicita cioè di quella autorità che apparteneva esclusivamente al papato.

Giovanni Paolo I convocò Arrupe e gli chiese spiegazioni. Arrupe gli promise umilmente d’informarsi su tutta la faccenda. Ma Giovanni Paolo I non si ritenne soddisfatto. Sulla base del dossier critico di Paolo VI e con l’aiuto di un vecchio gesuita di grande esperienza, padre Paolo Dezza, suo confessore e già confessore di Paolo VI, il papa preparò un duro discorso di monito. Si proponeva di pronunciarlo alla Congregazione generale dei gesuiti che si sarebbe tenuta a Roma il 30 settembre del 1978.

Una delle caratteristiche salienti del discorso erano i ripetuti riferimenti alle deviazioni dottrinali dei gesuiti. “Non deve succedere che gli insegnamenti e le pubblicazioni dei gesuiti contengano alcunché che possa creare confusione fra i fedeli”. Le deviazioni dottrinali erano per lui il simbolo più inquietante del fallimento dei gesuiti.

Velato sotto una cortese romanità, il discorso conteneva una minaccia esplicita: o la Compagnia ritornava al ruolo che le era stato assegnato o il papa sarebbe stato costretto a prendere provvedimenti.

Quali provvedimenti? Dagli appunti di Giovanni Paolo I risulta chiaro che, se non fosse stata possibile una rapida riforma dell’Ordine, il papa aveva in mente una liquidazione definitiva della Compagnia, probabilmente per ricostituirla in seguito in una forma più duttile. Giovanni Paolo I aveva ricevuto petizioni da molti gesuiti che lo pregavano appunto di fare ciò.

Il discorso non verrà mai pronunciato. La mattina del 29 settembre, dopo trentatré giorni sul trono di Pietro, vigilia dell’indirizzo alla Congregazione generale della Compagnia, Giovanni Paolo I fu trovato morto nel suo letto.

Nei giorni seguenti, Arrupe chiese al cardinale Jean Villot, che in quanto segretario di Stato reggeva la Santa Sede ad interim in attesa dell’elezione del nuovo papa, di avere copia del suo discorso. Dopo una discussione con il collegio dei cardinali che lo aiutavano a preparare l’elezione del futuro papa, il cardinale rifiutò prudentemente. Ad Arrupe fu invece detto che era opinione di Villot e del concilio che “fosse ora che i gesuiti mettessero ordine nelle loro cose”.

Da parte loro, Arrupe e i gesuiti decisero d’indugiare, per vedere chi sarebbe stato il nuovo papa. Il tempo era un bene a cui avevano sempre mirato.

Più dei suoi immediati predecessori, Karol Wojtyla il polacco, eletto il 6 ottobre 1978 papa con il nome di Giovanni Paolo II, non poteva permettersi di esitare nella questione dei gesuiti. La strategia del nuovo papa abbracciava il primo mondo del capitalismo, il secondo mondo del comunismo sovietico e il terzo mondo dei cosiddetti paesi sottosviluppati e in via di sviluppo.

Il papa esaminò con grande spregiudicatezza i caratteri e i limiti della strategia pontificia a partire dal 1945. Era sua opinione che Pio XII avesse guidato la Chiesa sulla base di una mentalità dell’“assedio”, permettendo alla strategia cattolica solo un movimento clandestino all’interno dell’impero sovietico, ma non affrontando la continua erosione della Chiesa in quella regione. La politica di Giovanni XXIII dei “campi aperti” era stata un fallimento. Quella di Paolo VI non era stata che un perfezionamento di una politica che si era già dimostrata fallimentare. Alla morte di Paolo VI, nel 1978, il segretario di Stato aveva preparato diversi protocolli d’intesa con più di un governo membro della “fratellanza” sovietica ma nessuno era stato ancora firmato ufficialmente. In ogni caso, anche se quei protocolli fossero stati ratificati, era abbastanza chiaro che non avrebbero cambiato in nulla la condizione dei cattolici sotto il dominio sovietico.

Secondo l’analisi di Giovanni Paolo II, finché i “tre mondi” erano stretti nella morsa di una rivalità fra superpotenze, incessantemente alimentata dal confronto tra marxismo-leninismo e rigido capitalismo, non ci sarebbe stata, in termini terreni, la più piccola speranza di salvare qualcosa, né di trovare una soluzione al pericoloso dilemma delle nazioni. La situazione non avrebbe fatto che sgretolarsi lentamente ma inesorabilmente, livellando probabilmente le civiltà com’era successo agli uomini nell’ultimo quarto del ventesimo secolo e riducendo la storia umana a un lungo, tormentato sonnambulismo fino alla fine della notte dell’uomo.

Wojtyla giudicò che i tempi fossero maturi per un approccio più deciso di quello dei suoi predecessori. Dovunque i cattolici costituissero la maggioranza o una minoranza apprezzabile in società chiuse, avrebbero rivendicato lo spazio socio-politico che spettava loro di diritto, sulla base della loro stessa esistenza in quanto cattolici».

La questione prettamente politica richiede uno studio a parte, che abbiamo intenzione di fare in seguito. Ciò che interessa ai fini di questo studio, riguarda l’atteggiamento di Giovanni Paolo II nei confronti del gesuitismo novatore. Per il papa “venuto dall’Est” era una faccenda di primaria importanza, soprattutto per far fronte a quell’apostasia che egli stesso, anni dopo, definì «silenziosa»[48]. Quanto riportato da padre Malachi ci riconduce, infatti, all’intuizione di Giovanni Paolo II nella creazione delle GMG (Giornate mondiali della gioventù) atte a togliere i giovani   alle piazze ideologiche dei partiti e ideare per loro spazi grandi per incontrarsi, conoscersi, pregare insieme, confrontarsi, parlare di Dio, di etica e di morale, il tutto ovviamente in chiave cattolica e dottrinale, atta ad arginare la grave apostasia che aveva colpito parrocchie e diocesi. Il papa polacco, infatti, non era uno sprovveduto: conoscendo per esperienza diretta il comunismo, sapeva che si trattava di una pericolosa minaccia a cui non si poteva, non si doveva, concedere nulla. Perciò la Chiesa doveva usare la strategia giusta per combatterlo.

«Per riuscire nella sua strategia “energica”, Giovanni Paolo II doveva imporre una nuova leadership mondiale – spiega padre Malachi –, alimentata esclusivamente da motivi morali e spirituali. La sua suprema autorità dottrinale e morale avrebbe dovuto essere riaffermata all’interno della Chiesa mondiale; e avrebbe dovuto fornire un esempio concreto di ciò che una simile leadership avrebbe potuto offrire sul piano di una soluzione del dilemma internazionale.

Da qui le linee più evidenti dell’attività apostolica di Giovanni Paolo II: i viaggi in tutto il mondo e la cauta guida del movimento di Solidarnosc in Polonia. L’apparizione della persona del papa in tutti i più importanti paesi e in molti dei paesi minori del mondo sarebbe stato il mezzo per ristabilirne l’autorità. E se il movimento di Solidarnosc avesse ottenuto la libertà di azione culturale ed economica sotto l’egida del comunismo sovietico polacco, sia i comunisti sia i capitalisti avrebbero avuto un esempio in grado di mostrare che i risultati di una politica dottrinaria non erano necessariamente la schiavitù, la povertà o un militarismo distruttore.

Ecco il sogno. Perseguito con decisione, certo; ma sempre un sogno. Un sogno che mise immediatamente il papa ai ferri corti con la potente Compagnia di Gesù».

Quindi, mentre il papa polacco cercava pacificamente di sostenere Solidarnosc, al fine di dimostrare al mondo che si può resistere e vincere l’oppressore senza la violenza armata, i gesuiti novatores continuavano a diffondere nell’America Latina la teologia della liberazione, secondo cui non può esserci “liberazione” senza la lotta armata[49].

È evidente la netta contrapposizione tra il modello polacco wojtyliano e quello cripto-marxista dei gesuiti modernisti.

Al momento, però, non c’interessa Solidarnosc, se non per il fatto che fu abilmente utilizzata dall’allora Segretario di Stato, il cardinale (massone) Agostino Casaroli[50], per costringere Giovanni Paolo II a scendere a patti riguardo la deriva dei gesuiti di Pedro Arrupe. Più avanti vi spiegheremo in quale modo.

Come “sopravvivere” ai papi…

Dopo la drammatica XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, papa Paolo VI e i suoi più stretti collaboratori si occuparono della faccenda, stipulando un corposo dossier. Giovanni Paolo II ne era a conoscenza, così come aveva tra le mani il durissimo discorso di Giovanni Paolo I. «Nel novembre del 1978», scrive padre Martin, «un mese dopo la sua elezione, il papa mandò il discorso di Giovanni Paolo I a padre Arrupe. Voleva essere un gesto di benevolo avvertimento: faccio mio questo discorso, diceva il gesto. Come risposta, il padre generale protestò lealtà e obbedienza in nome dell’Ordine. Ma non si trattò che di proteste.

La sera del 31 dicembre, con un gesto di buona volontà, il papa si recò nella chiesa gesuita del Gesù, per onorare la Compagnia con la sua presenza durante le tradizionali cerimonie religiose di fine anno. Il pontefice aveva fatto sapere in precedenza che avrebbe desiderato non vedere gesuiti in abiti borghesi. E infatti non ne vide. Non fu forse una concessione troppo grande a un papa al quale tutti dovevano obbedienza assoluta. Ma fu l’unica.

Anche il seguito di Giovanni Paolo II notò l’educata freddezza dei notabili gesuiti raccolti per l’occasione. Dopo le cerimonie religiose, il papa cenò con i padri nel loro refettorio. Fece delle osservazioni simpatiche, si rammenterà più tardi un gesuita presente alla cena, ma “non fece alcun cenno sul futuro della Compagnia”.

Le lamentele erano una chiara dimostrazione. I gesuiti erano riusciti ad ignorare Paolo VI e Giovanni Paolo I. Perché avrebbero dovuto badare a Giovanni Paolo II? Non dovevano far altro che sopravvivere a questo papa, com’erano sopravvissuti agli alti due».

A questo proposito, l’attesa di veder passare anche Giovanni Paolo II, è ripresa in diversi testi nei quali emergere l’aspirazione di Pedro Arrupe – delle frange moderniste nella Compagnia – di poter vedere presto un futuro pontefice gesuita, proveniente dalla loro riforma. Non c’era che da attendere con molta pazienza, senza dare nell’occhio, ma preparare, dare una mano, agli eventi.

Del resto, il 3 dicembre 1975, Paolo VI aveva scritto a Pedro Arrupe queste tremende parole (conosciute e condivise da Giovanni Paolo II): «Appunto in questa visuale Le esprimiamo il dubbio, causatoci da orientamenti ed atteggiamenti emersi dai lavori della Congregazione Generale: potrà la Chiesa confidare, come sempre, ancora in voi? Quale dovrà essere l’atteggiamento della Gerarchia ecclesiastica verso la Compagnia? Come potrà essa affidarle, con animo sgombro da timori, la prosecuzione di compiti tanto importanti e tanto delicati?».

«A due mesi da quell’incontro di fine d’anno tra il papa e i suoi gesuiti, nel febbraio e nel marzo del 1979», continua il suo racconto il padre Malachi, «il padre generale Arrupe convocò due conferenze stampa in Messico e a Roma durante le quali affermò debolmente che non c’erano attriti tra il Santo Padre e i gesuiti. Si — riconobbe Arrupe con i giornalisti dell’ufficio stampa internazionale della Santa Sede — aveva ricevuto il discorso di Giovanni Paolo I che Giovanni Paolo II aveva fatto proprio. Erano circolate voci, continuò, che il documento “aveva un significato negativo ed era una reprimenda” per i cambiamenti subiti dalla Compagnia durante i quattordici anni del suo generalato. Ma era una sciocchezza, disse Arrupe. Il papa sapeva che “la Compagnia di Gesù era naturalmente cambiata”. “Non poteva essere altrimenti, visto che anche la Chiesa è cambiata”. “In realtà non c’erano attriti”, concluse». Mistificazioni delle realtà, quelle di Arrupe, il cui scopo era presentare la situazione meno drammatica.  Giovanni Paolo II – canonizzato proprio da quel papa gesuita tanto agognato dai novatores –, invece, ha dimostrato di aver visto lontano, riguardo la deriva modernista della Compagnia: gli «attriti» c’erano eccome, addirittura «dalle fondamenta» della fede, secondo il testo di Giovanni Paolo I.

Entrambi i due Giovanni Paolo accusavano, dunque, la Compagnia di Arrupe, con «i suoi scrittori e i suoi teologi», di “minare” l’essenza stessa della fede cattolica in quasi tutta l’Europa e l’America Latina, insegnando dottrine eterodosse, con un linguaggio talora ambiguo, talvolta persino esplicito.

In che cosa consisteva questa specie di “magistero parallelo” dei gesuiti novatores? Ecco l’impietoso elenco stipulato da Luciani e fatto proprio da Wojtyla:

  • l’autorità del romano pontefice;
  • il connubio tra marxismo e cristianesimo;
  • la moralità sessuale in tutti i suoi aspetti;
  • le sacre convinzioni cattoliche come la messa in quanto sacrificio;
  • la Divinità di Gesù Cristo;
  • l’Immacolata Concezione della Vergine Maria;
  • l’esistenza dell’inferno;
  • il sacerdozio.

Nessun sommo pontefice (– almeno sino a pochissimi anni fa… –) avrebbe mai accettato, né tollerato, un simile attacco al depositum fidei.

Gesù? Va “contestualizzato” …

Non abbiamo il tempo, al momento, né la spazio di affrontare singolarmente i punti di questo elenco, però alcuni punti sono stati, recentissimamente, messi in pratica spudoratamente proprio dall’attuale generale della Compagnia, padre Artuso Sosa Abascal[51], secondo il quale «è vero che nessuno può cambiare la parola di Gesù [sul matrimonio, ndr] … ma bisogna sapere quale è stata!»[52]. Infatti, sostiene Sosa, arrupiano di ferro, «bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù… a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate […]»[53].

Bene ha scritto il grande tomista mons. Antonio Livi qualificando queste affermazioni come vere e proprie offese – bestemmie – alla Seconda Persona della SS. Trinità[54]. Eppure, tali offese – bestemmie – hanno avuto un seguito, nonostante le ottime repliche anche di alcuni fedeli laici[55], ovviamente da parte di un altro gesuita arruppiano, l’americano Thomas Reese[56], ma nessuna condanna da parte del papa regnante o da altri Organi e Dicasteri competenti. Di male in peggio…

La Compagnia, fondata da un basco, affondata da un basco

Naturalmente, non tutti i gesuiti concordarono o si piegarono alla “politica” di Arrupe & Co. Molti figli di Sant’Ignazio volevano rimanere fedeli al loro santo fondatore. Ai tempi della XXXII Congregazione Generale, scrive padre Antonio Caruso, fu presentata «una petizione avanzata da un notevole gruppo di gesuiti spagnoli, i quali al vedere il fenomeno del lento e continuo slittamento del governo generale verso posizioni nuove ed equivoche, che noi vedremo più chiaramente nel prossimo capitolo, chiedevano l’autorizzazione a formare nella penisola iberica una Provincia in grado di seguire la linea di sempre. La risposta fu di senso negativo… (…) Circolava in quei giorni uno slogan amaro formulato nei seguenti termini: “Un basco ha fondato la Compagnia di Gesù, un altro basco sta per affondarla”. Si trattava di un asserto duro e ingiusto, per nulla collimante con il pensiero dell’accusato. Ma senza dubbio corrispondeva all’inquietudine di quanti, e non erano pochi, vedevano danneggiata la grandezza di un ideale di vocazione… (…) Se un Papa di ampie aperture moderne come Paolo VI era preoccupato nel verificare il fumo di Satana nelle pieghe del Tempio di Dio, è immaginabile un nostro lettore smarrirsi a sentire che i tentativi demoniaci puntavano a proiettare i loro miasmi tra le schiere di quelli che una volta erano ritenuti i Giannizzeri della Chiesa? Era proprio così. Volevano che i gesuiti bevessero la cicuta, presentata come ultramoderna, intrisa più di Marx che di Cristo. Lo so benissimo: sono, queste, parole nude e crude, che esprimono una realtà. Ma oggi si vive di realtà camuffate… (…) Il lettore, che ancora non ha consegnato il cervello all’ammasso, se avrà la pazienza di andare avanti nelle pagine, troverà più elementi per formarsi la propria opinione. Ma non venga poi ad accusarmi di non aver usato parole ancora più pesanti».

Foto di Arrupe con dedica donata a P. Caruso nel 1975.

È necessario precisare che non tutta la colpa della deriva della Compagnia è imputabile a Pedro Arrupe, le cui responsabilità, in quanto preposto, sono sicuramente enormi, ma quelle dei suoi sottoposti non furono inferiori. «Gli giravano attorno quattro assistenti generali, – scrive padre Caruso – che per ciò stesso erano Consiglieri d’ufficio, di peso diverso, secondo quanto ne lasciava loro il Generale. Ricordiamo i nomi: un indiano, P. Parmananda Divaricar; un irlandese, P. Cecil McGarry; uno statunitense, P. Vincent O’Keefe; un francese, P. Jean-Yves Calvez.

A giudizio di quanti erano al corrente del meccanismo della situazione, chi di fatto aveva in mano le leve della locomotiva, era il francese.  Jean-Yves Calvez, legato a fil doppio con lo statunitense V. O’Keefe, costituivano un duo di ferro. Il pilota francese è nato nel 1927, vive ancora mentre scrivo. Non ancora sacerdote, nel periodo del suo “magistero”, aveva redatto e pubblicato la sua tesi di laurea su Marx giovane. Un suo compagno di studi di teologia mi ha detto che non mostrava voglia di approfondirla. Membro del Centro parigino di Azione Popolare, ne divenne direttore. E nel 1968 fu il primo Provinciale di Francia.

Il lettore di non cattiva memoria non avrà dimenticato, spero, l’accoglienza da me ricevuta a Rue de Grenelle di Parigi, nel 1961, consistente nel considerare come un marziano piovuto in mezzo a gente perbene chiunque ritenesse il comunismo come un “errore”. A rigor di logica si dovrebbe valutare alla stessa stregua la bianca Signora di Fatima, che preannunciava l’arrivo di “errori” dalla Russia ex-zarista. Anch’Ella era fuori della realtà? Pure il Papa? I francesi ne saprebbero più di lui? Mi piace sottolineare che un interrogativo come questo non è farina del mio sacco. lo l’ho sentito da un gesuita francese, che ha la testa sul collo, docente universitario. Non ne rivelo l’identità per il principio generale di non mettere in pubblico il nome del suggeritore di una confidenza privata. Ma sono i fatti che sboccano in quel giudizio difficilmente contestabile…».

La famosa risposta della 32a C.G. che fu data a Paolo VI riguardo il problema dell’ateismo – «Noi risolveremo il problema dell’ateismo, affidatoci dal Papa, col risolvere il problema della giustizia» –, di cui via abbiamo parlato nella seconda parte, viene proprio dal gruppetto dei quattro assistenti generali di Arrupe.

Affermazioni che non hanno mai trovato «riscontro nel lungo cammino della storia dell’evangelizzazione», commenta padre Caruso con amarezza. «La notizia, data poi in assemblea, ebbe l’effetto di una bomba: la divise. I fautori della tesi fecero ovviamente del tutto per ridurre l’effetto esplosivo, che talvolta risultava controproducente. Quando affermavano, per esempio, che il principio della fedeltà al Romano Pontefice non deve cadere in “papolatria” o “papomania”. Parole grosse tipiche di chi non spiega meglio. Che significano? Nei loro contenuti vi si può infilare quel che si vuole. Di qui l’oscurità più o meno voluta. Frasi del genere ne son piovute a iosa. Opzione a favore della giustizia. Priorità delle priorità. Di quale giustizia si tratta? L’ateismo di per sé non è la più grande delle ingiustizie?».

No alla “papolatria”, a meno che… il papa non sia un gesuita (novatore)!

Quanto alla “papolatria” o alla “papomania”, in riferimento ad una più o meno oscura concezione di obbedienza al Romano Pontefice, forse oggi – sotto questo pontificato –, il padre Caruso avrebbe ben compreso il senso… Ma andiamo avanti.

Significativa è l’immagine di un “certo figuro”, tale «padre Diez-Alegrfa, uno spagnolo docente di sociologia alla Gregoriana di Roma», annota padre Antonio nel suo libro, «il quale non faceva mistero nell’affermare che a guidarlo nella scoperta di Gesù era stato Karl Marx; che accettare l’analisi marxista della storia non significava opporsi al vangelo. Il primato e l’infallibilità del papa non erano che estrapolazioni del nuovo testamento. Per lui il celibato dei sacerdoti andava abolito perché fabbrica di pazzi. Arrupe lo fece allontanare da Roma per un paio d’anni. Ma lui poi finì con l’uscire di Compagnia».

Perché vi abbiamo riportato proprio quest’estratto del libro? Semplice, per farvi riflettere sul “metodo modernista” di “allontanare” l’eretico anziché correggerlo, farlo abiurare e, se persiste, cacciarlo via, proprio come fece Sant’Ignazio di Loyola con il tal Michele, il protestante infiltratosi nella Compagnia ai tempi del santo fondatore (v. seconda parte).

Del resto, alla Congregazione Generale del 2008, la 35a, «i Delegati italiani erano soltanto cinque, e ognuno con testa differente dall’altro. Non so dire quale Compagnia di Gesù vi fermentasse dentro…», scrive ancora padre Caruso; «(…) la Compagnia di Gesù si trova oggi investita da drappelli di filocomunisti e di filomassoni, come non si era mai registrato prima. Che le forze internazionali appoggiate da comunisti e massoni svolgano la loro opera insonne per invadere settori vitali nella Chiesa è stato predetto più di un secolo e mezzo fa dalla Signora di La Salette, e ripetuto successivamente a Lourdes e a Fatima. Nessuna meraviglia che la loro opera tenti d’invadere le Provincie dell’Ordine di S. Ignazio. Sarebbe motivo di meraviglia se non tentassero di farlo. Ma che gli operatori del filocomunismo e della filo-massoneria lavorino oggi più allo scoperto e vadano a occupare posti di comando, ecco la novità.

Sappiamo pure dalle pagine dello stesso Vangelo la calda esortazione del Signore di non estirpare subito la zizzania per non esporsi al rischio di svellere pure gli steli di grano vero; ed è un conto. Ma quando la zizzania è bene individuata, proteggerla non è più Vangelo.

Ora appare incontestabile che nella Compagnia di Gesù la zizzania si sia estesa e consolidata. Ecco il punto della situazione. (…) Mi preoccupo non tanto di venire un giorno accusato di parlare, quanto di non aver parlato in tempo. Sarei felice se qualcuno mi usasse la carità cristiana di farmi vedere il mio dirottamento, di farmi capire che promuovere comunismo e massoneria non sia un male morale, che i fatti da me esposti non sono autentici».

Parole e fatti amari, ma tragicamente veri.

La “bomba W”

La “guerra” fra i gesuiti di Arrupe e il Papato – spiega il padre Malachi Martin – sembra essere quindi di natura politica. E in un certo senso lo è. Ma accettare, come fanno molti gesuiti, che la guerra contro il papato incominci e finisca con la lotta fra marxismo e capitalismo per il potere, l’autorità e il dominio sul mondo, significherebbe scambiare i sintomi con le cause che consentono ai sintomi di progredire e moltiplicarsi. Perché mentre si combatte una guerra su un piano geopolitico, esiste una guerra più profonda sul problema dell’esistenza stessa dello Spirito come dimensione fondamentale del mondo degli uomini. E’ una guerra a proposito del soprannaturale in quanto elemento che ci rende uomini e che determina l’esistenza del mondo.

Foto di Giovanni Paolo II con dedica donata a P. Caruso nel 2004.

Giovanni Paolo II si stava rendendo conto, fin da subito, che i gesuiti avrebbero risposto prontamente ad ogni offensiva papale, con nuove bordate e usando ogni arma, anche illecita…

Entrambi i padri, Malachi Martin e Antonio Caruso, portano le prove come siano stati i gesuiti della corrente arrupiana a sparare le proprie prime bordate, non il Sommo Pontefice, nel tentativo di destabilizzare il magistero pontificio.

A tal proposito, padre Martin racconta: «Nel settembre del 1979, una decina di presidenti delle conferenze nazionali e regionali dei gesuiti si riunirono a Roma per un incontro con Arrupe. Il generale e i suoi luogotenenti ritennero una buona idea chiedere un’udienza al Santo Padre. L’udienza fu concessa ed ebbe luogo il 21 settembre in Vaticano. Giovanni Paolo II posò per i fotografi con uno e con l’altro, parlò un po’ dopo il discorso ufficiale, fece dono di rosari a ogni presente. Ma il suo messaggio non lasciò adito a dubbi. “Voi create confusione nel popolo cristiano”, si lamentò il pontefice nel messaggio ai leader gesuiti. “E ansia alla Chiesa e anche personalmente al papa che vi sta parlando”. Elencò poi le pecche dei gesuiti, parlò della loro “eterodossia dottrinale” e chiese loro di “ritornare al magistero supremo della Chiesa e del pontefice romano”. Non avrebbe potuto tollerare oltre, disse, le loro deviazioni».

È bene precisare che questo discorso, nel sito ufficiale della Santa Sede, non è riportato secondo lo scritto di padre Martin (cliccare qui), ma bisogna tener conto che, all’epoca, la Sala Stampa non riportava integralmente i contenuti o gli interventi scritto o a braccio del Romano Pontefice. Tuttavia, il senso del discorso ufficiale è il medesimo. Eccolo:

«Certamente non ignoro – e così rilevo anche da non poche altre informazioni – che la crisi, la quale in questi ultimi tempi ha travagliato e travaglia la vita religiosa, non ha risparmiato la vostra Compagnia, causando disorientamento nel popolo cristiano, e preoccupazioni alla Chiesa, alla Gerarchia ed anche personalmente al Papa che vi parla. So di rivolgere la parola a chi ha le principali responsabilità nel governo dell’Ordine. Conto sulla vostra collaborazione, e, pertanto, desidero vivamente raccomandarvi di promuovere con ogni impegno quanto di bene si compie nella Compagnia e dalla Compagnia, ed insieme di procurare, con la dovuta fermezza, rimedio alle deplorate deficienze, in modo che tutta la Compagnia viva e operi, sempre animata dal genuino spirito ignaziano. (…)

Mi limiterò a richiamare alcune raccomandazioni dei miei immediati Predecessori, Paolo VI e Giovanni Paolo I, che, per il grande amore alla Compagnia, stavano a loro particolarmente a cuore. Le faccio pienamente mie. (…) Siate parimente fedeli alle leggi del vostro Istituto, che Paolo VI e più recentemente Giovanni Paolo I, nell’allocuzione preparata, poco prima di morire, per la vostra Congregazione dei Procuratori, aveva indicato; specialmente per quanto riguarda l’austerità della vita religiosa e comunitaria, senza cedere a tendenze secolarizzatrici; un senso profondo di disciplina interiore ed esteriore; l’ortodossia della dottrina, nella piena fedeltà al supremo magistero della Chiesa e del Romano Pontefice, fortemente voluta da Sant’Ignazio, come tutti ben sapete; (…) A questo scopo mi sembra necessario raccomandare una cura tutta speciale nella formazione dei giovani membri dell’Ordine… (…) Voi saprete dare certamente a loro la formazione adeguata: formazione spirituale secondo la collaudata ascetica ignaziana, formazione dottrinale con solidi studi filosofici e teologici secondo le direttive della Chiesa, e formazione apostolica indirizzata a quelle forme di apostolato che sono proprie della Compagnia, aperte sì alle nuove esigenze dei tempi, ma fedeli a quei valori tradizionali che hanno perenne efficacia».

Non è da escludere, conoscendo la spontaneità di papa Giovanni Paolo II, nonché la serietà di padre Malachi Martin, il quale aveva conosciuto personalmente l’allora cardinal Wojtyla, che la frase: «Voi create confusione nel popolo cristiano» (la quale si trova nella sostanza all’inizio del Discorso del Pontefice), possa essere stata pronunciata ancor più marcatamente con un monito a braccio, oppure che lui l’abbia voluta sintetizzare così, ricavandola dal discorso. Ad ogni modo, anche dal testo ufficiale, la sostanza non muta: la condanna della deriva modernista della Compagnia è palese ed inequivocabile.

Quale fu la reazione del generale Pedro Arrupe al rimprovero del Romano Pontefice? Allucinante, secondo la fedele ricostruzione di padre Malachi: «Il 19 ottobre Arrupe inviò a tutti i superiori dell’Ordine una lettera circolare e una fotografia — una copia per ogni comunità di gesuiti del mondo, destinata naturalmente alla Pubblicazione — che ritraeva il generale inginocchiato di fronte al papa. Ordinò che la lettera fosse letta a ciascuno dei 27.347 gesuiti. Giovanni Paolo II, ricordava la lettera, era il terzo papa che s’interessava ai gesuiti. Erano citate le parole del discorso del papa del 21 settembre e a tutti i superiori veniva richiesto un rapporto annuale su come i membri dell’Ordine osservavano gli ammonimenti di Giovanni Paolo II.

Tuttavia, il tono e la cornice della lettera erano puramente politici. In effetti, voleva dire il generale, i gesuiti avevano mancato di osservare quelle convenzioni formali ed esteriori che bastano a soddisfare le esigenze del papa e le condizioni della burocrazia romana. La lettera era in sostanza un invito a stare attenti ai comportamenti e a trovare razionalizzazioni e spiegazioni conformi alle norme in modo di evitare le aperte critiche del papa. Neppure una volta Arrupe diceva chiaramente: “noi gesuiti abbiamo sbagliato. Come superiore generale, ora io vieto questo, richiamo quel fratello, espello quell’altro, impongo le seguenti norme e riforme”. La lettera faceva capire piuttosto: “abbiamo delle difficoltà con questo nuovo papa; aiutatemi politicamente” Le reazioni alla lettera — e di conseguenza al giro di vite di Giovanni Paolo II — furono dello stesso tipo. Padre Arrupe ricevette ciò che in sostanza aveva chiesto: una gran quantità di commenti, in qualche caso abbastanza risentiti, sugli ammonimenti del papa. Circolò una battuta per cui padre Arrupe sarebbe stato una vittima del fall-out della “bomba W” (Wojtyla)».

Il “banco di prova” fu l’America Latina, come spiega ancora una volta padre Martin, ove i gesuiti modernisti si allearono con i guerriglieri marxisti – ad onor del vero, padre Arrupe non condivideva affatto l’uso delle armi (come abbiamo già detto precedentemente) –, diventando addirittura importanti ministri di alcuni governi, in particolare in Nicaragua. Ma approfondiremo questo aspetto in un altro studio.

Papa Giovanni Paolo II riuscì a porre un freno allo scandalo dei “preti guerriglieri” esponendosi in prima persona: durante i primi anni del suo pontificato convocò una riunione segreta in Vaticano con i principali cardinali di curia (cliccare qui) e visitò i paesi latino-americani coinvolti nella deriva catto-comunista. Tentò in tutti i modi di riprendere il controllo della situazione, ma non fu affatto facile, perciò evitò gli “intermediari”, rivolgendosi direttamente ai fedeli, ai consacrati e al clero, in particolare ovviamente ai vescovi di quei luoghi, nonché ai gesuiti rimasti fedeli al carisma ignaziano. Vi invitiamo dunque a leggere e a meditare i suoi discorsi e le sue omelie di quei viaggi apostolici, che troverete, ovviamente, nel sito ufficiale della Santa Sede.

Per il momento, noi continueremo a seguire il racconto del padre Malachi Martin: «Il popolo nicaraguegno fu la prima cavia su cui venne sperimentata la teoria (sulla lotta armata con la Teologia della Liberazione, nota nostra). E i preti che erano membri fondatori della dirigenza sandinista — il gesuita Fernando Cardenal, (il fratello trappista, ndr) Ernesto Cardenal, Miguel D’Escoto Brockmann e i padri di Maryknoll, il gesuita Alvaro Arguello, Edgar Parrales della diocesi di Managua — benedissero l’esperimento garantendogli una probabilità di successo. Se tali uomini, regolarmente ordinati sacerdoti, fossero riusciti a diffondere il messaggio “teologico” che la rivoluzione sandinista era in effetti una questione religiosa sanzionata dai legittimi rappresentanti della Chiesa, avrebbero avuto come alleati nella loro rivoluzione armata di stile marxista sia il clero, sia il popolo.

Senza dubbio, il piano era stato elaborato con cura, sulla base di una profonda analisi del popolo e del clero nicaraguegno. Come senza dubbio furono i preti stessi ad aderire per primi al progetto; anzi, c’è oggi chi a Managua o in esilio a Panama, in Honduras o a Miami, in Florida, indica Fernando Cardenal come il primo architetto. Ma ci sono prove che non fosse il solo gesuita coinvolto.

In ogni caso, il progetto sandinista fu spiegato, messo a punto e fatto entrare nella testa di seminaristi, monache e studenti universitari, perché questi lo trasmettessero al popolo, da un numero sempre maggiore di insegnanti e conferenzieri gesuiti, francescani e di Maryknoll che operavano in tutte le scuole dell’America Centrale. Il tempo della semina fu utilizzato bene in vista di una definitiva marxizzazione. La testimonianza piena di pathos pronunciata nel 1977 davanti al tribunale dal giovane nicaraguegno Edgard Lang Sacasa ha raccontato al mondo come fossero stati i suoi educatori ecclesiastici a persuadere lui e migliaia di altri come lui a unirsi ai guerriglieri sandinisti.

Di pari passo con la nuova teologia della liberazione si ebbe, necessariamente, la creazione di una struttura ecclesiastica nuova e “flessibile”. Nella tradizionale struttura cattolica, conoscenza di Dio, Cristo, salvazione cristiana, la morale personale e il destino umano derivavano dalla gerarchia della Chiesa — cioè, il papa e i suoi vescovi. Erano loro l’unica fonte autentica di conoscenza sulla fede; senza di loro, non c’era nessuna possibilità di certezza. Sottomettersi a loro e accettare i loro insegnamenti e le loro leggi era indispensabile per salvarsi…».

La reazione della Chiesa non si fede attendere troppo. Il 16 agosto del 1984 Giovanni Paolo II approvò un documento della Congregazione della Dottrina della Fede – voluto da egli stesso – intitolato Libertatis nuntius – Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della liberazione”, firmato dall’allora prefetto, il cardinale Joseph Ratzinger: in esso il magistero della Chiesa dichiarava inaccettabile la visione del Vangelo come di una pre-rivoluzione proletaria contro l’imperialismo romano e la casta sacerdotale ebraica. In sostanza, dicevano Wojtyla e Ratzinger[57], è inconcepibile presentare Gesù come il “Che Guevara di Nazaret”!

Il gesuitismo novatores sul Trono di Pietro

Nonostante la denuncia e la condanna, si assiste oggi ad una interpretazione più morbida del testo, impoverendola nella sostanza[58], affermando che nella sostanza anche la Chiesa sarebbe d’accordo, basta eliminare le armi e la violenza. Questo modo di procedere, come abbiamo presentato in queste pagine, è tipico del gesuitismo moderno. Ciò che i romani pontefici sbattevano fuori dalla porta, loro facevano entrare dalla finestra. È evidente che stiamo assistendo, purtroppo, ad un pontificato, che avendo assorbito gran parte di queste idee gesuitiche, tolte ad esse l’uso delle armi, vengono imposte dal nuovo regime gesuitico salito ai vertici della Chiesa.

Un nome fra tutti che non faremo per evitare di fargli la pubblicità: un gesuita, un perfetto sconosciuto, sacerdote solo dal 2007, fino al 2011 quando, Benedetto XVI lo nomina “consultore” del Pontificio del Consiglio della Cultura, dal momento che era diventato anche Rettore de La Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti. Mantenne un profilo basso e molto discreto nei confronti del pontificato di Benedetto XVI, quasi non curante di chi stesse regnando.

Poi, dal 2013 con il Papa gesuita, la musica cambia, ottiene da Papa Francesco la prima intervista ufficiale e da qui la sua scalata al potere mediatico, al potere di fare il bello e il cattivo tempo. Oggi, se vuoi sapere cosa il Papa dice e fa, o abbia intenzione di fare, o quali siano i suoi pensieri e desideri, bisogna passare dalla “sua” Civiltà Cattolica. È sempre la stessa rivista, sono sempre gli stessi gesuiti; eppure è cambiato tutto, le tesi sono completamente diverse, e anche la linea pastorale è mutata da cima a fondo.

Benedetto, “vescovo vestito di bianco” mite e umile di cuore

Riguardo al pontificato di Benedetto XVI bisogna dire che ci siamo trovati davanti un papa davvero “mite ed umile di cuore” che ha voluto sempre evitare – a torto o a ragione, questo lo lasciamo alle personali opinioni – lo scontro diretto con gli eretici del nostro tempo, tranne quando si trattò di affrontare lo spinoso argomento della pedofilia nella Chiesa, per la qual perversione diabolica, non ebbe esitazione, per esempio, a sollevare dai propri incarichi, ben oltre duecento vescovi coinvolti nei gravi “silenzi”, e rimuovere senza chiasso, ben oltre 200 sacerdoti.

Quanto al suo rapporto con i Gesuiti è presto detto. Benedetto XVI, già Prefetto – cardinale Joseph Ratzinger – della CdF per ben 25 anni sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, ha tenuto per loro Discorsi molto miti ma anche molto fermi nel ribadire le richieste del suo predecessore[59], segno evidente che anche sotto questo pontificato, i gesuiti, non modificarono il loro progetto di battaglia.

Uno dei primi problemi affrontanti dal papa tedesco fu proprio quello della deriva dei gesuiti. «Nel 2008, alla vigilia dell’elezione del nuovo “papa nero”, Benedetto XVI aveva sollecitato i 20mila gesuiti ad una maggiore fedeltà nel “promuovere la vera e sana dottrina cattolica”, chiedendo alla Compagnia di Gesù una pubblica riaffermazione della “propria totale adesione alla dottrina cattolica, in particolare su punti nevralgici oggi fortemente attaccati dalla cultura secolare, come il rapporto fra Cristo e le religioni, taluni aspetti della teologia della liberazione e vari punti della morale sessuale, soprattutto per quel che riguarda l’indissolubilità del matrimonio e la pastorale delle persone omosessuali”. Joseph Ratzinger ha ribadito l’urgenza che la vita e la ricerca dottrinale dei gesuiti siano sempre animate da un vero spirito di fede e di comunione in “docile sintonia con le indicazioni del Magistero”. Il “programma d’aggiornamento” di padre Nicolas è incentrato su dialogo, inculturazione, spiritualità, Chiesa dei laici, sviluppo, pace, trasparenza nella Chiesa e nella Compagnia di Gesù»[60].

Pertanto i gesuiti novatores continuarono a seguire, seppur in sordina, la “propria strada”, nell’attesa dell’arrivo di un papa “a loro immagine e somiglianza”. Tutti conosciamo i fatti che animarono il conclave del 2005 nel quale la “mafia di san Gallo”, un gruppo dei cardinali modernisti[61] (alcuni in odor di massoneria[62]), con il gruppo gesuiti animati dal cardinale Martini, spinsero per l’elezione del gesuita Bergoglio, ma è evidente che qualcosa non funzionò, o meglio, dal momento che noi crediamo davvero nell’opera dello Spirito Santo, possiamo dire che Egli non permise quella volta lo stravolgimento di una elezione così anomala… Ma di tutto questo ne parleremo in un altro studio.

Quando Benedetto XVI fu eletto mise in chiaro due punti specifici che avrebbero caratterizzato il suo pontificato: il primo era quello di voler applicare tutto il magistero di Giovanni Paolo II contenuto nelle sue encicliche per chiarire, una volta per tutte, l’autentico evolversi del Concilio Vaticano II, spazzando via ogni tentativo di rottura con l’insegnamento del passato, in una parola parlò per la prima volta dell’ermeneutica della continuità[63], contro tutti coloro che avanzavano un’ermeneutica della rottura[64] con il passato della Chiesa. È naturale che fra questi “ermeneuti” della rottura ci fossero anche loro, i gesuiti modernisti.

Il secondo punto al quale volle dedicarsi fu la Liturgia e una correzione alla deriva liturgica che aveva ridotto la Santa Messa a banchetti chiassosi, vaneggianti, blasfemi, privati del senso più sacro. Degno di nota, per ora, è l’episodio che riguarda il famoso Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007 attraverso il quale Benedetto XVI ridiede alla Chiesa e al mondo, la sacralità della Messa detta antica nella sua forma originale, quella che conobbero molti Santi… come ebbe a dire in tono commosso. Occorre ricordare, infatti, che quando si incominciò a diffondere la certezza che Benedetto XVI avrebbe per certo ridato giustizia a questa Messa, ingiustamente ed arbitrariamente rimossa, si levarono scudi di atroce resistenza in ambito episcopale, soprattutto francese. Per comprendere cosa accadde, quando questa forma della Messa venne abusivamente vietata, vi ricordiamo come padre Malachi Martin descrisse tutto minuziosamente e da noi riportato nella seconda parte del nostro studio.

Qui invece vogliamo ricordare come l’allora Conferenza episcopale francese arrivò a scrivere una lettera pubblica al Papa contro la sua approvazione, minacciando persino uno scisma, se Benedetto XVI fosse andato avanti nelle sue intenzioni. Ma il Papa “mite ed umile di cuore” andò avanti per la sua strada pagando di persona l’atto di giustizia che osò firmare. Da quel 7 luglio 2007, infatti, iniziò contro Benedetto XVI un accanimento senza precedenti nella storia del papato. Il fermento diabolico della resistenza cominciò ad elaborare progetti di distruzione e di accanimento contro tutti coloro che avrebbero appoggiato e sostenuto il Summorum Pontificum, la Messa detta antica. In tutto questo i gesuiti modernisti iniziarono a fornire, dal canto loro, un supporto molto ambiguo: non si opposero formalmente e pubblicamente alla richiesta del Pontefice, tuttavia iniziarono pubblicazioni e predicazioni atti a scoraggiare il sostegno al ritorno della Messa antica. Iniziarono a fomentare e ad alimentare una forma di resistenza silenziosa, sottile, ma molto efficace, in attesa “di un papa nuovo che avrebbe cancellato questo pontificato conservatore”.

Bisogna sottolineare, anche per quanto riguarda la nostra posizione, che la Santa Messa nella forma antica non è un fatto esteriore di “pizzi e merletti”, piuttosto è l’essenza della dottrina cattolica sulla Persona di Cristo – vero Dio e vero uomo, insieme – davvero e realmente Presente in “Corpo, Sangue, Anima e Divinità” nell’Ostia consacrata. È quella centralità dottrinale per la quale stiamo affrontando questi studi dal momento che, per dirla in poche parole, tutta l’apostasia che stiamo vivendo ruota sempre attorno alla dottrina sul Cristo Gesù, alla Sua vera identità. Non per nulla, quando parliamo di questo genere di apostasia, si ritorna sempre all’eresia ariana, magari sotto altre vesti, ma non meno gravi anzi, di certo assai più perniciose e pericolose, più devastanti. Chiunque nella Chiesa avanza una forma di eresia, su una o più materie, verte unicamente alla devastazione dell’immagine del Cristo Signore con la quale poi, è ovvio, si arriva a colpire la Chiesa in quanto Istituzione divina, il papato in quanto istituzione divina, e di conseguenza tutto l’apparato dottrinale che li sostiene. E qui ritorniamo infatti alle gravissime affermazioni fatte dal nuovo “papa nero”, che abbiamo riportato precedentemente[65], contro i quattro Evangelisti i quali, non avendo essi un “registratore”, non sapremo mai se ciò che è riportato nei quattro vangeli sia autentico.

A quanto “sparato” dall’attuale “papa nero” dei gesuiti – il quale sostiene che «“dottrina” è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra» e che «la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo» — che ha avuto la risposta che si meritava da padre Giovanni Scalese[66], nonché a quanto starebbe nella testa del regnante “papa bianco” gesuita (il quale non ha speso una parola per correggere le gravi eresie del confratello), ci sarebbe in verità un divario non indifferente. In mezzo, ci troviamo gli otto anni di Pontificato di Benedetto XVI che sembrano essere davvero una sorta di argine messo lì dalla Divina Provvidenza, in difesa di ciò che sarebbe avvenuto “dopo”, oggi…

Importati richiami di Benedetto XVI…

Rileggiamo insieme il commosso ricordo che Benedetto XVI, già in “ritiro sul monte”, fece di Giovanni Paolo II, sull’uomo e sul magistero.

Sul papa: «Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim’ordine della santità»[67].

Sulla “Veritatis Splendor”: «L’enciclica sui problemi morali Veritatis splendor ha avuto bisogno di lunghi anni di maturazione e rimane di immutata attualità. La costituzione del Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, di contro all’orientamento all’epoca prevalentemente giusnaturalistico della teologia morale, voleva che la dottrina morale cattolica sulla figura di Gesù e il suo messaggio avesse un fondamento biblico. Questo fu tentato attraverso degli accenni solo per un breve periodo. Poi andò affermandosi l’opinione che la Bibbia non avesse alcuna morale propria da annunciare, ma che rimandasse ai modelli morali di volta in volta validi. La morale è questione di ragione, si diceva, non di fede. Scomparve così, da una parte, la morale intesa in senso giusnaturalistico, ma al suo posto non venne affermata alcuna concezione cristiana. E siccome non si poteva riconoscere né un fondamento metafisico né uno cristologico della morale, si ricorse a soluzioni pragmatiche: a una morale fondata sul principio del bilanciamento di beni, nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell’efficacia, è meglio o peggio. Il grande compito che Giovanni Paolo II si diede in quell’enciclica fu di rintracciare nuovamente un fondamento metafisico nell’antropologia, come anche una concretizzazione cristiana nella nuova immagine di uomo della Sacra Scrittura. Studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere»[68].

Sulla “Dominus Iesus”: «Tra i documenti su vari aspetti dell’ecumenismo, quello che suscitò le maggiori reazioni fu la dichiarazione Dominus Iesus del 2000, che riassume gli elementi irrinunciabili della fede cattolica. […] A fronte del turbine che si era sviluppato intorno alla Dominus Iesus, Giovanni Paolo II mi disse che all’Angelus intendeva difendere inequivocabilmente il documento. Mi invitò a scrivere un testo per l’Angelus che fosse, per così dire, a tenuta stagna e non consentisse alcuna interpretazione diversa. Doveva emergere in modo del tutto inequivocabile che egli approvava il documento incondizionatamente. Preparai dunque un breve discorso; non intendevo, però, essere troppo brusco e così cercai di esprimermi con chiarezza ma senza durezza. Dopo averlo letto, il papa mi chiese ancora una volta: “È veramente chiaro a sufficienza?”. Io risposi di sì. Chi conosce i teologi non si stupirà del fatto che, ciononostante, in seguito ci fu chi sostenne che il papa aveva prudentemente preso le distanze da quel testo…»[69].[70]

E chi fu a seminare questa spaccatura tra Giovanni Paolo II e il suo Prefetto della difesa della Fede?[71] Ovvio, loro, i gesuiti su diversi interventi in La Civiltà Cattolica attraverso i quali minimizzarono i fatti del Documento come una presa di posizione “solitaria” da parte del Prefetto, al quale il “Papa stanco e ammalato”, lasciava fare. Non dimentichiamo che in quel periodo ci fu una vera rivolta di ben oltre sessanta tra vescovi, teologi e cardinali, firmatari di una lettera a Giovanni Paolo II, con la richiesta delle dimissioni papali “causa la malattia”. Tra i firmatari, nomi di non pochi gesuiti. Possiamo dire che ciò che non riuscì fare loro con il granitico Giovanni Paolo II, gli riuscì con il mite Benedetto XVI, fosse anche indirettamente.

Nel marzo del 2016, Benedetto XVI ha firmato una interessante intervista per l’uscita di un libro sulla fede[72] pubblicata integralmente dall’OR, ebbene, in un passaggio egli denuncia una certa deriva del pensiero gesuita moderno – “evoluzione del dogma” – nella quale cita il gesuita responsabile, leggiamo come:

«Negli ultimi tempi sono stati formulati diversi tentativi allo scopo di conciliare la necessità universale della fede cristiana con la possibilità di salvarsi senza di essa. Ne ricordo qui due: innanzitutto la ben nota tesi dei cristiani anonimi[73] di Karl Rahner[74].[75] In essa si sostiene che l’atto-base essenziale dell’esistenza cristiana, che risulta decisivo in ordine alla salvezza, nella struttura trascendentale della nostra coscienza consiste nell’apertura al tutt’altro, verso l’unità con Dio. La fede cristiana avrebbe fatto emergere alla coscienza ciò che è strutturale nell’uomo in quanto tale. Perciò quando l’uomo si accetta nel suo essere essenziale, egli adempie l’essenziale dell’essere cristiano pur senza conoscerlo in modo concettuale. Il cristiano coincide dunque con l’umano e in questo senso è cristiano ogni uomo che accetta se stesso anche se egli non lo sa. È vero che questa teoria è affascinante, ma riduce il cristianesimo stesso a una pura conscia presentazione di ciò che l’essere umano è in sé e quindi trascura il dramma del cambiamento e del rinnovamento che è centrale nel cristianesimo.

Ancor meno accettabile è la soluzione proposta dalle teorie pluralistiche della religione, per le quali tutte le religioni, ognuna a suo modo, sarebbero vie di salvezza e in questo senso nei loro effetti devono essere considerate equivalenti. La critica della religione del tipo di quella esercitata dall’Antico Testamento, dal Nuovo Testamento e dalla Chiesa primitiva è essenzialmente più realistica, più concreta e più vera nella sua disamina delle varie religioni. Una ricezione così semplicistica non è proporzionata alla grandezza della questione…».

Parole a cui è difficile replicare.

Conclusione

Ci avviamo verso la conclusione di questa terza parte del nostro studio, che deve tenere conto della grave situazione in cui versa la Chiesa oggi. In queste pagine abbiamo cercato di dimostrare, con prove alla mano, le cause e gli effetti di tale crisi senza precedenti in 2000 anni di storia.

Cerchiamo, dunque, di riepilogare usando ancora una volta le parole di padre Malachi Martin: «Per la grande massa dei cattolici, sia laici che ecclesiastici, era impensabile che proprio i gesuiti potessero diffondere una nuova idea della Chiesa; o che muovessero guerra non a un solo papa [cioè a Giovanni Paolo II, reo di averli “commissariati quando padre Arrupe fu colpito da trombosi, nel 1981, ndr], ma addirittura a tre [cioè Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ndr], ingannandoli, disubbidendoli, aspettando la morte di ciascuno  con la speranza che il prossimo avrebbe lasciato loro mano libra. Inevitabilmente, la guerra dei gesuiti contro il papato è venuta alla luce durante il pontificato di Karol Wojtyla. Quest’uomo carismatico e ostinato giunse al soglio pontificio con l’esperienza diretta del marxismo in Polonia […]. Dal momento dell’elezione, fu chiaro che Giovanni paolo II avrebbe incontrato l’opposizione di molti membri della burocrazia vaticana che aveva ereditato. Ciò che fu meno chiaro, anche per i consumati osservatori vaticani, era che anche i gesuiti avrebbero sfidato la sua autorità in materia politica. Niente di ciò che Giovanni paolo II ha tentato dal momento in cui è arrivato alla cattedra di san Pietro nel 1978 è servito a dissipare o almeno ad attenuare l’opposizione gesuita»[76].

Il giornalista e scrittore Francesco Lamendola, in un articolo del 2016, ha posto un’interessante quesito: “I gesuiti hanno preso il timone della Chiesa, ma per condurla dove?”[77]. Una domanda che abbiamo fatto nostra e ci ha guidato in tutto il nostro studio sul gesuitismo novatore post-ignaziano.

«C’è qualcosa di paradossale nell’elezione di un gesuita a sommo Pontefice della Chiesa romana, perché i gesuiti sono stati fondati da Ignazio di Loyola precisamente per costituire l’esercito personale del papa: tanto è vero che essi hanno aggiunto ai tre voti tradizionali di tutti gli altri ordini religiosi – povertà, castità e obbedienza – un quarto voto, la fedeltà assoluta e irremovibile nei confronti del sommo Pontefice. E allora, se essi sono i fedelissimi del papa, e se il loro generale – che è tale a vita, a differenza di tutti gli altri –, ossia il “papa nero”, per statuto, altro non deve fare che guidare codesto esercito di fedelissimi, che senso ha che venga eletto egli stesso “papa bianco” della Chiesa cattolica? Se il loro compito è obbedire perinde ac cadaver, con la stessa obbedienza cieca di un cadavere, a chi obbediranno adesso che il timone della barca di san Pietro si trova nelle loro stesse mani? In altre parole: che uso farà, del suo immenso potere, l’ordine religioso di gran lunga più potente, più ricco, più colto, più duttile, più avventuroso, più scaltro in fatto di esperienza politica e diplomatica, più fornito di entrature e collegamenti con il mondo profano, con le altre religioni e con la stessa massoneria, oltre che con la grande finanza internazionale? Esso, finora, ha sempre obbedito ad una autorità ad esso esterna e superiore; ma ora che la somma autorità è nelle sue mani, che cosa pensa di farne?»[78].

Qualcosa, però, è cambiato in profondità nell’atteggiamento di fondo dei fedelissimi del papa, spiega Lamendola: «Verso la metà del XX secolo alcuni membri dell’ordine, come il paleontologo e filosofo Pierre Teilhard de Chardin, hanno suscitato polemiche e controversie con le loro audaci prese di posizione teologiche; altri, come Karl Rahner, hanno sostenuto apertamente la necessità di una radicale riforma della Chiesa e hanno spinto energicamente in tale direzione, fin dentro le aule del Concilio Vaticano II. Il quale concilio è stato giudicato, da più di un osservatore, come il tentativo di attuazione della riforma globale auspicata da Rahner e da altri; tendenza poi sviluppata e ulteriormente approfondita sotto lo stimolo della teologia della liberazione. (…) In che cosa consisterebbe il “nuovo corso” dei moderni gesuiti, mai apertamente presentato come una rottura con la tradizione, anche se, di fatto, lo è, sia nella strategia di fondo, sia nella tattica?

  1. Primo, in una “svolta antropologica”, inaugurata, appunto, da Karl Rahner, che pone l’Uomo, e non più Dio, al centro dell’orizzonte spirituale;
  2. secondo, nella priorità della “dignità dell’uomo” rispetto alla Verità;
  3. terzo, nella relativizzazione stessa del concetto di verità (si ricordi ciò che disse in proposito Bergoglio a Eugenio Scalfari nella ben nota intervista rilasciata a La Repubblica, poco dopo la sua elezione);
  4. quarto (ma l’ordine è nostro, come nostra è la presente sintesi della “svolta” gesuita), l’obbedienza al papa non è più assoluta e incondizionata, ma dipende dal fatto che il papa sostenga, oppure no, codesto processo di riforma;
  5. quinto, il papa non deve essere più considerato come il capo della Chiesa, ma come il vescovo di Roma e, al massimo, come un primus inter pares fra i vescovi di tutto il mondo, perché la Chiesa si deve trasformare in una specie di grande assemblea democratica permanente, sul modello “conciliarista” del Vaticano II;
  6. sesto, la Chiesa deve lasciar cadere anche le ultime riserve nei confronti delle altre “verità”, comprese quelle irreligiose, e deporre ogni pretesa di superiorità derivante dal possesso di una verità oggettiva (e, anche qui, si ricordi quel “buonasera” pronunciato da Bergoglio, al popolo dei fedeli di Roma, la sera della sua proclamazione, dal balcone del Palazzo vaticano, quasi che non volesse offendere gli atei con un bel: Sia lodato Gesù Cristo)»[79].

Ci sono altri punti interessanti che saranno analizzati in un altro studio.

Decaduti come il serafino della “luce” …

Diciamo che, per ora, di carne al fuoco ne abbiamo messa molta, ma non vogliamo far fare a nessuno alcuna indigestione, è necessario che questi argomenti vengano ben analizzati da Voi lettori e lettrici, approfonditi e compresi attentamente e correttamente.

Qui non vogliamo avanzare alcun attacco personalistico al Pontefice regnante, sia ben chiaro, tuttavia negare ciò che sta avvenendo non sarebbe neppure onesto.

Non abbiamo risposte e non abbiamo, come diciamo spesso, la bacchetta magica o la palla di vetro per dare una risposta esaustiva ai fatti drammatici di questa gravissima apostasia.

Noi vi abbiamo raccolto del materiale interessante sul quale toccherà fare delle fatiche anche a voi… fatiche o verifiche, vedete voi, basta che si porti del materiale come lo abbiamo portato anche noi.

Insomma, noi vi abbiamo offerto argomenti, e con altrettanta argomentazione seria e provata, saremo pronti ad accogliere eventuali smentite e correzioni.

Dopo aver obbedito ciecamente al papa per quattro secoli, i gesuiti hanno incominciato a credere ciecamente in se stessi, nella propria infallibilità, e sia pure riflessa che, con un Pontefice gesuita, garantisce loro il dominio e la gestione di una chiesa da gesuitizzare da cima a fondo.

È certo che non fosse questo lo scopo che spinse Sant’Ignazio di Loyola a fondare la gloriosa Compagnia di Gesù, trasformata oggi nella “compagna del mondo e della politica”, dal momento che, l’ultimo successore del Santo fondatore dice, oggi, che non sappiamo cosa disse davvero Gesù, e nessuno, men che meno il pontefice regnante, lo corregge.

Quanto a noi, restiamo – e resistiamo – saldi al monito paolino, cancellato dalla nuova pastorale della nuova “Chiesa”: quello ai Galati quando San Paolo ammonisce che chiunque (tra gli apostoli e discepoli, fin anche fosse un angelo venuto dal cielo) venisse a predicare un vangelo diverso da quello ricevuto dalla Tradizione e dal Deposito della Fede, sia anàtema! (cfr. Gal. 1, 6-10).

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Per approfondire vi suggeriamo la lettura di una profetica allocuzione del venerabile papa Pio XII alla Compagnia di Gesù in occasione della 29a Congregazione Generale (17-09-1946): “Vostro dovere è rimanere fedeli al vostro fondatore, Sant’Ignazio di Loyola” (tradotto dal latino dal lettore Latinista per il blog Chiesa e post-concilio).

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Sic transit gloria mundi!

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NOTE

[1] Roberto de Mattei (Perché non bisogna discreditare la Compagnia di Gesù, Corrispondenza Romana, 23-03-2017).

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] «(…) L’“ermeneutica della discontinuità” rischia di finire in una rottura tra “Chiesa pre-conciliare” e “Chiesa post-conciliare”. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. (…)» (Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana in occasione degli auguri del S. Natale, 22-12-2005)

[5] «(…) Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. (…)» (Paolo VI, Omelia della Santa Messa della Solennità dei santi Pietro e Paolo, 29-06-1972).

[6] Antonio Caruso, S.J., Tra grandezze e squallori (Edizioni Vivere In, 2008). Citeremo spesso questo libro nel corso di questo studio.

[7] La teologia del popolo in Argentina. Tutto cominciò a Petrópolis (di Juan Carlos Scannone, SJ, L’Osservatore Romano, 28-03-2014). Papa Francesco raccontato dal suo ex professore Scannone (di Nicola Rosetti, Zenit, 18-06-2014)

[8] Il centro che ci portò a sinistra (Roberto de Mattei, Edizioni Fiducia, Roma, 1994).

[9] Il “pastoralismo”, malattia infantile del catto-pietismo (di Stefano Fontana, La Nuova BQ, 13-01-2016)

[10] Caratteristica fondamentale del marxismo, fatto che ci rimanda agli «errori della Russia» condannati da Nostra Signora di Fatima nella seconda parte del Segreto.

[11] George Tyrrell (Dublino, 6 febbraio 1861 – Storrington, 15 luglio 1909), teologo irlandese, esponente del movimento modernista. Educato in una famiglia anglicana, si convertì al cattolicesimo: fu battezzato nel 1879 e ordinato sacerdote nel 1891. Si oppose alla decisione del Concilio Vaticano I che decretava l’infallibilità papale, sostenendo che il papa non deve essere un «autocrate ma un portavoce dello Spirito Santo nella Chiesa», la quale è la «comunità di base» dei laici. Fatto monito severo da parte di Pio X, fu poi espulso dai gesuiti nel 1906 e privato dei sacramenti nel 1907, ma sopraggiunta la morte nel 1909, gli si ottenne di dargli l’Estrema Unzione.

[12] Enciclica Pascendi Dominici Gregis (08-09-1907)

[13] L’espressione compare in Giudici 20,2; 2Samuele 14,13; Ester 10,10; Ebrei 4,9; 11,25; 1Pietro 2,10.

[14] «(…) “Popolo” poi identificato in una classe sociale, che ha dei diritti e che vuole rivendicare attraverso la lotta, la liberazione (…)» (Mons. Antonio Livi, Ragionare per credere, 15-06-2015)

[15] Il gesuita francese Henri de Lubac, perito conciliare, creato cardinale nel 1983, è forse il più importante “apologeta” di Teilhard de Chardin, avendo scritto vari libri in sua difesa: Il pensiero religioso del padre Teilhard de Chardin (1962); La preghiera del padre Teilhard de Chardin (1964); Teilhard de Chardin missionario e apologeta (1966); Teilhard de Chardin postumo. Riflessioni e ricordi (1977).

[16] Jacques Maritain (Parigi, 18 novembre 1882 – Tolosa, 28 aprile 1973), filosofo francese, allievo di Henri Bergson, convertitosi al cattolicesimo. Autore di più di 60 opere, è generalmente considerato come uno dei massimi esponenti del neotomismo nei primi decenni del XX secolo e uno tra i più grandi pensatori cattolici del secolo. Fu anche il filosofo che più di ogni altro avvicinò gli intellettuali cattolici alla democrazia, allontanandoli da posizioni più tradizionaliste. Il papa Paolo VI lo considerò il proprio ispiratore. A conferma di ciò, alla chiusura del Concilio Vaticano II fu a Maritain, quale rappresentante degli intellettuali, che Paolo VI consegnò simbolicamente il proprio messaggio agli uomini di scienza e del pensiero. Nella sua opera egli distingue l’azione “en tant que chrétien” (“in quanto cristiano”), che consiste nell’obbedienza ai riti e ai dogmi della Chiesa, dall’azione “en chrétien” (“da cristiano”), la quale è l’applicazione individuale o ad opera di organizzazioni laiche delle idee cristiane in ambito temporale, in quest’ultimo caso la Chiesa non deve interessarsi.

[17] L’allora monsignor Giovanni Battista Montini scrisse la prefazione della prima edizione italiana del libro.

[18] Abbiamo citato spesso il libro I Gesuiti di padre Malachi Martin nella prima e nella seconda parte del nostro studio.

[19] Antonio Caruso, S.J., Tra grandezze e squallori (Edizioni Vivere In, 2008).

[20] Eugenio Corti, Il fumo nel Tempio (1995); prefazione di Antonio Caruso, SJ, riportata anche in Tra grandezze e squallori.

[21] Beato Paolo VI, omelia in occasione della Solennità dei Santi Pietro e Paolo, 29-VI-1972.

[22] Ibidem.

[23] Paolo VI segreto, di Jean Guitton, San Paolo Edizioni, IV edizione, 2002.

[24] Si tratta ovviamente del libro I Gesuiti (M. Malachi, Sugarco, 1988), che abbiamo menzionato molto spesso in questo studio. Il padre Antonio Caruso fu uno dei primi a leggere l’opera dell’ex confratello, regalandone addirittura una copia al padre Giovanni Cavalcoli, OP, (cfr. Sant’Ignazio licenziato, A. Caruso, SJ, Guida Editori, 2015).

[25] Il futuro Paolo VI non è stato l’unico allievo “celebre” di un collegio gesuitico. In questo PDF potrete vedere una lunga lista che vi stupirà.

[26] Vedi nota n. 8.

[27] Marco Sambruna, I preti operai in Italia, Intermedia Edizioni, Orvieto 2014.

[28] Il card. Giuseppe Siri ha raccontato: «Montini fu inviato a Milano in seguito al giudizio negativo di una commissione segreta che aveva preso in esame il suo comportamento. Ad istituirla era stato Pio XII, che aveva perduto la grande fiducia riposta in Montini. A determinare il Papa fu la lettera di dimissioni del famoso Rossi indirizzata a Pio XII e trattenuta da Montini. Il Papa ebbe la lettera per altre vie. Un giorno, quando Montini si recò in udienza, il Papa gli disse: “Conosce questa lettera?”. Montini cominciò ad annaspare. “La conosce o non la conosce? Se ce l’ha, la tiri fuori”, ordinò il Papa. E fu istituita la commissione, che non era cardinalizia, ma della quale faceva parte il cardinale Giuseppe Pizzardo, tanto che qualcuno chiamò la vicenda “operazione Giuseppe”. Tutto ciò lo seppi in seguito. La decisione di allontanare Montini fu presa in estate, quando io non andavo a Roma. Altrimenti sono sicuro che il Papa me ne avrebbe parlato. In quel caso gli avrei detto: “Santità, è un errore”. Innanzi tutto non è il tipo per fare il vescovo. Lo metta a capo di qualche dicastero e lo faccia cardinale. Se lei lo manda a Milano gli dà l’ultima tessera per divenire Papa, perché a questo guardano i cardinali esteri in conclave. Ed hanno ragione nel chiedere che un Papa sappia cosa sia la vita pastorale. […]» (Il papa non eletto. Giuseppe Siri, cardinale di Santa Romana Chiesa, di Benny Lai, Laterza, 1993).

[29] Nel 1979 fu eletto arcivescovo il biblista torinese Carlo Maria Martini, il quale divenne l’antagonista di due pontefici, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, come abbiamo riportato nella seconda parte.

[30] Montini e l’apertura a sinistra. Il falso mito del “vescovo progressista” (Eliana Versace, Guerini e Associati, 2007).

[31] Vedi nota n. 25.

[32] «Qualcuno domandò una volta a san Tommaso d’Aquino quale fosse il modo migliore di addentrarsi nella “sacra doctrina” e quindi di diventare un buon teologo. Egli rispose: “Andare alla scuola di un eccellente teologo, così da esercitarsi nell’arte teologica sotto la guida di un vero maestro; un maestro”, soggiunse, “come per esempio Alessandro di Hales”. La sentenza a prima vista meraviglia un po’. […] E invece ancora una volta il Dottore Angelico rivela la sua originalità, la sua saggezza, la sua conoscenza dell’indole sia della “sacra doctrina” sia della psicologia umana. Nella sua concretezza egli vedeva il rischio non ipotetico degli autodidatti: quello di ripiegarsi su se stessi e di ritenere fonte della verità le proprie letture e la propria acutezza; più specificamente il rischio di finire col compiacersi di un sapere incontrollato, e perfino di arrivare a un’ecclesiologia incongrua e a una cristologia lacunosa» (Giacomo Biffi, Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Cantagalli, Siena, 2011).

[33] Discorso di S.S. Paolo VI ai membri del Pontificio Seminario Lombardo (7 dicembre 1968).

[34]Liberazione” diviene la parola d’ordine dei movimenti beat, hippy, e di tutto il Sessantotto: liberazione dai tabù sessuali, dalla religione, dalla natura, dal pensiero… Sono molto chiari, al riguardo, gli slogans dell’epoca. Ne ricorda uno in particolare Aldo Ricci, scrittore e fotografo, che studiò a Trento: “Né maestro né Dio, perché Dio sono io”! (cfr. 1968, di Francesco Agnoli e Pucci Cipriani, Fede e Cultura, Verona, 2008).

[35] Vedi nota n. 30.

[36] Augusto Del Noce, Il cattolico comunista, Rusconi, Milano, 1981. Don Gianni Baget Bozzo, L’intreccio. Cattolici e comunisti 1945-2004, Mondadori, Milano, 2004

[37] «[…] Voglio ricordare solo un episodio, quando, nel 1968, Paolo VI fu apertamente contestato dal cardinale Suenens per la promulgazione della enciclica Humanae Vitae. Ma chi era il cardinale Suenens? Era il prelato a cui Paolo VI aveva concesso un privilegio senza precedenti, quando il 23 giugno 1963, pochi giorni dopo la sua elezione, lo aveva voluto accanto a sé, alla finestra del Palazzo apostolico, presentandolo alla folla riunita in San Pietro per l’Angelus. […]. Era l’uomo prescelto per guidare i quattro “moderatori” del Concilio: una posizione chiave che avrebbe assunto per tre anni. Era l’uomo che già in Concilio, il 19 ottobre 1964, aveva sollevato il problema del controllo delle nascite, pronunciando in piena basilica di San Pietro, con tono veemente, le parole: “Non ripetiamo il processo di Galileo!”. […]» (Roberto de Mattei, Convegno sul Concilio Vaticano II, 16-12-2010).

[38] Giovanni Battista Franzoni, al secolo Mario, (8-11-1928). Monaco benedettino, venne ordinato sacerdote nel 1955. Nel marzo 1964 fu eletto abate di San Paolo fuori le mura a Roma e, in tale veste, partecipò alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II. In quegli anni avviò l’esperienza della comunità cristiana di base di San Paolo, in cui si voleva coniugava l’ascolto del Vangelo con la lettura delle situazioni politiche ed ecclesiali e la presa di posizione in senso progressista e marxista. Nel 1974 prese apertamente posizione per la libertà di voto dei cattolici al referendum sul divorzio. Seguirono forti critiche dalle gerarchie ecclesiastiche: nel 1975 fu sospeso a divinis e l’anno seguente – dopo il suo appoggio al PCI durante la campagna elettorale – fu dimesso dallo stato clericale. Nel 1991 ha contratto matrimonio civile con la giornalista atea Yukiko Ueno. È socio onorario dell’associazione Libera Uscita per la depenalizzazione dell’eutanasia, dopo aver assunto una posizione piuttosto critica sul caso di Eluana Englaro. Alle elezioni politiche del 2006 ha votato per il Partito dei Comunisti Italiani.

[39] Alighiero Tondi, nell’aprile del 1952, in piena campagna per le elezioni del comune di Roma, abbandona platealmente la Compagnia di Gesù per aderire al Partito comunista italiano, poiché, secondo lui, «il comunismo non è un persecutore della Chiesa, in quanto la libera dai suoi mascalzoni». Esattamente due anni dopo, durante un comizio per il PCI, conobbe Carmen Zanti (1923-1979), esponente comunista con cui contrarrà matrimonio civile nei mesi successivi: non ebbero figli. Nel 1957, si trasferirono a Berlino Est: lui insegnava storia all’università comunista, lei faceva parte della segreteria femminile del partito. Tornarono in Italia nel 1963. Qualche tempo dopo, chiese e ottenne da Paolo VI di poter celebrare il matrimonio religioso. Tondi, rimasto solo dopo la morte della Zanti, riuscì a farsi reintegrare nello stato sacerdotale da Giovanni Paolo II.

[40] Padre Caruso, invece, aveva ben compreso che il comunismo non aveva futuro. Nel 1963 visitò i paesi comunisti dell’Europa dell’est e verificò di persona il fallimento del sistema marxista-leninista. Riportò l’evidenza dei fatti in un articolo del 1965 intitolato A Est c’è qualcosa di nuovo, aggiungendo che la spallata definitiva ai sovietici sarebbe arrivata dalla Polonia. Giovanni Paolo II, poco tempo la sua elezione, lesse questo articolo e ne fu molto soddisfatto.

[41] Filmati del Credo del popolo di Dio proclamato nel 1968 al termine dell’Anno della Fede.

[42] Con le encicliche Misterium Fidei (1963), Sacerdotalis Caelibatus (1967) e Humanae Vitae (1968), Paolo VI ribadì l’immutabilità della dottrina cattolica riguardo i sacramenti dell’Eucarestia, dell’Ordine Sacro e del Matrimonio.

[43] L’enciclica sociale Populorum Progressio (1967) di Paolo VI fu così applaudita e lodata dalla sinistra mondiale che il settimanale satirico Il Borghese titolò l’editoriale sull’enciclica “Avanti populorum alla riscossa”, mentre il settimanale Epoca utilizzò questo titolo: “Populorum progressio, Ecclesiae regressio”.

[44] «[…] Siamo nel 1970, il lunedì di Pentecoste. La riforma liturgica è entrata in vigore da pochi mesi, nel frastornato entusiasmo dei maggiorenti della Chiesa (…). Paolo VI si avvia la mattina presto verso la sua cappella per celebrare la Messa. Con sorpresa, trova preparati i paramenti verdi anziché quelli rossi, di Pentecoste e della sua ottava. Interroga i cerimonieri, che gli rispondono: “Ma Santità, ormai è tempus per annum, il colore è verde. L’ottava di Pentecoste è abolita”. “Verde, ma come? Chi ha abolito l’ottava?”, domanda concitato il Papa. “Lei, Santo Padre…”. E Paolo VI pianse» (Le lacrime di Paolo VI e l’ottava di Pentecoste, MessaInLatinoBlog, 31-05-2010).

[45] Paul Casimir Marcinkus (1922-2006). Secondo quanto pubblicato il 12 settembre 1978 dalla rivista OP – Osservatore Politico di Mino Pecorelli (ucciso il 20 marzo 1979), Marcinkus entrò a far parte della massoneria il 21 agosto 1967 con numero di matricola 43/649 e soprannome “Marpa”. Il suo nome era indicato in una lista pubblicata da OP contenente 121 ecclesiastici massoni, fra cui Jean-Marie Villot (Cardinale segretario di Stato), Agostino Casaroli (capo del ministero degli affari esteri del Vaticano), Pasquale Macchi (segretario particolare di Paolo VI), Donato De Bonis (alto esponente dello IOR), Ugo Poletti (vicario generale di Roma), Virgilio Levi (vicedirettore de L’Osservatore Romano), Annibale Bugnini (cerimoniere pontificio) e Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana).

Ricordiamo inoltre quanto riportato nella seconda parte: «Lo stesso rahnerismo non è senza legami con la massoneria, come risulta con grande franchezza dal libro di Padre Caruso sopra citato, soprattutto nel secondo libro, dove denuncia a più riprese infiltrazioni massoniche nella Compagnia e connivenze con essa in alti gradi della Gerarchia, come il card. Carlo Maria Martini e il cardinale Achille Silvestrini. “Lavorando in Segreteria di Stato negli anni Ottanta – aggiunge padre Cavalcoli –, venni a sapere in ufficio di simili legami nel cardinale Ugo Poletti, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Da notare che il primo e il terzo erano ammiratori di Rahner”».

[46] Nel 1972 Marcinkus cedette, da parte dello IOR, del 37% delle azioni della Banca Cattolica del Veneto al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, senza avvisare i vescovi del Triveneto.

[47] Un giorno, una chiacchierona nota in tutta Roma, andò a confessarsi da San Filippo Neri. Il confessore ascoltò attentamente e poi le assegnò questa penitenza: “Dopo aver spennato una gallina dovrai andare per le strade di Roma e spargerai un po’ dappertutto le penne e le piume della gallina! Dopo torna da me!”. La donna, un po’ a malincuore, eseguì questa strana penitenza e andò a riferirlo a Filippo Neri. Lui le disse: “La penitenza non è finita! Ora devi andare per tutta Roma a raccogliere le penne e le piume che hai sparso!”. “Tu mi chiedi una cosa impossibile!”, disse la donna. E il confessore le rispose così: “Anche le chiacchiere che hai sparso per tutta Roma non si possono più raccogliere! Sono come le piume e le penne di questa gallina che hai sparso dappertutto! Non c’è rimedio per il danno che hai fatto con le tue chiacchiere!”.

[48] «(…) La cultura europea dà l’impressione di un’apostasia “silenziosa” da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse. (…)»: San Giovanni Paolo II, Ecclesiae in Europa, 28-06-2003.

[49] Il grande errore della teologia della liberazione (Francesco Lamendola, Il Corriere delle regioni, 18-04-2016).

[50] George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II, scrisse che il papa polacco «era pienamente consapevole dei gravi limiti dell’Ostpolitik e della distanza tra la sua visione e quella di Casaroli. Ma chiamandolo al suo fianco come segretario di Stato volle aggiungere “un’altra corda al suo arco”, sia pur modesta e segnata da insuccessi». (Sandro Magister, Segretari di Stato a confronto. Basso punteggio anche per Casaroli, 16-07-2012).

[51] Il nuovo “papa nero” è uno scienziato della politica (di Sandro Magister, Settimo Cielo, 16-10-2016).

[52] Intervista a P. Sosa, SJ: “Le parole di Gesù? Vanno contestualizzate” (Giuseppe Rusconi, Rossoporpora, 18-02-2017).

[53] Ibidem.

[54] Gesù (non) dixit. Il gesuita che offende Cristo (Mons. Antonio Livi, La Nuova BQ, 24-02-2017): «(…) Non serve a niente parlare di una “Chiesa del popolo”, immaginata secondo gli schemi  ideologici della sudamericana “teologia del pueblo”, dove è “la base”, “coscientizzata” dagli intellettuali organici (i teologi), quella che decide quale dottrina e quale prassi rispondono alle necessità politiche di quel momento storico e il Papa non è più l’interprete infallibile della verità rivelata e l’amministratore dei misteri salvifici ma l’interprete della volontà popolare e l’amministratore della rivoluzione permanente. Sono le aberrazioni pseudo-teologiche che si ritrovano già nella Teologia de la revolución del peruviano Gustavo Gutiérrez e che traggono origine dalla “nuova teologia politica” del tedesco Johann Baptist Metz. Il venezuelano padre Sosa, da sempre legato a questa corrente ideologica, ripropone oggi, nell’intento di sostenere servilmente le presunte intenzioni rivoluzionarie di papa Bergoglio, teorie che già quarant’anni fa, sotto papa Wojtyla, sono state condannate dal Magistero come contrarie al dogma ecclesiologico (…)».

[55] «[…] Ma le affermazioni di Sosa sono stupefacenti anche per un altro motivo. Egli è gesuita, come anche papa Francesco. Ebbene, proprio il pontefice, durante la conversazione con i superiori generali degli ordini religiosi del 25 novembre 2016, disse: “Essere radicali nella profezia è il famoso sine glossa, la regola sine glossa, il Vangelo sine glossa”. E aggiunse: “Il Vangelo va preso senza calmanti. Così hanno fatto i nostri fondatori”. Ora, non è immediato capire cosa il Papa intendesse con l’espressione “senza calmanti”, ma è chiaro invece il riferimento alla ricezione sine glossa fatta già dai fondatori della Compagnia di Gesù. Se dunque lo stesso papa gesuita consiglia di seguire il Vangelo senza commenti, perché Sosa lo vorrebbe glossare di nuovo? […]» (Silvio Brachetta, in Settimo Cielo, 23-02-2017). L’altro ottimo commento è del vaticanista Aldo Maria Valli, che ringraziamo per la coraggiosa svolta che ha saputo dare alla sua professionalità di giornalista “cattolico”, cominciando a remare contro… la corrente mediatica. Egli fa notare ben due interviste assurde del neo generale gesuita Sosa e spiega: “E che dire della tesi secondo cui per i gesuiti «una delle grandi sfide è come promuovere la politicizzazione della società»? Pensavo che una delle grandi sfide per i figli di sant’Ignazio fosse indagare su come Dio opera nei tempi nuovi e su come trovarlo. Comunque sia, chissà perché, mentre leggevo le esternazioni del padre Sosa mi sono tornate alla mente le parole di Pio XII, che nella «Humani generis», l’enciclica «circa alcune false opinioni  che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica», definiva «massima imprudenza» il sottovalutare o trascurare o respingere le espressioni che nel tempo il magistero ha trovato per esprimere le verità della fede «e sostituirvi nozioni ipotetiche ed espressioni fluttuanti e vaghe», nozioni che assomigliano all’erba dei campi, perché «oggi vi sono e domani seccano». In quella sua enciclica Pio XII metteva anche in guardia dal «falso metodo» di chi «vorrebbe spiegare le cose chiare con quelle oscure» e spiegava che a volte gli uomini «si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi non vogliono che sia vero». Davvero, non so perché questi ammonimenti mi vengono in mente proprio adesso…”

[56] Anche Gesù oggi ammetterebbe il divorzio (Sandro Magister, Settimo Cielo, 13-04-2017)

[57] Il 22 marzo del 1986 la Chiesa, sempre tramite la CDF, intervenne di nuovo sulla teologia della liberazione con il documento Libertatis conscientia – Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione.

[58] Teologia della liberazione e processo di secolarizzazione. Conferenza di Stefano Fontana al Centro culturale J. Maritain, San Martino in Rio (RE), 07 febbraio 2014.

[59] «Negli ultimi trent’anni (siamo nel pontificato di Giovanni Paolo II e con Ratzinger Prefetto della CdF) numerosi gesuiti sono stati condannati dalla Santa Sede, insieme con altri religiosi e sacerdoti di altre congregazioni. Jon Sobrino, Jacques Dupuis, Fernando Cardenal o Anthony de Mello sono alcuni dei gesuiti che hanno ricevuto una “notifica” dalla Congregazione per la dottrina della fede. […]» (Giacomo Galeazzi, La Stampa, 12-02-2012).

[60] Ibidem.

[61] «[…] Ora, secondo l’opinione diffusa dalla stampa nazionale e internazionale, [Achille] Silvestrini sarebbe uno dei porporati più sicuramente iscritto alla massoneria: il più alto livello raggiunto nella Chiesa di Cristo da questa forza definita da Leone XIII la nemica per eccellenza, inimica vis, che nel conclave dove venne eletto Benedetto XVI, tentò il colpo di far eleggere un massone al sommo pontificato. […]» (Antonio Caruso, S.J., Sant’Ignazio licenziato, Guida Editori, Napoli, 2015).

[62] Nel 2013 i giornalisti Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti pubblicano il libro Vaticano massone. Galeazzi-Pinotti scrivono: «Negli ultimi 30-35 anni diversi gesuiti si sono interessati in senso positivo alla massoneria, hanno partecipato a dibattiti pubblici, a convegni organizzati dal Grande Oriente d’Italia, hanno scritto articoli e libri sul pensiero filosofico sulla storia della massoneria : in altre parole, sono stati gli unici ecclesiastici che, nonostante gli anatemi e le varie scomuniche della Chiesa di Roma nei confronti dell’istituzione massonica, hanno cercato di capirne, finendo molto spesso per condividerla, l’impostazione filosofica» (Marco Tosatti, Stilum Curiae, 09-04-2017).

Galeazzi è un grande “fan” di Papa Francesco, come lo è pure Andrea Tornielli, vaticanista e collega di Galeazzi al giornale La Stampa di Torino.

[63] Vedi nota n. 4.

[64] Ibidem.

[65] Vedi note n. 52-57.

[66] «[…] Sinceramente, si fa fatica a comprendere tanta avversione nei confronti della… pietra. La pietra è dura; la pietra è fredda; la pietra è inamovibile e immutabile; mentre la realtà è mutevole, instabile, fluida, in continuo sviluppo; la realtà è sfumata e può difficilmente essere incapsulata in formulette fisse e intangibili. Ma proprio perché la realtà è così “liquida”, abbiamo bisogno di qualcosa di stabile su cui fondarci. Come ci ricorda la parabola del vangelo, la casa va costruita sulla roccia, non sulla sabbia (Mt 7:24-27; Lc 6:47-49). E questa roccia è Cristo (1Cor 10:4). È lui la pietra viva, su cui si fonda l’edificio spirituale formato da pietre vive, che siamo noi (1Pt 2:4-5). […] Ebbene, se la dottrina svolge nella Chiesa il ruolo di “pietra” su cui si fonda la fede dei cristiani, non vedo che cosa ci sia di male. La fede deve necessariamente far riferimento a qualcosa di solido, fisso, immutabile; essa non può essere in balia dei venti delle ideologie umane o dei mutevoli sentimenti. […] Oggi, al posto della dottrina — dura come la pietra, fissa, immutabile, fredda e astratta — si vorrebbe il discernimento, perché più aderente alla realtà, più malleabile, più capace di cogliere la presenza e la volontà di Dio nelle molteplici e diversificate situazioni della vita. Padre Sosa descrive così la pratica del discernimento: esso «si pone in ascolto dello Spirito Santo, che — come Gesù ha promesso — ci aiuta a capire i segni della presenza di Dio nella storia umana». Ecco, si dà per scontata — lo ha promesso Gesù! — la presenza dello Spirito Santo nel discernimento, dimenticando che si fa discernimento proprio per verificare tale presenza. Si dimentica che, all’origine, il discernimento è discretio spirituum; si dimentica che non esiste solo uno spirito buono (lo Spirito Santo), ma anche uno spirito cattivo; si dimentica che non è facile distinguere la presenza e l’azione dell’uno e dell’altro; e proprio per questo è necessario il discernimento. Ho l’impressione che ci troviamo di fronte a una banalizzazione del discernimento, come se bastasse porsi “in ascolto dello Spirito Santo” (che significa poi concretamente?), quando invece il problema è proprio quello di stabilire se è lo Spirito Santo che mi sta parlando o non piuttosto la voce del Nemico (il quale, come ci ricorda San Paolo, spesso si maschera da angelo di luce, 2Cor 11:14). Un gesuita dovrebbe sapere quanto sia difficile distinguere fra lo Spirito vero e le sue contraffazioni. […]» (Padre Giovanni Scalese, Dottrina vs. Discernimento, Antiquo robore, 18-04-2017)

[67] Il papa emerito prega, ma anche consiglia. Ecco come (Sandro Magister, l’Espresso, 17-03-2017).

[68] Ibidem.

[69] Ibidem.

[70] Riguardo alla Dominus Jesus vi invitiamo a leggere un altro approfondimento (cliccare qui).

[71] Vedi note n. 59-60.

[72] Il testo integrale dell’intervista a Benedetto XVI è contenuta nel libro Per mezzo della fede. Dottrina della giustificazione ed esperienza di Dio nella predicazione della Chiesa e negli Esercizi Spirituali a cura del gesuita Daniele Libanori (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 208, euro 20) in cui il Papa emerito parla della centralità della misericordia nella fede cristiana, ma nella fondamentale ricerca della Verità a salvaguardia della dottrina cristiana e dei suoi dogmi.

[73] Ne abbiamo parlato nella prima parte di questo studio.

[74] «[…] nelle lezioni sulla mariologia di Rahner tenute al Marianum nell’anno accademico 1992-3 si raccontava con una certa soddisfazione il seguente aneddoto […]. Durante il Concilio o negli anni immediatamente successivi, Paolo VI fece chiamare Karl Rahner per un consulto. Lui si presentò in giacca e cravatta come al solito. Il segretario del Papa lo fermò e gli disse d’indossare la talare, per rispettare le regole non altro davanti al Papa. Ma Rahner stizzito rispose: “Dica al Papa che se non gli va bene così, torno a casa”. Paolo VI si piegò e acconsentì d’incontrare Rahner anche se, contro tutti i regolamenti, vestiva in perfetto borghese. Non è certo un bell’esempio d’obbedienza al Papa (oggetto di voto specifico da parte dei gesuiti) e tanto meno d’umiltà religiosa» (Karl Rahner, un’analisi critica, AA.VV., pag. 232, Cantagalli, Siena, 2009).

[75] «[…] Durante la discussione sinodale molti vescovi dissero che anche in una relazione omosessuale è presente la grazia di Cristo. Prima, durante e dopo il Sinodo molti vescovi e cardinali si sono detti favorevoli ad affidare compiti ecclesiali agli omosessuali pur se perseveranti nella loro relazione, e ad appoggiare il riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali da parte dell’autorità politica. È evidente che queste prese di posizione comportano l’abolizione del diritto naturale e della legge morale naturale e non tengono conto della necessità di rispettare la natura e le sue leggi se si vuole piacere alla soprannatura e alla grazia. Dire che la grazia è presente anche in una relazione omosessuale significa dire, con Karl Rahner, che la grazia è data sempre a tutti perché essa viene data al mondo, ove non esistono situazioni al di fuori della grazia di Dio […]» (Stefano Fontana, La nuova chiesa di Karl Rahner, Fede&Cultura, Verona, 2017).

[76] In questa citazione vi segnaliamo un articolo interessato firmato da Francesco Lamendola il 18.4.2016 (cliccare qui per il testo integrale), il quale fa a sua volta riferimento ad un altro testo in cui è riportato Padre Malachi: cit. in: Galeazzi-Pinotti, Vaticano massone, Milano, Piemme, 2013, pp. 60-61.

[77] Ibidem.

[78] Ibidem.

[79] Ididem.